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Sudafrica, già chiusa la "Moschea aperta" gay-friendly

  • Giovedì, 25 Settembre 2014 14:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il grande colibrì
25 09 2014

Paese dalle mille sfaccettature, il Sudafrica è l'unico stato del continente africano a riconoscere pieni diritti alle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), compresi il matrimonio e l'adozione, ma con manifestazioni di odio omo e transfobico frequenti, che sfociano in discriminazioni e "stupri correttivi". Oggi il paese celebra un nuovo primato, ospitando - tra le polemiche - la prima moschea inclusiva del continente a Città del Capo. A lanciare la "Moschea aperta" è Taj Hargey, che spiega come intenda realizzare il primo luogo di culto islamico africano pubblicamente gay-friendly, "con uguaglianza dei generi, non settario e interrazziale, in cui possano ritrovarsi insieme sciiti e sunniti" (iol.co.za).

Quello che Hargey chiama il "tempo per una rivoluzione religiosa" (tra l'altro quattro dei nove membri del consiglio della moschea saranno donne, tradizionalmente escluse dal potere decisionale), ha ovviamente scatenato polemiche a non finire: dalle proteste di alcuni musulmani tradizionalisti davanti al luogo di culto per impedire l'entrata dei fedeli (iol.co.za) ad un comunicato stampa di condanna "fraudolento e ingannevole" attribuito falsamente al Consiglio unitario degli ulema (iol.co.za), le polemiche hanno attraversato le ultime due settimane sfociando anche in minacce dirette all'incolumità di Hargey e alla sicurezza stessa della moschea (iol.co.za).

"Hanno detto che metteranno bombe, che mi uccideranno, che mi evireranno", spiega ancora il fondatore. Ma, ha proseguito badando agli scopi che si è prefisso più che alla propria incolumità, "vogliamo dissipare quest'immagine dei musulmani come radicali, prevenuti e intolleranti verso le altre fedi", invitando i fedeli dell'Islam ad abbandonare "leggi fatte dall'uomo come la sharia" e a tornare alle parole contenute nel Corano. "Stiamo tornando ad essere la moschea originale del profeta".

Le proteste davanti alla sede, inaugurata venerdì scorso, non sono state violente ma nemmeno così pacifiche come cercavano di farsi passare: di fatto una decina di musulmani tradizionalisti ha tentato di fare un picchetto davanti all'ingresso, per impedire l'inaugurazione del luogo di culto, ma la gran folla e l'intervento della polizia hanno permesso ai fedeli di entrare nella "Moschea aperta", sebbene gli autori della protesta indirizzassero i loro strali proprio sulla presunta non-islamicità di quelle mura: "Bisognerebbe chiamarlo luogo di culto aperto, non moschea: questo è un insulto alla religione".

Il paradosso del Sudafrica è che quello che non hanno potuto le proteste di piazza e gli strali degli altri musulmani organizzati, forse potrà la burocrazia: "La nuova moschea non ha parcheggio e Hargey non ha comunicato il cambio di destinazione d'uso da magazzino a moschea" e quindi la moschea potrebbe ritrovarsi chiusa dal comune di Città del Capo, in attesa che vengano concluse le pratiche necessarie e vengano realizzate le opere necessarie (sono richiesti almeno dieci posti auto). Una burocrazia cieca e anche un po' sospetta, specialmente se si considera che nel consiglio comunale della città siedono alcuni esponenti musulmani che appaiono vicini ai tradizionalisti e appoggiano questo ricorso in modo vigoroso (bbc.com).

Michele

Il Fatto Quotidiano
25 09 2014

L’episodio è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza del Wal-Mart in Beavercreek, sobborgo di Dayton quando il 5 agosto 2014, il 22enne di colore John Crawford III è stato freddato dai colpi esplosi dalla polizia. Il ragazzo aveva in mano un fucile ad aria compressa, nell’altra il cellulare con cui stava parlando al telefono e si aggirava fra gli scaffali del reparto giocattoli del grande magazzino da cui aveva prelevato l’arma di plastica.

Nel video che ha fatto il giro della Rete si sente anche una telefonata al 911 di una cliente che segnala agli agenti la presenza di un uomo nero armato. In appena tre minuti gli agenti raggiungono il reparto e, dopo aver intimato al ragazzo di buttare la presunta arma, gli sparano.

Ma, come dimostra il filmato, il giovane, impegnato nella conversazione telefonica e di spalle, non sente l’ordine dei poliziotti e cade ucciso subito dopo.

