Il referendum sulla chiusura parziale o totale degli impianti dell'Ilva di Taranto si è concluso con un nulla di fatto. Ai seggi, aperti dalle 8 alle 22 di domenica, si sono recati più di 33mila tarantini sui 173mila aventi diritto. ...
Ripartiti da cinque minuti, Renato Balduzzi chiama il suo ministero: "Qui c'è un'altra Ilva, sotto Roma...", esordisce. ...

Navi dei rifiuti, tutto silenziato

  • Lunedì, 21 Gennaio 2013 10:25 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
L'Espresso
21 01 2013

«La relazione del comitato parlamentare non fa emergere gli interessi della criminalità organizzata nello smalitimento illecito. E' una vergogna e dimostra che non si voleva arrivare alla verità». Parla Angela Napoli, membro della Commissione parlamentare antimafia

Angela Napoli Angela NapoliAngela Napoli, membro della Commissione parlamentare antimafia, commenta con parole durissime la relazione finale del Comitato ristretto che si è occupato dei traffici via mare di rifiuti tossico-radioattivi: «Questo testo una vergogna! E' la palese dimostrazione che non si voleva fare chiarezza e arrivare alla verità. Segnalerò alla mia Commissione che ritengo un simile documento non idoneo al benché minimo accertamento dei fatti. Anzi, aggiungo pure che si sta tentando di silenziare uno scandalo di dimensioni spaventose».

Eppure il titolo del documento promette bene: "Relazione sui possibili interessi della criminalità organizzata sul traffico marittimo".
«Soltanto che poi, all'interno, questi interessi non emergono assolutamente. Una cosa assurda. Pensare che io stessa, durante un'assemblea interparlamentare dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ho denunciato lo scempio dei rifiuti affondati in mare, e in quell'occasione i rappresentanti delle altre nazioni hanno subito riconosciuto la gravità del problema. In Italia invece si vuole rimuovere tutto, convincere gli italiani che niente è successo e che la salute collettiva non corre pericoli. Che amarezza...».

Un punto interessante, viste le polemiche sorte in passato, è quello che riguarda l'armatore Ignazio Messina. Nella relazione del Comitato, infatti, si scrive che tre navi di questa compagnia (Rosso, Jolly Amaranto e Jolly Rubino) hanno avuto incidenti tra loro simili. Nel senso che «tutte e tre le navi sono state colpite da maltempo in corso di navigazione, tutte e tre hanno subìto gravi avarie all'apparato motore che ne hanno determinato l'ingovernabilità, tutte e tre hanno perso una parte del carico durante il maltempo, e tutte e tre sono state abbandonate dall'equipaggio e assistite dalla stessa compagnia: la società olandese Smit Tak, specializzata nel recupero e messa in sicurezza di relitti "critici"». Poi però il Comitato scrive anche che «non vi sono elementi che possano avvalorare la tesi dell'esistenza di connessioni tra gli eventi descritti, in particolar modo ove tale connessione venga ricercata nella finalità dell'affondamento delle navi per l'illegale smaltimento dei rifiuti».
Discorso per sempre chiuso, dunque?
«Niente affatto. E' evidente che il Comitato ha voluto sostenere il lavoro svolto finora dalla magistratura. Ma -con tutto il rispetto- io non l'ho vista tutta questa bontà del lavoro degli investigatori. Spero solo che emergano, a breve, nuovi indizi e testimonianze che permettano di svolgere ulteriori approfondimenti: sia a livello giudiziario sia a livello politico».

Nel documento si spiega tra l'altro che la nave Cunski (al centro dell'attenzione nazionale nel 2009, quando su segnalazione del pentito Francesco Fonti fu trovata un'imbarcazione sui fondali calabresi di Cetraro) non è stata smantellata in India come riferito dalla Capitaneria di Vibo Valentia, e dunque andrà capito dov'è finita.
«Il che non mi stupisce. Già nell'ottobre 2009, quando l'allora procuratore nazionale antimafia Piero Grasso parlò davanti alla Commissione parlamentare antimafia, posi una serie di domande precise. Chiesi, ad esempio, perché il memoriale di Fonti fosse rimasto chiuso per anni dentro ai cassetti della Direzione nazionale antimafia. Chiesi come fosse riuscito, lo stesso Fonti, a indicare con precisione il punto di affondamento della nave davanti a Cetraro. E chiesi pure, a Grasso, che ruolo avessero avuto i servizi segreti nel groviglio delle navi dei veleni. Per la cronaca, nessuno di questi quesiti ha ricevuto una risposta».

