(In)fertilità

I gorilla occidentali compaiono ai primi posti nella lista rossa curata dagli zoologi dell'Iucn, l'Unione internazionale per la conservazione della natura. Vivono, meglio dire sopravvivono, nell'Africa equatoriale e sono collocati dagli esperti al livello di "pericolo critico", il penultimo nella scala del rischio di estinzione. Lo stesso potrebbe essere detto degli italiani se esistesse la classifica delle popolazioni maggiormente minacciate dalla prospettiva di essere messa in netta minoranza. Scenario apocalittico? No, se si analizzano i dati contenuti nel Piano nazionale fertilità presentato ieri.
Margherita De Bac, Corriere della Sera ...

Il nostro destino nello sguardo della madre

  • Venerdì, 08 Maggio 2015 00:00 ,
  • Pubblicato in Il Libro

Renoir, Gabrielle e JeanBenedetta Tobagi, La Repubblica
8 maggio 2015

Contro ogni riduzione della maternità alla mera biologia, Recalcati sottolinea come essa, al pari del paterno, sia soprattutto una funzione simbolica (prospettiva che la svincola sia dalla semplice genitorialità biologica che dal sesso). Se la funzione paterna veicola il senso umano della Legge, ovvero "una Legge nel desiderio" [...], il tratto caratteristico della funzione materna è "la cura particolareggiata", ossia l'amore per la vita incarnata nell'unicità irripetibile del figlio....

Keith HaringLaura quei bambini non li ha partoriti, ma li ha desiderati e cresciuti dal primo giorno con amore e affetto assieme alla sua compagna e loro madre biologica. Tanto che per i piccoli è sempre stata semplicemente "una delle nostre due mamme". E quando la storia è finita, e la coppia gay come altre si è spezzata con discussioni e recriminazioni, per lei si è aperto il vuoto, l'assenza, l'esclusione dalla vita dei piccoli. Sino a ieri. Quando dalla giustizia è arrivato il riconoscimento di quel legame affettivo, di quel rapporto da genitore così denso e profondo.
Caterina Pasolini, la Repubblica ...

Volete più figli? Fate lavorare a casa i papà

  • Giovedì, 26 Marzo 2015 12:22 ,
  • Pubblicato in INGENERE

InGenere
26 03 2015

Perché nascono così pochi figli in Europa? Sono ormai vent'anni che i governi europei interpellano team di esperti che fanno analisi, preparano rapporti e propongono soluzioni per stimolare la crescita demografica. Si dibatte sull'efficacia delle politiche che cercano di influenzare le scelte procreative delle persone.

Di solito, l'attenzione dei demografi si concentra tutta sulle donne: in primo luogo sulla loro scelta di avere o non avere figli e in secondo luogo su quanti figli decidono di avere.

Se l'obiettivo è quello di avere un ricambio generazionale un figlio solo non basta, bisognerebbe portare il tasso di fertilità a 2,10-2,15. Cosa peraltro fondamentale per la sostenibilità sul lungo periodo di welfare e previdenza e, allargando lo sguardo, per la sostenibilità di tutta la finanza pubblica. Tutto questo, lasciando fuori altri scenari possibili come, per esempio, incentivare l'immigrazione per compensare il calo di fertilità, oppure un'eventuale desertificazione demografica dovuta a una crescita continua del numero di persone "childfree" (libere dai bambini) che deciderebbero comunque di non avere figli a prescindere da qualunque forma di sostegno i governi mettano in campo. In aggiunta, le previsioni economiche sulle evoluzioni della finanza pubblica cambiano nel tempo, è impossibile prendere in considerazione tutti i fattori, così come non è stato possibile predire il crollo demografico che sta vivendo l'Occidente.

