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Come può un nucleo familiare sopravvivere a un cambiamento di sesso, non solo da un punto di vista emotivo, ma anche a livello pratico e quotidiano? Come viene affrontato l'argomento sesso? ...

Gay sì, trans giammai

  • Venerdì, 02 Agosto 2013 11:42 ,
  • Pubblicato in Flash news
L'Unità
01 08 2013

Katie e Arin sono una coppia di adolescenti transgender dell’Oklahoma. Non hanno neanche venti anni e si sono innamorati. Kate, appena iniziato il passaggio da maschio a femmina, è stata vittima di bullismo transfobico a scuola e per questo si è rivolta a un gruppo di sostegno. Qui ha incontrato Arin, nato femmina e in transizione verso il genere maschile. I ragazzi oggi appaiono sereni, determinante è stata per loro la mano tesa delle famiglie. Ma cosa succede ai tanti Katie e Arin che in Italia sono alle prese con un disagio rispetto al genere? Nel nostro paese i centri sono pochi, la richiesta è in aumento, e la risposta deve essere offerta da operatori con esperienza consolidata. A Napoli un team di psicoterapeuti è in forza dal 2005 presso l’“Unità Operativa Complessa di Psicologia” che fa parte dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II.

In otto anni ha seguito circa 90 famiglie con figli che presentano problematiche nell’ambito dell’identità di genere (età tra 15 e 17 anni). Quali sono le richieste dei ragazzi? “I giovani vengono per essere aiutati ad iniziare un trattamento ormonale”, dichiara Paolo Valerio, presidente Osservatorio nazionale identità di genere (Onig) e professore di psicologia clinica alla Federico II. E i parenti accolgono o rifiutano? “Desiderano che i ragazzi cambino idea e auspicano un intervento riparativo. La prima reazione dei genitori è la vergogna, alcuni dicono: “gay sì trans no” , ” per me è una cosa impensabile ed inimmaginabile, non lo accetto”, “se ne deve andare via di casa, non voglio assistere a questo cambiamento”, “se continua così sono costretto a cambiare città, non posso fare davanti a tutti questa cattiva figura””, aggiunge Paolo Valerio. A scuola va meglio? “Le reazioni della scuola e degli amici sono molto diverse. I professori di solito fanno finta di non vedere il problema. Tra i compagni di classe c’è chi comprende e chi, invece, esercita azioni di bullismo transfobico. Gli amici, al contrario, in genere accettano e diventano una preziosa risorsa per il ragazzo”. Occorre lavorare su più fronti: “Il nostro obiettivo è aiutare i ragazzi a conoscersi e a comprendere meglio chi sono e quello che desiderano essere. Alcuni di loro sono stati seguiti anche per anni (fino a sette e la terapia è ancora in corso). Secondo il nostro gruppo la psicoterapia nel caso di ragazzi gender variant va intesa come un percorso di accompagnamento e di sostegno per aiutarli ad affrontare le complesse vicissitudini connesse al momento evolutivo che si trovano ad attraversare”. Tra i problemi, la questione risorse. C’è una fondazione, “Genere Identità e Cultura”, che eroga borse di studio ad hoc, ma “sarebbe opportuno un interesse anche del Servizio sanitario nazionale, in quanto interventi precoci riducono il rischio di forme psicopatologiche in età adulta conseguenti a stigma e pregiudizi”, aggiunge il professor Valerio. Basti pensare che si sono rivolte al centro anche famiglie con bambini gender variant di 5 e 6 anni. Ancora. Diventa fondamentale una azione culturale che incrini stereotipi e pregiudizi:

“E’ ineludibile associare all’intervento offerto alla famiglia ed al ragazzo anche azioni rivolte alla scuola per prevenire e combattere pregiudizi e stigma, ma con quali fondi?”, osserva Paolo Valerio. Della questione si parlerà al convegno internazionale “Varianze di genere” che si terrà a Napoli il 26 e il 26 ottobre organizzato da Onig con il patrocinio dell’Unar. Urge focalizzare l’attenzione non solo sui ragazzi ma anche sul contesto – famiglia e società – da considerare “in transito”. Che messaggio dare ai genitori? “Per aiutarli a sfuggire ai profondi sensi di colpa e ai vissuti di inadeguatezza ribadirei che quanto accade non è colpa di nessuno. Se i genitori auspicano che lo psicologo faccia “guarire ” il ragazzo rimarranno delusi. Non si tratta di una malattia da curare. La terapia non mira a far cambiare idea al figlio e se i genitori dovessero decidere, di fronte ai mancati risultati attesi, di interromperla, gli procurerebbero un grave danno”. Anche i genitori hanno bisogno di sostegno: “Suggerisco a padri e madri di intraprendere un percorso di accompagnamento psicologico per comprendere quanto sta accadendo al loro figlio o alla loro figlia al fine di accettarli e continuare ad amarli qualunque strada possano intraprendere. Sono loro l’unico porto al quale i ragazzi possono rivolgersi in caso di un rifiuto da parte della società che in una fase della vita così complessa e delicata qual è l’adolescenza potrebbe risultare devastante”.

