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Insegnare calcio a Teheran

  • Venerdì, 18 Settembre 2015 08:50 ,
  • Pubblicato in Il Racconto
Calciatrici in IranMaura Bertanzon, Corriere della Sera
27 agosto 2015

Katayoun Khosrowyar è stata il primo capitano della nazionale femminile di calcio in Iran. Oggi Kat è l'allenatrice della nazionale under 14, ma soprattutto il simbolo di una (nuova) rivoluzione in corso....

La Stampa
17 09 2015

Il capitano della nazionale femminile dell’Iran rischia di non giocare la Coppa d’Asia per colpa del marito. Niloufar Ardalan è il popolare capitano della nazionale femminile di calcio dell’Iran, riuscita a qualificarsi per la fase finale della Coppa d’Asia che inizia giovedì in Malaysia. Ma non può raggiungere la squadra nel ritiro malese perché il marito le ha tolto il passaporto a seguito di una lite coniugale.

E’ il sito Internet iraniano Fararu.com a descrivere l’anomala situazione: la centrocampista di 30 anni probabilmente non si unirà alle compagne perché la legge della Repubblica Islamica consente ai mariti il diritto di impedire alle mogli di recarsi all’estero.

Ardalan ha reagito al veto del coniuge postando su Instagram un messaggio nel quale afferma che «questa legge deve essere modificata» perché «sono solo un soldato che si batte per issare la bandiera nazionale».

Maurizio Molinari

Giulia Innocenzi: sull’Iran non hai capito niente!

  • Lunedì, 31 Agosto 2015 08:54 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
31 08 2015

Giulia Innocenzi è andata in viaggio in Iran. Descrive quel viaggio sul suo blog e racconta un paese visto con gli occhi di una occidentale un po’ disinformata che, suo malgrado, si presta a legittimare un quintale di islamofobia e neocolonialismo.
Solidarizzo con lei e non nego affatto che in Iran, come altrove, esistano pressioni maschiliste ma, da quel che scrive, deduco che non abbia mai viaggiato per l’Italia facendo attenzione ai molesti, agli esibizionisti dal pene in libertà, agli inseguitori, agli stupratori che qui esistono in gran numero. Deduco anche che non sappia come l’occidente paternalista usi il pinkwashing per giustificare l’aggressione ad alcune culture e ad alcuni paesi prendendo a pretesto la difesa delle donne: ovvero quelle che, a quanto pare, non saprebbero difendersi da sole e senza l’ausilio del “liberatore” occidentale. Il patriarcato del vicino è sempre più verde, per l’appunto. E il femminismo antisessista che non è Intersezionale per me è difficile da digerire.

Nel suo post, con tanto di foto che regalano una visione e stereotipata di quel paese, si parla di uomini perennemente molesti e di donne sottomesse e vittime di molestie. Mi chiedo, ancora, dove fosse la Innocenzi quando per le strade studenti e studentesse iraniane (in numero altissimo) rischiavano la morte, buttavano pietre contro il regime e furono protagoniste della rivoluzione in verde. Tra i commenti al post della Innocenzi ce n’è uno che vale la pena leggere con attenzione scritto da Giulia Presbitero. Ve lo propongo qui. Buona lettura!

Buonasera Giulia,
sono una studentessa di relazioni internazionali dell’Università di Torino e le scrivo in merito all’articolo che ha pubblicato riguardo alla sua vacanza in Iran.
Mi dispiace molto per i commenti sessisti, volgari o maleducati che alcune persone le hanno rivolto in merito al suo articolo o con altri pretesti, immagino debba essere difficile e pesante da sopportare.
Le scrivo con l’intento di esporre una critica in modo più educato ma non meno netto, affinché – spero – la mia critica sia presa maggiormente sul serio e possa forse stimolare una riflessione più approfondita.

