Abbatto i muri
19 09 2014

Quella che sto per raccontarvi è una storia che sintetizza la chiacchierata che ho fatto con una sex worker, italiana, che lavora in Germania. Non importa come ci sia arrivata o meno. Quello che lei vorrebbe far sapere al mondo è che fa questo mestiere per scelta e che le regole che vorrebbero imporre ora, grazie alla pressioni delle autoritarie abolizioniste, se approvate creeranno non pochi problemi a tutt* i/le sex workers.

Lei mi spiega che l’intenzione di schedare, registrare, medicalizzare, patologizzare le sex workers, perché è soprattutto nei confronti delle donne che questa persecuzione è rivolta, giustificata dalla volontà di “salvare” le donne dal possibile sfruttamento, non è che uno dei modi attraverso i quali la Germania sta tentando di arginare l’immigrazione. Come già spiegato da altre tutta questa burocrazia ovviamente diventerà un motivo di espulsione per le migranti che vengono braccate come clandestine anche se ipocritamente si dice che si vorrebbe salvarle dalla tratta.

Oltretutto questo modo di trattare la regolarizzazione della prostituzione è esattamente speculare a quanto richiede la società di stampo patriarcale. I controlli e la registrazione obbligatoria si esigono affinché la puttana sia pulita, sana, matura, stigmatizzata, non già per offrire alla sex worker una tutela, strumenti e diritti per se stessa, quanto perché quella società, un po’ razzista, accennando alle migranti che svolgono quel mestiere, teme che vi sia una specie di contagio, una contaminazione con pregiudizio su eventuali malattie e cattive intenzioni da parte di queste donne.

Dunque là dove dovresti trovare una rete di servizi, di prevenzione per le malattie sessualmente trasmissibili, con tanto di tutela della privacy, cosa che va garantita sempre quando c’è di mezzo la salute, ovvero dove dovresti trovare facilitazioni e modalità di regolarizzazione per poter, finalmente, accedere a documenti, diritti, burocrazie che ti collocano tra i cittadini e le cittadine che mai possono essere vittime di discriminazione, ci troviamo in uno scenario per cui la storiella del tesserino o dell’abilitazione a fare la puttana serve a garantire che il maschio tedesco non infili il suo cazzo dentro una vagina che potrebbe procurargli problemi. Come se non fosse intenzione delle sex workers quella di esigere l’uso del preservativo.

Dunque invece che tutelare le sex workers, semmai, dal fatto che un cliente può pretendere prestazioni non consensualmente pattuite o che può evitare un pagamento dopo aver fruito della prestazione sessuale, il pregiudizio e il sospetto ricade sulla pelle della puttana perché la si immagina, stigmatizzandola, sporca, soprattutto perché straniera, e dunque da sottoporre a mille controlli.

Non solo: le abolizioniste, per esempio, premono affinché le sex workers, quelle che decidono di fare questo mestiere, siano sottoposte a visite psichiatriche. La loro idea sarebbe quella di giudicarle non in grado di intendere e di volere addirittura creando una specie di schizofrenia anagrafica, in termini di diritti, per cui tu sei maggiorenne a 18 anni ma loro, proprio in relazione al sex working, vorrebbero che tu compissi prima i 21 anni, poi ti farebbero volentieri sottoporre a visita psichiatrica e infine, quando avranno colto che tu sei irrecuperabile, un po’ come farebbe un’antiabortista dopo averti fatto attraversare la via crucis dei convincimenti e delle patologizzazioni per farti tornare indietro sulla tua decisione, senza alcun rispetto per la tua scelta personale, accecate dal fanatismo e da una ideologia che in modo ossessivo portano avanti, sulla pelle delle altre, millantando una rappresentanza, in nome delle altre, che nessuna ha loro riconosciuto, e dunque quando non c’è altro da fare ti spetta l’umiliazione, la mortificazione, come deterrente, per farti tornare in clandestinità e farti sentire comunque fuori posto.