Un Manifesto per uscire dalle gabbie

  • Giovedì, 27 Dicembre 2012 13:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Agorà Vox
27 12 2012

Un "testo di rottura" ma che è anche costruzione delle coscienze, contro i fondamentalismi e i dogmi di coloro che, detenendo il potere, ingabbiano la nostra esistenza...

Man mano che procedevo nella lettura del “saggio” di Mirella Izzo, sempre più questo libro mi suscitava pensieri e desiderio di scambio di opinioni con altri.

Ho scritto “saggio” tra virgolette proprio perché non sono assolutamente convinta che questo termine sia sufficiente a descrivere ciò che il testo Oltre le gabbie dei generi - Il Manifesto pangender è.

Sia razionalmente che emotivamente mi suscita reazioni che posso immaginare simili a quelle provate dai contemporanei di Lutero, all'apparire delle 95 Tesi, o a quelle dei cittadini che per primi lessero Il Manifesto di Marx ed Engels. L'impressione cioè di trovarsi di fronte a un testo di rottura con il passato. Dopo averlo letto, come per quanto avevano scritto Lutero e Marx/Engels, non sarà più possibile continuare come prima, come se nulla fosse accaduto.

In questo senso lo definisco appunto un “testo di rottura”, ma allo stesso tempo ne devo sottolineare la volontà edificatrice, il suo essere “testo di costruzione”.

Come i maggiori testi della filosofia classica all'esposizione di Mirella Izzo appartiene il carattere di Sistema, una formulazione in grado di analizzare la realtà in ogni suo aspetto per, successivamente, disegnarne il significato, una possibile via interpretativa.

Nella parte che precede l'esposizione de Il Manifesto pangender l'autrice inserisce una guida scrivendo: “Questo non è un libro per trans”, e io aggiungo: ogni abitante di questo pianeta, aldilà delle sue differenze di genere, di cultura e/o di etnia, trova nel testo un motivo di appartenenza e trova accoglienza nel ragionamento propedeutico di Mirella Izzo.

Propedeutico a ciò che il Manifesto si propone: promuovere la libertà di espressione di tutte le identità di genere, di tutti i “gusti” che differiscono dagli stereotipi di genere riferiti alle appartenenze sessuali e agli orientamenti affettivi e sensuali (tra adulti consenzienti) e quindi riguarda chiunque -a prescindere dal proprio posizionamento identitario- ritenga di essere parte di un disegno più ampio rispetto alle libertà di espressione individuale.
Non è questione d'essere transgender, gay, lesbica, bisessuale, eterosessuale, uomo, donna, etc., ma di una coscienza di sé integrata all'interno di una complessità più vasta di quella “dominante” e che non discrimina tra identità lecite ed illecite, o con maggiori o minori diritti di cui godere.

In Oltre le gabbie dei generi, quindi, si parla sì di identità di genere (da non confondere, per favore, con l'identità sessuale...), ma se ne parla in senso Pangender (Pan dal greco Πάν che significa Tutto, e Gender in inglese Genere) e cioè secondo un significato universale, nel senso di un invito a una presa di coscienza sulle (infinite) differenze possibili a disposizione dell'essere umano. Non più un aut-aut bensì un et-et.

Così come non esiste nella realtà un uomo quale quello stereotipato dai canoni pseudoculturali, così esso e la donna, la persona transgender, l'omosessuale sono solo rigide classificazioni, semplificazioni avulse dalla vita.

L'invito è quindi quello di uscire dalla gabbia che ci imprigiona ad essere, quella coercizione che ci costringere ad assomigliare a qualcosa che non esiste davvero.

