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Globalist
11 09 2015

Bloccare l'hate speech non è censura, ma un dovere professionale per chi fa informazione. È questo l'appello lanciato dalla campagna "#nohatespeech - giornalisti e lettori contro i discorsi d'odio" promossa dall'associazione Carta di Roma insieme alla European Federation of Journalists e Articolo 21, con l'adesione dell'Ordine dei Giornalisti, della Federazione nazionale della stampa italiana e dell'Usigrai e avviata con una raccolta firme su change.org. Un'iniziativa rivolta a giornalisti ed editori, ma non solo: per l'associazione si tratta di una "campagna di civiltà" che riguarda e coinvolge anche i lettori e gli ascoltatori. "Questa campagna è una goccia che scava la pietra - spiega Giovanni Maria Bellu, giornalista, presidente della Carta di Roma -. Spesso gli appelli hanno un obiettivo specifico, questo invece è più generale, è rivolto alle coscienze e alle responsabilità".

Un appello che si rivolge in primo luogo a chi di comunicazione si occupa per professione. "Impedire la diffusione dell'odio non è solo un atto di responsabilità civile - spiega l'associazione -. È, per chi fa il giornalista, l'adempimento della regole-base della professione, quella che impone a tutti i giornalisti il dovere di restituire la verità sostanziale dei fatti". Ai giornalisti, infatti, la campagna chiede "di non restare passivi di fronte ai discorsi d'odio" perché non sono "opinioni".

"Trovando il loro fondamento nel razzismo, sono brutali falsificazioni della realtà - spiega l'associazione - e contraddicono non solo i principi basilari della convivenza civile, ma tutte le acquisizioni scientifiche. E' un dovere professionale confutare le affermazioni razziste, chiarire ai lettori e agli ascoltatori la loro falsità intrinseca". Una responsabilità, quella dei giornalisti, a cui non ci si può sottrarre, spiega Bellu. "Facciamo un esempio - continua -: se uno di noi si trovasse a raccogliere dichiarazioni su un'impresa di un navigatore solitario e ci venisse detto che l'impresa non può riuscire perché la terra è piatta, cosa dovrebbe fare un giornalista? La prende come opinione o gli dice che sta dicendo una sciocchezza perché la terra è semplicemente rotonda? Le affermazioni razziste non sono opinioni e non bisogna trattarle come tali".

Responsabilità che sono ancor più grandi quando gli attori dell'hate speech sono gli stessi politici. "I giornalisti devono registrare il fatto che è stata fatta una determinata affermazione - spiega Bellu -, ma questo non significa che devono lasciare passivamente il microfono sotto la bocca di uno che dice spropositi senza contestarli. Noi assistiamo a delle uscite dei politici, con affermazioni di puro odio che passano alla stregua di opinioni e si diffonde tra le persone l'idea che gli insulti siano delle opinioni".

Un tema, quello delle "opinioni", che torna attuale con la vicenda che ha coinvolto Giorgia Meloni e l'Unar. Dopo una lettera di raccomandazioni inviata dall'Ufficio antidiscriminazione alla deputata in cui si chiedeva di usare "messaggi di diverso tenore" in tema di immigrazione, per via di alcune dichiarazioni scritte sul web, Meloni ha accusato il governo di "censura", scatenando non poche polemiche.

Ma è proprio sulla scia di quest'avvenimento che sul web sono comparsi gli ultimi esempi di hate speech. A farne le spese, Cécile Kyenge, che in un articolo dell'8 settembre pubblicato dalle pagine online del Giornale difende l'operato dell'Unar denunciando anche le continue "minacce" e gli "insulti" ricevuti sul web. Insulti che non tardano ad arrivare anche in coda al suddetto articolo. "Negra ex clandestina", "Beduina", "quante banane al giorno ci costa?" "negra sempre più insopportabile", "si sciacqui la bocca con l'acido muriatico". Per Bellu, si tratta di un esempio eclatante su cui riflettere.

"Si tenta di far passare la lotta contro l'hate speech come una forma di censura - spiega -, mentre invece il concetto è semplice: se una persona dice che la Kyenge deve 'bere acido muriatico' come appare in fondo all'articolo del Giornale, chi parla di censura dovrebbe dimostrare che queste sono opinioni e libere manifestazioni del pensiero e non invece, come sono evidentemente, insulti".

