×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

Ghonceh e la teocrazia. Medio Evo sotto rete

  • Martedì, 04 Novembre 2014 09:36 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
PersepolisRoberta Zunini, Il Fatto Quotidiano
4 novembre 2014

Ormai è chiaro: da quando lo scorso anno nella repubblica teocratica iraniana è stato eletto presidente il moderato Rohani, le donne non solo continuano a esserediscriminate ma sono diventate lo strumento privilegiato dagli integralisti per avere larivincita sui progressisti. ...

Corriere della Sera
03 11 2014

Alle critiche, il rappresentante iraniano Mohammad Javad Larijani ha ribattuto che l’Occidente tenta di “imporre il proprio stile di vita con lo slogan dei diritti umani”

di Viviana Mazza

“Un anno di carcere per una partita di pallavolo” si legge sulla pagina Facebook che chiede la liberazione di Ghoncheh Ghavami, venticinquenne con cittadinanza britannica e iraniana arrestata quattro mesi fa a Teheran e appena condannata a trascorrerne altri 12 nel carcere di Evin. L’annuncio, di ieri, ha scatenato condanne e appelli: la famiglia ha lanciato una campagna sui social media, con l’aiuto delle organizzazioni per i diritti umani. Una petizione ha superato le 700 mila firme su Change.org.
“Propaganda contro lo Stato” è l’accusa contro Ghavami (qui sopra con la madre Susan), anche se non è chiaro il reato commesso. Il 20 giugno la laureata della Soas (la scuola di studi orientali e africani dell’Università di Londra), che si trovava a Teheran “per lavorare per un’organizzazione che aiuta i bambini di strada” (dice il fratello Iman), era stata fermata dalla polizia con altre donne mentre cercava di assistere a una partita di pallavolo maschile (Iran-Italia) allo stadio. Il governo ha proibito alle donne l’ingresso agli stadi di calcio dal 1979 e più di recente anche alle partite di pallavolo “per proteggerle dai fan uomini”.

Ghavami era stata rilasciata su cauzione, ma dieci giorni dopo, tornata al commissariato per ritirare alcuni oggetti personali, è stata arrestata di nuovo. “Amnesty” la definisce una “prigioniera di coscienza” e chiede all’Iran di “abolire le leggi che discriminano le donne, anziché punire chi protesta contro di esse”. I funzionari spiegano la detenzione con “ragioni di sicurezza” slegate dalla partita di pallavolo, ma il processo è stato condotto a porte chiuse senza che la famiglia – che vive a Londra ma si è precipitata a Teheran – potesse assistervi.

“Corrono da un ufficio all’altro cercando di ottenere clemenza o il rilascio su cauzione”, racconta il fratello. Ghoncheh avrebbe passato 41 (su 127 giorni) in isolamento e 14 in sciopero della fame. Agli appelli del premier britannico David Cameron, il presidente Rouhani ha risposto che il potere giudiziario è indipendente.

Mentre la comunità internazionale è impegnata in questi giorni a discutere il programma nucleare iraniano, il caso attira nuovamente l’attenzione sui diritti umani nella Repubblica Islamica – dopo la recente esecuzione di Reyhaneh Jabbari per l’omicidio di un uomo che accusava di tentato stupro e dopo il fermo di giornalisti che hanno documentato le proteste per gli attacchi con l’acido contro donne “malvelate” di Isfahan.

Venerdì scorso l’Iran si è sottoposto, come fanno periodicamente tutti gli stati membri, ad un esame davanti al Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Alle critiche, il rappresentante iraniano Mohammad Javad Larijani ha ribattuto che l’Occidente tenta di “imporre il proprio stile di vita con lo slogan dei diritti umani”.

