RazzismoIl Manifesto
6 ottobre 2017

Siamo un Paese sempre più intollerante e violento. Negli ultimi tre anni, dal 1 gennaio 2015 al 31 maggio 2017, sono stati ben 1.483 gli atti discriminatori compiuti ai danni di cittadini stranieri. Quando è andata bene si è trattato dell'insulto lanciato contro l'immigrato incrociato per la strada, o magari in un negozio. Quando è andata male si è arrivati all'aggressione fisica e all'omicidio.

La classe senza stranieri voluta dai genitori

  • Martedì, 09 Settembre 2014 08:19 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'espresso
09 09 2014

A Pratola Peligna, settemila abitanti sulle colline d'Abruzzo, c'è una scuola elementare. Che ha due sedi. Quella principale, in via Valle Madonna, ha 179 bambini iscritti, distribuiti in 10 classi: due seconde, due terze, due quarte, due quinte. Due prime. Che, per volere dell'ex preside Renato di Cato, erano divise così: alunni stranieri di qui, figli di italiani di lì.

«Al fine di realizzare il diritto all’apprendimento per tutti gli alunni, inclusi quelli in situazione di difficoltà, il nostro istituto ha recepito ed attuato la recente normativa che ridefinisce il concetto di INTEGRAZIONE», scriveva il preside nel piano dell'Offerta Formativa dell'Istituto Omnicomprensivo Tedeschi, l'unico del paese: «estendendo il campo di intervento non solo agli alunni con certificazione della diversabilità, ma anche allo svantaggio sociale, alle difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse».

Come aiutare quindi i figli di culture diverse? Dividendoli dagli altri. Una scelta che, seppure in piccolo (riguarda solo sette bambini) ha scatenato una polemica arrivata sui media locali e nazionali. Il dibattito ha portato così il nuovo preside, Raffaele Santini, a riorganizzare le classi in tempo record, convocando tutti i genitori il primo giorno di scuola e stabilendo che per un "maggior equilibrio" le classi anziché da 17 e 17 bimbi saranno composte da 15 e 19, con due alunni di "altra nazionalità" spostati nella sezione Italian-only prevista in precedenza.

«Faremo di tutto per capire se c'è qualcosa che cova e, in quel caso, quali sono i responsabili di un episodio che non rientra nella cultura di un paese che ha sempre favorito l'integrazione razziale», ha dichiarato ai giornalisti il sindaco Antonio De Crescentis al suono della campanella: «La nostra ottica è sempre stata quella di un'integrazione uniforme, in un piccolo comune dove su settemila residenti 600 hanno origini extracomunitarie. Se ci sono pratolani che pensano che esistano famiglie di serie A e altre di serie B escano allo scoperto».

Con chi se la prende il sindaco? Con alcuni genitori responsabili, secondo la ricostruzione de il Centro , della scelta che avrebbe orientato la divisione delle classi a tinta unita. Come scriveva Mariangela "Galatea" Vaglio sul suo blog a dicembre, parlando del sondaggio di un quotidiano intitolato: "Toglieresti i vostri figli da una classe con troppi stranieri?", le richieste, le pressioni, le preoccupazioni dei genitori in questo senso non sono nuove. Come rispondere?

«Soprattutto oggi che si sta attraversando un difficile periodo di crisi politica, istituzionale e finanziaria la scuola e, insieme ad essa, tutti coloro che possono dare il loro contributo, hanno un impegno morale e professionale nei confronti delle nuove generazioni», scriveva il preside di Pratola: «e non possono disimpegnarsi, ma devono dare in prima persona esempi di serio e concreto impegno per risolvere qualsiasi problema si presenti». È davvero questo il modo giusto?

