Codice etico per la stampa in caso di femminicidio

Introduzione

Femminicidio è quel tipo di violenza con la quale viene colpita una donna per il solo fatto di essere donna; si tratta di violenza sessuata, fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa, che impedisce alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale. La mancanza di una corretta comunicazione giornalistica dei fatti di femminicidio non aiuta la società a liberarsi di una piaga dolorosa, anzi, sostiene una cultura che non riconosce piena libertà: che è libertà di vivere come meglio si crede nel rispetto della libertà altrui. Quando la stampa nazionale o locale si focalizza solo sui sentimenti, sulle frustrazioni, sulla vita dell’uomo che ha compiuto violenza o omicidio e cancella completamente i sentimenti, la vita e i desideri della donna vittima, allora la comunicazione viene deviata in un racconto del fatto dal punto di vista unico del carnefice, contribuendo a spettacolarizzare la violenza o a presentarla come l’atto isolato e scellerato di un uomo: eppure le statistiche, gli studi e le esperienze personali ci dicono che non è quasi mai un atto singolo che porta alla morte di una donna, ma un continuum di violenza che viene considerata normale da sopportare o da far sopportare ad una donna. Per questo chiediamo alla stampa di prendere in esame una proposta di codice etico per trattare della violenza in modo da non alimentarla più e non accettarla più come normale. Questa proposta che vi presentiamo è frutto di una elaborazione collettiva che ha preso le mosse dalla letteratura italiana e internazionale in merito.
 
1. I giornalisti e le giornaliste devono mettere in evidenza la motivazione di genere (svalorizzazione simbolica, discriminazione economica e sociale) come causa profonda della violenza contro le donne. Essi devono fare buon uso delle informazioni di casi studio e statistiche disponibili, sia quando segnalano casi di violenza contro le donne sia quando danno notizia di casi di sfruttamento sessuale e della prostituzione, collocando le notizie in un contesto più ampio che riveli la motivazione di diseguaglianza a cui sono sottoposte le donne che ne soffrono e tutte le vittime che sono femminilizzate (discriminate come se fossero donne – ad esempio omosessuali, transessuali).

2. I giornalisti e le giornaliste devono scegliere con cura il linguaggio da utilizzare per dare conto di casi di femminicidio, evitando di comunicare in modo anche implicito che la vittima sia da biasimare per qualche motivo legato al suo essere donna e al suo abbigliamento o atteggiamento, ai suoi orari e abitudini.

3. I giornalisti e le giornaliste devono inoltre rappresentare i personaggi della notizia come uomini e donne veri, reali, evitando accuratamente di ricorrere a stereotipi che li incasellano in ruoli patriarcali privi di attinenza con il fatto specifico e reale (l’innamorato pazzo, il marito deluso e depresso, la mogliettina che sopporta, la ex fidanzata come preda perché in passato era in possesso dell’aggressore-fidanzato).

4. I giornalisti e le giornaliste devono in ogni modo evitare di usare l’equazione “odio uguale amore” e mai utilizzare frasi che possano giustificare in qualche maniera simbolicamente la violenza come gesto sconsiderato o addirittura “folle” e quindi non del tutto legato alla responsabilità individuale. Da evitare in senso assoluto anche il presentare la violenza sessuale, domestica, e il femminicidio come amore passionale incontrollato con frasi dal vago sapore romanzato e romantico (follia d’amore, pazzia d’amore, amore e sangue) – La violenza e l’omicidio sono i più gravi crimini che si possono compiere contro un altro essere umano donna o uomo.

5. I giornalisti e le giornaliste devono evitare di esemplificare i casi di violenza contro le donne, o contro altre vittime femminilizzate, con la teoria del ciclo di violenza che inserisce i soggetti violenti in una quasi giustificazione del loro operato a causa di un’infanzia con esperienza di violenza, o a causa di esperienze violente in qualche modo patite. Dovrebbero anche evitare di presentare le violenze come causate semplicemente dal consumo di alcool o da altri problemi sociali o disagi psichici.

6. I giornalisti e le giornaliste devono rispettare la privacy e la dignità delle vittime, rispettare la dignità delle vittime significa anche non utilizzare senza consenso foto delle vittime, e tantomeno foto in cui le vittime siano rappresentate in momenti gioiosi o in abiti succinti – Rispettare una persona che soffre a causa di una violenza subita riguarda anche l’uso che si fa della sua immagine.