Visita psichiatrica che attesti la tua totale capacità mentale nell’atto di scegliere questa professione. E lì voglio vedere se fanno la stessa cosa ogni volta che hanno a che fare con mestieri di altro tipo. Poi visite mediche di ogni genere. Quei buchi che dicono di voler tutelare, quel corpo che immaginano debba essere degno di rispetto, diventa cavia di esperimenti sociali e di attenzioni sgradite. Un dito in culo per controllare bene che non vi sia nulla di sospetto, un altro nella fica affinché si sappia che tutto va bene, una strizzatina di tette, già che ci siamo, volendo possono anche radiografarmi il cervello per stabilire se l’ampiezza corrisponde a quella di una puttana media, così da realizzare un catalogo, che chiameranno registro (pubblico) con tanto di foto, nomi, indirizzi reali, senza alcuna tutela della privacy, affinché lo Stato finalmente acquisisca il ruolo di magnaccia istituzionale. Volendo, in quel cazzo di registro, ci si può anche mettere anche la specialità della casa. Io faccio pompini a testa in giù, quell’altra separa le acque del mar rosso mentre ti fa venire, quell’altra ancora masturba anche le corde vocali per farti stare meglio, e via di questo passo.

L’umore tra le ragazze che lavorano in Germania, capirete bene, che è piuttosto basso. E se teniamo conto che quell’umore riguarderà le ragazze di tutta Europa, la cui frenesia oggi pare quella di rendere la vita peggiore alle sex workers, consegnandole alla “tutela” (leggasi persecuzione) dei patriarchi, diciamo che le cose non vanno così bene. La donna italiana con cui ho parlato così conclude la discussione: “sono andata via dall’Italia pensando che in Germania ci fosse più libertà e meno pregiudizi e invece mi tocca ricredermi… il fantastico nord Europa, Svezia in testa, propagandano libertà e invece si occupano solo di vincolare le scelte delle donne a un modello sociale che loro spacciano come libero e democratico. Quello che vedo è un fascismo dalle tinte finto/liberali. Qui non hanno mai perso l’abitudine a voler controllare i corpi e la vita delle persone… soprattutto se si tratta di donne!“

E’ questo che vogliamo anche per noi? Pensiamoci.

Amnesty International
19 09 2014

Le condanne al carcere e alle frustate inflitte il 16 settembre 2014 a Sassan Solemaini, Reyaneh Taravati, Neda Motameni, Afshin Sohrabi, Bardia Moradi e Roham Shamekhi, sei persone che avevano realizzato una versione amatoriale del brano "Happy" di Pharrell Williams, sono l'ulteriore prova del disprezzo che nutrono le autorità iraniane per la libertà d'espressione. Delle sei persone che erano comparse nel video, cinque sono state condannate a sei mesi di carcere e una a un anno. Tutti e sei gli imputati hanno ricevuto la pena aggiuntiva di 91 frustate. L'esecuzione della sentenza è stata sospesa per tre anni.

Le sei persone (tre uomini e tre donne) erano state arrestate nel maggio 2014 dopo che erano apparse, nelle strade e sui tetti di Teheran, in una versione amatoriale di "Happy", un brano di grande popolarità che è stato riadattato in video centinaia di volte nel mondo. Sfidando il divieto in vigore dal 1981, le donne comparivano senza velo.

Arrestati dalla polizia per aver preso parte a un'iniziativa "volgare" e offensiva nei confronti della "pubblica castità", i sei protagonisti sono stati costretti a "confessare" in televisione di essere stati raggirati, in quanto credevano che le riprese fossero state svolte per un semplice provino.L'accusa nei confronti dei sei imputati (tre uomini e tre donne) è di aver "preso parte alla produzione di una videoclip volgare" e di "aver avuto relazioni illecite tra di loro".

