la Repubblica
19 09 2014

La Scozia ha detto No. L'ha urlato forte, andando a votare in massa. L'affluenza è stato un record assoluto, nei seggi si è recato oltre l'85 per cento degli scozzesi, si erano iscritti alle liste in 4,2 milioni. Il 55 per cento di loro ha messo la croce sul No. Il Regno resta unito.

Il premier David Cameron ha parlato brevemente, salutando il risultato: "Era un passo di democrazia che andava fatto. Uniti siamo migliori", ha detto da Downing Street. E ha promesso che entro gennaio sarà approvato il pacchetto di leggi per la devoluzione della Scozia promesso prima del referendum. Ma non solo: più autonomia sarà garantita anche alle altre regioni del Regno: Inghilterra, Irlanda del Nord e Galles.

I No sono stati 2.001.926 contro 1.617.989 di Sì, su un totale di 4.283.392 elettori. La contea in cui i No hanno ottenuto più consensi è stata quella delle Orcadi con 67,20%, mentre quella più indipendentista è stata quella di Dundee City con il 57,35%. Importanti vittorie per il campo indipendentista si sono registrate soprattutto a Glasgow, la città più grande del Paese.

'La Gran Bretagna respira', titolano i siti del Regno. Il primo ministro scozzese Alex Salmond ha riconosciuto la sconfitta: "La Scozia ha deciso a maggioranza di non diventare per il momento un paese indipendente. Accetto il verdetto del popolo". Ma un lato positivo c'è, rileva Salmond, è stato lanciato "un messaggio forte" a Londra. I leader dei tre principali partiti britannici, colpiti dalla forza della campagna per l'indipendenza nelle ultime settimane infatti hanno offerto agli scozzesi maggiore autonomia se fossero rimasti nel Regno Unito. "La Scozia si aspetta che queste promesse vengano onorate in tempi rapidi", ha detto Salmond.

"Abbiamo visto paura e preoccupazione, abbiamo visto che dal governo britannico nessuno si sarebbe aspettato quello è successo, sono stati mossi da quello che vedevano. Oggi non dobbiamo guardare a quello che non abbiamo, ma dobbiamo andare avanti come una sola nazione". Il leader dello Scottish National Party ha aggiunto che il popolo della Scozia "non si è lasciato spaventare" dall'establishment, andando a votare in massa.

Soddisfatto anche il vice primo ministro Nick Clegg: "Il rifiuto degli scozzesi è il segnale per una riforma costituzionale più ampia per la Gran Bretagna. Sono felice che il popolo scozzese abbia preso questa decisione epocale per salvaguardare la nostra famiglia di nazioni, è un voto importante per le generazioni future" ha detto Clegg in un comunicato.

Lo spoglio. A favore del no anche il primo risultato ufficiale, arrivato dalla piccola contea di Clackmannanshire (40 mila votanti, lo 0,9% dell'elettorato scozzese: gli unionisti hanno vinto con il 53,8% dei voti contro il 46,2% andato al fronte secessionista. Ancora più ampio il margine del no alle Orcadi, la contea più piccola della Scozia dove si sono espressi contro l'indipendenza il 67,2% dei 14.887 elettori e a favore il 32,8%. Hanno prevalso i no anche alle Shetland (64% contro 36%) e nella roccaforte nazionalista delle Ebridi Esterne (53% contro 47%). Ma si trattava di quattro realtà che insieme rappresentano appena il 2,3% dell'elettorato scozzese, quindi di risultati non ancora significativi. Poi è arrivata la prima vittoria del sì: nel collegio di Dundee, roccaforte indipendentista nota come "Yes City". Qui i voti per il distacco dal Regno Unito sono stati il 57,35% mentre al no è andato il 42,65%.

 

Baci da maschi

Internazionale
18 09 2014

Ci salutiamo con un bacio. Unico caso nei paesi di lingua spagnola, noi uomini argentini ci salutiamo con un bacio. All’inizio gli stranieri si stupiscono: è un contatto imprevisto. Poi, a volte, si crucciano: non vogliono essere toccati. Oppure si entusiasmano. Qualcuno chiede lumi sull’origine di questo sbaciucchiamento.

Nessuno lo sa con certezza: quel che si sa è che è un’abitudine che non ha più di venti o trent’anni. Qualcuno ha detto che chi riuscisse a capire perché noi uomini argentini ci baciamo avrebbe svelato il segreto della patria. Nessuno ci ha ancora provato. Ma gli storici dilettanti sostengono che quest’abitudine era in voga tra i tangueros negli anni trenta del secolo scorso, quando il tango non era più un ballo per soli uomini.

L’abitudine restò circoscritta a quell’epoca: quando ero ragazzo, gli uomini argentini si davano la mano. Poi, una ventina d’anni fa, i baci sono tornati di moda. C’è chi dice che è un’abitudine proveniente dall’ambiente vagamente mafioso dei gerarchi sindacali, che poi è passata a quello affine dei dirigenti di calcio, e da lì a tutti gli altri.

Il calcio, crogiolo dell’argentinità, ha contribuito molto alla diffusione di quest’abitudine. Resta famosa la promessa di Diego Armando Maradona all’amico e collega Claudio Caniggia: se quel pomeriggio giocando per il Boca Juniors avesse segnato un gol al River Plate non gli avrebbe dato il consueto bacio sulla guancia, ma un bacio brutale sulle labbra. Quel pomeriggio Caniggia fece tre gol, e la partita si trasformò uno spettacolo non del tutto indicato per i minori di quattordici anni.