Carta di Roma

La Carta di Roma — Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, condividendo le preoccupazioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) circa l’informazione concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti; richiamandosi ai dettati deontologici presenti nella Carta dei Doveri del Giornalista – con particolare riguardo al dovere fondamentale di rispettare la persona e la suadignità e di non discriminare nessuno per la razza, la religione, il sesso, le condizioni fisiche ementali e le opinioni politiche – ed ai princìpi contenuti nelle norme nazionali ed internazionali sul tema; riconfermando la particolare tutela nei confronti dei minori così come stabilito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dai dettati deontologici della Carta di Treviso e del Vademecum aggiuntivo, invitano, in base al criterio deontologico fondamentale del rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati’ contenuto nell’articolo 2 della Legge istitutiva dell’Ordine, i giornalisti italiani a:

Osservare la massima attenzione nel trattamento delle informazioni concernenti i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti nel territorio dellaRepubblica Italiana ed altrove e in particolare a:

a. Adottare termini giuridicamente appropriati sempre al fine di restituire al lettore edall’utente la massima aderenza alla realtà dei fatti, evitando l’uso di termini impropri;

b. Evitare la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte riguardo a richiedentiasilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti. CNOG e FNSI richiamano l’attenzione di tutti icolleghi, e dei responsabili di redazione in particolare, sul danno che può essere arrecato dacomportamenti superficiali e non corretti, che possano suscitare allarmi ingiustificati, ancheattraverso improprie associazioni di notizie, alle persone oggetto di notizia e servizio; e diriflesso alla credibilità della intera categoria dei giornalisti;

c. Tutelare i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti che scelgono diparlare con i giornalisti, adottando quelle accortezze in merito all’identità ed all’immagineche non consentano l’identificazione della persona, onde evitare di esporla a ritorsionicontro la stessa e i familiari, tanto da parte di autorità del paese di origine, che di entitànon statali o di organizzazioni criminali. Inoltre, va tenuto presente che chi proviene dacontesti socioculturali diversi, nei quali il ruolo dei mezzi di informazione è limitato ecircoscritto, può non conoscere le dinamiche mediatiche e non essere quindi in grado divalutare tutte le conseguenze dell’esposizione attraverso i media;

d. Interpellare, quando ciò sia possibile, esperti ed organizzazioni specializzate in materia, perpoter fornire al pubblico l’informazione in un contesto chiaro e completo, che guardi anchealle cause dei fenomeni.

IMPEGNI DEI TRE SOGGETTI PROMOTORI

i. Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della StampaItaliana, in collaborazione con i Consigli regionali dell’Ordine, le Associazioni regionali diStampa e tutti gli altri organismi promotori della Carta, si propongono di inserire leproblematiche relative a richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti tra gliargomenti trattati nelle attività di formazione dei giornalisti, dalle scuole di giornalismo aiseminari per i praticanti. Il CNOG e la FNSI si impegnano altresì a promuovere periodicamenteseminari di studio sulla rappresentazione di richiedenti asilo, rifugiati, vittime di tratta emigranti nell’informazione, sia stampata che radiofonica e televisiva.

ii. Il CNOG e la FNSI, d’intesa con l’UNHCR, promuovono l’istituzione di un Osservatorioautonomo ed indipendente che, insieme con istituti universitari e di ricerca e con altri possibili soggetti titolari di responsabilità pubbliche e private in materia, monitorizzi periodicamentel’evoluzione del modo di fare informazione su richiedenti asilo, rifugiati, vittime di tratta,migranti e minoranze con lo scopo di:

a) fornire analisi qualitative e quantitative dell’immagine di richiedenti asilo, rifugiati,vittime della tratta e migranti nei mezzi d’informazione italiani ad enti di ricerca edistituti universitari italiani ed europei nonché alle agenzie dell’Unione Europea e delConsiglio d’Europa che si occupano di discriminazione, xenofobia ed intolleranza;

b) offrire materiale di riflessione e di confronto ai Consigli regionali dell’Ordine deiGiornalisti, ai responsabili ed agli operatori della comunicazione e dell’informazioneed agli esperti del settore sullo stato delle cose e sulle tendenze in atto.

iii. Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della StampaItaliana si adopereranno per l’istituzione di premi speciali dedicati all’informazione suirichiedenti asilo, i rifugiati, le vittime di tratta ed i migranti, sulla scorta della positivaesperienza rappresentata da analoghe iniziative a livello europeo ed internazionale.

Il documento è stato elaborato recependo i suggerimenti dei membri del Comitato scientifico, composto darappresentanti di: Ministero dell’Interno, Ministero della Solidarietà sociale, UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) / Presidenza del Consiglio – Dipartimento per le Pari Opportunità, UniversitàLa Sapienza e Roma III, giornalisti italiani e stranieri.

Professione giornalista: i numeri delle donne

  • Mercoledì, 09 Gennaio 2013 06:57 ,
  • Pubblicato in L'Inchiesta
05 gennaio 2013

Nonostante livelli di qualificazione più alti, solo il 14% delle giornaliste riesce a raggiungere i gradi più elevati di carriera (direttrice, caporedattrice), contro il 27% degli uomini.
Questo è stato “l’anno nero dell’informazione”. Così lo ha definito Reporter senza frontiere e le cifre ne danno purtroppo la conferma: 88 giornalisti uccisi mentre svolgevano la loro professione, il 33 per cento in più rispetto al 2011. Per trovare un anno peggiore di questo, occorre risalire alla metà degli anni Novanta.