È di questi giorni l'ennesimo attacco portato dal Vaticano, per bocca di Benedetto XVI, che durante il tradizionale discorso di fine anno alla curia romana ha sottolineato il rischio per i fondamenti della famiglia, che vede minacciati da una nuova filosofia della sessualità. Il cui manifesto, secondo il Papa, può essere visto in una famosa frase di Simone De Beauvoir “Donna non si nasce, lo si diventa”. Ha dichiarato Joseph Ratzinger: “Non è più valido quello che si legge nel racconto della Creazione, maschio e femmina Egli li creò... No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma fin'ora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere 
su questo”.

Per leggere il testo integrale del Pontifice seguire il link.

E proprio in questo tempo nel quale si riprende a sentire lezzo di guerra santa (se mai una guerra può essere definita in questo modo!), in questo tempo di nuova dichiarata caccia alle streghe, il Manifesto pangender si rivela un documento di lavoro imprescindibile per tutti coloro che rifiutano la lobotomia cattolica, la coercizione ancora una volta portata avanti dai fondamentalismi religiosi.

Se fino al secolo scorso qualcuno (come Benedetto Croce) poteva arringare la gente con tesi che sostenevano le ragioni del perché non possiamo non dirci cristiani... Oggi, alla luce dei progressi scientifici e dell'evoluzione della società multietnica noi non possiamo più dirci cristiani, se com'è ogni giorno più evidente, essere cristiani, per la Chiesa di Roma, significa confondere il genere con la sessualità, significa scoprire le tesi di Simone De Beauvoir (tratte dal Secondo sesso, 1949) con oltre cinquant'anni di ritardo e su una loro condanna costruire un nuovo pensiero settario e intollerante.

Questo è solo un esempio di quanto oggi sia necessario leggere e discutere testi come quello di Mirella Izzo; proprio mentre di nuovo la sferza del dogma inizia a colpire senza distinguere, aggrovigliando il significato reale delle cose, confondendo ancor più le persone e invitandole quindi, come da secoli, a cancellare la propria capacità di ragionamento, cedendo il proprio dono di esseri umani a una classe religiosa ancora, come sempre, alla ricerca del dominio delle coscienze, alla ricerca del potere sulla vita degli altri.

Oltre le gabbie dei generi (Edizioni Gruppo Abele) non istiga all'odio, non alimenta la rigida intransigenza, non consegna verità buone per tutte le stagioni. Semmai il contrario: la sua lettura invita a rimboccarsi le maniche e a cercare senza prevenzioni né prese di posizione personali, una possibile via di conoscenza dell'altro. Se mi permettete, io avverto nello scritto di Mirella Izzo anche l'eco chiarissimo di quanto gli antichi greci avevano scritto sul tempio di Apollo: Conosci te stesso. E quell'antica esortazione, che fu anche alla base della più osteggiata tra le filosofie della storia occidentale, lo Gnosticismo, resta il punto di partenza insieme alla sospensione del giudizio nei confronti dell'altro dai quali ripartire per una possibile evoluzione della specie umana.

È un libro ricco, una sintesi che palesa anni di studio, e attenzione per le problematiche umane. L'autrice con brevi cenni dimostra di aver approfondito le cause del nostro disagio, di aver capito le difficoltà dei movimenti che negli ultimi decenni hanno cercato di indirizzare le persone a prendere coscienza dei propri Diritti negati. Le difficoltà dei Femminismi storici a comunicare con le giovani generazioni di donne. Le complessità insite nel movimento LGBTQI a partorire una linea politica univoca, superando le differenze e i rancori interni. Il futuro tutto da costruire, sia dal punto di vista sociale che da quello culturale, per le nuove realtà interrazziali che saranno domani i nostri vecchi Continenti...
E il lettore non può non avvertire nascere in sé il desiderio di un confronto.

A ben riflettere, considerando nella sua complessità questo scritto, a me piacerebbe vederlo adottato come testo nelle scuole italiane, in quegli istituti disastrati da tante riforme incompetenti. Forse mettere nelle mani di tanti giovani un libro che insegni la differenza al posto della diversità potrebbe, questo sì, essere uno strumento di valore pedagogico, formativo per davvero, oltreché una semina utile per la società futura, una società che ci piacerebbe composta non degli stereotipi dell'uomo e della donna, ma di esseri umani finalmente coscienti di sé, curiosi dell'altro e quindi intenzionati a provare le molteplici esperienze che la vita su questo piccolo pianeta blu può ancora offrire.

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