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Il Paese che perde i suoi giovani

  • Lunedì, 04 Novembre 2013 08:00 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
04 11 2013

La fuga dei cervelli. È la formula usata per evocare la migrazione di tanti giovani italiani, ad alto profilo professionale e scientifico, verso altri Paesi. Non solo europei. Dove trovano occupazione e riconoscimento. Fuga dei cervelli. È un'espressione che non mi piace. Perché i cervelli, nei Paesi liberi, sono liberi. E oggi possono sconfinare ovunque, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione. L'unica gabbia che possa imprigionarli è il loro corpo.

Se i "cervelli" se ne vanno dall'Italia è perché fuggono dal loro "corpo". Troppo vecchio per permettere loro di esprimersi. O almeno: di "operare". Di utilizzare la loro opera. L'Italia è un Paese vecchio (dati Istat, 2012). Il più vecchio d'Europa. Dopo la Germania, che, però, può permettersi di invecchiare perché attira i giovani migliori dagli altri Paesi. Compreso il nostro.

Il problema è che noi non ci accorgiamo di invecchiare. Perché siamo sempre più vecchi. Così ci immaginiamo giovani, sempre più a lungo. Fino a 40 anni. E rifiutiamo di invecchiare. Secondo gli italiani - come ho già scritto altre volte - per dirsi vecchi occorre aver superato 84 anni (indagini Demos). Considerata la durata media della vita, dunque, in Italia si accetta di essere vecchi solo dopo la morte.

I giovani, in Italia, sono sempre di meno. Come i figli. Il tasso di fecondità per donna è 1,4. Fra i più bassi al mondo. Se il nostro declino demografico si è interrotto, da qualche anno, è per il contributo fornito dagli immigrati. Che, tuttavia, non hanno modificato la nostra auto-percezione. Perché Noi continuiamo a invecchiare e a far pochi figli, mentre Loro sono giovani e fecondi. In altri termini, abbiamo riprodotto i confini al nostro interno nei confronti degli Altri. Gli immigrati, infatti, restano Stranieri, anche quando sono italiani, da più generazioni. Anche quando diventano ministri...
Così invecchiamo senza accorgercene e senza accettarlo. Investiamo le nostre risorse nell'assistenza e nella sanità, com'è giusto. Molto meno nella scuola, nella formazione, nell'università (da qualche tempo ho cominciato a scriverla con l'iniziale minuscola). Cioè, nei giovani. Nei figli. Nel futuro. A loro - ai figli e ai giovani - ci pensano gli adulti. In fondo, quasi 8 italiani su 10 fra 18 e 38 anni (e quasi 3, fra 30 e 34 anni) risiedono con i genitori (Istat, 2011). Sottolineo: non "vivono" ma "risiedono". Cioè: fanno riferimento a un'abitazione e a una famiglia, per affrontare una biografia sempre più precaria e intermittente.
I dati, a questo proposito, sono espliciti e crudi. L'Italia è il Paese con il più alto tasso di disoccupazione giovanile in Europa. Oltre il 40% (fra 15 e 24 anni), in ulteriore crescita nel 2013. Nelle regioni del Mezzogiorno raggiunge quasi il 50%. Non solo, l'Italia è anche il Paese dei Neet. Quelli che non studiano e non lavorano. Circa 2 milioni: il dato peggiore, nei paesi dell'Ocse, dopo il Messico.

I giovani: una generazione precaria e disoccupata. Sono pochi e non scendono più in piazza, come un tempo. Così, non hanno peso politico. I genitori, sempre più anziani, si incazzano, per questi figli senza futuro. Ma in fondo, anche se in modo inconsapevole, non ne sono del tutto dispiaciuti. Perché, senza di loro, i figli non potrebbero affrontare un percorso tanto precario. Ma se i figli (unici) si staccassero dalla famiglia troppo presto e in modo definitivo, loro - i genitori - resterebbero soli.

Così, i giovani, peraltro sempre più adulti (la sociologia delle generazioni ha coniato il neologismo (quasi un ossimoro) "giovani adulti" per definire coloro che hanno 30-35 e perfino 40 anni), emigrano. Se ne vanno altrove. Di certo, non debbono affrontare l'esodo drammatico dei disperati che partono dai Paesi dell'Africa e del Medio Oriente, stipati nei barconi. Per fuggire dalla guerra e dalla povertà. I "nostri" giovani se ne vanno con il sostegno delle famiglie. Addestrati da periodi di studio all'estero (Master, Erasmus), trascorsi durante e dopo l'università. Cercano e spesso trovano occupazione. In alcuni casi, di livello elevato. Perché i "giovani cervelli", in Italia, sono formati da un sistema scolastico e universitario che, nonostante gli sforzi per logorarlo, ancora resiste. E produce laureati e post-laureati di qualità. Apprezzati. Fuori dall'Italia.

