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Che fine fanno i nostri dati su Facebook?

Corriere.it
28 01 2013

Tutte le risposte dei manager europei di Zuckerberg

Lo chiamano il privacy paradox ed è il paradosso più reale dei nostri giorni: più riveliamo al mondo online, e più sentiamo la necessità che la nostra privacy venga protetta e difesa, nella realtà offline. È un problema più attuale che mai (in tutto il mondo oggi si celebra la giornata mondiale della privacy) ed è una questione che non passa inosservata alle istituzioni europee e al mondo accademico di stanza a Bruxelles, dove di recente si è tenuta la “Conference on Computing, Privacy and data protection 2013”.

In Belgio si è discusso di dati personali e tecnologia con interlocutori provenienti dalle università, dalle istituzioni europee e dalle maggiori aziende tecnologiche ma anche da piccole startup. Un aspetto è emerso più degli altri: è importante che resti valido un ordinamento unico in campo di trattamento dei dati, almeno a livello europeo. Erika Mann, capo dell’EU policy per Facebook, si raccomanda che vi sia un’unica interpretazione del regolamento europeo in campo di data privacy, “in modo che ve ne sia uno solo, contro le 27 eventuali interpretazioni nazionali”.

    L’assenza di uniformità, continua Erika Mann, “metterebbe in difficoltà le grosse aziende, come Facebook, e da un altro lato affosserebbe completamente le piccole start up, le quali spendono molti soldi in consulenza”.

Fra tutti i presenti alla conferenza, c’era anche Richard Allan, global manager della data policy per Europa, Medio Oriente e Africa, che ci ha aggiornato sullo stato della privacy per gli utenti su Facebook, in luce del nuovo graph search, e in relazione al riconoscimento facciale. O di più antiche questioni, come: che fine fa ciò che mettiamo su Facebook?

Si parla di privacy e uno degli argomenti caldi è il riconoscimento facciale. Nel 2012 è stata sospesa questa funzione su Facebook in seguito ad alcune indicazioni del Working party, che rappresenta le autorità per la protezione dei dati in Europa. Prevedete di utilizzare ancora questo strumento, e come?
“Noi abbiamo sempre cercato di rispettare le indicazioni che provengono dall’ordinamento dell’Unione Europea e lo faremo anche in futuro. Questi aspetti sono sempre stati gestiti dalla sede irlandese di Facebook, cui il bacino europeo fa riferimento. Siamo stati consigliati dalla nostra commissione di “data detection”, l’anno scorso, sulla tecnologia del riconoscimento facciale. Alla luce delle linee guida dell’articolo 29 del “Working party” (che rappresenta le autorità in campo di protezione dei dati in Europa, ndr) decidemmo di disattivare il servizio l’anno scorso (settembre 2012 ndr), ma vogliamo reintrodurlo quando troveremo un approccio giusto per notificare ed educare gli utenti al corretto utilizzo dello strumento”.

Lo introdurrete e adatterete al nuovo social graph search, e in che modo?
“È molto importante specificare come veniva utilizzato il riconoscimento facciale: è uno strumento che suggerisce i tag per le fotografie. E ha un vantaggio: permette che gli amici del proprio network sappiano di essere all’interno di una foto pubblicata, poiché ricevono una notifica automatica. Questo fa sì che loro possano esprimere disappunto sul fatto che la foto sia stata resa pubblica. Non ci sarà un impatto diretto sul motore di ricerca “graph search”: se si ricercano le foto di amici, questi verranno fuori solo se hanno accettato i tag, e se sono quindi presenti nella foto. L’unica funzione sarà di suggerire i modi in cui verranno taggate le foto”.

Richard Allan, Facebook
“Nelle impostazioni si potrà scegliere di disattivarlo. Stiamo cercando di capire le modalità migliori, sia nella impostazioni generali della privacy o in un altro modo. Quando riattiveremo ancora il servizio, una volta che gli organi competenti in materia delle Commissione Europea avranno stabilito le regole guida al riguardo, ci atterremo a quelle. Sarà sicuramente possibile scegliere se tenerlo attivo o meno nelle proprie impostazioni”.