Dopo i disordini di Ferguson scatenati dall’uccisione di Michael Brown e l’omicidio di Darrien Hunt davanti a un centro commerciale, questo episodio rischia di riaccendere la rabbia della popolazione nera americana. Soprattutto alla luce che il Grand Jury dell’Ohio non ha accolto le richieste della famiglia Crawford di aprire un’indagine federale per fare chiarezza sull’uccisione.

Secondo il giudice, i poliziotti erano giustificati nelle loro azioni. I parenti indignati hanno detto: “La sorveglianza video e testimoni oculari dimostrano che l’uccisione di John Crawford non era giustificata né ragionevole. Lui si trovava lì come un cliente e rappresentava una minaccia, né per i clienti né per i poliziotti”

Carlo Valentino

Internazionale
25 09 2014

Che ci sia una donna pilota negli Emirati Arabi Uniti, dove non è concesso alle donne guidare l’auto, è cosa risaputa da qualche tempo. Ma che Mariam al-Mansouri, questo il nome della novella Amelia Earhart (nome della leggendaria aviatrice statunitense, ndr), abbia partecipato ai primi raid aerei condotti da Washington e dai suoi alleati contro i jihadisti dello Stato Islamico in Siria, è notizia di oggi. A confermarlo è stata una fonte emiratina.

Il comandante Mariam al-Mansouri, 35 anni, “non ha solamente pilotato un aereo da combattimento, ha anche comandato una squadriglia di aerei militari degli Emirati che hanno partecipato ai raid martedì, ha specificato la fonte.

Per questo Mariam, nonostante sotto il casco da pilota indossi il velo islamico, è stata minacciata via Twitter dai jihadisti, i quali hanno chiesto di tenere a mente il suo volto “criminale” fino a quando non sarà punita.

Globalist
25 09 2014

Dopo il discorso tenuto all'Onu, l'attrice ha subito diversi insulti online dagli utenti di tutto il mondo convinti che il suo sia un femminismo anti-uomo.

Di Emma Watson so pochissimo.

Non ho manco mai visto Harry Potter, per dire.

Comunque, ha parlato all'ONU, per lanciare la campagna #Herforshe, movimento di solidarietà per l'uguaglianza di genere. Ed ha fatto qualcosa di quasi eroico: si è dichiarata Femminista davanti alla platea. Senza giri di parole, senza cercare sinonimi, senza ardite perifrasi. Ha detto proprio "I decided I was a Feminist".

E non ci sono stati "ma" e "però".

Sono Femminista. Punto.

Dico "eroico" con cognizione di causa: basta legge i commentatori de Il Corriere della Sera per accorgersi che ancora, nel 2014, quando ci si dichiara apertamente "Femminista", l'insulto, la presa in giro, lo stravolgimento del proprio pensiero e del proprio sentire sono dietro l'angolo. Ne sappiamo qualcosa noi che ci diciamo Femministe e che come femministe viviamo le nostre vite e le nostre relazioni con gli altri e le altre.

Non solo, ha chiamato in causa gli uomini, ribadendo che il Femminismo, non ci stancheremo mai di ripeterlo (spero), non è mai in alcun modo odio verso gli uomini, ma la convinzione che "Uomini e donne devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità. È la teoria dell'uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi."

Li ha chiamati chiedendo loro di farsi carico del cambiamento insieme alle donne, perché le ineguaglianze di genere hanno effetti anche sulle loro vite.

«Uomini. Vorrei cogliere quest'occasione per estendervi un invito formale. La parità di genere è anche un problema vostro. [...] Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile. Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo molto spesso di come gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma riesco a vedere che lo sono. E quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E' tempo di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti. Se smettiamo di definirci l'un l'altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa He For She. Di libertà. Voglio che gli uomini prendano su di sé questo impegno, così che le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, ma anche perché anche i loro figli possano avere il permesso di essere vulnerabili e umani.» [Qui c'è la traduzione del discorso]

Lo ammetto, mi sono quasi emozionata.

Sarà quella cosa della sorellanza, che quando senti un'altra dire quello che pensi anche tu ti si accende come una luce, sarà che sono mesi che sentiamo donne più o meno famose ribadire che "no, non sono femminista, per carità, io amo gli uomini!", che vediamo donne più o meno giovani farsi foto con cartelli che spiegano "perché non abbiamo bisogno di femminismo".

Sarà quel che sarà, ma ogni volta che una donna dice con fierezza "io sono femminista", io sono felice.

I commenti di tanti uomini al discorso di Emma Watson erano prevedibili e sono sempre gli stessi, ovunque.