Sassan Soleimani ha ricevuto la condanna più pesante per aver diretto il video. "Con questo verdetto, assurdo fa rima con ingiustizia. Sei persone sono state trattate come criminali per aver realizzato un video sulla felicità. Non avrebbero mai dovuto essere arrestate né tantomeno esibite in televisione per farle 'confessare'" - ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"Se le sentenze verranno confermate ed eseguite, considereremo i sei detenuti prigionieri di coscienza e ne solleciteremo l'immediata scarcerazione" - ha sottolineato Sahraoui.

Sierra Leone, la vera emergenza è l'ospedale pediatrico

  • Venerdì, 19 Settembre 2014 09:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
19 09 2014

Effetto indiretto dell'epidemia di ebola è il collasso del sistema sanitario. Il caso dell'Ola During Children Hospital, chiuso da oltre un mese nella capitale. Parla Luca Rolle, coordinatore del programma di Emergency a Freetown

Stamattina, alle otto, un nuovo centro di trattamento per i pazienti malati di Ebola ha aperto a Lakka. Si tratta delle strutture dell'ospedale locale, che per sei mesi sarà gestito dal personale di Emergency, a pochi chilometri dal Centro chirurgico di Goderich, a Freetown. L'unico rimasto aperto in tutto il paese, centro di riferimento per la traumatologia e la chirurgia. La situazione, in Sierra Leone, è catastrofica; il sistema sanitario è in ginocchio, e sono pochissimi gli ospedali privati ancora aperti. La maggior parte di questi ha chiuso ormai da due o tre mesi, e i rari ospedali governativi ancora operativi svolgono solamente attività ambulatoriale, ricoverando un numero esiguo di persone: i reparti, al momento, sono tutti chiusi.

«Da quando è uscita dalla guerra civile, circa 15 anni fa, la Sierra Leone non ha investito nel sistema sanitario. Nel modo più assoluto», spiega a pagina99 Luca Rolle, coordinatore del programma di Emergency a Freetown. «Non erano pronti per fronteggiare l'attuale epidemia di Ebola, che è diventata tanto vasta proprio a causa di queste carenze. Il personale locale non ha nessuna conoscenza dal punto di vista dei sistemi di protezione, ed è per questo che una gran parte dei dipendenti che lavoravano negli ospedali governativi si è ammalata. Alcuni sono deceduti. L'emergenza sanitaria in Sierra Leone è stata dichiarata il 4 agosto, dal presidente. La risposta è stata la diaspora di tutto il personale medico dagli ospedali: in altri paesi, di fronte a una dichiarazione simile, il risultato sarebbe stato completamente diverso. Avremmo visto personale extra impiegato nelle strutture». Ma non in Sierra Leone.

«Le persone che vengono a lavorare qui devono rendersi conto che sì, siamo in Africa, ma in una parte di Africa ben precisa, molto diversa dalle altre aree in cui si sono verificate le precedenti epidemie di Ebola. O non saremmo qui a parlarne, perché in altri paesi il personale medico sarebbe stato più preparato e saremmo riusciti a contenere l'epidemia nel giro di 3-5 settimane», continua Rolle. Uno degli aspetti fondamentali è far tornare al lavoro lo staff nazionale, ad esempio il personale delle strutture ora chiuse, dopo un'adeguata formazione. «Altrimenti, uscire da questa situazione sarà impossibile». Il nuovo centro di Lakka sarà gestito interamente da Emergency, con 120 dipendenti tra personale medico, infermieristico e logistico e supporto internazionale. Ebola rimane la principale problematica da affrontare in Sierra Leone ma non mancano le emergenze causate dalla malaria, una costante, specialmente per il tasso d'incidenza sui bambini. Per non parlare degli interventi chirurgici d'emergenza, che al momento possono essere svolti solamente nel centro di Goderich, l'unico in tutto lo stato a essere attivo 24 h su 24 per tutta la settimana.

