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Abbatto i Muri
13 07 2015

Scrive giustamente Erica Vecchione, su Il Fatto Quotidiano, che la news prodotta da facebook, con le icone women friendly, non è altro che il frutto di un patto tra donne bianche, ricche, e molto poco attente alle differenze in generale, di razza o di classe, per esempio, ed un social network che macina soldi a palate anche grazie a queste pubblicità che usano le donne come brand.

Mentre noi, le femministe intersezionali e queers, diciamo che l’abito non ha genere e che tu puoi essere chi vuoi, a prescindere dalla biologia che ti ha caratterizzato alla nascita, queste signore vecchio stile legittimano il pinkwashing usato da facebook per plaudire la figurina di una femmina posta in evidenza nell’icona di richiesta dell’amicizia. La prossima volta cosa si chiederà? Un’icona che rappresenta le donne con il pancione per rappresentare le madri?
Vi dico quel che facebook non fa per le donne: non ci consente di autorapprensentare i nostri corpi come vogliamo perché se vede un capezzolo, solo quello femminile perché quello maschile va bene, ti censura l’immagine, ti blocca l’account e ti minaccia di ulteriori conseguenze se per caso dici bah o lo rifai di nuovo. Ho visto censurare corpi autodeterminati in quantità che nulla avevano a che fare con la pornografia. Il corpo nudo di Simone de Beauvoir, quello di Alda Merini, che siamo costrette a pubblicare con le stellette ai capezzoli manco fosse una ballerina d’altri luoghi, quello di Frida Khalo e altri corpi ancora, di femministe che con i propri corpi esprimono dissenso, rivendicano diritti, si oppongono alla repressione.
capezzolo

Facebook, al di là del fatto che io sono contro ogni censura, è anche quella che ti dice che una certa cosa che fa schifo non va contro le regole standard della comunità anche se si parla di gente che sputa contro donne, stranieri, rom, gay, lesbiche, trans, uomini in disaccordo con tizio caio e sempronio. Prima dell’icona dunque, se proprio ci tenete, dovreste chiedere una bella dose di obiettività nel considerare alcuni dubbi e spiacevoli contenuti. Più volte mi si dice che facebook non fa nulla neppure se c’è qualcun@ che in vario modo ti sta insultando, ti sta marginalizzando, diffamando, discriminando, perché a facebook della tua reputazione non gliene frega niente.

Ci sarebbe da dire a facebook che l’atteggiamento da Gestapo, con la schedatura dei profili, l’obbligo di inserire nomi e cognomi invece che identità, se pur riconoscibili, virtuali, la richiesta di riconoscimento degli amici, il documento, il numero di telefono, e presto vorranno l’impronta digitale o quella biometrica o una prova di riconoscimento facciale, è un po’ troppo. Il ricatto per cui ti fanno perdere contatti, relazioni, contenuti, perché gli gira così e ti fanno controlli ogni due minuti, con la costante minaccia di chiuderti il profilo, è roba da fascisti.

Ci sarebbe anche da dire che la profilazione degli utenti che facebook si rivende per poi proporci pubblicità a tema, per soddisfare i nostri gusti che conoscono perfettamente, a partire da quel che scriviamo, condividiamo, dai like che mettiamo, è già di per se’ una schedatura autoritaria finalizzata a utilizzare la conoscenza che hanno di noi per poi trattarci semplicemente da oggetti di un bombardamento pubblicitario senza sosta. Quella profilazione consente a facebook di guadagnare sulla nostra pelle e noi dunque siamo utenti ipercontrollati, iperschedati, e addio alla nostra fottuta privacy che abbiamo tutto il diritto di rivendicare, e anche fonte gratuita di denaro per loro. Mentre viaggiamo su facebook noi stiamo lavorando per loro, li facciamo guadagnare, e questo riguarda tutti, che siano uomini, donne, trichechi o meduse.