E una volta cancellati i contenuti, saranno reperibili ancora quando li si ricerca sul graph search?
“Si può scegliere se eliminare il contenuto dalla Timeline di Facebook o se eliminarla totalmente da Facebook. È un processo più lungo, ma una volta che si decide di eliminare i contenuti, questi non verranno fuori come risultato delle nostre ricerche con graph search”.
 E Facebook conserva ciò che cancelliamo?

“Abbiamo stabilito come comportarci in base alle indicazioni europee di data protection. Se si cancella qualcosa, Facebook potrebbe conservarlo fino a 90 giorni dal momento in cui viene cancellato, sui server. Potrebbe, ma di solito le tempistiche sono inferiori. Dopo i 90 giorni, il contenuto non è più recuperabile. C’è un’eccezione: se un profilo è sotto inchiesta, allora i dati cancellati sono conservati. Ma sono circostanze in cui riceviamo specifica richiesta da parte della polizia, o le autorità, ed esaminiamo attentamente ogni caso”.

Proprietà intellettuale. Un’associazione dei consumatori tedesca sostiene che le condizioni di Facebook sui nostri contenuti non siano accettabili perché l’uso e la divulgazione del nostro materiale non è prevedibile. Riconsiderereste i termini per gli utenti europei?

“Nei termini di Facebook si dice che i contenuti restano degli utenti. Tuttavia, per fare sì che il sistema funzioni, gli utenti devono fornirci le loro licenze. Noi pensiamo che i termini del contratto siano chiari, e che al contrario descrivano quali sono gli utilizzi dei contenuti”.

Perché gli utenti europei devono accordarsi con Facebook in base al regolamento della California (così sta scritto nelle impostazioni)?
“Se si è utenti in Europa il contratto con Facebook è regolato dall’Unione Europea e fa riferimento al data protection autority europea, in Irlanda. Noi proviamo a rimanere coerenti a un livello globale, anche se è difficile, perché ci sono in tutto il mondo ordinamenti diversi”.

Un’altra ragione di malcontento, da parte degli utenti europei (associazioni e casistica) è che Facebook cambi continuamente i termini del contratto con gli utenti

“Noi siamo una compagnia che continua a innovarsi e quindi a cambiare. Vogliamo essere sicuri che gli utenti sappiano delle modifiche, vogliamo che le persone sappiano di come stiamo evolvendo. Ci sono cambiamenti minori che gli utenti di solito sono solo felici di accettare, come nelle applicazioni per il cellulare, perché sono delle migliorie al sistema. Per i grandi cambiamenti, vorremmo educare i nostri utenti a una maggiore consapevolezza, ed è quello che stiamo facendo con il graph search. Quindi, sì, continueremo ad aggiornare le regole perché il nostro sistema è in continua evoluzione”.

È vero che Facebook tiene traccia di quello che facciamo quando non siamo online su Facebook, per mezzo dei cookies?

“Questo avviene solo se si è su Facebook e solo se si sta usando un’applicazione di Facebook o un plugin di Facebook. Se non si sta utilizzando un’applicazione Facebook, i cookies non ci vengono spediti e non abbiamo traccia delle attività degli utenti non loggati”.

 E questa traccia che vi resta, che ne utilizzo ne fate, la utilizzate con propositi commerciali?
“No, non con propositi commerciali. Usiamo questi dati per stimare le performance, da un punto di vista tecnico, dei plugin: quanto velocemente si caricano, da quale sito web provengono. E infine utilizziamo i dati per statistiche aggregate, attraverso le quali l’anonimia degli utenti è preservata. Non sono dati personali, ma solo informazioni che prendiamo in base alle categorie: 5.000 donne hanno apprezzato questo servizio, 5.000 uomini di 40 anni hanno apprezzato un altro servizio: questo tipo di statistiche demografiche”.

Quindi nessun tipo di informazione personale, tutto completamente anonimo?
“Sì, esatto”.

Nel 2010 venne lanciata la web suicide machine 2.0, un software che permetteva agli utenti di disattivare automaticamente i profili social, fornendo le password necessarie. Facebook è stato l’unico, a differenza di Linkedin e Twitter a richiedere la sospensione dell’attività.

Perché, non volevate perdere i vostri utenti?
“Era un’applicazione che incoraggiava gli utenti a fornire i dettagli di login. Noi abbiamo una determinata policy, progettata per mantenere la sicurezza dei dati su Facebook. Si possono avere certe applicazioni, ma devono rispettare le nostre regole. Non abbiamo pensato che fosse corretto per loro, incoraggiare gli utenti a dare dettagli di login a terzi. Quello che è successo non è collegato al merito dell’applicazione web suicide machine in sé, ma alle nostre regole che vietano di fornire i dettagli di login a terzi”.