«Abbiamo iniziato a fare il training allo staff medico locale, per aumentare la sicurezza, prima che Ebola arrivasse in Sierra Leone. Il problema ci interessava da vicino anche quando era limitato alla Guinea. Essendo un centro di riferimento i pazienti venivano anche da là; i confini africani non sono così ben definiti come si potrebbe pensare, i malati arrivano dagli ospedali governativi locali ma anche dalle regioni confinanti. Vogliamo che lo staff, nazionale e internazionale, possa sentirsi sicuro durante tutte le operazioni, garantendo una continuità nelle strutture. Il problema va affrontato in una maniera del tutto nuova, ed è cruciale che il personale medico senta alle proprie spalle la copertura di un'organizzazione che assicura un elevato livello di protezione». C'è Ebola, sì, ma anche molti altri bisogni di tipo sanitario che continuano a essere presenti. «Qualche settimana fa c'è stato un incidente stradale, 16 feriti», racconta Rolle. «La situazione era particolare, e per fortuna solamente una persona presentava sanguinamenti gravi. La nostra priorità, proprio in funzione di prevenire un potenziale contagio, è stata l'attività di triage e protezione dello staff. In modo che tutti potessero lavorare in sicurezza».

In Sierra Leone, come negli altri stati colpiti, la stigmatizzazione che circonda Ebola è un aspetto dell'emergenza estremamente grave. Il personale sanitario riceve forti pressioni da parte delle famiglie per non recarsi al lavoro: nel 90% delle strutture lo staff si è ammalato, alcuni sono morti. Nei villaggi, le famiglie hanno un'enorme importanza dal punto di vista sociale; molte non sono affatto felici di avere in casa una persona che lavora nell'ambito sanitario, a contatto con i pazienti contagiati. «Questo è un punto molto importante del problema», conferma Rolle, «noi cerchiamo, con non poche difficoltà, di dare continuità al nostro centro. Purtroppo non disponiamo delle risorse umane adatte per recarci nei villaggi a fare attività di sensibilizzazione. La Sierra Leone ha molte comunità disperse sul territorio, in aree anche poco accessibili, che non vengono proprio monitorate».

A Freetown, spiega Rolle, la tragedia nella tragedia si svolge intorno alla chiusura dell'ospedale pediatrico, l'Ola During Children Hospital. La struttura è chiusa da oltre un mese, una cosa che non era mai successa, nemmeno durante la guerra civile. Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità in Sierra Leone il 21% dei bambini con meno di 5 anni è sottopeso; il tasso di mortalità infantile è di 194 decessi ogni 1000 nati. «Risolvere il problema davvero non è possibile. Per ora, a Goderich, abbiamo espanso la pediatria, in modo da ricoverare più bambini. Tutti i letti sono pieni, ogni giorno, e non riusciamo a rispondere a tutte le esigenze di ricovero dei bambini. È la stagione delle pioggie, ci sono molti casi di infezioni delle vie respiratorie, disidratazione e diarree. Arriva qui una marea di bambini, accompagnati dalle madri. Riusciamo a visitarne 100, 120 al giorno», racconta Rolle.

Il problema dell'Ola During Children Hospital non è svincolato da Ebola, tutt'altro. Al momento non vi è alcuna strategia chiara per quanto riguarda la riapertura dell'ospedale pediatrico. Le famiglie vi si recano, lo trovano chiuso, e a quel punto cercano uno dei medici che vi lavorava. Sono pochi, tutti sanno chi sono, sanno dove trovarli. Perciò i genitori dei bimbi si recano con loro dall'infermiere conosciuto nel proprio villaggio, oppure cercano un curatore locale. Tutte figure non inquadrate in una struttura ospedaliera, che molto probabilmente lavorano a contatto con altri pazienti. Pazienti potenzialmente infetti, visitati senza le dovute protezioni. E così Ebola ha un altro canale per diffondersi.