Così si spiega la crescita continua degli italiani che si trasferiscono all'estero. Quasi 80 mila, nel 2012, secondo le stime ufficiali (dati Aire elaborati da Radio 24). Di fatto, circa il doppio. Al loro interno, i giovani - più o meno adulti - sono in aumento e pesano per circa il 45%. Se ne vanno, prevalentemente, in Europa (Germania e Gran Bretagna, anzitutto), ma anche in America Latina e negli Usa.

Non è una fuga, ma la ricerca di lavoro e di esperienza, in un mondo dove i confini sono sempre più aperti - per chi non proviene dai Paesi poveri. E i "cervelli" sono sempre ben accolti. Questo è il problema, per l'Italia. Non che i nostri "cervelli" se ne vadano. Ma che non ritornino. E poco si faccia per farli rientrare. O per attirarne altri, di eguale qualità. Perché noi importiamo lavoratori a bassa qualificazione. Ed esportiamo i nostri figli. Perdiamo i giovani e i cervelli. Perché siamo incapaci di offrire loro un destino coerente con le loro attese e le loro competenze. Così è comprensibile, perfino conseguente, che quasi tutti i giovani (8 su 10, dati Demos) siano convinti che, per fare carriera, occorra partire. Dall'Italia. Un Paese vecchio. Che maschera l'età e le rughe in modo artefatto - e un po' patetico. E lascia partire i giovani, senza farli tornare. Illudendosi di fermare il tempo. Di non invecchiare. Mentre, così, nasconde soltanto il futuro.
 
"Ormai tutto è social network. I genitori si sentono in colpa perché non sanno crescerli e finiscono per accontentarli in tutto. Oppure promettono grandi punizioni, che poi vengono smentite subito dopo". ...

Istat, mai così tanti giovani senza lavoro

  • Giovedì, 31 Ottobre 2013 11:40 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
31 10 2013

Il 40,4% dei ragazzi tra 15-24 anni sono disoccupati. È uno dei valori più alti degli ultimi decenni. Gli inoccupati a settembre erano 3 milioni 194 mila.

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a settembre registra un altro record, salendo al 40,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali su agosto e di 4,4 su base annua. Lo rileva l'Istat (dati provvisori).

È il valore più alto dall'inizio sia delle serie mensili, gennaio 2004, sia delle trimestrali, primo trimestre 1977.

Il tasso di disoccupazione "cresce perchè cala l'occupazione giovanile, diminuisce la percentuale di giovani tra i disoccupati, aumenta l'inattività tra i giovani", hanno sottolineato i tecnici dell'Istat.

Il numero di disoccupati a settembre arriva a toccare quota 3 milioni 194 mila. Lo rileva l'Istat (dati provvisori), registrando così un aumento dello 0,9% su agosto, corrispondente a un rialzo di 29 mila disoccupati, e del 14% su base annua, vale a dire di 391 mila unità.

Il tasso calcolato dall'Istat si attesta al 12,5%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,6 punti nei dodici mesi. Si tratta del livello più alto dall'inizio sia delle serie mensili nel gennaio 2004 sia delle serie trimestrali nel 1977.

La Stampa
23 10 2013

Sarebbe stato massacrato di botte fino alla morte un giovane 19enne di Nibionno, nel Lecchese, ucciso nel suo appartamento di Maidstone, nella contea di Kent, a 50 chilometri da Londra. Joele Leotta era partito per l’Inghilterra da nemmeno un paio di settimane per trovare lavoro e imparare la lingua. Potrebbe trattarsi di un delitto a sfondo razziale.
«Ci rubi il lavoro» avrebbero urlato gli aggressori, otto ragazzi inglesi fra i 21 e i 25 anni, già fermati dalla polizia, prima di cominciare a pestarlo. La notizia è riportata in prima pagina su QN - Il Giorno. Domenica sera sarebbe stato assalito a sorpresa da un gruppo di persone nell’appartamento che divideva con un amico in Lower Stone Street sopra al ristorante italiano “Vesuvius”, dove lavorava.

È qui che gli assalitori hanno iniziato a importunare i due amici, accusandoli di avere rubato il posto di lavoro ai cittadini del posto. Quando
ormai i due ragazzi lecchesi erano nel loro alloggio, hanno fatto irruzione e li hanno massacrati. Uno di loro avrebbe anche usato un coltello contro Leotta. L’amico ha avuto lesioni al collo, alla testa e alla schiena: è ancora in ospedale ma sarebbe fuori pericolo.