*Sono giornalista freelance, con un blogue simpatico. Sono specializzata in social media, nel loro utilizzo e nella loro critica. Ho studiato a Londra. Scrivo da un po’ (ho cominciato con le pagine di “a” alle elementari). Ho iniziato a collaborare con il Corriere per le Olimpiadi di Londra 2012.

Ippolita, Foucault e Facebook

  • Venerdì, 18 Gennaio 2013 10:53 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
18 01 2013

Ippolita è un collettivo che si occupa di social media. E’ bene conoscerli e leggere i loro libri, per chi i social frequenta (e anche per chi non li frequenta. Un’occasione giusta, per i romani, è quella di oggi: alle 18, presentano il loro (importantissimo) “Nell’acquario di Facebook. La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo” al Caffè letterario della Casa Internazionale delle Donne in Via San Francesco di Sales 1A Roma. Siateci. Per capire di cosa si parla, Ippolita mi ha mandato un testo, che pubblico con molto piacere.

Social media Junkie

Facebook non è affatto gratuito, questo ormai lo sanno anche i sassi.
Nessun social media è gratis.
Quello che forse non viene afferrato è che cosa sia e quanto valga l’oggetto di scambio di questa nuova e croccante formula del capitale. Ci troviamo a barattare oro massiccio con specchietti e vetri colorati.
La maggior parte delle persone che conosciamo e che stanno su Facebook ritiene semplicemente di poter cedere gran parte delle proprie chiacchiere online (più o meno intellettuali) per le quali tutto sommato non sentono una grande affezione.
Si tratta per l’appunto di chiacchiere, non di scritti che prevedano una codifica formale e sulla quale esercitare una responsabilità concreta.
Eppure le nostre inutili ciance quotidiane costituiscono nel mondo dei social network il codice dei nostri legami sociali.
Dare accesso a questo codice (in modo assoluto, libero, senza limitazioni di spazio, irrevocabile, perpetuo e gratuito) significa non avere inteso, o fingere di non voler capire, che cosa sia l’estensione del bio-potere foucaultiano alla società delle megamacchine digitali. Immersi nella società della prestazione non siamo disposti a riconoscere il tratto dispotico del social media. Verremmo tacciati di bigottismo e arretratezza. Alla meglio e con grande sforzo di snobismo. Ci fa comodo dunque pensare che la tecnologia sia neutra e che l’obiettivo di Facebook sia essenzialmente illuminista e operiamo così un’accettazione routinaria dello status quo.
Frattanto nella stanza dei bottoni è all’opera la trasparenza radicale, il sistema con il quale veniamo indotti al massimo dell’esposizione personale e il cui limite estremo è la pornografia emotiva. Questa accecante luminosità fa da contrasto al completo occultamento del sistema tecnico e del dispositivo economico.

La trasparenza totale, propagandata come stile di vita, è una trasparenza del nulla poiché chi è responsabile del servizio si sottrae ad un confronto leale. La trasparenza vale per la massa, non per i sistemi di potere. L’ingegneria sociale sottesa alla piattaforma rimarrà dissimulata, negata, materia per la tecnocrazia dei Big Data.

Il soggetto di prestazione immerso in un mondo privo di conflitto dove tutto è possibile -yes we can- è un soggetto perennemente stressato, in bilico sulla depressione.

Il vitalismo del tecno entusiasmo è inteso in termini di produzione e consumo, non ha alcun potere trasformativo, se non quello ovvio di una migliore adesione al sistema. Stiamo diventando social media junkie (drogati di social media).