Dunque queste donne che festeggiano l’iconcina del cazzo messa in altra posa, regalata, a suo dire, da un network che di quel che hai in mezzo alle cosce non gliene frega nulla, giacché interessa esclusivamente il fatto che si possa guadagnare su di te, devono sinceramente dirmi perché lo fanno. Per mantenere in vita l’idea che quel femminismo serva alle donne? Per far notare che le donne hanno bisogno di essere rappresentate da loro? Ma non hanno ancora capito che io, noi, molte donne hanno bisogno di altre cose? Strumenti, casa, reddito, istruzione gratuita, rispetto per l’autodeterminazione, tutto quel che le donne bianche, ricche e sfruttatrici delle altre donne immagino hanno già.

Quel che queste donne fanno, di fatto, non è diverso da quello che fa facebook. Si comportano da azienda che alimenta la necessità della propria esistenza per guadagnare sulla nostra pelle, prestigio, soldi, posizioni di potere. Forse non gli è chiaro che la storia è già finita e che non ci caschiamo più. Forse non gli è chiaro che abbiamo altre esigenze e che ci autorappresentiamo. O forse lo sanno ma continuano a prenderci per il culo. Sarebbe il caso di dire che devono smetterla? Io lo dico da un po’. Chi lo dice assieme a me?

la Repubblica
09 07 2015

Dopo gli impercettibili cambiamenti al logo, Facebook annuncia novità anche nel campo delle icone. Ma, in questo caso, non si tratta di pura questione di stile. C'è un rimando simbolico. Con una scelta che vuole, almeno in apparenza, tentare di svincolare il social network dalle accuse di sessismo. Infatti, nella nuova immagine che indicherà presto i nostri amici digitali la donna non sarà più dietro l'uomo, come accaduto fino ad oggi. Bensì davanti. Ad annunciarlo, in un post su Medium, è la responsabile delle migliorie: la design manager Caitlin Winner.

Un racconto della genesi dei mutamenti, passo dopo passo. "Nel kit dei geroglifici della società", spiega Winner, "ho trovato qualcosa per cui valeva la pena arrabbiarsi. L'icona dell'uomo, fatta eccezione per i suoi capelli a spina, era simmetrica. Mentre la donna aveva un chip sulla spalla". Un difetto posizionato proprio nel punto in cui sarebbe stata inserita la figura maschile, davanti alla signora. Aggiunge Winner: "Ho presunto che non ci fosse alcuna cattiva intenzione, ma essendo una ragazza con due spalle robuste, il chip mi ha offesa". Così ha iniziato a lavorarci su, aiutata da altri colleghi. Perché come dice il motto della compagnia di Menlo Park: "Dentro Facebook nessun problema è il problema di qualcun altro". Prima fase: eliminare la fastidiosa malformazione. Poi è stata la volta di un restyling dei capelli. Non più sullo stile di Darth Vader, il personaggio di Star Wars ideato da George Lucas. Ma un taglio più sbarazzino e moderno.

Infine, si è arrivati alla difficile scelta della collocazione. "La mia prima idea", prosegue Winner, "era quella di disegnare una doppia silhouette: due persone di uguale taglia, senza una linea netta che indicasse chi sta davanti. Dozzine di prove dopo, ho abbandonato questo approccio perché non sono riuscita a disegnare un'icona che non sembrasse una bestia dalla doppia faccia. E ho piazzato la femmina, di misura un poco più piccola, di fronte al maschio". Una decisione coraggiosa che affonda le sue ragioni direttamente nella grande questione della disparità di genere, "come donna, educata in un collegio femminile, era difficile non leggere il simbolismo dell'attuale icona; la donna era letteralmente all'ombra dell'uomo e non in un posizione competitiva".

Non solo, anche l'immagine dei gruppi di amici è stata modificata. Con l'aggiunta di una persona di sesso neutro, mentre prima c'erano solo due uomini e una donna. Che, anche in questo caso, non è più nascosta: anzi, passa in primo piano. Via le vecchie icone, via il sessismo, via le diseguaglianze: sembra essere il nuovo mantra. "Un piccolo cambiamento dà alle icone di Facebook una maggiore uguaglianza di genere", titola il Time. "Facebook ha cambiato il suo logo amici per rendere uguali uomini e donne", rilancia Business Insider. Ancora più radicale Gizmodo: "Le nuove icone di Facebook portano il femminismo tra le tue amicizie".

