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Dalla Cina col pancione: i figli nascono negli Usa

  • Martedì, 10 Marzo 2015 17:18 ,
  • Pubblicato in La Denuncia

Gravidanza in CinaVirginia Della Sala, Il Fatto Quotidiano
10 marzo 2015

All'aeroporto di Los Angeles, una coppia di cittadini cinesi viene fermata per i controlli. Il marito, Wang Fei, cerca di convincere gli agenti della dogana che vuole entrare negli Usa per una vacanza. Lei è incinta, non si sa di quanti mesi. "E se il travaglio iniziasse durante la permanenza?" chiedono gli agenti. "Resteremo a casa di mio padre a Corona, una città poco distante da Los Angeles", spiega. Eppure la storia non convince. ...

Il mio mestiere è partorire tuo figlio

Per maternità surrogata (surrogacy) s'intende la pratica di portare avanti una gravidanza per qualcun altro. Non sarà quindi la gestante a crescere il bambino, che potrebbe essere figlio biologico di entrambi i genitori che lo alleveranno, di uno solo o di nessuno (in questi ultimi due casi si fa ricorso a un donatore e/o a una donatrice di gameti). Ne esistono due modelli:
Chiara Lalli, La lettura ...

Avere un figlio dopo la chemio

Corriere della Sera
06 01 2015

di Margherita De Bac

Diventare mamme dopo esser guarite da un tumore. Diritto ancora negato in Italia. La minoranza delle donne che affrontano la chemioterapia dopo la diagnosi vengono informate della possibilità di chiudere in cassaforte la fertilità per poter un domani cercare di avere un bebè. «C’è ancora parecchio da fare. Troppo spesso la paziente non viene messa al corrente sull’esistenza di trattamenti di protezione», spiega Lucia Dal Mastro, oncologa dell’ospedale San Martino di Genova e consigliera del direttivo Aiom (associazione italiana oncologi). Altrove il livello di consapevolezza è più alto: 3 donne su 10 in Gran Bretagna e 7 su 10 in Germania sanno che la prospettiva della maternità resta aperta anche con la malattia.

Due le strade per conservare la fertilità. Ci sono farmaci che proteggono l’ovaio e evitano il rischio della menopausa precoce e dunque rendono irrealizzabile la gravidanza dopo una cura antitumorale. Un’iniezione ogni 4 mesi. Il problema è che il medicinale, in commercio da anni, ha l’indicazione di «preservazione della funzione ovarica», solo in caso di carcinoma mammario e solo per queste pazienti è gratuito. Per renderlo accessibile a tutte le malate di tumore dovrebbero essere cambiate le regole dalla prescrivibilità. Lo chiedono Aiom e Favo (federazione italiana associazioni volontariato in oncologia).

La seconda via è il congelamento degli ovociti prima della chemioterapia. I gameti femminili vengono prelevati e messi sottozero per essere utilizzati a guarigione avvenuta con tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma). Il problema di fondo è che in Italia, e parliamo di sistema pubblico visto che il cancro si cura in ospedale, manca la collaborazione tra centri di oncologia e centri di Pma. Tra i poli di riferimento organizzati per offrire alle pazienti un percorso scorrevole, oltre al San Martino, Sant’Orsola di Bologna, l’Humanitas a Milano, Sant’Anna di Torino e ospedale Moscati di Avellino. «Oncologi e ginecologi molto spesso non lavorano in squadra – dice Paola Anserini, responsabile del servizio per le cure antinfertilità dell’ospedale genovese – Le donne che hanno già figli una volta informate decidono di avviare subito la chemioterapia e dunque di non proteggersi dai suoi effetti. Fra chi accetta di salvare la fertilità, 8 su 10 scelgono i farmaci, le altre il congelamento degli ovociti la cui percentuale di successo, quando poi si tenta la gravidanza, è del 20 per cento».

C’è poi una terza strada, meno battuta e in fase di rodaggio, il congelamento di una parte dell’ovaio con un intervento chirurgico. Poi l’ovaio viene ritrapiantato. Al mondo un solo bambino nato. Per la ginecologa Anserini l’obiettivo deve essere «la creazione di una rete di centri per l’oncoinfertilità. Pochi e selezionati in modo da garantire risultati migliori. Ci può essere collaborazione anche tra pubblico e privato purché il percorso sia condiviso e la donna venga seguita. Bisogna sapere che oggi il cancro non è la negazione della maternità».