L'Unione Europea ha centrato la sua programmazione politica per incentivare la crescita demografica sulla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, ne è un esempio il documento di Barcellona che fissa degli obiettivi sulla copertura degli asili nido. Queste politiche prendono come riferimento i paesi scandinavi che insieme alla Francia garantiscono un'alta accessibilità ai servizi per l'infanzia, registrando conseguentemente un tasso di fertilità più alto che nel resto d'Europa. I servizi per l'infanzia sono sicuramente il pilastro più importante delle politiche per la famiglia, ma il secondo pilastro su cui poggia la fertilità sono i congedi di paternità come strumento di base per promuovere una maggiore distribuzione tra genitori del lavoro di cura.

In confronto con gli altri paesi europei, i paesi nordici hanno la situazione demografica più stabile e sostenibile. Avendo vissuto un calo demografico tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, alcuni paesi del nord Europa hanno infatti riformato le loro politiche della famiglia, e tra le misure adottate, ci sono state quelle per favorire un maggiore coinvolgimento paterno.

Contemporaneamente per quei paesi la parità di genere è diventata prioritaria e come conseguenza oltre a garantire l'accessibilità ai servizi per l'infanzia, tra il '90 e il 2000 hanno promosso ed esteso i congedi di paternità. Attualmente in Norvegia e in Islanda ci sono tre mesi di congedo, in Svezia sono due e si sta discutendo se introdurre il terzo, e in Finlandia madre e padre hanno nove settimane ognuno; la Danimarca è l'unico paese in cui ci sono solo due settimane di congedo di paternità. Secondo il Global Gender Gap Index, l'Islanda è il paese che garantisce le migliori condizioni per la parità di genere, uno degli indicatori che pesa in questo risultato è l'introduzione nel 2001 di un congedo di paternità di tre mesi, che fin dall'inizio è stato utilizzato da un numero altissimo di padri: ben il 90% [1].

E anche se il numero è calato leggermente durante gli anni della crisi, l'effetto della riforma islandese è un grande aumento nel coinvolgimento dei padri nella cura dei bambini che ad oggi è parte integrante della cultura genitoriale del paese. Prima, la pressione sociale per gli uomini era quella di essere i principali responsabili del mantenimento economico della famiglia e il congedo di paternità non si allineava con questo ruolo tipicamente maschile, ad oggi, la percezione della paternità è cambiata. I padri vengono giudicati “male” se non si allontanano dal lavoro almeno per un paio di mesi per prendersi cura del proprio figlio.[2]

C'è un nesso così forte tra demografia e uguaglianza di genere? Anche se la ricerca sulle scelte procreative degli uomini è piuttosto scarsa, basandoci sugli studi esistenti possiamo dimostrare come i congedi di paternità rappresentino uno degli strumenti cruciali per dare slancio alla fertilità.

Iniziamo con le preferenze per quanto riguarda la scelta di fare figli; metodologicamente è molto difficile che le persone interpellate rispondano quello che davvero vogliono: potrebbero non esserne completamente convinte, ma confermare quello che pensano ci si aspetti da loro. Ma lasciando da parte queste considerazioni, e senza dare troppo peso a come è stata loro posta la domanda, sia uomini che donne dichiarano che vorrebbero avere due figli. C'è una piccola discrepanza di genere, gli uomini rispondo in media che vorrebbero più figli, succede in Polonia (uomini: 2,41/donne: 2,05), Portogallo (uomini: 2/donne: 1,71), Cipro (uomini: 2,87/donne: 2,65), Germania (uomini: 2,17/donne: 1,96).[3]

Non stupisce che questi paesi non siano proprio in cima alla classifica della parità di genere, e sono spesso classificati come regimi di genere di tipo "familistico" o basati sull'uomo breadwinner (principale procacciatore di reddito). Il grafico 1 mostra le preferenze procreative di uomini e donne in Polonia, in due diverse situazioni: 1) persone giovani tra i 18 e i 24 anni senza figli e 2) persone trai 30 e i 34 anni che hanno almeno un figlio. Mentre le donne più giovani desiderano molto più dei loro coetanei di avere un figlio, questa situazione cambia subito dopo l'arrivo di un bambino in famiglia quando, mentre il 35% degli uomini vorrebbe altri figli, l'entusiasmo delle donne dopo la prima esperienza di maternità è drasticamente precipitato.