Un piccolo segnale: per le quote rosa nel mondo dell'hi-tech c'è un'attenzione sempre crescente. Come pare aver dimostrato anche la decisione di Apple che lo scorso 8 giugno, per la prima volta nella storia, ha scelto due donne per il suo keynote. Ma dietro le apparenze, e il simbolismo, sembra esserci ancora poca sostanza. E più che l'iniziativa di una singola persona, il rinnovamento di stile targato Facebook, pare essere una mossa studiata. Per lanciare un messaggio ben preciso: dentro il social network di Mark Zuckerberg non si fanno differenze. Peccato, però, che alla nuova immagine non corrispondano poi dei fatti concreti. Non è forse un caso che poche settimane fa la società di Menlo Park sia stata criticata proprio per i numeri del suo nuovo diversity report: la percentuale di donne nei settori tecnologici è passata dal 15 per cento del 2014 al 16 per cento del 2015. Un miglioramento di un punto appena. "C'è ancora molto lavoro da fare. Non siamo ancora dove vorremmo essere", è stato il sincero commento di Maxine Williams, direttore globale delle diversità dell'azienda. Per dire: certo, la forma a volte è importante.

Ma la sostanza lo è ancora di più.

Rosita Rijtano

l'Espresso
05 06 2015

Si chiama MyStealthyFreedom, (La mia libertà clandestina ndr) la pagina Facebook (e dal 3 maggio scorso anche un sito web), un luogo virtuale che conta quasi 800.000 iscritti, dove le donne iraniane pubblicano le proprie foto (o video) senza l’hijab, il velo islamico, obbligatorio in Iran per legge da quando lo stabilì l’Ayatollah Khomeini nel marzo 1979, subito dopo la Rivoluzione Iraniana.

La giornalista iraniana Masih Alinejad, che ora vive in esilio tra Londra e New York da quando ci furono le elezioni di Ahmadinejad nel 2009, l’ha fondata dopo aver ricevuto un sostegno inaspettato da parte delle donne iraniane, quando circa un anno fa pubblicò una sua foto senza il velo. Propose così anche a quelle donne di inviare foto in cui erano ritratte senza l’hijab. Da quel momento è stata sommersa dalle foto e dalle testimonianze di chi ha trovato il coraggio di far sentire la propria voce. La più bella è una foto che racchiude tre generazioni insieme: nonna, madre e figlia tutte e tre a capo scoperto.

Sono molte poi le foto di sorelle o amiche, così come quelle scattate da un fratello alla propria sorella. Il gesto di togliere il velo è una forma di protesta contro un governo che nega alla popolazione femminile alcuni diritti fondamentali: devono chiedere il permesso al proprio marito per lavorare o per viaggiare fuori dall’Iran. Non possono sposare un uomo se questi non è iraniano o convertito all’Islam. E devono comunque ottenere il consenso da parte del proprio padre per sposarsi. Non possono cantare in pubblico. «Le donne non possono candidarsi in politica per le elezioni presidenziali – spiega Alinejad – e ce ne sono solo nove in Parlamento. Ma le donne iraniane sono molto intelligenti: rappresentano il 60% degli studenti Iraniani».

Cos’è per lei l’hijab?
È il simbolo dell’oppressione contro le donne. Da bambina volevo essere come mio fratello, che giocava libero. Io invece sono stata costretta a indossare il velo a sette anni.

Cosa rischiano le donne che pubblicano la propria foto senza velo sul web?
Senza pubblicare alcuna foto, 18 mila donne sono state mandate davanti alla Corte e queste donne non sono quelle che hanno inviato foto a MyStealthyFreedom. Non serve pubblicare le foto per rischiare (secondo l’art. 638 del codice penale islamico dell’Iran una donna senza il velo in pubblico può essere condannata fino a due mesi di carcere, a pagare una piccola multa o a ricevere 74 frustate, ndr). Quando le donne camminano per strada possono essere fermate dalla polizia anche se non indossano l’hijab in modo corretto perché potrebbe intravvedersi qualche ciocca di capelli. Chi rifiuta di indossare il velo non può andare a scuola né ricevere un’educazione: di fatto non potrà lavorare nel proprio Paese e dovrà lasciare la propria casa. L’hijab obbligatorio è tutto questo: è contro la dignità. Le donne iraniane sfidano il governo ogni giorno e non dipende da una pagina Facebook.