27ora
29 10 2014

Da una settimana, dalle 9 a mezzogiorno, Nasrin Sotoudeh protesta davanti all’Ordine degli avvocati di Teheran, in compagnia di una dozzina di colleghi. Il sit-in è iniziato dopo che la nota avvocata, una delle poche impegnate in casi d’alto profilo sui diritti umani e politici in Iran, si è vista bandire dalla professione per i prossimi tre anni. Ricevuta la notizia, non ha presentato appello, ma è scesa in piazza. E poi l’altro ieri ha aperto un profilo Facebook dove parlerà — ha annunciato — di giustizia.

«E’ la prima volta in Iran che un avvocato viene sospeso dal suo lavoro perché i suoi clienti erano imputati politici», dice Sotoudeh in un’intervista via email con il Corriere. «Mai, né prima né dopo la rivoluzione, l’ordine degli avvocati aveva emesso una sentenza simile. La persecuzione degli avvocati indipendenti è sempre esistita, ma l’Ordine aveva sempre resistito davanti alle pressioni».

Dopo aver rappresentato minorenni nel braccio della morte, attivisti studenteschi, curdi, del movimento operaio, detenuti di religione bahai, e anche il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, nel 2010 Sotoudeh è stata arrestata e nel 2011 condannata (in appello) a 6 anni di carcere e 10 di sospensione dalla professione per «azioni contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il regime». Una sentenza che ha sollevato proteste in tutto il mondo, tanto che mentre era in carcere il Parlamento europeo le ha conferito il premio Sacharov per la libertà di pensiero. Nel 2013 il presidente Rouhani l’ha graziata alla vigilia del suo primo discorso all’Onu.

«Riguardo al perdono, dovete sapere che non era una mia richiesta — osserva lei —. Mi hanno rilasciata senza spiegazioni, così come mi avevano arrestata senza motivi accettabili». Ora però sospendendola, l’Ordine degli avvocati ha ceduto a pressioni che, in un’intervista al blog IranWire, lei ha attribuito al procuratore e all’intelligence.

Il sit-in va al di là del caso personale. E’ un appello all’indipendenza della giustizia in Iran, al diritto dei dissidenti a lavorare e ad avere processi equi. Ha anche partecipato alle proteste contro gli attacchi con l’acido che questo mese hanno sfigurato o accecato sette o otto ragazze (secondo la polizia) a Isfahan. Al fianco di Nasrin, sono scese in strada due donne vittime di attacchi con l’acido avvenuti in passato tra le mura domestiche: Masoumeh e Somayeh, sfregiate dai mariti — quest’ultima (nella foto) mentre allattava la figlia, che oggi ha 4 anni e ne porta i segni sul volto.

Anche le autorità hanno condannato i casi di Isfahan: Rouhani promette di punire i responsabili con la forca, la sua vice Masoumeh Ebtekar ha visitato una vittima in ospedale. I conservatori, come il capo della magistratura Ayatollah Sadegh Larijani e il procuratore di Teheran Dolatabadi, hanno però accusato i media locali di aver promosso «la visione del nemico» scrivendo che i responsabili erano vigilantes che volevano punire le donne «malvelate». «Sì, io penso che il motivo principale di questi attacchi con l’acido sia il velo — commenta anche Nasrin — ma non voglio occuparmi di questo. Quel che conta è che il governo ha la responsabilità di garantire la sicurezza dei cittadini. Al momento, qualsiasi sia il motivo, la sicurezza delle cittadine è in pericolo». Oltre a prendere i responsabili, suggerisce alle autorità di «vietare agli imam di fare dichiarazioni estremiste che provocano i fanatici» e «di evitare prese di posizione come l’annuncio di esecuzioni per i colpevoli: accrescerebbero la violenza». Ma sabato mentre si univa alle proteste per Isfahan, la polizia ha arrestato (per sei ore) anche lei.