I vari "cagna femminista" e "puttana" si sprecano, accompagnati da giudizi sulle sue capacità di attrice, sull'utilità dell'ONU che fa parlare proprio chiunque e falsità varie sul femminismo

La parola femminismo fa schifo, è roba vecchia e poco importa se Watson ha detto chiaramente quello che in tante andiamo ripetendo da decenni e cioè che il femminismo è la convinzione che uomini e donne devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità. È la teoria dell'uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.

Quello che si continua a voler far passare è che esista un non meglio specificato "femminismo antiuomo", che teorizza la supremazia delle donne e la prevaricazione del maschio. Sarebbe bastato ascoltare il discorso per capire che no, il femminismo non è odio verso gli uomini. Non lo è mai stato e non lo sarà mai.

Indubbiamente, però, perché ogni femminista possa venire immediatamente riconosciuta come nemica è necessario puntare sulla "misandria", dal momento che nessuna persona sana di mente troverebbe mai da ridire sull'idea che tutte e tutti dobbiamo avere gli stessi diritti, doveri ed opportunità.

Ma dopo tutto, cosa ci si aspetta da chi crede che le femministe "sono il motivo del crollo socioeconomico degli stati uniti" e che le (cagne) femministe dovrebbero essere messe a morte o nelle mani di "un mussulmano" con la cinghia?

"Erminiottone" fa sorridere, soprattutto chi è di Roma ed è stato/a adolescente negli anni '90, quando si diceva che uno dei terribili fascisti di piazza Ottavilla si chiamasse, appunto, Erminio Ottone.

E non poteva, ovviamente, mancare lei, l'odiata per eccellenza: Laura Boldrini, la prova provata dell'inutilità dell'ONU.
Vabbè, queste sono note di colore, cose che vediamo ogni volta che qualcuna di noi (intendo "noi donne") osa parlare pubblicamente di femminismo e fino a qui, niente di che: come detto, ci siamo abituate e leggere tali bestialità non fa che aumentare la nostra voglia (e il nostro bisogno) di andare avanti.

Perché, care mie, non possiamo pretendere di prendere parola pubblicamente, di esprimere le nostre idee, di dire quello che pensiamo e immaginare di farla franca. Tantomeno possiamo dire "sono femminista" in pubblico senza che questo abbia delle conseguenze.

Se poi proprio non sappiamo tenerci un cecio in bocca e decidiamo di parlare, allora, care, sono fattacci nostri.
Il campionario dell'insulto-tipo è noto e non starò qui a fare l'elenco.

Mi interessa quello che è successo dopo.

A seguito della presentazione di #HeForShe è spuntato il sito "Emma you are next", un conto alla rovescia, al termine del quale sarebbero state messe on line delle foto di Emma Watson nuda.

Fino a ieri quella pagina era considerata reale e We Hunted the Mammoth spiegava chiaramente perché non la si potesse prendere sotto gamba.

L'update di oggi dice che probabilmente invece quel sito è davvero una bufala ed ha a che fare con la sicurezza e la censura in rete. C'è anche una lettera da mandare ad Obama per far chiudere siti che avrebbero fatto girare foto private di altre celebrità (http://www.theepochtimes.com/n3/976588-emma-watson-nudes-nope-naked-pictures-threat-from-4chan-after-speech-is-a-hoax/).

In ogni caso, quanto è successo ci dice qualcosa, perché quello che si minacciava era l'esposizione di un corpo sulla pubblica piazza. Non un indirizzo di casa o il conto in banca, ma un corpo nudo. Chi ha creato la bufala evidentemente sapeva benissimo che questo avrebbe fatto salire l'attenzione più di ogni altra cosa.

Quello che ci viene detto da quanto accaduto è che la migliore arma contro una donna che si alza e prende parola è l'intimidazione.

E infatti la cosa è risultata facilmente credibile ed ha avuto un seguito impressionate, mostrando a tutte e tutti quale sia la portata di odio per il femminismo e per le donne che si dichiarano femministe che gira sul web.

Un tizio ha scritto che "ora tutto il mondo saprà che lei è una puttana come qualsiasi altra donna".

Se sei nuda sei puttana. Anche se sei nuda a casa tua, magari col tuo compagno, con la tua fidanzata o con tuo marito o mentre sei sotto la doccia in palestra. Se ti spogli sei una puttana.

O meglio, se ti spogli e hai un'opinione che io non accetto, allora sei una puttana. Come "qualsiasi altra donna".

