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Hanno provato a rivolgersi all'Onu per ottenere lo status di rifugiate ma, e qui sta la beffa, la loro pratica è stata respinta, con la motivazione che il loro caso non è contemplato dalla legge sui rifugiati, per la quale è da tutelare "chi scappa da crudeltà, tortura o pena sproporzionata". Secondo l'Onu non ci sarebbe nemmeno oppressione legata a motivazioni religiose, politiche, ideologiche, razziali.
Marta Ottaviani, La Stampa ...

Iran, due storie di ordinaria pena di morte

Il Fatto Quotidiano
06 10 2014

di Riccardo Noury

Il mondo si sta mobilitando per salvare Reyhaneh Jabbari, la 26enne iraniana condannata a morte nel 2009 per l’omicidio, avvenuto nel 2007, di un ex impiegato del ministero dell’Intelligence.

La donna ha dapprima ammesso l’omicidio, dichiarando di aver reagito a un’aggressione sessuale; poi ha denunciato di essere stata costretta a confessare sotto tortura; infine, ha chiamato in causa un’altra persona, un uomo, presente nella stanza in cui era avvenuto l’omicidio.

L’esecuzione, dapprima fissata il 15 aprile poi il 30 settembre, è stata ulteriormente rinviata di 10 giorni. Manca poco tempo al nuovo appuntamento col boia.

Diciamo subito che il processo non ha chiarito la vicenda. Tuttavia, per coloro che si battono contro la pena di morte, colpevole o innocente, che abbia agito per legittima difesa o meno, Reyhaneh Jabbari non deve morire. Qui c’è l’appello di Amnesty International per l’annullamento della condanna e la riapertura del processo.

Quello di Reyhaneh Jabbari è uno dei rari casi di condanne a morte in Iran di cui il mondo viene a conoscenza, in questo caso grazie alla madre della donna, e su cui si mobilita. Nei primi nove mesi di quest’anno, le esecuzioni nel paese sono state già oltre 550.

Una di queste, passata inosservata, è stata quella di Mohsen Amir Aslani, messo a morte il 24 settembre nella prigione Rajaej Shahr di Karaj.

Quel giorno, il presidente iraniano Hassan Rouhani stava tenendo una conferenza stampa all’interno del palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Nessun giornalista gli ha chiesto di commentare la notizia che, nel suo paese, un uomo era stato messo a morte per aver dubitato che il profeta Giona (Yunus, nel Corano) fosse riuscito a sopravvivere dopo essere stato inghiottito da una balena.

Prima di essere arrestato, nel 2006, Mohsen Amir Aslani organizzava nella sua abitazione incontri di teologia nei quali leggeva il Corano e presentava ai suoi studenti le differenti interpretazioni del testo sacro. Fu in uno di quegli incontri che espresse quel dubbio, che gli valse l’accusa di “insulto al profeta Yunus”.

Dopo mesi di isolamento nel blocco 209 del carcere di Evin, nella capitale Teheran, Mohsen Amir Aslani venne condannato a quattro anni, poi ridotti a 28 mesi. Ci pensò poi uno dei giudici più spietati del tribunale rivoluzionario, Abdolghasem Salavati, a imporre una condanna a morte per un mai specificato “atto di corruzione in Terra”.

L’imputato contestò la competenza del tribunale rivoluzionario, il caso venne rinviato a una giuria ordinaria che, a maggioranza di tre giudici su cinque, confermò la condanna. La Corte suprema l’annullò per mancanza di prove rimandando il caso alla corte di primo grado, che la reimpose. La Corte suprema allora non ebbe niente da dire e il capo dell’Autorità giudiziaria ratificò il tutto.

Quando, alcuni giorni dopo l’esecuzione, la stampa internazionale ha raccontato la vicenda, le autorità iraniane hanno cercato di “metterci una pezza” dichiarando che Aslani era stato impiccato per aver avuto relazioni sessuali con le studentesse che venivano ai suoi incontri. Sua moglie Leila, ora vedova, ha sfidato i giudici a presentare le prove.

"Salviamo Reyhaneh". Al patibolo per essersi difesa

Un uomo violenta una giovane donna. Lei si difende con un coltello, lo ferisce a una spalla, fugge, lo stupratore muore in circostanze non chiare [...]. Lei viene condannata all'impiccagione.
Vanna Vannucci, la Repubblica 
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Amnesty International
19 09 2014

Le condanne al carcere e alle frustate inflitte il 16 settembre 2014 a Sassan Solemaini, Reyaneh Taravati, Neda Motameni, Afshin Sohrabi, Bardia Moradi e Roham Shamekhi, sei persone che avevano realizzato una versione amatoriale del brano "Happy" di Pharrell Williams, sono l'ulteriore prova del disprezzo che nutrono le autorità iraniane per la libertà d'espressione. Delle sei persone che erano comparse nel video, cinque sono state condannate a sei mesi di carcere e una a un anno. Tutti e sei gli imputati hanno ricevuto la pena aggiuntiva di 91 frustate. L'esecuzione della sentenza è stata sospesa per tre anni.

Le sei persone (tre uomini e tre donne) erano state arrestate nel maggio 2014 dopo che erano apparse, nelle strade e sui tetti di Teheran, in una versione amatoriale di "Happy", un brano di grande popolarità che è stato riadattato in video centinaia di volte nel mondo. Sfidando il divieto in vigore dal 1981, le donne comparivano senza velo.

Arrestati dalla polizia per aver preso parte a un'iniziativa "volgare" e offensiva nei confronti della "pubblica castità", i sei protagonisti sono stati costretti a "confessare" in televisione di essere stati raggirati, in quanto credevano che le riprese fossero state svolte per un semplice provino.L'accusa nei confronti dei sei imputati (tre uomini e tre donne) è di aver "preso parte alla produzione di una videoclip volgare" e di "aver avuto relazioni illecite tra di loro".

Sassan Soleimani ha ricevuto la condanna più pesante per aver diretto il video. "Con questo verdetto, assurdo fa rima con ingiustizia. Sei persone sono state trattate come criminali per aver realizzato un video sulla felicità. Non avrebbero mai dovuto essere arrestate né tantomeno esibite in televisione per farle 'confessare'" - ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"Se le sentenze verranno confermate ed eseguite, considereremo i sei detenuti prigionieri di coscienza e ne solleciteremo l'immediata scarcerazione" - ha sottolineato Sahraoui.

Articolo tre
17 07 2014

Un murales provocatorio, apparso in una delle strade centrali della capitale iraniana. Il graffito è stato immediatamente cancellato, ma in poco tempo è già diventato un simbolo di libertà.

Un graffito è apparso su un muro della strada principale di Teheran, Vali Asr, in cui è stata rappresenta una donna con la maglia della nazionale iraniana che alza sulla testa una sorta di coppa del mondiale che in realtà, non è altro che una bottiglia di detersivo per i piatti.

L'autore è Black Hand, il Banksy, famoso artista di strada americano che attualmente vende le sue opere per migliaia di dollari, iraniano.

I giovani sono impazziti e lo hanno già preso a simbolo di libertà, condividendolo sui social media.

Il fatto è che alle donne in Iran è vietato oltre che guardare le partite di calcio in tv, anche entrare negli stadi.

Naturalmente anche fare graffiti è proibito e l'opera è stata prontamente cancellata con della vernice: ma ha comunque fatto in tempo a diventare icona tra giovani iraniani.

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