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Le donne subiscono costrizioni mortificanti: nell'abbigliamento, nelle separazioni in scuole, mezzi di trasporto, avvenimenti pubblici. Perfino la demagogia stracciona di Ahmadinejad promise di ammetterle come spettatrici negli stadi: è appena venuto il Milan, e nemmeno le signore italiane di Teheran sono potute entrare. Allo stesso tempo, le ragazze sono maggioranza e si distinguono negli studi e nell'insegnamento, guidano l'auto. ...
La parte più difficile è convincere il mondo che sta facendo sul serio. Hassan Rohani, neoeletto presidente della Repubblica islamica iraniana, all'incontro con le Nazioni Unite si è fatto accompagnare da Ciamak Morsadegh, il deputato che rappresenta la comunità ebraica in Parlamento. ...

Iran, soggettività s/velate

  • Mercoledì, 25 Settembre 2013 11:45 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Societa delle letterate
25 09 2013

Di donne, veli e ruoli sessuali fra oriente ed occidente parlano, oggi, numerose artiste visive mediorientali. Il loro lavoro, aiutandoci a riflettere sul binomio libertà/emancipazione, sui ruoli sessuali, sulla relazione uomo/donna, ci restituisce un’altra visione del loro e del nostro mondo che può servire a superare stereotipi e luoghi comuni, pregiudizi e idee preconcette. Le opere che affrontano i temi dell’identità, del genere e dell’eredità culturale mettono, infatti, a dura prova le facili, stereotipate interpretazioni sulle culture d’origine e rendono superficiale qualsiasi lettura basata, ad esempio, sulla sola categoria dell’oppressione femminile di cui il velo rappresenterebbe il simbolo più potente. E’ quanto emerge con chiarezza nell’opera di tre artiste iraniane Shirin Neshat, Aylene Fallah e Mandana Moghaddam che ne hanno fatto uno dei nuclei centrali della propria ricerca visiva.

Quando, agli inizi degli anni ’90, Shirin Neshat cominciò ad acquisire rinomanza internazionale, le sue opere -foto e video- ruotavano soprattutto intorno ad immagini di donne coperte dal tradizionale velo islamico. Nella ormai celebre serie di fotografie in bianco e nero Women of Allah (1994-96) l’artista, che abita e opera fra l’Iran e New York, ritrae se stessa (e altre donne) in chador, le parti del corpo visibili (solo volto, mani e piedi) coperte da versi, scritti a mano, di poete iraniane. Lo scopo è mostrare la natura ambigua del velo che “protegge le donne dall’essere considerate un oggetto, dotandole di rispetto, e contemporaneamente nasce dalla consapevolezza degli uomini dell’incapacità di controllare la propria sessualità, costringendo le donne a coprirsi”; ma c’è anche un’altra connotazione politica che l’artista sottolinea: “poiché la rivoluzione in Iran ha costretto le donne ad occupare ruoli pubblici, il velo è anche un atto politico: le donne che vestono il velo mostrano la loro solidarietà alla lotta contro l’occidentalizzazione della loro società”. Nell’opera di Neshat, tuttavia, la dimensione politica e quella poetica coesistono e l’artista prova a guardare oltre la superficie: “Come fa una donna a relazionarsi con i mutamenti del mondo esterno quando c’è un velo tra lei e il mondo? Come il velo separa il privato dal pubblico, l’interno dall’esterno? Come un semplice pezzo di stoffa è realmente capace di dettare e imporre una tale limitazione su una persona? Io ero molto interessata all’idea di visibile e invisibile, e anche come, alla fine, una donna può esprimere se stessa nonostante una tale limitazione”. Cade, così, la rappresentazione vittimistica del femminile, per una visione che, pur non nascondendo i fattori di costrizione e di condizionamento, punta a sovvertire l’immagine dell’oppressione per mostrare “nel modo più sottile e candido quanto [le donne] siano forti”. Nel farlo l’artista demolisce anche un altro stereotipo, quello della violenza; a volte nelle immagini compaiono delle armi che rappresentano “la violenza come simbolo dell’immagine stereotipata dell’Islam nel mondo occidentale [dove] la complessità degli ideali spirituali della religione islamica è superficialmente ignorata …. Cerco di rappresentare questo paradosso … in bilico fra l’amore di dio, la devozione e la fede da un lato, il crimine, la crudeltà e la violenza dall’altro”. Ma l’aspetto più interessante non è legato alla violenza o alla dimensione militare bensì “all’idea del corpo femminile nel suo essere militante, che prende posizione, inteso cioè come corpo combattente”.


Il tema trova un ulteriore sviluppo, alla fine degli anni ’90, con il passaggio dall’immagine statica al video. Rapture (1999) è un’installazione video basata su una costante contrapposizione: su due schermi posti l’uno di fronte all’altro sono proiettati due video, nel primo si muovono degli uomini che agiscono in una fortezza -luogo di ordine ed autoritarismo-, nel secondo figurano le donne, in un paesaggio naturale, per quanto ostile. Ma la fortezza è in rovina e mentre gli uomini si muovono in circolo entro il recinto chiuso ripetendo un monotono rituale, il velo sembra proteggere e rendere più forti le donne che si spostano con sicurezza, consapevoli di ciò che vogliono fare. Mura e veli sono qui il simbolo delle barriere imposte, ma alla fine le donne, che riusciranno a mettere in acqua una barca, per quanto nell’incertezza del futuro saranno, comunque, attrici del proprio destino.