Quello che ci dicono commenti come questi è che per una donna, per ogni donna, prendere posizione non è gratis, non lo è mai stato: ci sarà sempre qualcuno pronto a "rimetterci al nostro posto", usando perfino la nostra persona e il nostro corpo come arma. O peggio.

Vera o no, la minaccia della pubblicazione di foto di nudo è un messaggio chiarissimo a tutte le donne: se alzerete troppo la cresta, noi vi colpiremo, vi umilieremo, useremo il vostro stesso corpo per mettervi alla gogna.

Riflettevo su questa minaccia insieme a Je (Cambio Pelle, da leggere): il nostro corpo usato come arma di ricatto contro di noi, contro le nostre idee. Usarci per colpirci.

Prendere possesso di ciò che ci appartiene per, usando le parole di Je, "puntarcelo contro come una pistola".
Non serve pensare troppo a Emma Watson.

Le cronache sono piene di ragazzine e donne i cui corpi nudi vengono dati in pasto alla rete da ex fidanzati, compagni di scuola, amici...

Foto di nudi o video di atti sessuali, usati come arma di ricatto, come ultimo insulto, per umiliare nel peggior modo possibile, come mezzo di coercizione.

Ecco a cosa serve il femminismo.

Serve a rispondere a chi ci minaccia, a chi ci vuole mute, a chi ci vuole sempre chiuse in gabbia, silenziose, sottomesse,
rassicuranti.

Serve a poterci esprimere, a poter decidere del nostro corpo, delle nostre vite.

Serve ad avere i medesimi diritti e i medesimi doveri degli uomini.

Serve a poter studiare, lavorare, crescere.

Ed è questo che davvero terrorizza chi ci irride, chi ci insulta, chi ci minaccia: che noi diventiamo consapevoli dei nostri diritti, delle nostre potenzialità, della nostra forza.

Che ci alziamo in piedi a pretendere quello che ci spetta, a prendercelo senza chiedere il permesso, senza dire "grazie" o chiedere scusa a nessuno. Il fatto che un'attrice bella e famosa abbia preso parola deve averli terrorizzati.

Insomma, un conto è la femminista pelosa, con le sopracciglia troppo folte, senza trucco e coi capelli arruffati, quella che immaginano siamo tutte. Un altro è una donna bella, famosa, che potrebbe (orrore!) avere un seguito tra le altre.

Lorenza Valentini

Huffington Post
25 09 2014

Papa Francesco rimuove Rogelio Ricardo Livieres Plano, vescovo del Paraguay. È accusato di aver coperto preti pedofili

Il Papa ha disposto lo spostamento dalla diocesi Ciudad del Este in Paraguay di monsignor Rogelio Ricardo Livieres Plano, nominando al suo posto come "amministratore apostolico" monsignor Ricardo Jorge Valenzuela Rios. Livieres è accusato tra l'altro di malversazione e copertura di abusi sessuali di preti della sua diocesi.

L' "avvicendamento" alla guida della diocesi viene annunciato da una nota della sala stampa vaticana che ricorda le "conclusioni" delle visite apostoliche disposte dal Papa prima di decidere. "Dopo l'accurato esame delle conclusioni delle visite apostoliche compiute al vescovo si sottolinea nella nota -, alla diocesi e ai seminari di Ciudad del Este, da parte della Congregazione per i vescovi e della Congregazione per il Clero, il Santo Padre ha provveduto all'avvicendamento di monsignor Ricardo Livieres Plano e ha nominato amministratore apostolico della medesima sede, ora vacante, monsignor Ricardo Jorge Valenzuela Rios, vescovo di Villarrica del Espiritu Santo".

"La gravosa decisione della Santa Sede - continua - ponderata da serie ragioni pastorali, è ispirata al bene maggiore dell'unità della Chiesa di Ciudad del Este e alla comunione episcopale in Paraguay. Il Santo Padre, nell'esercizio del suo ministero di 'perpetuo e visibile fondamento dell'unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedelì chiede al clero e a tutto il popolo di Dio di Ciudad del Este di voler accogliere i provvedimenti della Santa Sede con spirito di obbedienza, docilità e animo disarmato, guidato dalla fede. Inoltre invita l'intera Chiesa paraguaiana, guidata dai suoi Pastori, a un serio processo di riconciliazione e superamento di qualsiasi faziosità e discordia, perchè non sia ferito il volto dell'unica Chiesa 'acquistata con il Sangue del suo proprio Figlio' e il 'gregge di Cristo' non sia privato della gioia del Vangelo".

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