Perché succede? Perché l'esperienza di avere un figlio scoraggia le donne dal farne altri, mentre gli uomini rimangono aperti alla possibilità di averne ancora? Il grafico sotto mostra quanto si impegnano gli uomini nei lavori domestici, gettando una nuova luce sul perché le donne che non vogliono fare figli sono quelle dei paesi in cui c'è maggiore squilibrio nella distribuzione del lavoro domestico (ossia in cui gli uomini fanno molto meno).

Alcuni studi dimostrano come ci sia un legame causale tra l'impegno degli uomini e la voglia delle donne di avere più figli; per esempio, uno studio comparativo tra famiglie ungheresi e svedesi ha concluso che, nonostante il contesto culturale sia completamente diverso, c'è una correlazione valida per entrambi i paesi tra una distribuzione più paritaria dei lavori domestici e la probabilità di avere un secondo e addirittura terzo figlio.[4]

Fin qui tutto chiaro, ma possiamo davvero fare in modo che gli uomini si prendano più cura dei bambini? O la 'quota papà' funziona solo nelle società più progressiste mentre per tutti gli altri "congedo di paternità" significa obbligare i padri a prendersi una pausa dal lavoro contro la loro volontà e quando rientrano al lavoro tutto ritorna come prima? La ricerca sui comportamenti paterni riconferma l'importanza di congedi esclusivi (non trasferibili) per i padri. Per esempio, secondo Nepomnyaschy e Waldfogel, i papà che prendono congedi di paternità più lunghi (almeno due settimane) a nove mesi di distanza hanno maggiori possibilità, rispetto agli uomini che non hanno preso il congedo, di ritrovarsi a svolgere compiti quotidiani legati alla cura dei bambini, come cambiare pannolini, preparare il cibo o dar loro da mangiare.[6]

Secondo lo studio di Jennifer Hook,[5] vi è una generale correlazione positiva tra politiche che promuovono una maggiore parità in famiglia e l'accrescimento del coinvolgimento paterno. Il fenomeno degli uomini che condividono di più il lavoro domestico in seguito a un congedo di paternità potrebbe essere interpretato come una specie di 'straripamento' del lavoro di cura svolto dagli uomini durante il congedo.

Ora, se torniamo al rapporto tra il coinvolgimento dei padri e la propensione delle donne a fare figli (specialmente dopo il primo), potremmo avere la risposta al perché un congedo di paternità esclusivo e obbligatorio funziona per far crescere la fertilità. In altre parole, le donne non vogliono fare figli con uomini che non si occupano dei propri bambini, e il miglior modo per incoraggiare i padri a cambiare il loro atteggiamento è di offrirgli la possibilità di prendere congedi individuali e non trasferibili per un tempo abbastanza lungo. L'effetto del congedo di paternità va quindi ben oltre l'effetto immediato di promuovere una maggiore condivisione del lavoro di cura.

Ma per funzionare bisogna che i congedi abbiano, in contemporanea, i seguenti requisiti:

Il congedo deve essere individuale e non trasferibile. Quando è la coppia genitoriale ad avere diritto al congedo sono soprattutto le donne ad utilizzarlo. Questo avviene sia per i condizionamenti di genere su maternità e lavoro di cura, ma anche per motivi meramente economici: siccome molti uomini guadagnano più delle loro compagne e il congedo non viene quasi mai retribuito al 100%, la famiglia perde di più se è il padre a prendersi una pausa dal lavoro. Con almeno due-tre mesi riservati al padre, il tempo che invece si prende la madre diminuisce: questo manda un segnale importante anche ai colleghi e al datore di lavoro, veicolando l'idea che prendersi cura dei figli non è una responsabilità principalmente femminile, cosa che può arginare la discriminazione delle donne sul mercato del lavoro.

