I confini di guerra dell'Europa

Guardare oltreDobbiamo imparare a ridisegnare i confini dell'Europa, prima ancora che sulla carta geografica, nella nostra rappresentazione mentale. Ad aver allargato quei confini non sono solo né soprattutto i motori della globalizzazione: la "libera" (cioè controllata da un numero sempre più ristretto di uomini ricchi e potenti) circolazione di Capitali, merci e informazioni, bensì le privazioni e la violenza esercitate direttamente sui corpi vivi delle persone. 
Guido Viale, Il Manifesto ...

Assemblea nazionale verso un #1M2015 No Expo

Sabato 17 gennaio, ore 10.30
Università Statale di Milano

Liberi, ma precari Beck ci aveva avvisato

  • Lunedì, 05 Gennaio 2015 08:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache del Garantista
04 01 2015

Che il mondo si preparasse con la fine della guerra fredda e la globalizzazione dei mercati Ulrich Beck – morto settantenne lo scorso capodanno a Monaco di Baviera (l’annuncio lo ha dato ieri la Sueddeutsche Zeitung lo aveva capito già a metà degli anni ottanta, prefigurando l’idea di una seconda modernità e la teoria della società del rischio.

Formula che dà il titolo al suo primo saggio seminale del 1986 dove vengono messi a fuoco i drammi e i dilemmi che cominceranno a investire il mondo con il crollo del muro di Berlino, la società planetaria, la finanziarizzazione dell’economia e il ritorno dei nazionalismi e dei fanatismi religiosi. Professore di sociologia presso l’università di Monaco di Baviera e la London School of Economics, Beck era nato il 15 maggio 1944 a Stolp, all’epoca in Polonia. Dopo gli studi in sociologia, filosofia, psicologia e teoria politica presso l’Università di Monaco di Baviera, nel 1972 conseguì il dottorato in filosofia, scegliendo però di lavorare come sociologo.

Iniziata la carriera accademica all’Università di Munster nel 1981 si trasferisce all’Università di Bamberga, per passare poi dal 1992 alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, dove ha diretto il dipartimento di sociologia. Ha insegnato sociologia nello stesso periodo alla London School of economics e al Museo dell’Uomo di Parigi. Dal 1995 al 1997 Beck ha fatto parte della Kommission für Zukunftsfragen der Freistaaten Bayern und Sachsen, una commissione di studiosi tedeschi per le questioni del futuro.

L’originalità di Beck è di avere tradotto e declinato sul pino sociologico e politico le intuizioni che sempre negli irrequieti anni Ottanta Lyotard aveva reso note con il suo <+corsivo>La condizione postmoderna<+tondo>, dove veniva sancita la ”fine delle metanarrazioni novecentesche”, dei paradigmi di pensiero cioè che avevano dato un ordine al mondo della prima modernità, squassata sì da due guerre mondiali e tuttavia ancora assiata per classi, censo, culture d’apartenenza. La seconda modernità – di cui gli anni ottanta sono stati la camera d’incubazione con l’avvento dell’informatica e la fine delle ideologie tradizionali – si sarebbe incaricata di liquidare il secolo breve e portare il mondo in una dimensione di instabilità continua non solo politica ed economica ma anche psicologica e antropologica con la crisi delle identità nazionali culturali, individuali con l’avvento del biopotere e dell’ingegneria genetica. Temi che Beck investe di un pensiero spregiudicato in saggi che vanno da Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria.

(Carocci, 1999) a L’Europa cosmopolita. Società e politica nella
seconda modernità (Carocci, 2006) fino a Europa tedesca: la nuova geografia del potere (Laterza, 2013) dove il sociologo affronta la questione della potenza tedesca che torna ad essere l’ordine del giorno dell’Europa e il suo principale problema.
Saggi che sfuggono al riduzionismo specialistico e che grazie alla capacità di Beck di spaziare tra diverse discipline – dalla sociologia alla filosofia passando per la psicologia – consentono uno sguardo d’insieme vasto e profondo della realtà in cui è immerso oggi ogni individuo inserito nel sistema mondo messo in vibrazione dalla mutazione repentina e traumatica – soprattutto per l’area europea occidentale – del dominio del lavoro. Sempre più obbediente alle logiche di precarizzazione e flessibilità. Nodi che Beck mette a tema in libri come Libertà o capitalismo. Varcare la soglia della modernità(2001), Europa Felix. Il vecchio continente e il nuovo mercato del lavoro e Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro.
Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile (Laterza 2000). Ma come si diceva l’indagine del professor Beck non si ferma a quelli che una volta si sarebbero chiamati i dati strutturali dell’economia e del lavoro. Nella sua analisi il sociologo tedesco predilige anzi la cosiddetta sovrastruttura del mondo: la cultura, i pensieri, l’immaginazione degli individui, che nella postmodernità liquida assumono sempre più rilievo e cogenza. Nel catalogo Laterza compaiono i libri L’amore a distanza. Il caos globale degli affetti (2012), Conditio humana. Il rischio nell’età globale (2011,) Il Dio personale. La nascita della religiosità secolare (2009).

