Corriere della Sera
22 01 2014

Conquiste sociali contro "età della pietra". Non ha fatto ricorso a troppa diplomazia Marisol Touraine, ministro francese degli Affari sociali e della Sanità, quando ieri ha duramente criticato il progetto spagnolo che punta a limitare il ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza

L'Unita'
18 12 2013

Il feto aveva sedici settimane e le acque si erano rotte. Nell’Irlanda occidentale, sulla baia di Galway, una dentista indiana di 31 anni, Savita Halappanavar, capì in fretta che non sarebbe diventata madre. Un feto così piccolo non può sopravvivere. Chiese ai dottori di praticare l’aborto terapeutico per scongiurare rischi alla propria salute. Le risposero che nel feto batteva il cuore: la legge irlandese proibisce l’intervento. La richiesta diventò una supplica. Niente. L’indomani il feto muore, ma Savita non lo sa: ha già perso conoscenza, con la setticemia nelle vene. Non riuscirà più a parlare con il marito Praveen. Morirà tre giorni dopo il feto.

In Italia l’aborto è legale: tutti lo sanno. Anche le organizzazioni che inviano a domicilio l’Ru486. Sono molte, esistono, crescono, in America, in Francia, in Inghilterra (dove si spostano circa 6mila irlandesi l’anno, e dove Savita non poté andare per la salute compromessa). Un sito olandese (womenonwaves.org) fa da distributore automatico di mifepristone (con il misoprostolo uno dei principi che provoca l’interruzione di gravidanza). Se nel domicilio del richiedente viene scritto «Italia», appare una schermata perentoria: «Nel tuo paese l'aborto è legale. Un aborto legale è sempre meglio di un aborto clandestino».

Questi sono posti dove ci “porta” Lisa Canitano, presidentessa dell’associazione Vita di Donna, onlus per la tutela della salute femminile. Lei è la “guida” di questa pagina che poteva cominciare anche in modo strano, con una preghiera che si trova su Internet nella pagina di benvenuto del sito dei farmacisti cattolici. «Dio mio, Tu sei l’unica fonte della vita, della luce e della verità! (...) Fai che noi farmacisti cristiani, istituiti a servizio della Vita, non dimentichiamo mai che possediamo la vita eterna soltanto se viviamo in Te, ma che la estinguiamo se abbandoniamo Te e la Tua legge».

Il presidente di questo gruppo molto influente è Piero Uroda, che è il paladino di chi rifiuta di vendere farmaci contraccettivi d’emergenza (questo è un punto fondamentale: la pillola e la spirale del giorno dopo non sono farmaci abortivi ma contraccettivi d’emergenza, tra l’altro con una efficacia superiore al 99%). Davanti al paradosso di una farmacia di soli obiettori, Uroda reagisce così: «Perché dovrei lavorare con colleghi che non condividano il rispetto della vita?», situazione che impedisce al cliente di godere di un diritto dello Stato, ma anche questo non tormenta Uroda, che anzi si accende: «Il nostro diritto di non vendere questi farmaci è superiore a quello di chi richiede il prodotto». Superiore: una gerarchia che non esiste nella legge, ma alligna in quella preghiera.

Fra la penosa storia di Savita e questo spostamento nel trascendentale la strada è lunga solo in geografia (da via della Conciliazione fino a Galway). Fra queste posizioni limite e lo “spaccio” internet (o al mercato sotto casa, come si legge nell’intervista a fianco) la distanza è invece troppa, ma la verità non sta nel mezzo. C’è un diritto intestato dalla legge, c’è una difficoltà oggettiva a disporne. Non solo in Italia: questo dato «sovranazionale» è decisivo per capire la tendenza netta e irreversibile dell’aborto fai-da-te, tramite farmaci reperiti lontano dalle farmacie, e interventi praticati lontano dalle strutture.

In America - dove i rigurgiti antiabortisti affiorano ciclicamente e ammorbano anche i legislatori dei vari Stati - l’Istituto di salute pubblica è arrivato a teorizzare la pratica individuale. Fornendo dati, e premettendo (la premessa è fondamentale), che le «donne abortiscono da tempo immemore, ma la criminalizzazione dell’aborto è invece un fenomeno più recente, grossomodo datato al XIX secolo, supportato da norme sociali patriarcali connesse al ruolo domestico femminile, oltre che da un desiderio di controllo della sessualità delle donne».

