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Il Fatto Quotidiano
03 06 2014

Asif guarda il mare sognando la terra dall’altra parte. A volte spera che quel braccio di acqua largo neppure 35 chilometri scompaia durante la notte. È un ragazzo di 33 anni, fuggito nel 2000 dall’Afghanistan. Dopo essere passato dalla Turchia alla Svizzera è arrivato in Francia, a Calais. È in questa cittadina sulla Manica, ultima frontiera d’Europa, che Asif ha tentato la sorte. “Per venti giorni – ha raccontato – ho raccolto oggetti che venivano buttati”. Sei assi di legno, una stampella a prua per reggere la vela e un materasso su cui sedersi. E poi, un giorno di maggio, via verso la Gran Bretagna, di buon mattino, per sfuggire agli occhi della guardia costiera. Che ha fermato la sua folle traversata poche ore dopo, probabilmente salvandogli la vita.

Per Asif la terra promessa si chiama Gran Bretagna. Come lui a Calais ci sono 200 afgani e complessivamente più di 800 migranti, quasi tutti clandestini. Vengono dall’Africa centrale o dall’Eritrea, dalla Siria o dall’Iraq. Sono sempre più numerosi e da differenti rotte lungo il Mediterraneo. Secondo gli ultimi dati dell’agenzia Ue Frontex il numero di ingressi illegali nei primi 4 mesi del 2014 è di oltre 40.000, di cui di 25.6500 attraverso la Libia. Un aumento impressionante dai rispettivi 12.450 e 1.125 del 2013, perfino maggiore che nel 2011 durante la Primavera araba. Raramente però questi migranti si fermano nei Paesi d’entrata, come l’Italia. “Anche se vediamo tutti i giorni immagini tragiche da Lampedusa – ha sottolineato la Merkel – le destinazioni finali che accolgono più rifugiati sono altre”, Svezia e Germania in testa. Per questo, secondo la cancelliera, “bisogna trovare soluzioni nei paesi d’origine”.

Fino a pochi giorni fa, prima che la polizia francese sgomberasse il campo di Calais senza fare troppi complimenti, erano assiepati principalmente in un campo di fortuna in prossimità di una ferrovia abbandonata. Le tende sono a volte niente più che di grandi buste di plastica piantate alla buona. Niente elettricità o servizi igienici. Niente cibo se non quello distribuito una volta al giorno da volontari. Questo era il campo dei disperati e degli invisibili. E anche se oggi non c’è più, è difficile che scompaia: loro, dicono, non solo non sanno dove altro andare. E oltretutto ma non hanno davvero niente da perdere.

A ogni ora del giorno, e ancor di più durante la notte, decine di persone tentano di salire in tutti i modi a bordo dei camion merci diretti verso la Gran Bretagna, dove in teoria nessun documento in loro possesso li autorizza ad andare. Qualcuno si infila perfino nel semiasse delle ruote posteriori, come è accaduto a un ragazzo sudanese morto proprio per questa ragione solo la scorsa settimana. Le autorità locali parlano di una situazione al collasso a Calais, mentre Londra e Parigi si accusano a vicenda: per i primi la polizia non fa nulla per fermare i migranti, per i secondi la Gran Bretagna dovrebbe mettere a disposizione risorse economiche e cooperare anziché criticare. Sarà un caso che lo smantellamento del campo sia arrivato solo due giorni dopo il trionfo del Front National?

Fino al 2003, prima che Sarkozy lo chiudesse, esisteva un campo profughi della Croce Rossa. Allora i rifugiati provavano a salire sui treni che passavano per l’Eurotunnel. Nel 2009 la drammatica realtà di Calais è diventata un film. Welcome racconta la storia di Bilal, un giovane curdo iracheno che prende lezioni di nuoto per provare ad attraversar la Manica e ritrovare a Londra la sua ragazza. Nel film le cose non vanno bene per Bilal. Asif, che guarda il mare sperando che scompaia è convinto: “Vale sempre la pena provare a raggiungere i tuoi sogni”.

Il leader dell'Ukip sulle lavoratrici: "Giusto che guadagnino meno". E per i suoi gli omosessuali sono tutti "sodomiti e comunisti". Nigel Farage è uno specialista del "non sono razzista, però...". ...

In duecento tra prostitute e supporter davanti al parlamento inglese, contro la proposta del primo ministro David Cameron di punire i clienti delle lavoratrici del sesso. Le signore della notte non ci stanno: "Siamo madri e mogli, non criminali", grida Niki Adams, sex worker e membro dell'English Collective of Prostitutes, il sindacato delle prostitute inglesi. ...

Le selfie senza trucco per combattere il cancro

Giornalettismo
20 03 2014

Fotografarsi senza trucco e postare l’immagine sul web per pubblicizzare una raccolta fondi contro il cancro. È l’ultima tendenza che si è diffusa in rete in Gran Bretagna, in segno di sostegno verso la campagna del Cancer Research UK, nato nel 2002 e considerato come il più grande ente benefico al mondo. Le selfie delle donne senza nemmeno un colpo di mascara sul volto sono accompagnate soprattutto dagli hashtag #nomakeupselfie e #cancerawarness, e dall’invito a ripetere lo stesso gesto per promuovere l’iniziativa. Molti messaggi vengono, inoltre, dedicati a persone scomparse o ammalate di tumore.

I CRITICI – Ma non mancano le polemiche. Molti utenti sui social network hanno severamente condannato in qiesti giorni la moda delle selfie per la lotta al cancro sostenendo che la tendenza non aiuti affatto i malati, e invitando, inoltre, gli autori delle immagini ad effettuare delle più concrete donazioni di denaro. «Come raccogliere fondi per la beneficenza: donando soldi. Come non raccogliere fondi per la beneficenza: postando un nomakeupselfie», ha scritto qualcuno polemizzando su Twitter.