Corriere della Sera
08 09 2014

Al Museo MAXXI di Roma fino al 9 ottobre gli incontri con gli artisti: Eva Marisaldi, Francesca Grilli, Donato Piccolo, Iannis Kounellis e Luigi Ontani

di Francesca Pini

Donna, partorirai con dolore! Da quel momento il rapporto della donna con la propria maternità è diventato complesso. E se prima si nasceva in casa, poi sono stati gli ospedali a farsi carico (ormai quasi esclusivamente) della nascita come avvenimento medico. Il parto è diventato sempre più simile a un’operazione, specie quando si tratta di un taglio cesareo che richiede anestesia e bisturi (l’Italia è fra l’altro il Paese con il più alto tasso di cesarei). E che l’argomento “parto” stesse diventando un problema sociale oltre che personale se ne accorse già negli anni Settanta un ginecologo scrittore come Frédéric Leboyer che, nel 1973, pubblicò un libro-manifesto dal titolo Per una nascita senza violenza nel quale proponeva una visione alternativa a quella della nascita considerata quasi una malattia, e non invece un rito da rispettare. Oggi si è anche arrivati a delegare il parto (nei casi dell’utero in affitto, pratica ammessa in alcuni Paesi), ma, in ogni caso, l’atto di partorire è un evento esclusivo fra la donna e il bambino che custodisce nel suo ventre. Leboyer nel corso degli anni ha pubblicato ancora altri libri sul tema, tra cui L’arte di partorire (2008).

Da sempre, fin dal Medioevo, l’arte si è appropriata di questa tematica della gravidanza, dapprima in senso religioso e teologico, raffigurando la Maternità della Vergine come avvenimento mistico (come nella Madonna del Parto di Piero della Francesca), e oggi non è da meno, anche se il baricentro è diventato laico. Tra i primi artisti contemporanei ad inventare, nel 1998, un link diretto tra nascita e operad’arte è stato Alberto Garutti, con una suo famoso intervento nella città di Bergamo (in collaborazione con l’ospedale locale), generato appunto dal primo vagito di un bebé. Che, a sua volta, faceva accendere una luce in città, quasi fosse una piccola cometa. Garutti lo aveva pensato per Piazza Dante a Bergamo. Ed erano proprio i papà in sala parto a premere quel bottone “magico”, che rendeva i lampioni improvvisamente più luminosi, diventato emblema della vita. Recentemente anche un altro artista di grande levatura, come Iannis Kounellis, ha dato il suo contributo al tema del parto, donando al Policlinico una sua installazione per la Mangiagalli di Milano, in cui vediamo pendere da tanti fili d’acciaio delle teste di statue classiche, come simbolo di continuità tra generazioni.

In questo solco nasce l’iniziativa Partorire con l’arte, proposta dal ginecologo romano Antonino Martino (in forza al San Pietro Fatebenefratelli e fondatore su Facebook di una comunità di collezionisti). Anche in questo caso si tratta di rasserenare la dolce attesa (spesso nutrita di troppe ansie per il nascituro), di sdrammatizzare la medicalizzazione dell’evento. Nove mesi di preparazione psicologica passano in fretta (senza considerare che anche la nascita può ingenerare una depressione post partum più o meno grave), ma a questa si può aggiungere oggi anche un capitolo soft, un dialogo tra partorienti, medici, storici dell’arte ed artisti come quelli che il dottor Martino ha coinvolto in questa prima edizione di Partorire con l’arte.

A rispondere per primo all’appello è stato il Museo MAXXI di Roma che accoglierà (fino al 9 ottobre) diversi incontri ai quali parteciperanno, tra i molti relatori, Ginevra Cascelli (ostetrica e antropologa), Miriam Mirolla (psicologa dell’arte), Irene Martini (biologa), Anna Mattirolo (direttrice del MAXXI), Claudio Strinati (storico dell’arte). E tra gli artisti Eva Marisaldi, Francesca Grilli, Donato Piccolo, Iannis Kounellis e Luigi Ontani, che in una celebre foto si auto rappresenta come la Lupa che allatta Romolo e Remo. Dice Martino: «Il mio pensiero va soprattutto ai nascituri, anche come potenziali futuri appassionati d’arte, e comunque sensibili alla cultura, abituandoli con naturalezza già da quando stanno nel grembo delle future madri».