Hate speech che, secondo i dati dell'Unar, è in continuo aumento, spiega Bellu, soprattutto sui social network. "E' una cosa di tutti i giorni - aggiunge -, lo incontriamo sempre e ovunque". Ed è per questo che l'appello è rivolto anche ai lettori e chiede di "isolare chi esprime discorsi di odio - spiega l'associazione -, di non intavolare con loro alcun dialogo, nemmeno attraverso risposte indignate, e di evitare qualunque atto che possa anche parzialmente legittimarli come soggetti di un confronto". Lettori invitati, inoltre, a "segnalare alle redazioni i discorsi d'odio perché possano essere cancellati e perché i loro autori vengano privati della possibilità di nuocere e, quando è previsto dall'ordinamento dello Stato, denunciati all'autorità giudiziaria".

Contro l'hate speech, però, per Bellu serve una "regolamentazione a carattere europeo" che riguardi tutti i media. "Non è un caso che stiamo lanciando questa iniziativa con la Federazione europea dei giornalisti - spiega Bellu -. Deve essere così perché i messaggi online non hanno confini". Nel testo dell'appello, intanto, ci sono già poche ma chiare indicazioni per lavorare ad una ipotesi di regolamentazione. Come quelle riguardanti le testate giornalistiche e i proprietari e gestori dei social network, a cui si chiede di "attuare delle procedure di moderazione che consentano di sopprimere tempestivamente i commenti d'odio e di bannare i loro autori" e di "adottare procedure semplificate per sostenere le redazioni giornalistiche e gli utenti nel segnalare i discorsi d'odio ed escludere i loro autori dalla comunità della rete".

Un impegno, quello chiesto alle testate e agli editori, che però va oltre le questioni tecniche. "E' vero che c'è una difficoltà tecnica ad intervenire con adeguata tempestività sui commenti - spiega Bellu -. Ma quando un commento razzista c'è da due giorni, non può essere sfuggito". Per questo servono regole condivise, aggiunge Bellu. "Se io vedo che un organo di stampa in modo sistematico pubblica certi articoli, con una certa titolazione, negativa o evocativa, i commenti di odio prima o poi arrivano. Se poi glieli lascio, mi viene il dubbio che quei commenti facciano parte dell'articolo, con la differenza che non si ha il coraggio di utilizzare quelle espressioni e in modo subdolo si affida la parte più violenta a queste truppe di portatori d'odio. E questa è una grandissima responsabilità".

In memoria di Anatolij Karol

  • Venerdì, 04 Settembre 2015 09:08 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
04 09 2015

E poi c'è la non notizia. La non notizia è la storia edificante. La non notizia è la buona novella, quella che tutto sommato non sposta niente perché il mondo in cui vogliamo vivere - fingendo invece di rifuggirlo, di volerlo diverso, di odiarlo - è un mondo fatto di sfiducia, di farabutti da temere, di lucchetti da chiudere e non di porte da aprire e di braccia da tendere. Camminiamo a spalle strette temendo di essere depredati, derubati, persino scacciati dal nostro stesso Paese.

Morto Gheddafi e seppellito l’infame accordo siglato con Silvio Berlusconi ad agosto del 2008, un accordo dal nome rassicurante, “Trattato di amicizia e cooperazione”, è divenuta di nuovo pressante la necessità di preservare, addirittura “difendere” le nostre coste e i nostri mari (nostri? come se una terra o un mare possano avere padroni) da chi fugge l’inferno e per anni ne ha trovato un altro, nei lager che l’Italia aveva commissionato alla Libia, dietro compenso (circa 5 miliardi di dollari in 20 anni, spacciati per risarcimento all’ex colonia). Luoghi in cui si infrangevano sogni, luoghi di tortura. In cui i detenuti non erano trattati da esseri umani, prova che la memoria dell’uomo è fin troppo labile e che l’unica vera leva che tutto muove è l’opportunismo. Eppure la visione di Berlusconi è stata di fatto l’ultimo scampolo di decisionismo in materia di immigrazione. Da quel momento il vuoto.

Meglio il vuoto, dirà qualcuno. Meglio il vuoto invece delle prigioni. Meglio morire in mare che essere torturati da aguzzini pagati bene, come era col governo libico. Ma io mi permetto di non voler scegliere. Non mi sembrano due opzioni possibili, così come forse l’esistenza di quell’orribile patto dal nome rassicurante, vorrei la ricordasse il ministro britannico dell’Interno, Theresa May, secondo cui le morti in mare di questi ultimi anni «sono state esasperate dal sistema europeo della libera circolazione». Non è così. Le morti in mare sono aumentate perché i migranti ora hanno il permesso di morire in mare e non vengono più torturati in prigioni di cui non vogliamo sapere nulla.