E' dunque fantascienza, o cronaca del reale, dire che lo scandalo dei traffici internazionali di rifiuti non può essere svelato perché coinvolge alti livelli istituzionali?
«Usiamo le parole giuste: si tratta della classica ragion di Stato. Nel senso che è evidente che sono coinvolti importanti pezzi dello Stato italiano e di altre nazioni. Per non dire del legame con la fine di Ilaria Alpi, e di quello che aveva scoperto prima di essere uccisa in Somalia».

Lo dica con chiarezza: come valuta, nell'insieme, l'atteggiamento della politica italiana riguardo al capitolo delle navi dei veleni?
«I nostri politici tentano, come meglio possono, di coprire con il silenzio la questione. In primo luogo a livello locale, con gli amministratori che vogliono salvaguardare l'immagine, il turismo e la pesca. E in secondo luogo a livello nazionale, dove si approfitta del fatto che in sede locale non si voglia scoperchiare lo scandalo.

Nel frattempo lei, simbolo dell'antimafia non di facciata, e per giunta calabrese doc, è stata esclusa dal Comitato ristretto che ha messo a punto questa relazione finale. Come mai?
«Semplice: già dall'audizione di Grasso del 2009, ho fatto capire che non sarei stata disposta a farmi influenzare, e che avrei fatto il possibile per rivelare i retroscena dei traffici dei rifiuti. Un atteggiamento inconciliabile, mi rendo conto, con il clima generale.

Va riconosciuto, però, che nella relazione compaiono anche spunti interessanti. Per esempio si racconta che nei pressi del fiume calabrese Oliva, vicino a dove spiaggiò la motonave Rosso, è stata prima rilevata una radioattività cinque volte superiore alla norma, e poi questa radioattività è scomparsa... Come bisogna procedere, a suo avviso, d'ora in avanti?
«Mi auguro che nella prossima legislatura siano di nuovo istituite le commissioni antimafia e sul ciclo dei rifiuti. E spero, soprattutto, che non ci si giri dall'altra parte quando si parla di navi dei veleni. Altrimenti il messaggio, per la malavita organizzata, è lampante: continuate pure con queste pratiche immonde».

Ilva: 7 arresti, sigilli all'acciaio

  • Lunedì, 26 Novembre 2012 09:49 ,
  • Pubblicato in Flash news
26 11 2012

Arrestato ex assessore, indagato Ferrante

Tra i destinatari dei provvedimenti di custodia cautelare, anche Emilio e Fabio Riva, al momento irreperibile. In manette l'ex responsabile delle relazioni esterne del gruppo Archinà e l'ex assessore all'Ambiente Conserva. Indagato Bruno Ferrante e il nuovo direttore dello stabilimento. Bloccata di fatto l'attività nella fabbrica da dodicimila posti di lavoro

Sette arresti, due avvisi di garanzia ed una pioggia di sequestri. Sono gli ingredienti della nuova burrasca giudiziaria che ha investito l'ilva di Taranto. Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi anche Emilio Riva e suo figlio Fabio (al momento irreperibile), che è ricercato dai finanzieri, mentre al presidente Bruno Ferrante, e al nuovo direttore dello stabilimento di Taranto, è stato notificata una informazione di garanzia. In arresto anche l'ex assessore all'Ambiente della Provincia di Taranto, Michele Conserva (che si era dimesso lo scorso settembre) tra le persone destinatarie di provvedimenti cautelari nell'ambito delle inchieste sull'Ilva di Taranto. Conserva è agli arresti domiciliari e si è dimesso circa due mesi fa dall'incarico. Le accuse sono a vario titolo di associazione per delinquere, disastro ambientale e concussione.