Le Femen d’Italia: ci tagliano le gambe

  • Venerdì, 04 Gennaio 2013 14:44 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
04 01 2013

La denuncia del movimento che non riesce a tenere attiva la pagina su Facebook per colpa degli stalker informatici.
Il social network prende provvedimenti contro due pagine sessiste.
LAURA PREITE
ROMA
«Quello che meno sopportano i nostri avversari, è che non solo siamo giovani ragazze emancipate, ma anche che siamo intelligenti prima di essere carine». Le Femen italiane, federate al movimento femminista ucraino famoso per le proteste a seno nudo, in un sfogo sul loro sito scrivono tutta la rabbia e frustrazione dopo che la pagina che avevano creato su Facebook il 16 ottobre 2011 e che aveva quasi 5 mila likes è stata oscurata. La decisione è stata presa dalle stesse amministratrici dopo l’ultimatum della piattaforma che l’avrebbe altrimenti cancellata. Il motivo? Le troppe segnalazioni da parte di utenti che trovavano i contenuti della pagina offensivi. Questa è una pratica diffusa sulla piattaforma social più famosa al mondo, in particolare per i gruppi femministi. Un miliardo di utenti attivi al mese (secondo dati della società dello scorso ottobre), che si regola su un sistema automatico di segnalazioni.

No ai nudi, nemmeno a fumetti
Giulia ha poco più di vent’anni, fa parte di Femen. Ha tanta grinta e una militanza che non nasce in rete, ma che nella rete vorrebbe trovare forza: «Avevamo due pagine, un gruppo nostro interno di coordinamento e la pagina Femen Italia a cui tutti potevano aderire per essere aggiornati. Avevamo scelto come logo, Valentina (il fumetto inventato da Guido Crepax, ndr) con poi il nostro logo, i due cerchi e le bandiere. Inizialmente pensavamo che era una questione di copyright e invece, Facebook l’ha bloccata dicendo che non era adeguata». La foto ritraeva il fumetto Valentina, con il seno scoperto, un disegno che però viola la policy sui “diritti e doveri degli utenti” che prevede che non ci sia nudo, non importa se si tratta solo di un disegno.
«Avevamo fatto un flashmob online – continua Giulia- chiedendo a tutti quelli che lo volevano di denudarsi e scrivere un messaggio, stando attente ovviamente che i capezzoli non fossero visibili». Infatti, Facebook ha adottato nei confronti delle colleghe ucraine la politica di oscurare o cancellare i capezzoli. Questo doveva bastare a non censurare le foto: «Facebook ha detto che i capezzoli erano comunque in evidenza e andavano rimossi. Qualche tempo dopo le foto sono state tutte rimosse senza dare spiegazioni. In più alle ragazze che avevano postato le foto gli account personali sono stati bloccati. Poi riattivati e bloccati nuovamente».
La procedura prevede che le comunicazioni tra utenti e amministratori della piattaforma passino attraverso messaggi automatici, non si ha un interlocutore fisico, ed è questo l’aspetto più frustrante per chi come Femen usa Facebook per farsi conoscere ed allargare il proprio consenso: «La denuncia è anonima, nel messaggio c’è scritto che il contenuto non rispetta lo spirito di Facebook e deve essere rimosso. Stiamo cercando di mettere delle toppe, ma non ci spieghiamo come alcuni contenuti siano stati rimossi. Avevamo scritto “l’80% delle donne subiscono violenza domestica”, ed è stato anch’esso rimosso. Anche quando si pubblicano articoli anti clericali o contro il patriarcato vengono cancellati, se non succede niente vuol dire che non ha suscitato interesse ».

“Vieni bloccato e non puoi fare nulla, è frustrante”
Le ragazze, Giulia di Milano e Mary, una studentessa che vive a Roma, hanno scritto alla piattaforma per avere una risposta ma non è arrivata: «È frustrante, vieni bloccato e non ti puoi difendere. Ben venga che qualcuno ci critichi, ma se non possiamo sollevare più nessun dibattito?» conclude Giulia. Le fa eco Mary, che ha una certa esperienza di attacchi online, cyberstalking, perché ha collaborato alle pagine internazionali del movimento: «I blocchi sono graduali. Quando Facebook raggiunge un limite di segnalazioni, scatta la prima sanzione, 24 ore di blocco, oppure la sospensione della chat o dei contenuti». Dopo un periodo il suo account è stato riattivato «ma non è che non ho più problemi, da quando vieni bloccata la soglia di tolleranza è più bassa, basta una segnalazione a fermare il profilo». Gli stessi problemi li ha avuti anche sulla pagina italiana del movimento Slutwalk (la marcia delle prostitute) di cui è amministratrice.