Sono italiana, ma ho studiato e lavorato per lunghi periodi in Iran, parlo Persiano abbastanza fluentemente e credo di avere acquisito nel tempo – anche attraverso lo studio universitario in Italia – una discreta conoscenza della storia, della cultura e della società iraniana. L’Iran sta attraversando un periodo molto delicato, in cui grandi opportunità si accompagnano ad alti rischi. Se i rapporti con l’occidente continuassero a migliorare, il turismo potrebbe giocare un ruolo fondamentale per assicurare una ripresa economica del paese e per portare liquidità alle frange della popolazione che più hanno sofferto nel lungo periodo segnato dall’embargo e dalle sanzioni.
Ora, il fatto che una giornalista in vista come lei pubblichi un articolo sull’Iran in cui non dedica un minimo di approfondimento sulla realtà del paese, in cui si limita a offrire immagini-stereotipo accompagnate da frasi che sono poco più che luoghi comuni, lasciando spazio soltanto ad aneddoti di esperienze negative (per quanto sicuramente provanti) senza minimamente preoccuparsi dell’impatto che questo tipo di mala-informazione può avere sul pubblico, è molto, molto triste.

Non solo dall’articolo appare evidente la sua impreparazione sulle realtà culturali e sociali del Medio Oriente, ma il modo in cui ha reagito ai commenti negativi ricevuti (non intendo quelli volgari, ma quelli delle persone che come me conoscono la realtà iraniana e che l’hanno criticata per la superficialità dell’articolo) denota anche un disinteresse a comprendere meglio le questioni di cui parla e di cui si lamenta, le quali sono molto più complesse di come lei fa apparire in questo articolo.
C’è già tanta disinformazione sull’Iran in particolare e sull’Islam in generale, non c’è certo bisogno di altro pressapochismo sul tema. Il maschilismo in Medio Oriente è un problema molto serio e la condizione della donna nelle società islamiche è estremamente complessa: il modo in cui lei tratta questi temi nel suo articolo è a dir poco riduttivo.
La cosa più grave che trapela dal suo articolo è la sua scars(issima) conoscenza dei principi basilari del relativismo culturale e del postcolonialismo: per dirla in parole semplici, quella sospensione del giudizio di fronte a realtà che non sono basate sui nostri stessi parametri logico-culturali che è l’unica risorsa possibile per approcciare senza pregiudizio realtà profondamente diverse dalla propria, per porre le basi di società inclusive e per superare posizioni xenofobe e razziste.
Di fronte alla ragazza che non si siede a tavola con due uomini sconosciuti lei sfodera subito un giudizio semplicistico, sottovalutando o anzi non prendendo neanche in considerazione le norme sociali tradizionali che si depositano alla base di tutte le culture (compresa la nostra) e che fanno sì che certe cose siano ritenute accettabili ed altre sconvenienti. Paradossalmente, il padre della ragazza, applicando i parametri culturali propri della sua cultura a sua figlia, e applicando invece i parametri di quella che ha compreso essere la cultura occidentale a voi (se siete lesbiche unite pure i letti, se volete potete non indossare il velo per casa) dimostra una capacità di astrazione e di relativismo culturale molto maggiore della sua, Signorina Giulia!

iranshow_makeupFar passare le donne iraniane per povere vittime senza risorse di un sistema oppressivo è invece una bugia vera e propria. Il sistema è certamente oppressivo, ma le donne iraniane sono estremamente forti e combattive ed al di là delle apparenze e delle formalità il loro potere decisionale nella famiglia e nella società è altissimo. Le donne iraniane hanno imparato a sfruttare a loro favore molti aspetti della cultura in cui sono nate e spesso, al di là di quello che gli uomini affermano in pubblico, i veri capifamiglia nelle case iraniane sono donne, i veri motori dell’educazione iraniana sono donne, la futura classe dirigente non potrà che essere sempre più costituita da donne.

Riguardo agli spiacevoli incidenti che vi sono capitati in Iran, non è mia intenzione minimizzare: il problema nel paese esiste ed è più grave che in altri posti del mondo. Anche a me sono capitati un paio di episodi sgradevoli viaggiando da sola per l’Iran, ma niente di paragonabile a quello che descrivete voi. La frequenza e l’intensità delle violenze subite sono molto, molto strane. Con ciò non dubito della loro autenticità e non intendo “puntare il dito contro la vittima”, perchè la causa di questi episodi è certamente imputabile a un certo modo di concepire la mascolinità e la femminilità in quella parte del mondo, nonchè all’enfasi sulla separazione tra i sessi che viene imposta dall’educazione stabilita dal potere dominante e che produce effetti deleteri sulla psiche di molte persone.