Cronache di ordinario razzismo
03 09 2014

Offese e intimidazioni. Poi spintoni e calci. E’ un crescendo di violenza quello che sabato scorso, 30 agosto, colpisce B.B., un 24enne del Gambia residente a Corato, in provincia di Bari. Recatosi intorno all’una di notte a un distributore automatico di via Roma, nel centro storico del paese, il giovane viene prima aggredito verbalmente da un gruppo di persone, poi buttato a terra e preso a calci. Riuscito a rialzarsi, il ragazzo fugge verso la locale stazione dei carabinieri, al cui citofono, dopo le 22.00, risponde il Comando di Trani. Che, stando alle dichiarazioni del giovane, gli dice di aspettare, lasciandolo però privo di una risposta. Per questo, sempre secondo le parole di B.B., il ragazzo decide di rincasare. Sulla strada del ritorno viene nuovamente inseguito dai suoi aggressori, che lo raggiungono con calci e pugni. Il ragazzo fugge di nuovo verso la caserma: a questo punto i militari raccolgono le prime dichiarazioni e gli mostrano alcune foto segnaletiche.
Intanto, un gruppo di persone armate di sassi e bastoni corre verso l’appartamento dove il giovane vive con altri ragazzi africani, una struttura del Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) promosso dal Ministero dell’Interno. E inizia il lancio di pietre e tubi di metallo, con cui vengono sfondate due finestre. Sollecitati dalle telefonate di vicini e testimoni, due unità di carabinieri arrivano sul posto e mettono fine all’aggressione, tra l’altro sottraendo alla violenza la vittima dell’aggressione, che nel frattempo aveva tentato nuovamente di tornare a casa.

Sono diversi i punti da chiarire all’interno di questa incredibile vicenda. Secondo un testimone, intorno all’una e trenta di notte i carabinieri avrebbero fatto un primo sopralluogo in piazza Abbazia, dove si trova la struttura Sprar in cui vivono i richiedenti asilo, senza però scendere dall’auto di servizio. “Avevo chiesto loro di fermarsi perché la situazione è fuori controllo, ma sono andati via”, dichiara l’uomo al quotidiano locale Coratolive.it. Sarà inoltre importante capire il comportamento assunto dei carabinieri davanti alla richiesta di aiuto di B.B.
Una volta arrivato in ospedale, inoltre, il giovane viene visitato dai medici, che nel referto parlano di “escoriazioni multiple e trauma cranico”, stabilendo una prognosi di 15 giorni. Nonostante le condizioni, il giovane viene fatto tornare a casa da solo, a piedi, per poi presentarsi di nuovo nella struttura ospedaliera dopo due giorni, lamentando forti dolori al torace e capogiri: la prognosi viene allungata di 5 giorni, e vengono prescritti ulteriori accertamenti.

Ad oggi, sono sei le persone fermate dai carabinieri: una donna e cinque uomini sotto i 22 anni – tra cui un ragazzo di 17 anni -, tutti coratini. Risultano indagati per concorso in danneggiamento e lesioni aggravate.

Ma questo atto di violenza nasconde altro dietro di sé, come dichiarato dalle stesse vittime, arrivate circa un anno fa nel paese pugliese: i rifugiati denunciano un clima di intolleranza e tensione constanti con le persone che abitano e frequentano il centro storico, che li accuserebbero di togliere soldi e lavoro agli “autoctoni”. Fa loro eco la Caritas cittadina, che parla di “un gravissimo atto di razzismo indicatore di un clima di intolleranza, pregiudizio e disinformazione diffuso in città”. Un episodio che “impone che tutti, istituzioni, forze politiche, sindacali, chiese, associazioni, studenti, insegnanti e cittadini, facciano una seria riflessione su quale livello molto alto di degrado sociale e culturale si sia ormai raggiunto”, come scrive il responsabile Caritas Corrado De Benedittis. La Caritas punta il dito anche contro la gestione dello Sprar, “molto discutibile sin dall’inizio perché ha creato, soprattutto tra le fasce più deboli della popolazione, un impatto molto forte che si è tradotto in un crescendo di risentimento e intolleranza”. Secondo la Caritas, infatti, la scelta di usare come struttura Sprar uno stabile situato in largo Abbazia è “insensata. Largo Abbazia è da decenni una zona critica in cui si concentrano molteplici forme di disagio e criticità sociali”.
Sono molte le problematiche sollevate dalla Caritas: “Nessuna amministrazione, finora, ha mai pensato a un programma di informazione, idoneo a tutte le fasce sociali, sul valore e sull’importanza dell’immigrazione”. Quella di De Benedittis è’ anche un’autocritica: “Le nostre manifestazioni parlano un linguaggio troppo borghese che non raggiunge la sensibilità di tanti concittadini”. Ma è in primo luogo la risposta sociale quella che manca: “Innanzitutto, affrontare il problema della casa che assilla tanti concittadini, indistintamente, immigrati e no; il problema dello sfruttamento nel lavoro comune a molti immigrati e no. Insomma, serve una risposta nel segno della restituzione di dignità a tanti concittadini e concittadine, immigrati e no”.