«Se riuscissimo a far arrivare questa notizia a Obama, e avere il numero di pediatri del quale davvero abbiamo bisogno, potremmo riaprire l'ospedale. Forse sarebbe un provvedimento meno eclatante dal punto di vista mediatico, rispetto al supporto governativo. Ma in quel modo riusciremmo a trattare molti più bambini. Con gli ospedali chiusi, può succedere una sola cosa: il virus continuerà a diffondersi». A oggi in Sierra Leone i casi confermati ai test di laboratorio sono 1540, ma è probabile che molti non siano stati testati adeguatamente. «Dalle cifre ufficiali al singolo paziente, è normale pensare che possano essere molti di più», spiega Rolle.

Per favorire il reinserimento nei villaggi dei pazienti che sopravvivono al virus, è stato avviato un sistema di visite particolare in modo che i familiari possano vedere di persona il loro caro che guarisce. Via via che si osserva un miglioramento, nessuno a eccezione del personale medico può entrare nella zona rossa, dove vengono trattate le persone infette. La famiglia, tuttavia, seguita dallo staff internazionale adeguatamente formato, può visitare il paziente senza alcun rischio di contatto diretto. Quest'attività di incontro, priva dei rischi di contagio, permette di evitare la stigmatizzazione del malato dopo la guarigione: i sopravvissuti, spesso, vengono visti come dei morti che camminano.

Eleonora Degano

Massacro di Sabra e Shatila: "Ce lo dissero le mosche…"

  • Venerdì, 19 Settembre 2014 08:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

Vauro 014
19 09 2014

Sabra e Shatila 32 anni dopo, una strage rimasta impunita. Leggi l’articolo che scrisse Robert Fisk, uno dei primi giornalisti ad entrare dopo il massacro.

di Robert Fisk

“Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.

Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.

All’inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostrae bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» – se n’erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.

Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell’orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un’altra Deir Yassin.»

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all’inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell’Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l’unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c’erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C’erano neonati – tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione – gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell’esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.

Dov’erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov’erano i «terroristi»? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c’era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d’auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all’entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. «Non mi piace questa storia» disse. «Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest’odore?»

Appena superato l’ingresso sud del campo, c’erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C’erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria.

In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall’entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell’agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all’orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato.

Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l’ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto.

Dall’altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta.

Un’altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall’orrore.

Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. «Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte.»

Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. «Sono ancora qui» disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l’unica prova – per quanto ne sapesse – di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo.

Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l’aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena.

Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n’erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c’era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo.

Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l’avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava «Dio santo», tra una bestemmia e l’altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire. Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all’altro.

Probabilmente quando aveva sentito sparare nel campo era andata a nascondersi in casa. Doveva essere sfuggita all’attenzione dei miliziani fino a quella mattina. Poi era uscita in giardino, non aveva sentito nessuno sparo, aveva pensato che fosse tutto finito e aveva ripreso le sue attività quotidiane. Non poteva sapere quello che era successo. A un tratto qualcuno aveva aperto la porta, improvvisamente come avevamo fatto noi, e gli assassini erano entrati e l’avevano uccisa. Senza pensarci due volte. Poi se n’erano andati ed eravamo arrivati noi, forse soltanto un minuto o due dopo.

Rimanemmo in quel giardino ancora per un po’. Io e Jenkins eravamo spaventati. Come Tveit, che era momentaneamente scomparso, Jenkins era un sopravvissuto. Mi sentivo al sicuro con lui. I miliziani – gli assassini della ragazza – avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini, ma sospettavo che avrebbero esitato a uccidere Jenkins e l’americano avrebbe cercato di dissuaderli. «Andiamocene via di qui» disse, e ce ne andammo. Fece capolino in strada per primo, io lo seguii, chiudendo la porta molto piano perché non volevo disturbare la donna morta, addormentata, con la sua aureola di mollette da bucato.