A parlare sono i numeri. Ad agosto del 2008 viene firmato a Bengasi il trattato tra Italia e Libia e nel 2010 il numero di clandestini che raggiungono le coste italiane diminuisce sensibilmente. Secondo i dati forniti da Frontex, dal 2008 al 2009 gli sbarchi sono diminuiti del 74 per cento. Quindi c’entrano poco gli accordi di Schengen e la libera circolazione e c’entra invece molto la caduta di Gheddafi e la fine dell’amicizia e della cooperazione.

E come le storie edificanti non incontrano i favori dei grandi media, anche quelle che ci sbattono in faccia la nostra meschinità hanno scarsa attenzione: la capacità aberrante di dimenticare la storia e di reiterare sofferenze, finisce per diventare, in fondo, non notizia.

E invece io questa notizia voglio raccontarla e mi piacerebbe che venisse ripetuta ogni qual volta degli stranieri, di chi viene da Paesi che non appartengono alla comunità europea, si narrano gesta infami. È una notizia triste e in fondo non fa notizia perché racconta una verità fin troppo ovvia che conviene ignorare: non esistono persone buone o persone cattive, non esistono categorie di persone che agiscono nel bene e altre che non lo fanno. Men che meno possiamo attribuire una qualche inclinazione alla violenza o una particolare predisposizione al crimine a seconda della razza o della nazionalità. Anatolij Karol, era ucraino ed è morto a 38 anni mentre in un supermercato di Castello di Cisterna, in provincia di Napoli, ha voluto sventare una rapina. Non è stato un caso, l’ha proprio voluto perché era con sua figlia di un anno e mezzo e aveva già finito di fare la spesa. Stava andando via quando si accorge che due uomini arrivati a bordo di una motocicletta avevano fatto irruzione. Anatolij ha messo in salvo sua figlia ed è tornato indietro. Ha immobilizzato un rapinatore ma l’altro gli ha sparato. Su di lui poi hanno infierito con diversi colpi alla nuca forse procurati non con un coltello ma addirittura con una penna, brandita con rabbia cieca.

Questo ha fatto notizia nei media tradizionali solo dopo che i social network ne avevano diffuso il racconto ma nessun commento importante da parte del governo. Anatolij era ucraino. Fosse stato italiano e il suo assassino uno straniero, oggi su questo caso avremmo avuto attenzione, raccolte di firme, cortei. Fino a che i quotidiani sbatteranno in prima pagina il mostro straniero, magari sospettato e non ancora condannato, non ci sarà spazio per altro e saremo destinati a vivere nella paura del diverso, piuttosto che crederci arricchiti da quanti con noi creano ormai una comunità e più di noi muoiono per difenderla.

Roberto Saviano

"In Messico hanno ucciso la libertà"

  • Venerdì, 07 Agosto 2015 10:31 ,
  • Pubblicato in Flash news
La Stampa
07 08 2015

In un'intervista dello scorso primo luglio, il fotografo della rivista Proceso e dell'agenzia Cuarto Oscuro Ruben Espinosa aveva detto: "La morte ha scelto Veracruz come sua dimora e ha deciso di vivere lì".

Trenta giorni dopo, il 31 luglio, quella stessa morte ha trovato anche lui in un appartamento di Città del Messico, portandoselo via nudo e con un colpo di pistola alla testa.

Sembra che la morte non voglia vivere solo a Veracruz, ma in tutto il Pese, dove è stata invitata a farlo dall'impunità e la corruzione dilaganti, e dove ha ucciso più di 80 giornalisti negli ultimi dodici anni. ...

LinKiesta
06 08 2015

«Sono spesso corrispondenti, vivono in piccoli centri nei quali rappresentano l’unica voce informativa. Le ostilità solo all’ordine del giorno: gli sguardi maligni, le mezze parole, gli incontri per strada. Il termine “infame”, quello con il quale vengono apostrofati questi giornalisti, dice chiaramente della schizofrenia ambientale cui sono costretti: abitano quel territorio, ne sono parte integrante per cultura e abitudini, eppure sono considerati, per il lavoro che fanno, un corpo estraneo, qualcosa da espellere, un cancro». Ascoltato dalla commissione Antimafia, il giornalista Roberto Rossi ha descritto così la condizione di tanti cronisti calabresi. È un argomento che conosce bene, con la collega Roberta Mani ha pubblicato un libro su questa realtà. Si intitola Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami. Racconta l’isolamento che tanti colleghi sono costretti a vivere insieme alle loro famiglie, colpevoli solo del mestiere che hanno scelto.