Intendo però puntare il dito contro una giornalista impreparata che si reca in un paese molto complesso senza l’adeguata preparazione non solo razionale ma anche emotiva, sottovalutando fortemente le difficoltà derivanti dal calarsi in una cultura profondamente diversa dalla propria e la necessità inderogabile di conformarsi a determinate norme che nel proprio paese riterremmo ingiuste o degradanti. Ancora una volta: l’ignoranza in merito a tematiche di relativismo culturale e postcolonialismo. Mi rincresce dirlo in questi termini, ma l’Iran non è un qualsiasi altro paese del Medio Oriente, sotto tutti i punti di vista: sia quelli positivi, che negativi.
Per ottenere un record così alto di esperienze negative in un lasso di tempo così breve, qualcosa avete per forza sbagliato anche voi, e il fatto di non volerlo ammettere non vi fa onore nè aiuta la causa femminista delle donne iraniane. Ci sono cose / atteggiamenti / modi di guardare / di comportarsi / di vestirsi / di parlare che in Iran una donna non può permettersi, o meglio: può permettersi (e spesso la fa, tirando al limite la corda tra il lecito e l’illecito, per affermare la sua volontà all’autodeterminazione), ma essendo conscia dei rischi a cui di conseguenza si espone. Sottovalutare queste norme per poi scandalizzarsi delle conseguenze è a dir poco naif. Conformarsi non significa accettare queste norme come giuste per sè, ma riconoscere il fatto che in questo luogo il rapporto fra i sessi è regolato da altri standard, altre norme non scritte a cui due turiste straniere non possono pensare di soprassedere nè di dominarle appieno.

L’avanzamento dei diritti delle donne iraniane spetta alle donne iraniane, le quali stanno portando avanti da decenni un lento e misurato lavoro di scalpello sulla granitica pietra della loro cultura tradizionale. Già qualcun altro tanti anni fa ha pensato di provare con la dinamite, ma non ha funzionato, anzi.
iran_protesta_primaUn altro errore grossolano denotato dalla mancanza di conoscenza della realtà in cui vi trovavate è quello del vostro rifiuto a ricorrere alla polizia: come vi hanno già fatto notare molti altri utenti, una cosa su cui si può certamente contare in Iran è l’affidabilità della sicurezza interna e la protezione degli stranieri nel paese. Garantire la sicurezza delle turiste straniere e assicurare che al loro ritorno parlino bene del paese e invitino altri a visitarlo è una priorità assoluta del governo iraniano e se vi foste rivolti alle autorità avreste sicuramente trovato aiuto (e probabilmente un “consiglio” su come conformarvi meglio al codice di vestiario e di comportamento islamico: “consigli” sempre fastidiosi e sgradevoli per noi ragazze occidentali, ma ahimè necessari se si vogliono evitare questi incidenti).

Voi avete fatto esattamente il contrario: cariche di pregiudizio avete pensato che le autorità non vi potessero essere di nessun aiuto (“in un paese dove uomo e donna prima del matrimonio non possono nemmeno sfiorarsi” avete scritto..altra informazione falsa!) e al ritorno non avete esitato a scrivere un articolo che farà certamente passare la voglia di visitare il paese a migliaia di persone, se mai queste ci avessero pensato. In mezzo ai tanti commenti negativi al suo articolo, infatti, si leggono moltissimi “grazie per l’interessante reportage, accidenti che brutto posto l’Iran!”. Come se ce ne fosse bisogno. Un bel “grazie” da parte di tutti gli iraniani!
Ma ciò che mi ha fatto più arrabbiare del suo articolo è il paragrafo finale, perchè denota non solo superficialità nell’approcciare una cultura altra da sè, ma anche cecità di fronte alla realtà del proprio paese e insensibilità verso coloro che non condividono la sua posizione di privilegio. Quando la ragazzina in chador (altra precisazione necessaria: i chador non coprono MAI la faccia della donna, forse lei si confonde con il burqa) le dice che vorrebbe studiare scienze politiche ma che i suoi genitori non sono d’accordo, per cui studierà psicologia, lei commenta “Abbiamo cominciato a pensare a quante cose avrebbe potuto fare nella vita una donna brillante e curiosa come lei. Se solo fosse stata libera. Se solo avesse avuto il diritto di essere se stessa.”