Considerato a ragione uno dei maggiori protagonisti delle scienze sociali contemporanee, Beck ha ripensato in profondità la natura del modello sociale, economico e politico che ha caratterizzato la nostra modernità dal Settecento fino ai nostri giorni. Ma soprattutto ha mostrato come questo modello sia oggi in via di esaurimento sotto la spinta di cinque sfide congiunte: la globalizzazione, l’individualizzazione, la disoccupazione, la rivoluzione dei generi e i rischi globali della crisi ecologica e della turbolenza dei mercati finanziari. Ma se si vuole cogliere la sintesi compiuta del discorso di Beck il <+corsivo>livre de chevet<+tondo> del suo pensiero è <+corsivo>I rischi della libertà<+tondo>, edito dal Mulino nel 2001.

Diversamente dalla società tradizionale – è la tesi centrale di tutta l’opera di Beck riassunta in questo saggio – nella società moderna il soggetto è costretto a costruire la sua biografia attraverso l’azione. Così la sua individualizzazione che prima era ereditata si basa su una scelta. Nella seconda modernità la questione diventa così la libertà dell’individuo che non ha più un ordine di riferimento in cui spontaneamente riconscersi: non una classe sociale di provenienza o appartenenza, non una cultura nazionale, non una religione specifica. L’individuo vive immerso in un politeismo di valori spesso contraddittori tra loro, dentro il quale fa fatica a orientarsi e rischia seriamente di smarrirsi.

E’ il prezzo della libertà. Beck però sottolinea che non si è in presenza di una caduta di valori, quanto, piuttosto e appunto di una pluralità di valori anche se non nasconde che il rischio di questa iridescenza di opzioni esistenziali e culturali è il rischio del relativismo assoluto. Le risposte politiche tradizionali a questo problema della libertà sono state il neoliberalismo e il comunitarismo, uno legato all’idea del mercato, l’altro a quella della comunità. Beck individua una terza via: il repubblicanesimo cosmopolita caratterizzato da un nuovo significato dell’individuo, dalla centralità di istituzioni cosmopolitiche, dall’importanza della dimensione del locale, dalla libertà politica attraverso la società dei cittadini e la responsabilità democratica.

L’idolatria del mercato genera infatti secondo Beck atomizzazione sociale mentre l’utopia reazionaria del comunitarismo o quella socialista del collettivismo rischia di condurre a nuovi esperimenti totalitari. Per Beck le risposte possibili alla crisi di senso della seconda modernità sono invece le libere confederazioni, molto somiglianti a particolari forme di federalismo vicine al modello comunitario olivettiano.
In conclusione: Beck è stato il radiografo contemporaneo più acuto nel registrare il passaggio dalla modernità alla sua fase senile, a vedere incamminarsi il novecento verso il suo meridiano zero e scorgere al di là di esso una nuova possibilità di libertà e al tempo stesso un nuovo rischio mortale. Di fronte a questo panorama in movimento non ha fornito ricette risolutive ma ha posto una serie di interrogativi a cui la vecchia politica e la vecchia cultura non possono rispondere ma con cui deve confrontarsi una cultura delle nuove sintesi – da lui auspicata – che sappia raccogliere e intrecciare i fili interrotti del miglior pensiero liberale, socialista e religioso. Sono domande stringenti quelle che pone il discorso di Beck a cui non si sfugge e che messe in successione producono l’impressione di essere davvero alla soglia di un nuovo mondo. Come si può essere individuati e al tempo stesso comunitari? Come conciliare il crescere delle rivendicazioni di autonomia con la loro realizzabilità?

Come equilibrare l’ordine civile con l’irrinunciabile libertà? E ancora: che cosa è la Nato senza il comunismo? La società dei consumi mentre è in corso la devastazione ecologica e si estende la disoccupazione? Che cosa è lo stato sociale nell’epoca della concorrenza globale e della distruzione dei tradizionali rapporti di lavoro? Che cosa sono i partiti senza iscritti, senza consenso sociale, senza democrazia interna? E che resta dello stato nazionale preso a tenaglia in mezzo a globalizzazione e recrudescenze localistiche?

Tutte domande – dice Beck – che le maglie larghe delle grandi organizzazioni non riescono a trattenere. Così che il risultato è il rifiuto molto politico della politica. Un rifiuto che sta mettendo in crisi l’intero sistema politico europeo con le sue democrazie fondate sui partiti e le oligarchie economiche, sopravvivenze in via di liquidazione in un mondo multidimensionale che fa apparire certi istituti e certe idee vecchi come la santa alleanza o la religione della scienza del balletto Excelsior.

 

 

 

Schiavi o fratelli?

  • Lunedì, 29 Dicembre 2014 14:11 ,
  • Pubblicato in L'Appello
Flavio Lotti,  Marcia PerugiAssisi
29 dicembre 2014

Forse schiavi lo siamo anche noi. Schiavi delle cose che rincorriamo tutti i giorni. Schiavi di una vita frenetica che ci lascia sempre insoddisfatti. Schiavi dei soldi che non ci bastano mai. Schiavi di un lavoro che non abbiamo o che ci rende la vita impossibile.

I padroni del cibo

Sono dieci i signori dell'industria alimentare che controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Queste multinazionali gestiscono 500 marchi che entrano nelle nostre case quotidianamente. Così pasta, biscotti e caffè diventano globali, anche in Italia. E le grandi questioni, come l'uso di oli e grassi nei prodotti, vengono decise a tavolino.
Paolo Griseri, la Repubblica ...

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