(Ha collaborato Sabri Najafi)

Corriere della Sera
26 10 2014

La madre dice al Corriere: «Il vero responsabile di tutto questo è il potere giudiziario iraniano».

di Viviana Mazza

«La mia Reyhaneh è stata impiccata. Aveva la febbre mentre danzava sul patibolo». Shole Pakravan piange così la figlia di 26 anni su Facebook, il giorno prima di accompagnare la bara al cimitero di Teheran. «Domani alle 10 del mattino saluterò la sua salma…. Sono un soldato che ha perso il suo comandante e il suo amore, seduto sul mare senza fine della tristezza», continua Shole, un’attrice teatrale. E nelle sue parole riecheggiano i versi del poeta sufi Mansour Hallaj, un tempo anche lui finito sulla forca. Poco dopo, Shole risponde al telefono dalla sua casa di Teheran. «Il vero responsabile di tutto questo — dice al Corriere — è il potere giudiziario iraniano».

Sua figlia Reyhaneh Jabbari, un’arredatrice di interni, è stata giustiziata ieri all’alba per l’omicidio di un medico ed ex funzionario dell’intelligence, Mortaza Abdolali Sarbandi. Nel 2009 durante il processo, la ragazza aveva sostenuto di averlo pugnalato per legittima difesa. Aveva raccontato di averlo conosciuto in un internet café: lui, sentendola parlare di lavoro, le si era avvicinato e le aveva offerto un impiego (arredare il suo ufficio); poi però l’aveva portata in un appartamento e aveva tentato di stuprarla; e lei l’aveva pugnalato con un coltello tascabile ed era fuggita. Reyhaneh sosteneva che le ferite inflitte non avrebbero da sole potuto ucciderlo, e aveva additato come assassino un misterioso terzo uomo di nome Sheikhy, giunto mentre lei scappava. Ma i giudici l’hanno giudicata colpevole di omicidio premeditato. Un processo che Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani definiscono «viziato» — tra prove sparite, limitazioni a vedere l’avvocato, confessioni estorte in isolamento. C’è anche chi crede che il caso sia stato insabbiato proprio perché un uomo dell’intelligence era stato additato come stupratore.

Per anni, la madre ha condiviso su Facebook l’attesa, la paura, la rabbia. È stato soprattutto grazie ai suoi messaggi che è nata la campagna internazionale che chiedeva un nuovo processo, più equo. Una campagna cresciuta negli ultimi mesi, con l’appoggio di diversi artisti iraniani e un totale di 240.000 firme. Ma non è bastata a salvarla.

L’ultima speranza era il perdono della famiglia dell’uomo ucciso: poteva rinunciare ad applicare la legge del taglione (qisas). Ma Jalal Sarbandi, il figlio, ha rifiutato. Era in piedi davanti alla forca ieri con due parenti, per far rispettare «il diritto di sangue» di suo padre. Molti commenti su Facebook si scagliavano contro di lui. Ma Shole spiega al telefono di non nutrire astio nei suoi confronti, di considerare responsabile il regime.

Ha potuto dire addio alla figlia venerdì, faccia a faccia, ma non è stata ammessa all’esecuzione. Ha passato la notte con un’ottantina di sostenitori davanti al carcere, piangendo e chiedendo aiuto a Dio. Per due volte, in passato, la sentenza di morte contro Reyhaneh era stata sospesa: ad aprile e poi a fine settembre. «Mamma, devi lasciarmi andare, basta», l’aveva supplicata la figlia. Shole voleva ascoltarla, tanto che aveva scritto su Facebook: «Da oggi mi siederò in silenzio in un angolo. Non scriverò più nulla». Ma non poteva tacere, doveva cercare di salvarla.

Donne a Teheran e manifestazioni Elham, una studentessa che ha partecipato alla manifestazione di sabato, dice di essere rimasta sorpresa anche lei dal numero di messaggini che lei e le sue amiche hanno ricevuto in questi giorni: inviti a non uscire di casa per paura degli attacchi all'acido: "Chi li manda? Certo volevano creare il panico". Ogni volta che c'è un governo che fa migliorare l'immagine dell'Iran nel mondo, c'è subito qualcuno che fa peggiorare la situazione, nota la regista Pouran Derkhshandé
Vanna Vannuccini, la Repubblica ...

facebook