Foley era tornato sulla strada vicino all’entrata del campo. Il cingolato era scomparso, anche se sentivo che si spostava sulla strada principale esterna, in direzione degli israeliani che ci stavano ancora osservando. Jenkins sentì Tveit urlare da dietro una catasta di cadaveri e lo persi di vista. Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri. Un attimo prima stavo parlando con Jenkins, un attimo dopo mi giravo e scoprivo che mi stavo rivolgendo a un ragazzo, riverso sul pilastro di una casa con le braccia penzoloni dietro la testa.

Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall’altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l’equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa.

Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l’odore era terrificante e ai miei piedi c’era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel’avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato.

Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall’altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L’intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi.

I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer – con il posto di guida vuoto – parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada.
Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita.

Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov’erano caduti, una scena patetica e terribile.

Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell’Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l’uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente. Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall’altra parte delle macerie: «Stanno tornando». Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all’ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato – osservato attentamente – dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo.
Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest – forse erano falangisti, forse israeliani – ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte.

C’era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c’era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati.

Un diplomatico norvegese – un collega di Ane-Karina Arveson – aveva percorso quella strada qualche ora prima e aveva visto un bulldozer con una decina di corpi nella pala, braccia e gambe che penzolavano fuori dalla cassa. Chi aveva ricoperto quella fossa con tanta solerzia? Chi aveva guidato il bulldozer? Avevamo una sola certezza: gli israeliani lo sapevano, lo avevano visto accadere, i loro alleati – i falangisti o i miliziani di Haddad – erano stati mandati a Shatila a commettere quello sterminio di massa. Era il più grave atto di terrorismo – il più grande per dimensioni e durata, commesso da persone che potevano vedere e toccare gli innocenti che stavano uccidendo – della storia recente del Medio Oriente.

Incredibilmente, c’erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l’albero di cedro delle due milizie.

Sulla strada principale c’erano altri corpi. «Quello era il mio vicino, il signor Nuri» mi gridò una donna. «Aveva novant’anni.» E lì sul marciapiede, sopra un cumulo di rifiuti, era disteso un uomo molto anziano con una sottile barba grigia e un piccolo berretto di lana ancora in testa. Un altro vecchio giaceva davanti a una porta in pigiama, assassinato qualche ora prima mentre cercava di scappare. Trovammo anche alcuni cavalli morti, tre grossi stalloni bianchi che erano stati uccisi con una scarica di mitra davanti a una casupola, uno di questi aveva uno zoccolo appoggiato al muro, forse aveva cercato di saltare per mettersi in salvo mentre i miliziani gli sparavano.

C’erano stati scontri nel campo. La strada vicino alla moschea di Sabra era diventata sdrucciolevole per quanto era coperta di bossoli e nastri di munizioni, alcuni dei quali erano di fattura sovietica, come quelli usati dai palestinesi. I pochi uomini che possedevano ancora un’arma avevano cercato di difendere le loro famiglie. Nessuno avrebbe mai conosciuto la loro storia. Quando si erano accorti che stavano massacrando il loro popolo? Come avevano fatto a combattere con così poche armi? In mezzo alla strada, davanti alla moschea, c’era un kalashnikov giocattolo di legno in scala ridotta, con la canna spezzata in due.

Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c’era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi.

 

Sabra e Shatila, solitudine della memoria

  • Venerdì, 19 Settembre 2014 08:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

Nena news
19 09 2014

32 anni fa il mondo scopriva il massacro di Sabra e Chatila, caduto nel silenzio di un Occidente cieco e sordo quando il carnefice si chiama Israele. Come ogni settembre, il Comitato creato dal nostro Stefano Chiarini, torna a Beirut per non dimenticare e per chiedere che la legalità internazionale valga anche per il popolo palestinese. Un viaggio tra la cruda quotidianità dei campi profughi, specchio della recente devastazione di Gaza.