Il diritto di essere libera? il diritto di essere se stessa? Ma lei crede davvero che basti questo perchè una donna brillante riesca ad avere successo nella vita? Forse lei non si rende conto che la sua condizione – quella di essere una giovanissima giornalista di successo che dirige trasmissioni per le più importanti emittenti nazionali e collabora con i più famosi giornalisti nazionali – è una posizione di privilegio più unica che rara nel nostro fantastico paese in cui le donne sono “libere e padrone di se stesse”! Non metto in dubbio che lei sia arrivata a questa posizione per merito della sua professionalità, ma metto assolutamente in discussione che il suo caso possa essere portato ad esempio per noi migliaia di studentesse di scienze politiche che dopo la laurea ci barcameniamo per anni ed anni tra stage non pagati, collaborazioni “volontaristiche” e infine finiamo a svolgere lavori che nulla centrano con le nostre aspirazioni, coi nostri studi o coi nostri interessi!

I genitori di quella ragazza, forse, consci delle simili difficoltà in cui si trovano i giovani iraniani in un paese in cui il tasso di disoccupazione giovanile pare si aggiri intorno al 20%, magari privi di contatti o conoscenze nell’ambito di interesse di sua figlia, hanno semplicemente tentato di proteggerla da un probabile fallimento e di indirizzarla verso una carriera più sicura. Che ciò sia giusto o meno, cos’ha questo a che vedere con il maschilismo o l’oppressione della donna? Di oppressione si tratterebbe se alla ragazza fosse stato proibito di andare all’università per sposarsi e vivere reclusa in casa, invece chi è informato sa bene che le studentesse donne in Iran sono più del 60% nelle università del paese.
La mia lettera è già abbastanza lunga e non sono affatto sicura che lei troverà il tempo di leggerla (chissà quante ne riceve ogni giorno!), quindi meglio che mi fermi qui, anche se cose da dire ne avrei ancora molte.

Cordiali saluti,
Giulia Presbitero

Insegnare calcio a Teheran

Katayoun Khosrowyar è stata il primo capitano della nazionale femminile di calcio in Iran. Oggi Kat è l'allenatrice della nazionale under 14, ma soprattutto il simbolo di una (nuova) rivoluzione in corso.
Maura Bertanzon, Corriere della Sera ...

In Iran, a Women’s Soccer Revolution

  • Martedì, 25 Agosto 2015 11:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

WALL STREET JOURNAL
25 08 2015

Women, and women’s sports, still face stiff winds of resistance in the Islamic Republic of Iran. Hard-liners supported by the highest echelons of government oppose women even watching the country’s most popular sport, much less playing it in public.

But quietly, there is something of a women’s soccer revolution going on here. And one of its leaders, of all people, is an Iranian-American.

Katayoun Khosrowyar, 27, moved here at age 17. She has captained the Iranian women’s national soccer team, lived through a battle over the wearing of head scarves on the field and, last year, evacuated a team of young Iranian girls from earthquake-ravaged Nepal.

Khosrowyar—Kat to friends and fans—now holds a seat on the sport’s national oversight board, in addition to coaching the national under-14 team. While the women’s national team has struggled in top-level international competition and is currently in the process of being reconstituted, the sport is taking off at the youth level. Four thousand Iranian girls now play soccer in Iran’s women’s and girls’ leagues, up from none in 2005, according to the country’s soccer association.

 

“The biggest challenge we have is the lack of leader coaches,” said Elahe Arabameri, who recently took over as the national head of Iran’s women’s soccer programs. “She’s just one, but she’s got a great future.”

Khosrowyar and Arabameri hope the nuclear deal recently struck between Iran and six world powers will open Iran to the world again, ushering in a new era for women’s sports that includes foreign corporate sponsorship deals and cooperative arrangements with European and perhaps even American soccer programs.

That would be a far different world than the Iran of today, where women aren’t allowed to attend soccer games. “In all of Tehran, maybe there are a thousand women who want to attend a soccer game,” said Hamid Reza Taraghi, an adviser to Iran’s Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei. “Public opinion is just against this.”