Sappiamo da studi scientifici che il feto reagisce all’ambiente, che “avverte” gli stimoli trasmessi dalla madre, e, per attenuare l’ansia, anche parlare d’arte può rivelarsi un valido antidoto. Ma ancora un’altra iniziativa pensa ai futuri bebè, con un progetto della Fondazione Medicina a Misura di Donna, avviato all’ospedale Sant’Anna di Torino (dal 9/09), che doterà tutti i nascituri di un “passaporto culturale”, ogni famiglia di un nuovo cittadino torinese riceverà questo documento con il quale potrà visitare gratuitamente Palazzo Madama, naturalmente con il proprio bambino.

 

Dimessa dopo il parto. Dieci giorni e muore

  • Martedì, 15 Aprile 2014 13:11 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
15 04 2014

Il 2 aprile scorso aveva dato alla luce Francesco. Diventata madre per la seconda volta. Angela Giannone, 35 anni, di Venaria, era raggiante. Sfinita dalla gravidanza, dal travaglio e dal parto, ma felice. È morta, improvvisamente, l’altro pomeriggio. «Svengo, svengo», ha detto con un filo di voce alla madre. S’è accasciata sul divano. Nel giro di cinque, sei minuti, il suo cuore ha smesso di battere. E ora, su questa fine, c’è l’ombra di un sospetto. La Procura di Ivrea ha aperto un’inchiesta, perché la donna, dopo le dimissioni, aveva gambe e piedi sempre più gonfi. Aveva confessato alle amiche di aver chiesto un parere al medico, ma di essersi sentita dire: «Aspettiamo, passerà». Quale medico? Ora il fascicolo sulla vicenda è sul tavolo del pm Giuseppe Drammis, che ha ordinato l’autopsia.

Il sospetto
L’esame autoptico servirà a chiarire se la Giannone sia rimasta vittima di complicazioni post-parto sottovalutate da qualcuno. I giorni successivi alle dimissioni dal Maria Vittoria sembravano scivolare via tranquilli: «Come quando era nata Miriam, la primogenita, quattro anni fa – ricorda il marito, Fabrizio Romboli -. È stato un parto naturale ma faticoso perché Francesco pesava 4 chili e due etti». Anche l’elettrocardiogramma prima di entrare in sala era regolare. Ma qualcosa di non previsto potrebbe essere accaduto dopo il parto.

Il ricovero e le dimissioni
In reparto, dopo la nascita di Francesco, l’educatrice professionale di Venaria è rimasta quattro giorni. Torna a casa sabato pomeriggio, 5 aprile. Nell’alloggio di via Pavesio si respirava aria di festa per il nuovo arrivato. L’unica cosa che preoccupava la donna e il marito era un gonfiore ai piedi. «Erano gonfiati parecchio – conferma il marito - ma non abbiamo dato molto peso alla cosa, anche perché Angela sdrammatizzava: “Come è venuto passerà». «Anche al momento delle dimissioni dall’ospedale non aveva potuto indossare le scarpe, tanto erano gonfi i piedi», ricordano alcune amiche alle quali aveva scritto su Facebook. A casa Angela allatta Francesco al seno, sempre molto stanca, sfiancata. «La notte restava quasi sempre sveglia per dare il latte al bimbo», dice il marito.

L’ultimo weekend
La famiglia Romboli ha deciso di trascorrere sabato e domenica scorsi nella frazione Gatto di San Martino Canavese, dove i genitori di Fabrizio possiedono una casa. Doveva essere una giornata di relax per Angela. Che però, intorno alle 13,45, comincia ad accusare un dolore al petto. «Abbiamo iniziando a pranzare, ha assaggiato qualche antipasto, poi ha cominciato a lamentarsi: “Non sto bene”», racconta sempre il marito. Questione di minuti: Angela allontana il neonato dal seno, lo affida a nonno Filippo. Poi cade sul divano, perde i sensi tra i famigliari disperati che cercano di rianimarla.
«Mi è morta tra le braccia», scuote la testa disperato il papà di Angela. In località Gatto arrivano anche i soccorsi, ma la situazione è già disperata.
In un amen la notizia della scomparsa di Angela Giannone ha fatto il giro di Venaria dove lei è nata, cresciuta, e dove si è spesa nell’impegno sociale nella parrocchia di Santa Maria. «Questa tragedia mi lascia senza parole», dice don Vincenzo Marino.

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