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Sabra e Shatila, solitudine della memoria

  • Venerdì, 19 Settembre 2014 08:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

Nena news
19 09 2014

32 anni fa il mondo scopriva il massacro di Sabra e Chatila, caduto nel silenzio di un Occidente cieco e sordo quando il carnefice si chiama Israele. Come ogni settembre, il Comitato creato dal nostro Stefano Chiarini, torna a Beirut per non dimenticare e per chiedere che la legalità internazionale valga anche per il popolo palestinese. Un viaggio tra la cruda quotidianità dei campi profughi, specchio della recente devastazione di Gaza.

di Maurizio Musolino – Il Manifesto

Beirut, 19 settembre 2014, Nena News – Gaza, Deir Yassin, Sabra e Chatila, Jenin, e ancora Gaza, Qana e decine di altri massacri, crudeli come tutti i massacri e caduti nel silenzio di un Occidente che si copre bocca, occhi e orecchie quando il carnefice è Israele. Una spirale che sembra inarrestabile e che si poggia sull’impunità degli assassini. Nessuna giustizia per queste donne e questi uomini. Appunto da questa profonda ingiustizia ha preso vita, oramai quindici anni fa, il Comitato «Per non dimenticare Sabra e Chatila», creato dalla lungimiranza di un eccezionale giornalista del manifesto, Stefano Chiarini. Da allora ogni anno a settembre una delegazione si reca a Beirut per non dimenticare, e per chiedere che la legalità internazionale valga anche per il popolo palestinese.

Quest’anno le celebrazioni per il 32° anniversario del massacro risentono del recente attacco a Gaza, vecchi crimini si mischiano con i nuovi, e così Gaza finisce per essere il perno degli incontri. È diffusa la consapevolezza che l’impunità genera nuovi mostri e perpetua i crimini, fra i più giovani però c’è anche un senso di impotenza. Ahmad ha 22 anni, è del campo di Nahr El Bared, ed è un militante del Fronte popolare, appena mi vede inizia a raccontarmi che a Gaza i palestinesi hanno vinto, che i sionisti sono con le spalle al muro, ma appena la discussione tocca la cruda quotidianità è lui stesso a spiegarmi che lì ha tanti amici, che li sente via internet tutti i giorni, e che gli raccontano come finiti i bombardamenti tutto sia ritornato come prima: stesso embargo, stesso senso claustrofobico, stessa mancanza di futuro, stesse divisioni fra Hamas e Fatah. Nelle sue parole non c’è retorica.

Di Gaza ci parla anche il dottor Ghassan Abu Seta, un medico chirurgo plastico di Beirut, figlio di genitori palestinesi e libanesi, che durante i bombardamenti ha deciso di andare a prestare il suo aiuto a Gaza. Ci racconta delle difficoltà per entrare e delle limitazioni che la stessa amministrazione di Gaza frapponeva al suo lavoro. «C’erano morti, tantissimi feriti bisognosi di cure, i medici erano pochi ed erano costretti a turni spaventosi. Che senso aveva impedirci di lavorare?». Ghassan racconta di un suo collega che appresa la notizia della morte del nipotino ha smesso di lavorare solo il tempo di una sigaretta… bisognava pensare ai vivi.

Gli stessi vivi a cui ci esorta a pensare il responsabile per le questioni palestinesi del Partito Hezbollah: «Dobbiamo onorare i martiri, ma la resistenza deve pensare alle donne e agli uomini che soffrono oggi, deve pensare alle migliaia di prigionieri che illegalmente sono detenuti nelle carceri di Israele». Un appello che trova terreno fertile all’interno della delegazione. Bassam Saleh, da oltre quarant’anni in Italia, è alla guida del comitato italiano per la solidarietà ai prigionieri politici palestinesi. Bassam viene in Libano da molti anni ma ad ogni incontro non riesce a nascondere l’emozione. «Non bisogna mai smettere di ricordare i crimini, ma soprattutto dobbiamo ricordare che nei campi vivono ancora tantissimi rifugiati in condizioni miserrime, dobbiamo ricordare il loro diritto a tornare nelle loro case. La nostra presenza li fa sentire meno soli e a chi mi dice che non serve a nulla gli rispondo che “le battaglie perse sono quelle che non si combattono…”».