Le mancanze presenti a Corato si rispecchiano in tutto il territorio nazionale: come sottolineato più volte da diverse associazioni che si occupano di diritti umani, non è creando soluzioni temporanee e ad hoc per gruppi sociali diversi che si va nella direzione giusta. La progressiva destrutturazione del welfare, associata a una situazione di crisi economica e occupazionale che colpisce moltissimi italiani, è terreno fertile per una guerra tra poveri, fomentata spesso da alcuni media mainstream e protagonisti politici che ripropongono spesso la contrapposizione italiani/stranieri, noi/loro, dimenticando che i diritti sono tali proprio perchè sono per tutti e tutte, altrimenti sono privilegi.

A livello locale, una prima importante risposta c’è stata: un gruppo di persone ha dato vita al Car, il gruppo Corato Against Racism, nato su Facebook per poi darsi un appuntamento reale in piazza Di Vagno, con l’intento di creare momenti di sensibilizzazione e confronto. Il primo è previsto per sabato 6 settembre: “Una manifestazione condivisa per la bonifica dell’intera area di largo Abbazia dai sassi che diventano armi improprie. Ogni pietra sarà un pezzo di intolleranza/ignoranza che butteremo via dalla nostra città”, si legge sulla pagina facebook del comitato, che va oltre e afferma: “L’episodio di sabato notte è solo la punta dell’iceberg di un clima di recrudescenza di razzismo e disagio sociale, che spinge a trovare nell’immigrato il capro espiatorio di una condizione di sfruttamento e impoverimento che ha ben altri responsabili. Le politiche migratorie perseguite da centrodestra e centrosinistra coerenti nel realizzare il medesimo disegno di segregazione, criminalizzazione, sfruttamento del lavoro migrante sono l’humus politico istituzionale in cui fermenta l’odio e la violenza, tristi protagoniste di questi giorni. Car condanna pertanto senza ambiguità l’accoglienza securitaria degli ultimi vent’anni. Nello specifico Car intende capire come funziona il progetto Sprar a Corato, chiedendo un confronto immediato con le istituzioni e gli enti attuatori riguardo gli interventi posti in essere. Accoglienza non vuol dire segregazione urbana, interventi educativi approssimativi, assenza di percorsi di inserimento socio-lavorativi”.

Alla richiesta del Comitato è seguito un immediato incontro, che ha avuto luogo proprio oggi, con l’amministrazione comunale e i referenti dell’Arci territoriale, responsabili del progetto Sprar attivo nella cittadina pugliese. Un primo momento di condivisione utile a creare un percorso comune di informazione e conoscenza: “A partire dalla manifestazione di sabato, Car si propone di apprendere e insieme divulgare alla cittadinanza, nel dettaglio, obiettivi e metodi del progetto Sprar. A tal proposito siamo felici che l’ente attuatore abbia accolto il nostro invito e sarà presente alla manifestazione con materiale informativo. Car intende capire quali sono i vincoli a cui l’ente territoriale deve sottostare e in che modo all’interno di questi vincoli le realtà cittadine possono collaborare al fine di garantire una completa integrazione dei rifugiati nel tessuto coratino”.