E poiché il misoprostolo (si usa per indurre contrazioni) «è sicuro ed efficace», l’uso del farmaco ha significativamente aumentato l’accesso a un aborto sicuro per migliaia di donne, specialmente povere, giovani, cronicamente poco assistite. Proprio da questo spaccato (le immigrate dal Sudamerica) è emerso l’uso “improprio” del Cytomec, nome commerciale del misoprostolo, farmaco da banco venduto per curare la gastrite, con la controindicazione che poteva indurre l’aborto. Il passaparola ne ha esteso l’uso. Se assunto in associazione al mifepristone, l’efficacia nell’indurre l’aborto completo arriva al 98%. Forti di questi dati, le donne negli Stati Uniti stanno prendendo in mano la questione.

In Francia (womenonweb.org/fr) e in Inghilterra (bpas.org/bpaswoman) la questione dell’autodeterminazione è dibattuta e la pratica della pillola assai radicata (in Francia la metà degli aborti si fanno con la Ru486). Nell’Italia dell’obiezione di coscienza che riguarda quasi l’80% dei medici (c’è anche chi si rifiuta di operare le gravidanze extrauterine, che è condizione mortale nella donna), nell’Italia dell’obbligo dei tre giorni di ricovero (e dell’assenza di posti letto, con i tempi d’attesa che diventano “pericolosi”), dei consultori chiusi di sabato e domenica (giorni “caldi”, quando per rimediare a un preservativo rotto potrebbe bastare la contraccezione d’emergenza), questo mercato alternativo è giocoforza destinato a crescere, anche perché l’assistenza di esperti è garantita. Qualcuno, come Lisa Canitano, lo spera. Altri preferirebbero un percorso comunque ospedaliero.

Intanto le donne s’informano, si rivolgono dove trovano accesso e possibilità, per le strade di un mercato, rivolgendosi alle associazioni femminili, comprando online, appoggiandosi ai dottori fuori confine (Svizzera, Grecia), che dietro un consenso informato somministrano la Ru486 e il Cytotec (per 600 euro). Semplicemente, anche le donne italiane si appropriano di un loro diritto, come possono, dove possono.

Donne migranti e IVG

Francesca Materozzi, Corriere Immigrazione
23 settembre 2013

Diminuiscono gli aborti in Italia, ma le donne immigrate sono in controtendenza.

I Paesi che in Europa hanno il più basso tasso di abortività sono Svizzera, Germania, Olanda, Belgio e Italia. Ma anche se in Italia dal 1983 a oggi è il numero delle Ivg è diminuito del 50% risultano ancora alti i tassi per le donne straniere. Qual è la causa di questa differenza?

L’aborto sparisce se togli di mezzo i medici che lo praticano?

  • Martedì, 17 Settembre 2013 13:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
17 09 2013

La ministra Lorenzin mette in relazione il dato del calo degli aborti con quello dell’aumento degli obiettori. I commenti di vari gruppi antiabortisti non si sono fatti attendere. E’ come se lasciassero intendere che sono i medici a istigare l’aborto. Che senza il peccatore non c’è il peccato. Che dunque l’aborto è una cosa che si elimina eliminando i medici disposti a realizzarlo.
Che sia aumentato il dato degli aborti clandestini, l’uso di farmaci pericolosissimi utilizzati soprattutto da donne migranti costrette alla clandestinità, che tra un po’ si sviluppa anche un mercato di contrabbando dei contraccettivi d’emergenza tanto è difficile reperirli presso medici e farmacie, nessuno poi lo dice.

Ebbene si. Il punto è, come si fa giustamente notare qui, che neppure le nascite sono aumentate. Dunque o c’è una grande fetta di popolazione che finalmente ha imparato a usare la contraccezione, o s’è sviluppato anche in Italia un movimento della purezza per non fare sesso prima del matrimonio, oppure gli aborti continuano clandestinamente in proprio o nel privato di cliniche in cui qualcuno si fa pagare tanto.