After the Islamic revolution swept aside the secular-minded Shah’s regime in 1979, women’s sports were virtually abolished by the cleric-led government.

For more than two decades, riflery was the only international sport Iranian women could compete in internationally. It passed muster because it could be done individually and while fully covered, including wearing the head scarf, as is required of all women in public. Taekwondo also caught on for similar reasons.

Soccer remained off-limits, but some women took up futsal, a similar game played indoors. Small futsal clubs for women quietly proliferated in the early 2000s.

Khosrowyar, 27, and other supporters of women’s soccer in Iran hope the recently reached nuclear deal will usher a new era for women’s sports that includes foreign corporate sponsorship deals. ENLARGE
Khosrowyar, 27, and other supporters of women’s soccer in Iran hope the recently reached nuclear deal will usher a new era for women’s sports that includes foreign corporate sponsorship deals. PHOTO: NEWSHA TAVAKOLIAN/MAGNUM FOR THE WALL STREET JOURNAL
Then in 2005, Jordan invited Iran to send a women’s soccer team to compete in the West Asian Football Federation Women’s Championship. In a huge boost for women’s sports, the Iranian government agreed to form a team. The hunt for talent began in futsalclubs.

That is where Khosrowyar was discovered, newly arrived from America.

As a senior in high school in Oklahoma, she traveled to Iran to visit relatives. The warm reception she encountered at 4 a.m. from family—some of whom she had never met—when she arrived at the airport in Tehran helped convince her to stay.

She spoke no Farsi, but she had played soccer. She found a futsal club through a friend of her mother, and then jumped at the chance to try out for the national team, becoming its youngest member at the time at age 17.

Despite only two months of training, the Iranian team finished second in that Asian Games. The government established a formal women’s youth program the following year.

“It just took off,” said Khosrowyar, who became captain of the national team in 2008. “It was word-of-mouth, newspaper and magazine interviews.”

One important element came much more slowly: television. At first, TV shows, all state-controlled in Iran, avoided showing any images of women playing soccer, even when they were fully covered in tightfitting uniform hoods to conceal their hair. But eventually short clips began appearing on sports programs.

Headwear deemed sufficiently Islamic by the government has long been a challenge. While Iran’s team always wore its special full-body covering uniforms when traveling, many foreign teams declined to play in Iran because they were required to wear head-coverings on the field.

‘In all of Tehran, maybe there are a thousand women who want to attend a soccer game. Public opinion is just against this.’
—Hamid Reza Taraghi, an adviser to Iran’s Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei
The Iranian women’s program found a way around the problem when the government allowed it to stage its home games in a special stadium set aside for Iran’s Christian Armenian community. The government had previously granted permission for that community to use the field without requiring women to wear head coverings. Playing there, the Iranians wore the head-coverings; visiting teams didn’t.

Head covering became an even bigger issue when the team aimed to take part in the 2012 Olympics. In the qualifying rounds, international soccer authorities banned the team’s head-covering uniform. The team was disqualified in June 2011 when it declined to give up the uniform for a match in Jordan.

“Everybody was crying in the locker room,” said Khosrowyar, who had returned to play on the team after receiving a master's degree in chemical engineering. “It was devastating.”

But the ban galvanized popular support for the women’s program in Iran, creating a bonanza of publicity, including clips of women playing soccer on television. The country’s conservative president at the time, Mahmoud Ahmadinejad, adopted a populist streak and took up the cause.

“There was a huge shift,” said Khosrowyar. “Now everybody knew about us.”

Iran protested, and international soccer authorities ultimately came up with a compromise that allowed the Iranian women to play covered.

Today, Khosrowyar coaches Iran’s first under-14 girls national team. In April, she was in a locker room in Kathmandu, Nepal, delivering a pregame pep talk when an earthquake hit. Khosrowyar had to rush the team out onto the playing field for protection. She then spent the next 24 hours getting them to the airport and back home.

“I realized that if I looked scared, they would be scared, and if I looked confident they would be confident,” she said.

Arabameri, the new head of women’s soccer nationally, said that the experience was a harrowing one for the team. But like many of the challenges Khosrowyar and women’s soccer has overcome, she said it would make the sport stronger.

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