Sono professionisti di frontiera, spesso giovanissimi. In molti casi lavorano per pochi euro ad articolo, senza tutele contrattuali né legali. Ma la Calabria non c’entra. Quello dei giornalisti minacciati dalla criminalità organizzata è un fenomeno diffuso in tutta Italia. Anche nell’insospettabile Nord. Adesso, per la prima volta, la commissione parlamentare Antimafia solleva l’attenzione su queste vicende. Al termine di un’indagine durata oltre un anno – con 34 audizioni e numerosi atti giudiziari raccolti - è stata approvata all’unanimità una lunga relazione. Il risultato è a tratti sorprendente. Negli ultimi otto anni sono stati denunciati oltre duemila atti di ostilità nei confronti di giornalisti italiani. Storie di violenza e intimidazione in costante crescita. Solo nel 2014, i cronisti vittime di minacce sono stati almeno cinquecento. Ormai si registrano tre casi ogni due giorni. Episodi gravi, che quasi sempre restano impuniti. Senza considerare gli oltre trenta giornalisti già sottoposti a misure di tutela dal Viminale.

I risultati dell’indagine sono preoccupanti. In un Paese che ha già assistito all’assassinio di undici cronisti, si continua a sottovalutare il problema dell’influenza mafiosa sull’informazione. Chi si aspetta di leggere solo storie di giornalisti siciliani e calabresi rischia di rimanere deluso. In Italia non ci sono zone immuni dalla criminalità organizzata, né dai suoi tentativi di condizionare la libera informazione. Lo dicono i dati: lo scorso anno solo in Valle d’Aosta e Molise non si sono registrate intimidazioni nei confronti della stampa. L’area più pericolosa è il Lazio. Dall’inizio del 2015 qui sono stati denunciati 26 episodi di violenza. Seguono la Campania e la Lombardia. Due tra i casi più recenti riguardano proprio il Nord Italia. L’attentato sventato al giornalista Giovanni Tizian, che aveva raccontato le infiltrazioni mafiose nell’economia emiliana, ad esempio. E le minacce, ripetute, nei confronti della giovane giornalista Ester Castano in Lombardia.

Salvo qualche eccezione, nella relazione non ci sono nomi di giornalisti famosi (era stato chiesto l’intervento di Roberto Saviano, che non ha dato la sua disponibilità ad essere ascoltato). Il fenomeno riguarda quasi sempre anonimi cronisti di provincia. «Sono professionisti poco conosciuti - spiega il vicepresidente della commissione Fava – Schivi, generosi, determinati. Raramente li incontreremo sulle ribalte mediatiche, ma leggeremo o ascolteremo spesso i loro racconti sul sistema di potere mafioso e i suoi innominabili amici». Professionisti giovani, spesso sotto i trent’anni. E quasi sempre impegnati in prima linea, nelle periferie d’Italia. Davanti alla commissione Enrico Bellavia, giornalista di Repubblica, ha raccontato bene la realtà siciliana. «Io ho avuto la grande fortuna di lavorare in una grande città, Palermo, il che consente comunque un certo anonimato nel privato. Cosa diversa è per chi lavora in un piccolo centro. In un posto piccolo il boss lo incontri al bar. Lui sa quanti cannoli comprerai per andare a pranzo dalla suocera, dove vanno a scuola i tuoi figli, che percorso fanno, chi frequentano….».

Proiettili inviati per posta, telefonate minatorie, vere e proprie aggressioni fisiche. Alle violenze tradizionali si è recentemente aggiunta un’altra forma di pressione. «Un uso spregiudicato e intimidatorio di alcuni strumenti del diritto». Sono le querele temerarie, azioni civili per danni. Interventi legali che non hanno tanto l’obiettivo di far valere i propri diritti, quanto di mettere a tacere i cronisti più scomodi, per spaventarli e indurli ad autocensurarsi. Esemplare il caso di Milena Gabanelli, volto noto della Rai e responsabile del programma di inchieste Report. «Al momento ho sessanta cause aperte» ha raccontato in commissione. «Buona parte senza presupposti». La sua è una vicenda paradossale. Negli anni la trasmissione ha ricevuto richieste di risarcimento per una cifra complessiva superiore ai 250 milioni di euro. «Ma ne abbiamo persa solo una in appello, per 30mila euro». L’effetto è evidentemente più perverso quando a ricevere la richiesta danni è un giornalista di un piccolo giornale locale. O, peggio, un freelance senza tutele legali. La commissione ha incontrato Pino Maniaci, direttore della siciliana Telejato. A suo dire la testata ha il primato delle querele ricevute: più di trecento. «Le abbiamo vinte tutte (…) molte archiviate (…) ne abbiamo ancora una in sospeso. Io non me ne occupo più, perché ho delegato un avvocato che segue le 314 querele».