Il corpo della donna, ingravidato, madrificato, continua dunque ad essere veicolo di propaganda al di là delle nostre scelte. Lo è quando si parla di parto post-mortem, quando si decide che il movimento per la vita potrà entrare nei consultori pubblici o negli ospedali, quando si parla delle donne vittime di violenza e gravide eleggendole a martiri di una guerra santa per la difesa dell’embrione.

A questo punto la domanda è d’obbligo. Data la relazione del Ministro, avevamo mica sbagliato quando ritenevamo fosse un po’ di parte il suo approccio a queste materie? Il proibizionismo è la scelta conseguente?
Un po’ come in passato, dunque, come per tante cose che toccano l’aspetto delle scelte autodeterminate delle donne. Arrestare medici che praticano l’aborto, donne che abortiscono, ostetriche che aiutano? Fare in modo che l’aborto sia considerato un crimine? E’ questo il futuro? Un dejà vù, insomma.

Loredana Lipperini
29 04 2013

C’è un discorso politico da fare. Che riguarda la sparizione e la banalizzazione di tutto ciò che riguarda i diritti, e probabilmente si farà di giorno in giorno più forte. Per questo, bisogna cominciare a pronunciare quel discorso. Possibilmente, con parole di narrazione. E per questo ringrazio ancora una volta Ivano Porpora che ha regalato al blog questo intervento. Un grazie, anzi, è poco assai.

Spedivo alcuni fax, all’interno dell’azienda in cui lavoravo.
La macchina era di quelle vecchio modello: le pagine arrivavano come fossero sbiadite fotocopie, né c’era la possibilità di ricevere ordini via mail. (L’azienda, poi, è fallita. Non mi chiedo perché).
A un tratto vidi arrivare una ragazza che conoscevo. Lavorava in magazzino; era in lacrime.

Mi spiegò che i dirigenti avevano saputo che era incinta; le avevano detto che aveva fatto una cosa contro l’azienda, e altre cose - che non ricordo. Il responsabile di magazzino, mi disse lei, le era venuto vicino e le aveva detto “I t’à limpìda”. Ti hanno riempita.

Questo ricordo tra altri mi è venuto alla mente leggendo Lettera al figlio che non avrò, libello di Linda Lê edito nel 2012 da Barbès. L’ho finito ormai mesi fa, eppure è da allora che mi sto arrovellando su una recensione che non riesco a ultimare. Mi manca sempre l’unghia, come la chiama mia moglie: il guizzo finale. Come se all’interno ci fosse un qualcosa, un retrogusto, un sottofondo che sfuggendomi mi avesse compromesso la capacità di comprendere in toto il testo. Silvia lo ha letto poco dopo; è venuta da me e mi ha detto: “Chiaro che non hai capito. Sei un uomo”.

Ecco quindi il punto. Lettera al figlio che non avrò, di cui comunque mi riservo di fare una lettura più approfondita altrove, parla di una donna che decide consapevolmente - in un atto insieme personale, sociale e fortemente politico - di non mettere al mondo figli. Ne dà alcune motivazioni di carattere autobiografico (il legame con la madre, oppressiva, che Linda non intende perpetuare); e narra delle pressioni, caute e incaute, che riceve da tutti - il suo compagno in primis - perché, invece, “dia compimento al suo essere donna”.

Sdogana, soprattutto, alcuni concetti che prima d’ora non avevo mai sentito esplicitati in questo modo, così dolente e insieme pubblico: Rivendico il diritto di non partorire. Ricuso l’idea della maternità come condizione di completezza della donna. Non voglio travestire di disordinato entusiasmo le mie contraddizioni.

Ho scoperto così che una serie di riflessioni dell’autrice, che durante la lettura mi parevano quasi ridondanti (Non vuoi fare un figlio? Non farlo! Te lo ripetono di continuo? Sono domande bonarie!), costituivano in realtà una risposta congrua e continua alla reiterata sollecitazione di modificare uno status. Alla domanda cioè di farsi, in qualche modo, altro da sé. Un altro da sé potenzialmente meraviglioso; ma che ha come condizione implicita del suo esser meraviglioso l’essere scelta e non obbligo.