Nel dibattito è intervenuto anche direttamente il Cancer Research UK. Carolan Davidge, responsabile della comunicazione dell’organizzazione benefica, in comunicato ha spiegato che «la moda del #nomakeupselfie su Twitter non è stata lanciata dal Cancer Research». «Ma – ha aggiunto la nota – è bello vedere tante persone coinvolte per contribuire ad aumentare la consapevolezza del cancro tra amici e familiari. Se la gente vuol sostenere il nostro lavoro per battere il cancro può visitare il sito web».

Le ragazze perdute

  • Venerdì, 17 Gennaio 2014 12:58 ,
  • Pubblicato in Flash news
Articolo Tre
17 01 2014

Pubblicati da The Indipendent dati shock sull'aborto sesso-selettivo in Gran Bretagna.

Secondo il quotidiano britannico l'aborto illegale praticato da alcuni gruppi etnici per evitare la nascita di femmine è una tecnica che prosegue da tempo. I dati riportano che, a causa di questa pratica, la popolazione femminile del Regno Unito è ridotta.

Secondo l'indagine del quotidiano l'aborto illegale di feti femminili per garantire alle famiglie solo figli maschi è ampiamente in uso all'interno di alcune comunità etniche ed ha portato carenze significative nella percentuale di ragazze in rapporto ai maschi.
La pratica dell'aborto selettivo del sesso è talmente comune da avere profondamente colpito l'equilibrio tra uomini e donne all'interno di alcuni gruppi di immigrati ed ha provocato la 'sparizione' di un numero che va da 1.400 a 4.700 unità di individui femmine nei censimenti di Inghilterra e Galles.

Non si tratta di un'indagine governativa, tuttavia l'analisi del The Indipendent si basa su un attento approfondimento dei dati riguardanti l'ultimo censimento nazionale del 2011 che ha mostrato discrepanze diffuse nel rapporto numerico tra maschi e femmine all'interno delle famiglie di immigrati che possono, secondo gli analisti, essere spiegati con un motivo: la scelta di abortire i feti femminili.

I risultati serviranno a riprendere il dibattito vivo in Gran Bretagna sul fatto che le donne possano conoscere il sesso del nascituro alla 13° settimana. Diversi esperti sostengono che si debba sapere molto più avanti proprio per rendere più difficile la possibilità di ottenere il permesso di abortire come alcuni ospedali del NHS (National Healt Service) hanno già iniziato a fare.

Il dato che ha determinato il campanello d'allarme è stato evidenziare il fatto che nel 2011 circa il 10% dei 190.000 aborti in Inghilterra e Galles ha avuto luogo alla 13° settimana , proprio quando diventa possibile individuare il sesso nel feto. La legge britannica vieta l'aborto in base al sesso, ma si può sempre abortire se, come per tutte le altre interruzioni di maternità, due medici concordano sul fatto che è la scelta migliore per la salute della donna.

E' facile capire come sia difficile perseguire i medici in queste condizioni. Il Dipartimento della Salute sostiene, infatti, che non vi siano prove certe di illegalità legate alla pratica di aborto di feti femminili.

In alcune parti dell'India e della Cina con una popolazione maschile preponderante si può parlare di pratiche sesso-selettive.

Amartya Sen, professore, economista indiano, premio Nobel, aveva già avvertito questo problema 25 anni fa, portando l'attenzione sui milioni di "donne mancanti" nel mondo a causa di aborti che sono una forma di discriminazione sessuale: "L'aborto selettivo dei feti femmina si può definire ' discriminazione della natalità' ed è una specie di selezione artificiale di preferenza per il sesso maschile".

Proprio per controllare se questa pratica ha raggiunto la Gran Bretagna, The Indipendent ha commissionato questa ricerca all' Office for National Statistics (ONS) che mostra il numero di nuclei familiari con figli a carico suddivisi per paese di nascita di padre e madre.

L'interesse si è concentrato sui secondogeniti per vedere se le famiglie in cui il primo figlio era femmina, avessero un maschio come secondo. Rilevando che in famiglie con due figi di alcuni immigrati il numero di secondogeniti maschi era al di sopra di ogni statistica, determinando un forte squilibrio nel rapporto tra i sessi che non accade in modo naturale.

Secondo gli stessi analisti questi dati dimostrano che ci possono essere solo due spiegazioni plausibili: l'aborto selettivo e la pratica di continuare ad avere figli fino a che nasce un maschio.

Christoforos Anagnostopoulos, docente di statistica presso l'Imperial College di Londra sostiene che "Questo fenomeno potrebbe spiegare lo squilibrio che si osserva nelle famiglie prese in esame e, in assenza di una teoria migliore, questi risultati possono essere interpretati come la prova che l'aborto sesso-selettivo viene praticato".

Il rapporto naturale tra maschi e femmine alla nascita è di 1,05, il che significa che ci sono 105 maschi ogni 100 femmine. Quando il rapporto tra i sessi supera i 1,08 (più di 108 maschi per 100 femmine) allora si ritiene che entrino in gioco altri fattori. Quali appunto, l'aborto selettivo, come avviene in alcune zone dell'India o della Cina dove il rapporto è 1,20 o,addirittura 1,40.

In particolare i dati commisionati all'ONS hanno messo in luce il fatto che, anche se ovviamente, il sesso del secondo figlio non dovrebbe essere influenzato da quello del primo, tuttavia i secondogeniti di famiglie di madri nate in Pakistan, Bangladesh, Afghanistan sono fortemente polarizzati verso il sesso maschile, in particolare il rapporto va da 1,1 a 1,2.

 

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