Un piccolo passo contro il razzismo!

  • Martedì, 02 Settembre 2014 11:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
02 09 2014

Grazie alla nostra segnalazione di due pagine Facebook dai contenuti apertamente razzisti e fascisti (“La liberazione dipende da te” e “Fasci littori di combattimento”), l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), ha avviato un’interlocuzione con Oscad/Polizia Postale (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) al termine della quale è stato comunicato l‘oscuramento dei contenuti indicati.

Nel nostro lavoro ci imbattiamo spesso in messaggi apertamente razzisti e violenti, veicolati soprattutto tramite internet: il World Wide Web permette di sfuggire agevolmente alle regolamentazioni nazionali, ed è crescente la diffusione di quello che in ambito internazionale viene definito hate speech, ossia espressioni di odio e intolleranza verso una persona o un gruppo. L’oscuramento di siti e blog e il blocco, quando avviene, delle pagine Facebook, non sembrano poter rappresentare una soluzione duratura: nel cyberspazio ci si muove in modo rapido e senza confini fisici, così che risulta semplice l’apertura di nuovi spazi di diffusione di messaggi di odio (solo a titolo esemplificativo, si veda qui , qui, qui).

Non crediamo nella censura. Siamo convinti, piuttosto, che la rete funzioni da megafono rispetto alla realtà: in altre parole, bloccare l’hate speech online è solo uno dei passi da compiere all’interno di un percorso più ampio, per un cambiamento culturale che interessi la società in generale. Per questo, crediamo che un lavoro di sensibilizzazione, informazione, diffusione di conoscenze e realizzazione di spazi di condivisione sia essenziale, per creare consapevolezza e dotare le persone degli strumenti adatti per contrastare in modo efficace il razzismo.

L’oscuramento delle pagine segnalate è un punto importante di questo percorso, e lo condividiamo con soddisfazione con tutte le persone e le associazioni che ogni giorno lavorano per questo cambiamento. E’ una spinta a continuare in questo senso: segnalando, informando, facendo formazione e sensibilizzazione. In una parola, prendendo posizione. Lavorando insieme, singoli e gruppi, per un necessario, profondo cambiamento culturale.

Cronache di ordinario razzismo
15 07 2014

Una lite. Poi, improvvisamente, colpi d’arma da fuoco. Due persone sono state ferite alle gambe. E’ quanto successo domenica a Castel Volturno, nel casertano, precisamente in località Pescopagano. Nel tardo pomeriggio due uomini, padre e figlio, hanno aperto il fuoco contro due cittadini ghanesi – in un primo tempo identificati dai media come nigeriani o ivoriani. I due, 30 e 37 anni, sono stati ricoverati presso la clinica Pineta Grande di Castel Volturno, e non sarebbero in pericolo di vita.

Dopo l’accaduto, decine di cittadini africani sono scesi in strada, dando alle fiamme alcune auto e un appartamento. La tensione è rientrata dopo alcune ore, anche con l’intervento delle forze dell’ordine, che hanno fermato i responsabili del ferimento.

Non si conosce ancora la dinamica dell’aggressione. Secondo le prime informazioni, sembra che il cittadino italiano, un vigilante privato, avrebbe fermato i due africani mentre, in bicicletta, portavano un pacco. L’uomo avrebbe domandato loro se il pacco fosse stato rubato da una delle vicine abitazioni disabitate, dando il via a una lite. Il figlio del vigilante sarebbe intervenuto sparando alla gambe dei due uomini.
La testimonianza delle due vittime dell’aggressione non coinciderebbe però con quanto riportato alla polizia dai due italiani: secondo le vittime, il vigilante li conosceva, e avevano già avuto dei diverbi. Le indagini sono attualmente in corso.