Ci sono uomini che sostengono MyStealthyFreedom?
Moltissimi. Quando le donne girano un video per la strada senza il velo, gli uomini non le additano, né le insultano. Hanno rispetto per la nostra scelta: è solo il governo che vuole mostrare che gli uomini in Iran non sono interessati a questo tema, o che possono stuprare le donne che non indossano l’hijab. Ci sono molti uomini con una certa cultura che ci supportano e sono tanti i loro messaggi sulla mia pagina. Basti pensare che sono stati proprio due uomini ad avermi aiutata a tradurre le testimonianze delle donne dal persiano all’inglese.

Allora perché è così difficile abolire l’hijab obbligatorio?
Purtroppo la domanda andrebbe posta ai politici. Noi continuiamo a chiedere loro perché ignorino i diritti umani in Iran, focalizzandosi solo sul nucleare. Per l’Iran è importante ottenere un accordo con i paesi occidentali sul nucleare, ma quando si scavalcano i diritti umani, non va più bene. Il nostro governo va a negoziare con gli altri paesi occidentali, dicendo che in Iran c’è libertà, quando non è così.

Cosa pensa del gesto di Oriana Fallaci, che si tolse il velo di fronte all’Ayatollah Khomeini nel 1979?
È proprio questo che io chiedo ai giornalisti stranieri, così come alle donne della politica. Ad esempio Julie Bishop, Ministro degli affari esteri australiani e Claudia Roth, parlamentare tedesca, sono le prime donne arrivate in Iran da quando MyStealthyFreedom è nato, e loro non si sono tolte il velo. Vorrei che le donne della politica fossero coraggiose come fu Oriana Fallaci, come lo sono le donne iraniane. Molti credono che questo sia un problema interno, ma per me l’obbligatorietà del velo è un tema che coinvolge tutte le donne, perché una turca, americana o italiana che decidesse di visitare l’Iran sarebbe costretta a indossare l’hijab: per questo tutte le donne dovrebbero stare dalla stessa parte.

Cosa ne pensa delle donne che indossano il velo nei paesi occidentali?
Io sostengo la libertà di scelta: le donne che nei paesi occidentali indossano l’hijab hanno questo diritto. In Iran non è così.
Ha vinto di recente un premio a Ginevra per i diritti delle donne grazie a MyStealthyFreedom. Qual è il prossimo passo?
Fare in modo che tutte le donne del mondo siano coinvolte: quelle in politica e tutte quelle che visiteranno l’Iran. Chiedo loro di rifiutarsi di stare in silenzio. Il primo passo era far alzare una voce all’interno dell’Iran, dove il governo ci ignorava e basta. Il secondo passo è il supporto esterno. Il nostro governo va nei paesi non musulmani chiedendo di rispettare i loro usi e costumi, e noi vorremo si facesse lo stesso nei nostri confronti.

Cosa ha provato quando ha tolto il velo per la prima volta in pubblico?
Ho sentito il vento tra i capelli. La prima esperienza è questa: gioire dei capelli che, davvero, danzano.

Marta Caldara

Ha creato alla Camera una commissione coordinata da Stefano Rodotà. Ha avviato una consultazione pubblica su Internet e sulle regole che garantiscano diritti in Rete per tutti i cittadini. Laura Boldrini, presidente della Camera, è impegnata nel non far sottovalutare quella tecnologia che sta rivoluzionando le stesse strutture sociali delle comunità e dei Paesi. Anzi, vorrebbe che l'Italia assumesse un ruolo guida in Europa per far comprendere come "Internet abbia esaltato diseguaglianze e ne abbia creato di nuove, ma sia anche terra di grandi opportunità", spiega dal Brasile.
Daniele Manca, Corriere della Sera ...
Corriere della Sera
24 04 2015

Selvaggia Lucarelli chiama durante una trasmissione radiofonica in onda su M2O (ASCOLTA) il candidato sindaco leghista del comune di Canossa Giuseppe Grasselli che, commentando un suo post di solidarietà ai migranti morti nel canale di Sicilia, aveva scritto: «Zitta P...». La trasmissione va in onda anche su La3 (canale 163 di Sky) alle 19.40.

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