di Maurizio Musolino – Il Manifesto

Beirut, 19 settembre 2014, Nena News – Gaza, Deir Yassin, Sabra e Chatila, Jenin, e ancora Gaza, Qana e decine di altri massacri, crudeli come tutti i massacri e caduti nel silenzio di un Occidente che si copre bocca, occhi e orecchie quando il carnefice è Israele. Una spirale che sembra inarrestabile e che si poggia sull’impunità degli assassini. Nessuna giustizia per queste donne e questi uomini. Appunto da questa profonda ingiustizia ha preso vita, oramai quindici anni fa, il Comitato «Per non dimenticare Sabra e Chatila», creato dalla lungimiranza di un eccezionale giornalista del manifesto, Stefano Chiarini. Da allora ogni anno a settembre una delegazione si reca a Beirut per non dimenticare, e per chiedere che la legalità internazionale valga anche per il popolo palestinese.

Quest’anno le celebrazioni per il 32° anniversario del massacro risentono del recente attacco a Gaza, vecchi crimini si mischiano con i nuovi, e così Gaza finisce per essere il perno degli incontri. È diffusa la consapevolezza che l’impunità genera nuovi mostri e perpetua i crimini, fra i più giovani però c’è anche un senso di impotenza. Ahmad ha 22 anni, è del campo di Nahr El Bared, ed è un militante del Fronte popolare, appena mi vede inizia a raccontarmi che a Gaza i palestinesi hanno vinto, che i sionisti sono con le spalle al muro, ma appena la discussione tocca la cruda quotidianità è lui stesso a spiegarmi che lì ha tanti amici, che li sente via internet tutti i giorni, e che gli raccontano come finiti i bombardamenti tutto sia ritornato come prima: stesso embargo, stesso senso claustrofobico, stessa mancanza di futuro, stesse divisioni fra Hamas e Fatah. Nelle sue parole non c’è retorica.

Di Gaza ci parla anche il dottor Ghassan Abu Seta, un medico chirurgo plastico di Beirut, figlio di genitori palestinesi e libanesi, che durante i bombardamenti ha deciso di andare a prestare il suo aiuto a Gaza. Ci racconta delle difficoltà per entrare e delle limitazioni che la stessa amministrazione di Gaza frapponeva al suo lavoro. «C’erano morti, tantissimi feriti bisognosi di cure, i medici erano pochi ed erano costretti a turni spaventosi. Che senso aveva impedirci di lavorare?». Ghassan racconta di un suo collega che appresa la notizia della morte del nipotino ha smesso di lavorare solo il tempo di una sigaretta… bisognava pensare ai vivi.

Gli stessi vivi a cui ci esorta a pensare il responsabile per le questioni palestinesi del Partito Hezbollah: «Dobbiamo onorare i martiri, ma la resistenza deve pensare alle donne e agli uomini che soffrono oggi, deve pensare alle migliaia di prigionieri che illegalmente sono detenuti nelle carceri di Israele». Un appello che trova terreno fertile all’interno della delegazione. Bassam Saleh, da oltre quarant’anni in Italia, è alla guida del comitato italiano per la solidarietà ai prigionieri politici palestinesi. Bassam viene in Libano da molti anni ma ad ogni incontro non riesce a nascondere l’emozione. «Non bisogna mai smettere di ricordare i crimini, ma soprattutto dobbiamo ricordare che nei campi vivono ancora tantissimi rifugiati in condizioni miserrime, dobbiamo ricordare il loro diritto a tornare nelle loro case. La nostra presenza li fa sentire meno soli e a chi mi dice che non serve a nulla gli rispondo che “le battaglie perse sono quelle che non si combattono…”».

Chissà quanta consapevolezza di questo c’è nelle teste di quei giovani che ci vedono passare per le strette vie di Chatila. Ci guardano cercando ci capire cosa pensiamo e nello stesso tempo sembrano urlarci il loro senso di impotenza, la loro rabbia. Samihe non ha più di vent’anni, ma il suo sguardo è duro come i suoi lineamenti. Ci ringrazia, quando passiamo davanti alla sua casa. Ma poi rivolto al nostro accompagnatore dice: «Vedi, vengono dall’Italia, ma non dai paesi qui intorno, i nostri fratelli arabi ci hanno abbandonato. E anche noi continuiamo a litigare fra palestinesi… Non meritiamo questo». Di anno in anno cresce la disillusione fra i palestinesi. Un brutto sentimento.