Negli ultimi dodici anni il programma lanciato dai governi per richiamare i talenti fuggiti all'estero è stato un flop. Nel 2006 Berlusconi ha smesso di finanziarlo, tre anni dopo è ripartito ma senza successo. Qualche effetto positivo arriva da iniziative delle regioni e Legge Controesodo. Ma il problema irrisolto è far sì che chi torna non vada via di nuovo.

di Marco Quarantelli 

Procedure farraginose, lungaggini burocratiche, incertezze interpretative, scarse garanzie per il futuro. I programmi pensati dagli ultimi governi per il rientro dei cervelli si sono rivelati nella maggior parte dei casi dei veri e propri flop. “Non basta offrire agevolazioni fiscali o stipendi più alti per far tornare in Italia i talenti fuggiti all’estero – spiega Pierpaolo Giannoccolo, docente di economia all’università di Bologna, esperto di brain drain – bisogna dare ai ricercatori che tornano la possibilità di portare avanti i loro progetti e crescere all’insegna della trasparenza e della meritocrazia“. E questo in Italia non accade, tanto che dopo pochi anni sono molti i cervelli rientrati che si pentono e fuggono di nuovo oltreconfine. Non solo: “All’estero i paesi avanzati discutono di brain circulation - continua Giannoccolo – mettono a punto strategie per attirare i migliori talenti internazionali, perché sanno che è l’unico modo per competere sui mercati. In Italia proviamo soltanto a far rientrare i nostri dopo che sono fuggiti. E neanche ci riusciamo”.

RIENTRO DEI CERVELLI - Dodici anni di scarsi risultati. Il primo programma per il rientro dei cervelli venne varato nel 2001 dall’allora ministro dell’Università, Ortensio Zecchino. Il decreto ministeriale 13/2001 garantiva incentivi agli atenei che offrivano contratti dai 6 mesi ai 3 anni a “studiosi ed esperti stranieri o italiani impegnati in attività didattica e scientifica all’estero da almeno un triennio”. Finanziato con 40 miliardi di lire ogni anno (20 per gli stipendi, 20 per i progetti di ricerca) per il 2001, 2002 e 2003, il piano “Rientro dei cervelli” impegnava gli atenei a fornire adeguate strutture di accoglienza e supporto all’attività dei ricercatori e il ministero era chiamato a offrire ai docenti un trattamento economico adeguato ai livelli europei. E’ durato fino al 2006, anno in cui il governo Berlusconi ha smesso di finanziarlo, e i suoi effetti sono stati deludenti: “Sarebbero rientrati in Italia solo 466 cervelli (di cui circa 300 italiani)”, si legge nel rapporto Brain drain, brain exchange e brain circulation. Il caso italiano nel contesto globale, pubblicato nel 2012 dall’istituto Aspen, a fronte del fatto che “i ricercatori italiani all’estero sono tra i 40 e i 50mila”. E di un esodo che in un decennio ha riguardato oltre 10mila ricercatori.

PROGRAMMA MONTALCINI - Nel 2009 il programma di Zecchino ha cambiato nome in “Giovani ricercatori Rita Levi Montalcini“, ma in termini di risultati è andata anche peggio. Lanciato in pompa magna, la sua applicazione negli anni è stata lenta e farraginosa. Il bando 2010 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale solo il 28 Febbraio 2012; il comitato preposto alla valutazione delle candidature è stato nominato il 10 settembre dello stesso anno, ha iniziato i lavori il 17 Dicembre 2012 e li ha conclusi solo il 21 Febbraio 2013, ma il decreto ministeriale con i nomi dei 24 vincitori è arrivato solo il 5 agosto 2013. Nel frattempo i finanziamenti sono scesi da 6 a 5 milioni di euro e gli anni di contratto sono passati da 6 a 3. Ovviamente l’appeal del progetto è scemato: se nel 2009 erano state 363 le domande per i 31 posti disponibili, nel 2010 le prime erano scese a 81 a fronte di 24 posti. Per il 2011, invece, sul sito dell’istituzione non c’è traccia del bando: il provvedimento di assegnazione non è stato mai scritto e i 5 milioni sono tornati nelle casse dello Stato. Ancor più deludenti sono stati i risultati: poiché solo i bandi 2009 e 2010 hanno concluso il loro iter, in 4 anni il programma ha riportato in Italia solo 55 ricercatori.
CONTRATTI IN SCADENZA E LUNGAGGINI BUROCRATICHE - Ora molti cervelli rientrati vivono nell’incertezza: sono in scadenza di contratto e attendono di conoscere il loro futuro. Poiché il ministero non fa concorsi dal 2008, per i più bravi è prevista la possibilità della chiamata diretta in ruolo, ma le procedure di valutazione sono state lunghissime: dal giugno 2012 per 59 domande sono state create 50 diverse commissioni perché i candidati lavorano in aree disciplinari diverse: alcune prima dell’estate 2013 non si erano nemmeno riunite.”Prima di procedere alle chiamate, il ministero doveva attendere che tutte le commissioni emettessero il loro parere – spiega Elisa Greggio, biologa dell’università di Padova, tornata nel 2009 dagli Usa con il “Rientro dei cervelli” – ad agosto è uscito il decreto di ripartizione del Fondo ordinario, che snellisce le procedure: ora appena la commissione si è espressa, il ricercatore può essere chiamato”. Positivi i risultati: “Alcuni sono già entrati in ruolo”. Ma Greggio come molti colleghi ha un contratto in scadenza nel 2014: “L’ateneo ha fatto da tempo domanda per la mia chiamata: ora spero che il parere arrivi in tempi brevi. Altri di noi nel frattempo sono tornati all’estero”.