Come spesso mi accade, la lettura di un bel libro risistematizza riflessioni che avevo compiuto in nuce e che erano rimaste inattive in me. Questa riguarda la tematica dell’aborto - ed è alla fine di aborto che parlerò.
Lo farò ricorrendo ancora a un ricordo. Risaliamo al 2005. C’è un convegno a Carpi sull’aborto; vado con la mia compagna e mi accorgo che sul palco ci sono - se non ricordo male - undici relatori: undici uomini, di diverso status - preti e laici -, nessuna donna. Non è solo questo che mi colpisce: è anche il fatto che l’uditorio invece fosse composto quasi esclusivamente di donne. Come se fossero accorse a informarsi sul giusto comportamento etico in merito a un qualcosa che i relatori materialmente non avrebbero mai potuto cogliere nel suo tutto.

Esprimo subito il mio parere. Credo che l’aborto sia una questione squisitamente femminile, sulla quale, all’interno della mia coppia, ho diritto a esprimere un’opinione, ho diritto a un confronto; non a una decisione. Non è cosa che si svolga nel mio corpo, l’atto della procreazione, non ne posso capire la portata - né di questo né del concepimento -, non ne posso afferrare il senso dal punto di vista fisico né psichico. Nemmeno metaforicamente. Ricordo le lacrime di una donna che si sottoponeva a un’IVG in ospedale, e non posso pensare io, casualmente lì, di poter giudicare lei che in quella saletta, sola, era entrata. Né mi possono interessare, se non da un punto di vista umano ma non certo da quello di una valutazione etica, i motivi che la possano aver spinta al gesto.

Ed eccoci al punto. C’è un solo aborto che mi sdegna. E si tratta dell’aborto sociale, ossia della sanzione da parte della società e delle sue componenti - in particolare: le componenti di potere - che si inserisce con un’intrusione illegittima quanto accettata all’interno di una riflessione personale e impedisce alla donna di decidere se far figli o non farli. Ponendola, del resto, in una sorta di no-win situation: se faccio figli ricevo una sanzione sociale dal punto di vista lavorativo, se non ne faccio ricevo una sanzione sociale dal punto di vista etico. Né è possibile la via di mezzo: se interrompo la gravidanza ricevo una sanzione differente dalle prime due che mi vede, essenzialmente, come interruttrice di ciò che porta avanti il sostentamento dell’organismo-società.

Ho parlato di sanzione differente, in quest’ultimo caso, e non maggiore o minore perché non sono in grado di stabilire se più forte o più debole: sempre uomo sono. Se mi arrogo il diritto di dire cose al posto loro, non sto ancora facendo illazioni sulle donne?
Ma ancora. Aborto sociale è la messa in non-condizione da parte della società di fare figli. Una sorta di vincolo che impedisce la libera, liquida decisione da parte delle famiglie - e mi sembra inserirsi in un contesto di cui qui non è il momento di parlare ma che accenno, che è il contesto della nebulizzazione del nemico. Cioè: da una parte si avversa l’aborto, dall’altra le condizioni economiche impediscono alle famiglie di poter decidere liberamente se espandersi o meno.

E infine. Il porre una demarcazione tra famiglia e carriera, di fatto creando una dicotomia, le impoverisce entrambe - ponendole in contrapposizione, una come rinuncia all’altra - impedendo tra l’altro di capire che tertium datur, eccome; e che questo tertium forse non viene tenuto in considerazione proprio perché attiene alla stretta sfera del personale, e che la sfera del personale viene di fatto negata al femminile.

Come se le donne fossero, come celebrava una canzone d’anni fa, “figlia madre moglie fidanzata sorella e nonna”. Sempre afferendo a un chi altro, invece che essere in sé.

Farò un’ultima considerazione. Tempo addietro, in tv, vidi una performance collettiva di diverse coppie che si mostravano alle telecamere e, una dopo l’altra, in un rosario di grani sgranati, ripeteva “Non darò figli a questa Italia”.
Ho capito solo ora a cosa si riferissero.

Non darò figli a questa valle, balia dalle mammelle di pietra, che ne farebbe schiavi o esuli. Ripago la montagna con la sua moneta, non sono il tipo che ricama col filo sottile dei bei ragionamenti. Sono scultrice. Le mie creature risorgono dall’inferno dei forni. Hanno viscere ferrigne, armature di pietra. Generazioni di diseredati, non c’è da stupirsi se il loro sguardo non è conciliante.
Claudia Quadri, Lupe, Casagrande 2000.

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