Chissà quanta consapevolezza di questo c’è nelle teste di quei giovani che ci vedono passare per le strette vie di Chatila. Ci guardano cercando ci capire cosa pensiamo e nello stesso tempo sembrano urlarci il loro senso di impotenza, la loro rabbia. Samihe non ha più di vent’anni, ma il suo sguardo è duro come i suoi lineamenti. Ci ringrazia, quando passiamo davanti alla sua casa. Ma poi rivolto al nostro accompagnatore dice: «Vedi, vengono dall’Italia, ma non dai paesi qui intorno, i nostri fratelli arabi ci hanno abbandonato. E anche noi continuiamo a litigare fra palestinesi… Non meritiamo questo». Di anno in anno cresce la disillusione fra i palestinesi. Un brutto sentimento.

Eppure qualche piccola vittoria in questi anni sono riusciti ad ottenerla. Nahr El Bared, il campo a nord di Tripoli, distrutto dall’esercito libanese nel 2007, sta risorgendo. Per la prima volta nella storia del Paese dei cedri un campo distrutto viene ricostruito. Non era successo a Sabra e a Tel Azzatahar. Il miracolo è frutto della tenacia e dell’ostinazione dei palestinesi che vivono in Libano, ma anche a Marwan Al Abd, leader del fronte popolare in Libano e responsabile per la ricostruzione. Marwan ci racconta delle difficoltà affrontate, della volontà di coinvolgere la popolazione e degli ostacoli che i paesi donatori e il governo libanese hanno frapposto al suo lavoro. Oggi il campo è ricostruito quasi per metà e i lavori vanno avanti. Marwan sottolinea le analogie con quanto accaduto sette anni fa a Nahr El Bared e quanto sta accadendo oggi in Siria e Iraq con l’Isis.

«Il gruppo Fatah Al Islam, che si era nascosto in una parte del campo, non era diverso dai criminali di oggi dell’Isis. E noi palestinesi avevamo capito bene, in anticipo sui tempi, alcune caratteristiche di questo fenomeno. Non si trattava di al Qaeda, ma di qualcosa di diverso. Come altri gruppi dell’estremismo islamico però erano nati ed erano pagati da “insospettabili” di turno». Del fenomeno Isis ci parla anche il segretario generale del Partito nasseriano libanese, Osama Sa’ad. Osama ci spiega che «attualmente Isis non è operativo in Libano, anche se le idee e probabilmente alcune cellule dormienti, sono in agguato.
Dobbiamo stare attenti. Noi – insiste Osama – combattiamo il sionismo, l’imperialismo e sappiamo che queste forme di oscurantismo sono figlie e complici di quegli stessi poteri». In questi giorni il Libano è un incrocio di commemorazioni, i maroniti ricordano l’uccisione di Bashir Gemayel, un omicidio dalle tinte oscure e mai chiarito, i progressisti libanesi, l’inizio della resistenza e i palestinesi Sabra e Chatila. Anche nelle ricorrenze il Libano non smette di essere il paese delle divisioni.
Ci sarà una manifestazione che culminerà nella fossa comune di Sabra. I palestinesi si stanno preparando. Si preparano le forze politiche e sociali, ma soprattutto i giovani che riempiranno quel corteo con la musica tradizionale palestinese. È anche questo un modo di lottare contro l’oscurantismo. L’arte da sempre è stato un fenomenale antidoto a chi voleva uccidere l’uomo, oggi lo è contro chi vuole uccidere l’idea stessa di Palestina.

Di tutto questo è convinta Tullia, la figlia maggiore di Stefano Chiarini, che da anni è una delle colonne del Comitato per non dimenticare…: «È fondamentale essere qui, per non dimenticare quei crimini, per non lasciare soli i nostri amici palestinesi. Ma oggi lo è ancora di più dopo Gaza. Noi in Italia dobbiamo lavorare per coinvolgere chi non ha la nostra stessa sensibilità, lo vedo fra i miei coetanei (Tullia ha 20 anni) in pochi conoscono la questione palestinese e la loro sensibilità è solo superficiale e figlia del momento. Ma ogni volta che vengo qui mi pongo una domanda: forse ripongono in noi una fiducia eccessiva. Noi siamo deboli e il contesto del nostro Paese non ci aiuta. È una sensazione bruttissima». E così anche le frustrazioni ci legano e ci fanno sentire ancora più vicini al popolo palestinese. 