Quanto accaduto in questi giorni non può non far pensare agli episodi di sei anni fa, quando nel 2008 scoppiò quella che i giornali chiamarono “la rivolta di Castel Volturno”. Allora, sei persone, tutte di diversi paesi africani, furono uccise a colpi di arma da fuoco. Una strage per cui i responsabili furono condannati all’ergastolo: si trattava di cinque persone affiliate al clan dei Casalesi, con a capo Giuseppe Setola.
Dopo la strage, diverse persone di origine africana diedero vita a una violenta protesta, incendiando cassonetti e proseguendo gli scontri tutta la notte. Allora, molti media parlarono di scontri “tra italiani e stranieri”. Si trattò, piuttosto, di una terribile strage, la prima strage mafiosa con l’aggravante del razzismo (ne abbiamo parlato qui).

Oggi, molti giornali mettono l’accento sulla “rivolta degli immigrati” (per non parlare di chi, come il Giornale d’Italia, parla di “scontri etnici”). La Repubblica scrive “Feriti alle gambe due cittadini ivoriani causa di alcuni furti avvenuti nella zona. E’ seguita una rivolta. Il sindaco: “Bomba sociale pronta a esplodere”. Alfano “Non possiamo accogliere tutti”.
Già, perché la strumentalizzazione è dietro l’angolo. “L’Italia è un Paese accogliente ma certo non può accogliere tutti”, ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfano, proseguendo: “Contatterò anche i sindaci per ragionare insieme sul da farsi. E’ chiaro che quando c’è uno sbilanciamento tra persone straniere e cittadini italiani si creano momenti di tensione”.

Non capiamo perché sarebbero normali dei ‘momenti di tensione’ – due persone ferite alle gambe – in presenza di una situazione di sbilanciamento tra persone stranieri e cittadini italiani. Così come ci sembra non pertinente la frase del ministro dell’Interno sul fatto che non possiamo accoglierli tutti.
Quello che ci sembra evidente a Castel Volturno, piuttosto, è l’assenza dello stato, avvertita da chi ci vive e da chi da questo territorio ci è passato. “Qui non c’è alcuna percezione dello Stato semplicemente perché lo Stato non c’è“, spiega il sindaco di Castel Volturno Dimitri Russo. “Il fragile equilibrio tra italiani e immigrati a Castel Volturno si sta spezzando. Qui c’è una bomba sociale pronta ad esplodere”. “Qui lo Stato non c’è mai stato”, fa eco Tommaso Sorrentino, membro delle associazioni Miriam Makeba e Jerri Masslo. La prima è una piccola realtà che, da sola, prova ad arrivare dove le istituzioni non riescono, cercando di creare un luogo di incontro tra persone, italiane e non. Riuscendoci, anche, ma su piccoli numeri: perché in un territorio fortemente colpito dalla camorra, dalla povertà e dall’indifferenza dello stato, agire per cambiare le cose non è semplice. La seconda associazione, invece, porta il nome del trentenne sudafricano ucciso a Villa Literno nel 1989 durante una violenta rapina mentre, dopo una giornata di lavoro nei campi, dormiva con più di 200 altri migranti in un capannone abbandonato. Un omicidio per cui ci fu una fortissima mobilitazione dell’opinione pubblica, e che portò alla consapevolezza della situazione in cui versavano gli immigrati, percorso che sfociò nel 1990 nell’approvazione della legge Martelli.

Da allora sono trascorsi 24 anni. La società italiana è cambiata e i cittadini stranieri ne ccostituiscono una parte significativa. Le pratiche di interazione si moltiplicano nella scuola, nel mondo del lavoro e nelle relazioni sociali, ma permangono ampie aree di sfruttamento, di lavoro nero e di esclusione sociale. E l’economia di intere aree (non solo al Sud e non solo nelle campagne) resta saldamente nelle mani dei poteri mafiosi.
E’ proprio qui che l’assenza dello stato sembra essere la stessa di 24 anni fa.
Il resto è solo cattiva informazione.

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