Il congedo deve essere accompagnato da un buon livello di retribuzione. I congedi non retribuiti o retribuiti in maniera simbolica non funzioneranno mai per motivi economici (si veda il punto 1). Più grande la perdita economica e minore la possibilità che il padre prenda il congedo, anche se ne è ha diritto.

Il periodo di congedo dovrebbe essere abbastanza lungo, minimo un mese, auspicabilmente due o tre, altrimenti gli effetti del congedo sulla divisione del lavoro di cura nella famiglia potrebbero non essere significativi. I padri devono prendersi il tempo necessario per entrare realmente nella routine della cura della casa e dei figli, come per esempio cucinare per i bambini ma anche per la moglie che lavora.

Non sto dicendo che tutti dovrebbero avere una grande famiglia. Alcune famiglie potrebbero scegliere di avere un unico figlio, a prescindere da tutto, altre coppie potrebbero decidere di non averne mai, mentre altre ancora potrebbero pensare che il mondo è abbastanza affollato e scegliere la via dell'adozione. Ma quelli che invece desiderano avere figli, tutti quelli che ne vorrebbero almeno due, hanno bisogno di un sostegno adeguato. I governi europei vogliono incrementare la fertilità? Allora devono convincere i papà a lavorare di più... a casa.

Dorota Szelewa

NOTE
[1] Ásdís A. Arnalds, Guđný Björk Eydal and Ingólfur V. Gíslason. 2013. “Equal rights to paid parental leave and caring athers ‐ the case of Iceland”. Icelandic Review of Politics and Administration, 9 (2): 323‐344.
[2] Commento da attribuire a Hrannar Björn Arnarsson.
[3] Eurobarometer, 2006, Childbearing preferences and family issues in Europe.
[4] Olah L. 2003. “Gendering fertility: Second births in Sweden and Hungary”. Population Research and Policy Review, 22 (2): 171-200.
[5] Nepomnyaschy L. and J. Waldfogel. 2007. “Paternity leave and fathers’ involvement with their young children: Evidence from the American ECLS-B”. Community, Work and Family, 10: 427-453.
[6] Hook J. L. 2006. “Care in Context: Men's Unpaid Work in 20 Countries, 1965-2003”. American Sociological Review, 70:639-660.

Abbatto i muri
19 03 2015

Io piccola, incerta, già sposata. Artista per indole e per aspirazioni. Il matrimonio rappresentò un punto d’arrivo e di partenza. C’ero io con le mie piccole o grandi difficoltà, poi c’era lui che aveva un’ingombrante famiglia appresso. Casa della sua famiglia.

Suocera invadente e un po’ gelosa, intenta a screditarmi e dipingermi come una buona a nulla incapace di un parto perfetto. Disse che sarei diventata cicciona e che mio figlio sarebbe venuto veramente male.

Come si vive o si cresce con persone che mostrano a tratti un po’ di confidenza e poi ti rubano l’intimità con freddezza e calcolo a me del tutto estranei? Non sarò certo la donna migliore del mondo, ma perlomeno accanto a me puoi avvertire calore e non quel gelo che ho sentito durante quegli anni.

Mio marito in parte mi ha consentito la possibilità di inseguire i sogni e poi, però, mi lasciava in balìa di sua madre. Un giorno ce la ritrovammo perfino in camera da letto, a sorvegliare i nostri respiri, come fosse una cosa normale condividere i nostri orgasmi con lei.

Ancora mi chiedevo perché la mia famiglia avesse immaginato che io potessi trovarmi bene con questi individui apparentemente aperti, brillanti e colti e poi così chiusi, gretti nell’anima. Il mio ruolo, in quella famiglia, era perfettamente definito: io casalinga, stiratrice, aiuto cuoca, lavapiatti, e non potevo mancare agli inviti che ci rivolgeva la matrona. Così lei passava il tempo a ingrassarci per poi discutere della mia ciccia giusto l’attimo dopo.