 

la Repubblica
19 09 2014

La Scozia ha detto No. L'ha urlato forte, andando a votare in massa. L'affluenza è stato un record assoluto, nei seggi si è recato oltre l'85 per cento degli scozzesi, si erano iscritti alle liste in 4,2 milioni. Il 55 per cento di loro ha messo la croce sul No. Il Regno resta unito.

Il premier David Cameron ha parlato brevemente, salutando il risultato: "Era un passo di democrazia che andava fatto. Uniti siamo migliori", ha detto da Downing Street. E ha promesso che entro gennaio sarà approvato il pacchetto di leggi per la devoluzione della Scozia promesso prima del referendum. Ma non solo: più autonomia sarà garantita anche alle altre regioni del Regno: Inghilterra, Irlanda del Nord e Galles.

I No sono stati 2.001.926 contro 1.617.989 di Sì, su un totale di 4.283.392 elettori. La contea in cui i No hanno ottenuto più consensi è stata quella delle Orcadi con 67,20%, mentre quella più indipendentista è stata quella di Dundee City con il 57,35%. Importanti vittorie per il campo indipendentista si sono registrate soprattutto a Glasgow, la città più grande del Paese.

'La Gran Bretagna respira', titolano i siti del Regno. Il primo ministro scozzese Alex Salmond ha riconosciuto la sconfitta: "La Scozia ha deciso a maggioranza di non diventare per il momento un paese indipendente. Accetto il verdetto del popolo". Ma un lato positivo c'è, rileva Salmond, è stato lanciato "un messaggio forte" a Londra. I leader dei tre principali partiti britannici, colpiti dalla forza della campagna per l'indipendenza nelle ultime settimane infatti hanno offerto agli scozzesi maggiore autonomia se fossero rimasti nel Regno Unito. "La Scozia si aspetta che queste promesse vengano onorate in tempi rapidi", ha detto Salmond.

"Abbiamo visto paura e preoccupazione, abbiamo visto che dal governo britannico nessuno si sarebbe aspettato quello è successo, sono stati mossi da quello che vedevano. Oggi non dobbiamo guardare a quello che non abbiamo, ma dobbiamo andare avanti come una sola nazione". Il leader dello Scottish National Party ha aggiunto che il popolo della Scozia "non si è lasciato spaventare" dall'establishment, andando a votare in massa.

Soddisfatto anche il vice primo ministro Nick Clegg: "Il rifiuto degli scozzesi è il segnale per una riforma costituzionale più ampia per la Gran Bretagna. Sono felice che il popolo scozzese abbia preso questa decisione epocale per salvaguardare la nostra famiglia di nazioni, è un voto importante per le generazioni future" ha detto Clegg in un comunicato.

Lo spoglio. A favore del no anche il primo risultato ufficiale, arrivato dalla piccola contea di Clackmannanshire (40 mila votanti, lo 0,9% dell'elettorato scozzese: gli unionisti hanno vinto con il 53,8% dei voti contro il 46,2% andato al fronte secessionista. Ancora più ampio il margine del no alle Orcadi, la contea più piccola della Scozia dove si sono espressi contro l'indipendenza il 67,2% dei 14.887 elettori e a favore il 32,8%. Hanno prevalso i no anche alle Shetland (64% contro 36%) e nella roccaforte nazionalista delle Ebridi Esterne (53% contro 47%). Ma si trattava di quattro realtà che insieme rappresentano appena il 2,3% dell'elettorato scozzese, quindi di risultati non ancora significativi. Poi è arrivata la prima vittoria del sì: nel collegio di Dundee, roccaforte indipendentista nota come "Yes City". Qui i voti per il distacco dal Regno Unito sono stati il 57,35% mentre al no è andato il 42,65%.

 

Baci da maschi

Internazionale
18 09 2014

Ci salutiamo con un bacio. Unico caso nei paesi di lingua spagnola, noi uomini argentini ci salutiamo con un bacio. All’inizio gli stranieri si stupiscono: è un contatto imprevisto. Poi, a volte, si crucciano: non vogliono essere toccati. Oppure si entusiasmano. Qualcuno chiede lumi sull’origine di questo sbaciucchiamento.