Senza uno strumento come Facebook per far conoscere le proprie idee, le Femen si sentono le mani legate: «Non abbiamo ancora manifestato e già ci segnalano. Spesso i giornalisti in tv, non prendono sul serio il movimento, figuriamoci se prendono sul serio noi, che ancora non ci conosce nessuno. Magari cambieremo mezzo, creeremo una mailing list, ma Facebook ti dà una visibilità che nemmeno i giornali riescono a darti».
Quello che denunciano le Femen è anche la permanenza sul social network di pagine con migliaia di followers che postano contenuti pornografici (con capezzoli e parti intime oscurati), violenti, maschilisti ma a cui non succede niente: «Da qui si deduce che la segnalazione sui nostri contenuti non viene fatta da qualcuno che si sente offeso ma da qualcuno che ha un secondo fine, un intento specifico» commenta Mary.

Diversi siti femministi clonati
La censura e il cyberstalking è un comportamento che in rete subiscono un po’ tutti i gruppi femministi che si professano apertamente tali. Sono diversi i siti, da quello dei centri antiviolenza, al Corpo delle donne di Lorella Zanardo che sono stati clonati, con indirizzi simili acquistati con il solo scopo di dirottare gli utenti su siti “non genuini”. E i messaggi hanno tutti lo stesso tono, quello della calunnia: “ci vogliono tutti sottomessi, le nazifemministe, le donne che violentano i bambini”, come racconta una femminista attivissima in rete, ma ora solo con profili anonimi dopo le minacce anche fisiche ricevute: «Ti mangiano, sono degli squali, i loro commenti sono distruttivi. Il loro intento è farsi pubblicare, avere visibilità, quando l’ho capito non li ho più pubblicati. Ora ho due blog, ma lì (i cyberstalker, ndr) non sono mai venuti, sanno che io non farei mai passare un loro commento ». «È fondamentale che in rete ci sia una pluralità di idee – conclude - ma voglio che tutti abbiano i loro spazi. Su Facebook mi sono accorta che riuscire a fare passare queste idee è difficilissimo».
E si ritorna sul social network più utilizzato al mondo (in Italia conta 22 milioni di utenti registrati dati aggiornati ad ottobre) dove c’è un ulteriore problema, quello delle pagine clonate. Per esempio esiste (o meglio esisteva, perché attualmente risulta chiusa dopo la nostra segnalazione) una pagina con 800 mila followers dal titolo “No alla violenza sulle donne” che aveva contenuti di tenore opposto, che era riuscita a soppiantare una genuina e più vecchia con lo stesso nome dell’associazione Nuovi orizzonti di Torino. Poi, ci sono le minacce recapitate come messaggi privati. Gli utenti si possono bloccare, ma la paura rimane.

Da Facebook: nessun problema con la difesa dei diritti delle donne
Da Londra, con cui abbiamo comunicato solo via mail tramite l’ufficio stampa italiano del social network, ci rassicurano sul fatto che le segnalazioni, vengono sempre vagliate da un ufficio multilingue con sede a Dublino. Inoltre, non è ancora attivo in Italia ma all’estero già funziona un “dashboard” di supporto che consente di seguire il percorso delle proprie segnalazioni, questo per rendere più trasparente la procedura. Facebook tiene anche a precisare che non ha nessun problema con contenuti femministi o che supportano i diritti delle donne. In generale le opinioni, anche se discutibili, non violano le regole del sito, a meno di azioni specifiche come l’istigazione all’odio con un bersaglio preciso, la nudità e azioni contro un determinato individuo (che non sia un personaggio pubblico). Nel frattempo, dopo la raccolta di informazioni per questo articolo, e i contatti con Facebook, diverse cose sono successe, tra cui l’oscuramento (non sappiamo se definitivo) della pagina con 800 mila followers “No alla violenza sulle donne” e la modifica della denominazione in “Umorismo dal contenuto controverso”, di un’altra pagina violentemente misogina. Le Femen invece, attendono ancora di sapere se potranno un giorno riattivare tranquillamente il proprio account.

SE CI SCANDALIZZA UNA MAMMA CHE ALLATTA AL SENO

  • Sabato, 25 Febbraio 2012 10:02 ,
  • Pubblicato in Il Commento
di Paolo Di Stefano, Corriere della Sera
25 febbraio 2012

Non si sa quale aggettivo usare, se ipocrita, stupido o semplicemente ridicolo, per definire il divieto, tra le regole auree imposte da Facebook, di mostrare donne che allattano al seno.
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