Contestualmente agli arresti, nel siderurgico è stato eseguito un sequestro preventivo dei prodotti finiti e semilavorati destinati alla vendita e al trasferimento negli altri stabilimenti del gruppo Riva. Di fatto un blocco dell'attività nella fabbrica da dodicimila posti di lavoro. Sigilli a tutto il prodotto finito sulle banchine del porto di Taranto utilizzate dall'Ilva, in questo modo la merce non potrà essere commercializzata. La misura sarebbe stata adottata perché Ilva avrebbe violato le prescrizioni del sequestro adottato dall'Autorità Giudiziaria, nel luglio scorso, sugli impianti dell'area a caldo. Sequestro che non prevede la facoltà d'uso a fini produttivi degli impianti del siderurgico.

Il nuovo terremoto scaturisce dall'inchiesta denominata "environment sold out", ambiente svenduto, avviata dalla finanza nel 2009. Tra gli episodi fotografati c'è la presunta corruzione di un perito della procura incaricato di svolgere una consulenza sulle fonti dell'inquinamento killer. Per quella vicenda ai domiciliari il perito Lorenzo Liberti, mentre il carcere è scattato per  Girolamo Archinà l'ex potentissimo responsabile delle relazioni istituzionlai del gruppo, licenziato nei mesi scorsi. Ma il picco dell'indagine riguarda anche il mancato rispetto del provvedimento di sequestro scattato lo scorso 26 luglio per gli impianti le l'area a caldo, ritenuti la fonte dell'inquinamento killer che fa ammalare e uccide i tarantini.

La vicenda è legata anche al presunto giro di mazzette che negli anni sarebbero servite ad 'ammorbidire' l'impatto inquinante dello stabilimento. Di lì è già saltata fuori la storia di Liberti, il perito della procura incaricato dai pm di individuare la fonte dell'inquinamento dei terreni in cui pascolavano capre e pecore risultate contaminate da diossina e pcb, che sarebbe stato corrotto da Archinà. L'Ilva ha sempre smentito che si trattava di una tangente a Liberti ma ha affermato che quei soldi Archinà avrebbe dovuto versarli come donazione alla Diocesi di Taranto. Gli arresti vengono eseguiti dalla Guardia di Finanza sulla base di due ordinanze di custodia cautelare firmate dai Gip Patrizia Todisco e Vilma Gilli.

FOTO Le mazzette al perito all'Autogrill

LEGGI Corruzione Ilva, tredici indagati. "Così i vertici eludevano i controlli"

Il filone d'indagine denominato 'Ambiente svenduto' consiste nella seconda fase dell'inchiesta della Guardia di Finanza sull'Ilva di Taranto punta su chi doveva controllare e invece non lo ha fatto. Al centro dell' inchiesta c'era l'ipotesi di corruzione in atti giudiziari del perito della procura Liberti, allora preside della facoltà di Ingegneria di Taranto. Secondo quanto ricostruito e ipotizzato dagli investigatori, Liberti avrebbe ricevuto da Archinà una mazzetta di diecimila euro nel parcheggio dell'autogrill lungo l'autostrada tra Bari e Taranto. Quei soldi, secondo la Finanza, servivano ad "aggiustare" la perizia che il professore avrebbe di lì a poco depositato.

ll faccia a faccia avviene il 26 marzo del 2010 nella stazione di servizio Le Fonti est, nei pressi di Acquaviva lungo l'autostrada A14. Archinà consegna al perito una busta bianca. Secondo gli inquirenti, in quella busta ci sono diecimila euro in contanti che il dirigente dello stabilimento avrebbe pagato per ammorbidire il giudizio di Liberti sulle emissioni inquinanti dello stabilimento.
di Gaetano De Monte, Zeroviolenzadonne
27 luglio 2012

Un mostro marrone scuro che tiene sotto il ricatto della perdita del posto di lavoro una città intera. Costringendo i suoi abitanti a scegliere tra due diritti costituzionalmente garantiti: quello alla salute, riconosciuto dall’art. 32, e quello al lavoro, su cui la nostra Repubblica è “fondata”.
E' l'Ilva di Taranto, il centro siderurgico più grande d’Europa. Un enorme mantello di ruggine che si estende per 1500 ettari, una gigantesca acciaieria, grande quasi quanto la Città (che ha circa duecentomila abitanti).

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