Nessuno lo sa con certezza: quel che si sa è che è un’abitudine che non ha più di venti o trent’anni. Qualcuno ha detto che chi riuscisse a capire perché noi uomini argentini ci baciamo avrebbe svelato il segreto della patria. Nessuno ci ha ancora provato. Ma gli storici dilettanti sostengono che quest’abitudine era in voga tra i tangueros negli anni trenta del secolo scorso, quando il tango non era più un ballo per soli uomini.

L’abitudine restò circoscritta a quell’epoca: quando ero ragazzo, gli uomini argentini si davano la mano. Poi, una ventina d’anni fa, i baci sono tornati di moda. C’è chi dice che è un’abitudine proveniente dall’ambiente vagamente mafioso dei gerarchi sindacali, che poi è passata a quello affine dei dirigenti di calcio, e da lì a tutti gli altri.

Il calcio, crogiolo dell’argentinità, ha contribuito molto alla diffusione di quest’abitudine. Resta famosa la promessa di Diego Armando Maradona all’amico e collega Claudio Caniggia: se quel pomeriggio giocando per il Boca Juniors avesse segnato un gol al River Plate non gli avrebbe dato il consueto bacio sulla guancia, ma un bacio brutale sulle labbra. Quel pomeriggio Caniggia fece tre gol, e la partita si trasformò uno spettacolo non del tutto indicato per i minori di quattordici anni.

È strano, perché il calcio è l’ambiente più omofobo di un paese così omofobo da ritenersi gay friendly. Il grado zero dell’insulto calcistico, dei cori da tifosi sfegatati, consiste nel chiamare l’altro puto, come nel classico verso del coro del River Plate secondo cui i tifosi del Boca Juniors “son todos negros putos / de Bolivia y Paraguay”. A questo punto l’arbitro ferma il gioco non per omofobia, ma per l’offesa arrecata alle repubbliche sorelle sudamericane.

Insomma, dal calcio al resto del paese, e con grande efficacia. È strano baciare tutti questi sconosciuti. In una qualsiasi occasione sociale un maschio argentino può baciare dieci, dodici, quindici maschi argentini in un attimo: superfici ruvide, pungenti, lievemente sudate. È un’attività pedagogica: noi uomini argentini conosciamo l’ordalia a cui devono sottoporsi a volte le donne. Allo stesso tempo, baciarsi tra uomini contribuisce all’uguaglianza: in una cultura in cui un uomo e una donna si sono sempre salutati tra loro con un bacio, il fatto che lo facciano anche due uomini elimina certe differenze.

La situazione è questa. O era questa. Perché di recente è arrivata una restaurazione conservatrice. I ragazzi bene, quelli che vivono in grandi case, che giocano a polo, i banchieri che hanno fatto un master negli Stati Uniti, i rugbisti di prima divisione, gli ex alunni di scuole anglocristiane che oggi governano la città, non si sono mai baciati. Suppongo che fossero troppo maschi. Adesso il loro atteggiamento sta prendendo piede. L’effetto trickle down funziona solo per le mode e le abitudini: le consuetudini sociali dei ricchi ricadono luccicando sulla classe media, che se ne nutre e le riprende.

Da questo focolaio è nata la resistenza, e sono sempre di più gli argentini che sottraggono il loro volto alle labbra altrui. Aumenta lo sconcerto. Si prevedono impacci culturali, conflitti di classe e baci sospesi a mezz’aria.

Martín Caparrós

(Traduzione di Francesca Rossetti)

la Repubblica
18 09 2014

Da ballerini improvvisati nelle baraccopoli, con una strada sterrata di Kampala come pista, a star di YouTube, con milioni di visualizzazioni totalizzate nell'arco di pochi mesi.

E' la bella storia dei bambini ugandesi protagonisti di questo video amatoriale, pubblicato sul web lo scorso gennaio.

La loro danza sulle note di un brano di Eddy Kenzo, Sitya, è frutto di prove quotidiane, orchestrate dal loro insegnante di matematica Dauda Kawuma.

I giovani ballerini, ormai noti come "Ghetto Kids", ora si esibiscono e realizzano nuovi video con regolarità. In questo modo hanno raccolto il denaro necessario per continuare a studiare e per aiutare economicamente le loro famiglie.


Violenze nel carcere di Abu GhraibSi confrontano due idee opposte del senso di responsabilità: una che vuole proteggersi col silenzio e una che rivendica la trasparenza per contrapporsi a un nemico che ostenta la ferocia. Sta qui l'efficacia imprevista e turbante che hanno i ritratti di Bartlett. ...

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