Per quello che valgono le statistiche, l’unico continente che ha fatto registrare una diminuzione degli omicidi è quello americano, ma è una considerazione che vale poco di fronte ai 15 giornalisti uccisi; 26 quelli assassinati nell’area Medio Oriente – Africa del Nord, 24 in Asia, 21 nell’Africa sub sahariana e, per quanto riguarda l’Europa, due in Russia.

Come e perché si muore quando si prova a fare informazione? Mentre si segue una guerra, soprattutto se non si è embedded (ossia, inseriti in un contingente militare) e si sceglie di stare in mezzo ai civili; oppure, come vittime casuali in un attentato. Ma, soprattutto, si muore perché si è presi di mira per quello che si è: giornalisti che denunciano i traffici della criminalità organizzata, scoprono la corruzione governativa o svelano le nefandezze dei gruppi armati dell’opposizione, spesso milizie islamiste, come ad esempio in Somalia e Pakistan.

Questi due paesi, insieme a Messico, Brasile e Siria, hanno fatto registrare il maggior numero di omicidi di giornalisti nel 2012.
Un capitolo a parte, Reporter senza frontiere lo dedica ai 47 “citizen journalist” uccisi nel corso dell’anno, quasi tutti in Siria: reporter, video operatori, fotografi senza tesserino e senza testata, grazie ai quali riusciamo a conoscere quanto accade in zone di conflitto o dove vige la censura.

Al conto dobbiamo aggiungere 879 giornalisti e 144 blogger arrestati o fermati per ordine delle autorità di governo, i quasi 2000 casi di attacchi fisici, intimidazioni e minacce di morte, i 38 giornalisti sequestrati in zone di conflitto, i 73 che per salvare la loro vita e quella dei loro familiari sono stati costretti all’esilio e, per finire, i 193 che stanno scontando condanne a pene detentive, per la maggior parte in Turchia, Eritrea, Iran, Cina e Siria.

Purtroppo, come sottolinea Reporter senza frontiere, nonostante l’adozione della risoluzione 1738 del 2006 da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che richiama la necessità di proteggerli in zone pericolose, la violenza contro i giornalisti, soprattutto l’uccisione di giornalisti, continua a essere una delle più grandi minacce alla libertà di espressione.

Inchiesta sulle donne nei giornali

  • Venerdì, 21 Dicembre 2012 15:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giulia globalist
21 12 2012

Per la prima volta il Consiglio Nazionale dell'Ordine ha deciso di istituire un Gruppo di lavoro operativo sulle Pari Opportunità. Un'iniziativa che ci è sembrata quanto mai necessaria, anche alla luce della sempre maggiore presenza femminile nella nostra professione, e lo abbiamo presentato mercoledì 12 dicembre a Roma in occasione di una seduta del Consiglio.
 
Il lavoro di colleghe e colleghi: Giampaolo Boetti, Mariapia Farinella, Franco Nicastro, Silvia Resta, Barbara Reverberi e di Luisella Seveso, coordinatrice, si è svolto in collaborazione con Monia Azzalini dell'Osservatorio di Pavia.

Tutto è iniziato con una non facile indagine (vista la non continuità e frammentazione dei dati) sul numero delle donne nella professione e nelle scuole e master di giornalismo. In particolare il primo dato che abbiamo evidenziato riguarda proprio la presenza femminile in Consiglio, da sempre irrisoria. In questa consiliatura ci sono 22 giornaliste su 150 eletti.

Il video è invece il frutto di un lavoro svolto con l'Osservatorio ed è legato all'Osservatorio Europeo sulla Rappresentanza di genere, un progetto europeo dell'Osservatorio di Pavia. A commento del video Silvia Resta ha sottolineato i frequentissimi errori di genere nell'affrontare le notizie che riguardano il femminicidio.

La terza parte del lavoro che ha svolto il gruppo consiste in settanta interviste realizzate su tutto il territorio nazionale a colleghi sia uomini che donne divarie età e media di appartenenza per verificare le motivazioni a questo tipo di professione, lo status raggiunto, i problemi connessi alla carriera, le eventuali discriminazioni affrontate.
A conclusione del lavoro, una serie di richieste:

Gli Ordini regionali riprendano la registrazione dei nuovi iscritti con la divisione tra donne e uomini, che non è più fatta dal 2006.
Che in vista delle prossime elezioni dei consigli dell'Ordine siano inserite nelle liste un numero di donne di ALMENO un terzo dei nominativi e che il video che abbiamo prodotto sia utilizzato nelle scuole di giornalismo come suggerimento per gli studenti e come stimolo alla realizzazione di prodotti analoghi.

Si è chiesto infine che l'impegno non finisca qui e che il prossimo gruppo possa lavorare su un progetto che coinvolga i sempre più numerosi e vivaci gruppi di giornaliste degli Stati affacciati sul Mediterraneo

facebook