LEGGE CONTROESODO - Ma l’esigenza di far tornare in Italia i talenti migliori non riguarda solo gli accademici. La legge 238/2010, la cosiddetta Legge Controesodo, venne pensata per favorire il rientro di laureati under 40 di ogni tipo, residenti all’estero da almeno tre anni per ragioni di studio o lavoro: per tre anni dal rientro si pagheranno le tasse solo sul 30% dello stipendio per gli uomini e sul 20% per le donne. Neanche in questo caso sono mancati problemi. Arrivato in Parlamento come progetto di legge nel dicembre 2008, il testo ha ottenuto l’ok definitivo a dicembre 2010. Gli ultimi decreti attuativi sono stati emanati solo il 7 giugno 2011, ma la legge non era chiara, così per fugare le incertezze interpretative si è dovuto attendere la circolare dell’Agenzia delle Entrate numero 14/E del 4 maggio 2012. Nonostante la lentezza, qualche risultato è arrivato: “Nel 2011 ha stimolato il ritorno di circa 4 mila persone, in maggioranza donne – spiega Alessandro Rosina, docente di demografia alla Cattolica di Milano – ora bisogna vedere se riusciranno a restare in Italia”.

COSA FANNO LE REGIONI - Una minima progettualità in questa direzione dimostrano di averla le Regioni, che “si stanno muovendo per accompagnare il controesodo – continua Rosina – e danno la possibilità di ottenere ulteriori finanziamenti a chi mette in piedi un’attività imprenditoriale”. E’ il caso dei progetti WelcomeTalentBusiness e Alimenta2Talent lanciati dalla Lombardia e di Brain back Umbria nell’omonima regione. Più strutturato il progetto Master and Back Sardegna: nato nel 2005, il piano finanzia master universitari nelle università straniere per i giovani del territorio e prevede contributi a enti e aziende per incentivare l’assunzione dei laureati che rientrano dall’estero. Fino al 2012 erano state erogate “circa 3.500 borse di studio per la formazione e concessi quasi 1.500 finanziamenti per i percorsi di rientro (totale: 150 milioni di euro)”, si legge nel rapporto dall’istituto Aspen.

“SOLO LEGGI SPOT, MANCANO LE STRATEGIE” - Il problema principale è far sì che chi torna non vada via di nuovo. “Nel caso dei ricercatori universitari – conclude Giannoccolo – quelli che rientrano devono essere messi in condizione di fare ricerca, di crescere, altrimenti prima o poi decideranno di tornare all’estero. E questo non si fa con i provvedimenti spot che abbiamo visto finora, ma con una strategia”. Quale? “Serve un maggiore collegamento tra le università e il tessuto produttivo, innanzitutto. Un esempio: il governo può decidere che l’Emilia Romagna diventi la regione leader nella produzione di pannelli solari. Per questo farà in modo che gli atenei richiamino dall’estero studiosi che fanno ricerca in materia; al contempo darà incentivi e sgravi fiscali ai produttori della regione perché migliorino le loro aziende. Lo Stato rinforzerà, cioè, il legame tra atenei e realtà industriali, in modo da creare un circolo virtuoso. Ma per fare questo servono investimenti e idee: finora si è visto molto poco”.

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