Eppure qualche piccola vittoria in questi anni sono riusciti ad ottenerla. Nahr El Bared, il campo a nord di Tripoli, distrutto dall’esercito libanese nel 2007, sta risorgendo. Per la prima volta nella storia del Paese dei cedri un campo distrutto viene ricostruito. Non era successo a Sabra e a Tel Azzatahar. Il miracolo è frutto della tenacia e dell’ostinazione dei palestinesi che vivono in Libano, ma anche a Marwan Al Abd, leader del fronte popolare in Libano e responsabile per la ricostruzione. Marwan ci racconta delle difficoltà affrontate, della volontà di coinvolgere la popolazione e degli ostacoli che i paesi donatori e il governo libanese hanno frapposto al suo lavoro. Oggi il campo è ricostruito quasi per metà e i lavori vanno avanti. Marwan sottolinea le analogie con quanto accaduto sette anni fa a Nahr El Bared e quanto sta accadendo oggi in Siria e Iraq con l’Isis.

«Il gruppo Fatah Al Islam, che si era nascosto in una parte del campo, non era diverso dai criminali di oggi dell’Isis. E noi palestinesi avevamo capito bene, in anticipo sui tempi, alcune caratteristiche di questo fenomeno. Non si trattava di al Qaeda, ma di qualcosa di diverso. Come altri gruppi dell’estremismo islamico però erano nati ed erano pagati da “insospettabili” di turno». Del fenomeno Isis ci parla anche il segretario generale del Partito nasseriano libanese, Osama Sa’ad. Osama ci spiega che «attualmente Isis non è operativo in Libano, anche se le idee e probabilmente alcune cellule dormienti, sono in agguato.
Dobbiamo stare attenti. Noi – insiste Osama – combattiamo il sionismo, l’imperialismo e sappiamo che queste forme di oscurantismo sono figlie e complici di quegli stessi poteri». In questi giorni il Libano è un incrocio di commemorazioni, i maroniti ricordano l’uccisione di Bashir Gemayel, un omicidio dalle tinte oscure e mai chiarito, i progressisti libanesi, l’inizio della resistenza e i palestinesi Sabra e Chatila. Anche nelle ricorrenze il Libano non smette di essere il paese delle divisioni.
Ci sarà una manifestazione che culminerà nella fossa comune di Sabra. I palestinesi si stanno preparando. Si preparano le forze politiche e sociali, ma soprattutto i giovani che riempiranno quel corteo con la musica tradizionale palestinese. È anche questo un modo di lottare contro l’oscurantismo. L’arte da sempre è stato un fenomenale antidoto a chi voleva uccidere l’uomo, oggi lo è contro chi vuole uccidere l’idea stessa di Palestina.

Di tutto questo è convinta Tullia, la figlia maggiore di Stefano Chiarini, che da anni è una delle colonne del Comitato per non dimenticare…: «È fondamentale essere qui, per non dimenticare quei crimini, per non lasciare soli i nostri amici palestinesi. Ma oggi lo è ancora di più dopo Gaza. Noi in Italia dobbiamo lavorare per coinvolgere chi non ha la nostra stessa sensibilità, lo vedo fra i miei coetanei (Tullia ha 20 anni) in pochi conoscono la questione palestinese e la loro sensibilità è solo superficiale e figlia del momento. Ma ogni volta che vengo qui mi pongo una domanda: forse ripongono in noi una fiducia eccessiva. Noi siamo deboli e il contesto del nostro Paese non ci aiuta. È una sensazione bruttissima». E così anche le frustrazioni ci legano e ci fanno sentire ancora più vicini al popolo palestinese. 

 

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