A volte basta un avvocato per censurare una notizia. «In Italia si può mettere a tacere un giornale e un giornalista senza ricorrere alla violenza» dice l’ultimo rapporto elaborato da “Ossigeno per l’informazione”, acquisito dalla commissione Antimafia. «Si possono usare strumenti legali potenti ed efficaci come le querele per diffamazione, come le citazioni per danni che – anche quando vengono attivate senza fondato motivo – riescono a determinare forti condizionamenti. Veri e propri abusi del diritto, consentiti da leggi anacronistiche e punitive nei confronti dell’informazione giornalistica e di chi la produce e la diffonde».

Le prime vittime sono i giornalisti contrattualmente più deboli. Freelance e blogger che lavorano in prima linea. Spesso per pochi euro ad articolo, «con editori raramente disponibili ad andare oltre una solidarietà di penna e di facciata». Nel settore rappresentano una realtà tutt’altro che secondaria. Stando ai dati dell’Antimafia su 60mila operatori dell’informazione, solo 15.891 sono i giornalisti con contratto di lavoro stabile. «A ciò va aggiunta una complessiva e crescente contrazione delle retribuzioni dei giornalisti non coperti da contratto» si legge nella relazione. Professionisti pagati tre o quattro euro ad articolo, compensi riconosciuti a mesi di distanza. Come nel caso di Ester Castano, che con i suoi articoli ha contribuito allo scioglimento per mafia del comune di Sedriano, il primo in Lombardia. Vittima di gravi intimidazioni e costretta a «lavorare fino a tutta la primavera del 2015 in un fast food, non riuscendo a mantenersi con il ricavato delle proprie collaborazioni». Anche per questo la relazione dell’Antimafia propone di intervenire sul contratto nazionale. «Siamo l’unico Paese in cui la figura del freelance è considerata marginale – racconta Fava – anche dal punto di vista economico e delle tutele. Una figura che è di fatto l’ossatura dell’intero sistema informativo italiano».

A fronte di tanti cronisti coraggiosi, altri si adeguano alle minacce. Il lavoro della commissione si occupa anche di loro. «L’informazione contigua, compiacente, persino collusa con le mafie». Professionisti che censurano e si autocensurano, nascondono le notizie. E, di conseguenza, colleghi costretti a subire una seconda forma di violenza. Più subdola delle intimidazioni. «Molte testimonianze raccolte – si legge nella relazione – raccontano di un clima difficile in alcune redazioni, di giornalisti isolati, allontanati o persino licenziati anche quando queste decisioni li ponevano oggettivamente in una condizione di maggior rischio». Di questo argomento ha parlato il cronista di Repubblica Carlo Bonini, ascoltato dalla commissione: «Quasi sempre la minaccia produce un effetto perverso, perché il collega minacciato, intorno al quale immediatamente si stringe una qualche forma di solidarietà, passati un mese, due mesi o tre mesi, diventa un problema per la sua redazione e per gli altri colleghi. Normalmente, quindi, diventa due volte vittima. È vittima prima di chi lo minaccia, e poi di un clima di sostanziale fastidio, indifferenza o addirittura isolamento nel suo stesso contesto di lavoro».

Nonostante tutto, la relazione si conclude con un dato positivo. Un segnale di speranza «che non era scontato all’inizio di questa indagine». Il testo riconosce «la determinazione con cui una nuova generazione di giornalisti ritiene che la funzione etica del loro mestiere non possa essere svilita da condizioni di lavoro a volte umilianti. E che ha scelto di non piegare la schiena pur sapendo che quella scelta li espone ai morsi del pericolo e della precarietà». Claudio Fava insiste molto su questo tema. «Degli undici giornalisti uccisi da mafie e terrorismo in Italia, questa silenziosa e tenace comunità di giovani cronisti è l’eredità più autentica. Certamente la più preziosa».

Marco Sarti

Le discriminazioni degli algoritmi

  • Venerdì, 31 Luglio 2015 13:36 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Pawel-Kuczynski-SocialPietro Minto, Il Corriere Della Sera
26 luglio 2015

I motori di ricerca raccolgono da noi informazioni che ci riguardano: età, etnia, sesso, ceto. [...] Nonostante la spiegazione razionale, resta la sensazione che gli algoritmi ci ascoltino, ci registrino e infine, impietosamente, ci giudichino. ...

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