Non so come spiegare ma posso dire che quegli anni furono davvero complicati, sentivo la pressione di un costante abuso nei miei confronti. Avevo difficoltà a impormi. Quel modo di fare mi rese insicura, e io ero timida, con problemi di relazione e tanta ostilità, unita ai complimenti della suocera, che non lasciava passare giorno senza dirmi che ero una incapace, pesarono sulla mia vulnerabilità. Depressa, sola, e dopo le ulteriori ingerenze subite durante il parto e l’allattamento, quel matrimonio, ovviamente, finì.

Mi fu assegnata la casa e affidato il bambino. Lo amavo, mi amava. Vivevo recuperando fiducia in me, felice di riscoprire di poter essere amata e serena per il bel rapporto costruito con mio figlio. Poi l’influenza del padre e della nonna provocò distanza. Ero da sola, ho avuto momenti di difficoltà, il bimbo veniva affidato a volte alle cure paterne e della nonna e mentre realizzavo cose positive nella mia vita, sperando un giorno di avere la stabilità affettiva, professionale ed economica per poter essere indipendente da tutto e tutti, davanti a quel bambino a me veniva sottratta sempre più credibilità.

Scema, rincoglionita, pazza, cretina, idiota, malata, cicciona, erano tutti termini affettuosi che venivano fuori dalla bocca di mio figlio. Svanì il rapporto felice, venne meno la mia autorevolezza, sapientemente distrutta dalla famiglia paterna. Infine quel che volevano ardentemente era buttarmi fuori di casa per riprendersela e mollarmi in mezzo alla strada.

Non volevo tenermi quel che non sentivo nemmeno mio, sebbene io avessi speso gran parte della mia vita tra quelle mura, ma avevo bisogno di tempo. Mio figlio fu allora usato come arma di ricatto. Sentivo l’odio, l’avversione profonda, crescere e radicarsi in lui. Infine, quando fu adolescente e poi anche maggiorenne, smise di parlarmi, di considerarmi un suo punto di riferimento. Lui era in tutto e per tutto parte di quella famiglia e ne ripeteva i linguaggi, ne reiterava i metodi e nel frattempo mi disse che non mi avrebbe più vista a meno che io non restituissi la casa ai legittimi proprietari.

Quel che a me sembra profondamente ingiusto è il fatto che questa famiglia pensi di aver fatto tanto per me senza considerare quel che io ho dato a loro, perché evidentemente qualcosa ho dato. Mi spiace anche vedere il padre di mio figlio rigidamente schierato e silente rispetto alle offese che io ricevo, eppure quando mio figlio, nell’adolescenza, ebbe una rottura con lui io ribadii la stima nei confronti di suo padre e provai a facilitare il loro riavvicinamento.

Perché istigare odio non è nelle mie corde e perché mi è sempre sembrato più che normale crescere quel figlio insegnandogli a poter contare su tutte le figure adulte che potevano rappresentare suoi punti di riferimento. Avere tante persone che gli vogliono bene è infatti una ricchezza.

Sto adesso ricostruendo, pian piano, la mia vita. Sto recuperando la mia reputazione massacrata da infondate dicerie e sto tentando di risollevarmi dal peso che rappresenta per me il lutto della perdita del legame con mio figlio. Perché è un lutto e non è facile superarlo, elaborarlo e vivere poi con serenità. Ho chiesto aiuto a qualcuno che è in grado di darmi sostegno psicologico ma quel che mi serve, ora, è cercare di tradurre, come ho sempre fatto, una difficoltà privata in una rivendicazione politica.

Non sono certo la sola a vivere questo genere di situazioni. Quante sono le madri che vedono sgretolarsi i rapporti con i figli perché i padri o le ex suocere glieli mettono contro? Quanti sono i padri che sono stati estromessi dal ruolo genitoriale perché la famiglia materna non è stata in grado di gestire le difficoltà conseguenti a una separazione con intelligenza e sensibilità?

Se anche posso ritenere di avere qualche responsabilità comunque ho difficoltà ad accettare l’allontanamento cruento di mio figlio. Gli voglio bene. E’ parte della mia vita. E questo è il mio dolore. Chi altr* vive oggi quel che vivo io?

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.

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