È strano, perché il calcio è l’ambiente più omofobo di un paese così omofobo da ritenersi gay friendly. Il grado zero dell’insulto calcistico, dei cori da tifosi sfegatati, consiste nel chiamare l’altro puto, come nel classico verso del coro del River Plate secondo cui i tifosi del Boca Juniors “son todos negros putos / de Bolivia y Paraguay”. A questo punto l’arbitro ferma il gioco non per omofobia, ma per l’offesa arrecata alle repubbliche sorelle sudamericane.

Insomma, dal calcio al resto del paese, e con grande efficacia. È strano baciare tutti questi sconosciuti. In una qualsiasi occasione sociale un maschio argentino può baciare dieci, dodici, quindici maschi argentini in un attimo: superfici ruvide, pungenti, lievemente sudate. È un’attività pedagogica: noi uomini argentini conosciamo l’ordalia a cui devono sottoporsi a volte le donne. Allo stesso tempo, baciarsi tra uomini contribuisce all’uguaglianza: in una cultura in cui un uomo e una donna si sono sempre salutati tra loro con un bacio, il fatto che lo facciano anche due uomini elimina certe differenze.

La situazione è questa. O era questa. Perché di recente è arrivata una restaurazione conservatrice. I ragazzi bene, quelli che vivono in grandi case, che giocano a polo, i banchieri che hanno fatto un master negli Stati Uniti, i rugbisti di prima divisione, gli ex alunni di scuole anglocristiane che oggi governano la città, non si sono mai baciati. Suppongo che fossero troppo maschi. Adesso il loro atteggiamento sta prendendo piede. L’effetto trickle down funziona solo per le mode e le abitudini: le consuetudini sociali dei ricchi ricadono luccicando sulla classe media, che se ne nutre e le riprende.

Da questo focolaio è nata la resistenza, e sono sempre di più gli argentini che sottraggono il loro volto alle labbra altrui. Aumenta lo sconcerto. Si prevedono impacci culturali, conflitti di classe e baci sospesi a mezz’aria.

Martín Caparrós

(Traduzione di Francesca Rossetti)

la Repubblica
18 09 2014

Da ballerini improvvisati nelle baraccopoli, con una strada sterrata di Kampala come pista, a star di YouTube, con milioni di visualizzazioni totalizzate nell'arco di pochi mesi.

E' la bella storia dei bambini ugandesi protagonisti di questo video amatoriale, pubblicato sul web lo scorso gennaio.

La loro danza sulle note di un brano di Eddy Kenzo, Sitya, è frutto di prove quotidiane, orchestrate dal loro insegnante di matematica Dauda Kawuma.

I giovani ballerini, ormai noti come "Ghetto Kids", ora si esibiscono e realizzano nuovi video con regolarità. In questo modo hanno raccolto il denaro necessario per continuare a studiare e per aiutare economicamente le loro famiglie.


Violenze nel carcere di Abu GhraibSi confrontano due idee opposte del senso di responsabilità: una che vuole proteggersi col silenzio e una che rivendica la trasparenza per contrapporsi a un nemico che ostenta la ferocia. Sta qui l'efficacia imprevista e turbante che hanno i ritratti di Bartlett. ...

Le studentesse nigeriane dimenticate dal mondo

  • Mercoledì, 17 Settembre 2014 13:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Articolo21
17 09 2014

Duecentocinquanta giorni. Domenica scorsa, tanti ne abbiamo contati da quando oltre 270 studentesse di una scuola di Chibok, in Nigeria, furono rapite dal gruppo armato islamista Boko haram. Nei primi giorni dopo il 14 aprile, 57 di loro riuscirono a scappare. Delle altre, non sappiamo più nulla. È una situazione paradossale, se si considera l’aiuto internazionale fornito da diversi stati alle operazioni di ricerca condotte dalle forze di sicurezza nigeriane. Il problema sta proprio là, nell’inefficienza dell’esercito di Lagos, che ha adottato dal 2009 la tecnica del terrore per sconfiggere il terrorismo, senza riuscirci ma rendendosi responsabile, nel frattempo, di migliaia di arresti e torture e centinaia di esecuzioni sommarie di presunti membri di Boko haram che a sua volta, in un crescendo di brutalità, dall’inizio dell’anno ha assassinato oltre 2000 civili.

Il rapimento delle ragazze poteva essere evitato. Nelle settimane successive, Amnesty International rivelò che il quartier generale delle forze armate di Maiduguri era a conoscenza dell’imminente attacco dalle 19 del 14 aprile, quasi quattro ore prima che Boko haram iniziasse le operazioni. L’incapacità di radunare i soldati – a causa delle scarse risorse a disposizione e della paura di fronteggiare un gruppo armato meglio equipaggiato – fece sì che quella notte non venissero inviati rinforzi a difendere la scuola di Chibok. Il piccolo contingente presente – 17 militari e qualche agente della polizia locale – cercò di respingere l’assalto di Boko haram ma venne sopraffatto e costretto alla ritirata.

Ricordate l’hashtag #BringBackOurGirls? Dopo la fatua ed effimera mobilitazione di vip, star e politici, a chiedere che le studentesse rapite 250 giorni fa sono rimaste solo le loro famiglie, le organizzazioni per i diritti umani e qualche organo d’informazione sensibile.

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