Analogamente, dalla seconda metà degli anni ’90, Aylene Fallah, attiva a Washington, getta il suo sguardo autonomo sull’Islam, le donne e i simboli del suo paese d’origine che costituiscono alcuni dei suoi temi ricorrenti, insieme alla riflessione sull’esperienza e sulla condizione umana in particolari situazioni tragiche -l’essere senza dimora, la solitudine, la mancanza di sicurezza-.

I lavori di Fallah cercano uno spazio di riflessione sugli effetti dell’Islam e della spiritualità nella vita delle donne. Nascono, così, le sue figure immateriali a dimensione umana, realizzate soltanto con bianche bustine da the, qui usate per la loro qualità di filtro, a rendere l’idea della permeabilità e del passaggio, uno schermo sottile e leggero attraverso cui si percepisce e c’è scambio, immagine e metafora di un velo che non divide e non nasconde.

Anche Mandana Moghaddam, che vive e lavora fra Göteborg e Tehran, utilizza materiali e procedimenti insoliti per indagare in maniera più compiuta e creativa queste tematiche. I capelli che nelle culture islamiche il velo deve occultare divengono, nell’opera di Moghaddam metafora del femminile e mezzo espressivo e sono al centro di un progetto di installazioni in quattro parti dal titolo Chelgis -quaranta trecce- che l’artista ha sviluppato dal 2002 al 2007. Il lavoro reinterpreta un’antica fiaba persiana che racconta la storia di una bella ragazza, pettinata con quaranta lunghe trecce, che un demone per lei invisibile ha imprigionato in uno splendido giardino. Il demone ha anche privato il giardino dell’acqua causando grandi sofferenze. E’ ovviamente invincibile a meno di trovare e distruggere il suo “elisir” di lunga vita, la fonte del suo potere.


Nella prima installazione del 2002, Chelgis I, un corpo di donna a misura reale, interamente fatto di capelli intrecciati, è intrappolato in piedi in una grande “gabbia” di vetro ma dalla base fuoriescono delle ciocche, a segnalare la possibilità di una via d’uscita.

La seconda installazione, esposta alla Biennale di Venezia del 2005, presentava un enorme blocco di cemento sospeso dal soffitto tramite quattro lunghe trecce di capelli neri attorcigliate con quattro nastri rossi. Dice l’artista: “Il blocco di cemento è simbolo della mascolinità tradizionale, assoluta, ma anche espressione di monotonia e freddezza. La treccia col nastro rosso è simbolo di brio, sensibilità e pacata luminosità femminile: è ciò che rende sostenibile il pesante blocco di cemento tenendolo sospeso.” La contraddizione fra l’apparente fragilità dei capelli e la pesantezza del blocco è esplicita: il femminile è anche forza insospettabile, ma l’opera è intrinsecamente ambigua ”sono i capelli che tengono sospeso nell’aria il blocco di cemento o è l’invincibile blocco che ha catturato le trecce?” aggiunge, infatti, l’autrice. Certo, una chiara forza sovversiva non deve essere sfuggita alle autorità iraniane se queste hanno deciso di disfarsene: dopo l’esposizione veneziana, infatti, l’opera è stata distrutta con la motivazione che era troppo ingombrante e non valeva la pena di riportarla in Iran.


La terza Chelgis, realizzata nel 2006, è un video che inquadra le gambe di una donna mentre, in piedi in una vasca da bagno, si taglia i capelli; c’è solo il suono del “lavoro” delle forbici e il contrasto fra il nero dei capelli e il bianco della vasca che amplifica l’impostazione oppositiva su cui si costruisce il senso dell’opera: atto di sottomissione ad una legge sociale coercitiva o segno di sfida e di rinascita di un soggetto indipendente?


In Chelgis IV (2007) infine, le trecce rivestono l’ambiente interno di una struttura ottagonale che presenta all’esterno alte superfici lisce e specchianti. Anche in questo caso l’installazione gioca sull’equilibrio degli opposti e sul contrasto uomo-donna, fragilità-forza, verità-finzione.

Tagged artiste, Aylene Fallah, LM n.67, Mandana Moghaddam, Shirin Neshat |

Iran, rilasciata Nasrin Sotoudeh insieme ad altri attivisti

  • Giovedì, 19 Settembre 2013 09:01 ,
  • Pubblicato in Flash news
Amnesty International
19 09 2013

Amnesty International ha accolto con soddisfazione il rilascio di Nasrin Sotoudeh, celebre avvocata per i diritti umani dell'Iran, e di almeno altri 11 attivisti. L'organizzazione ha auspicato che questo sia il primo passo verso la scarcerazione di tutti i prigionieri di coscienza iraniani.

Nasrin Sotoudeh era stata condannata nel settembre 2010 a sei anni di carcere per "propaganda contro il sistema" e "cospirazione contro la sicurezza nazionale", per aver difeso i diritti umani e aver fatto parte del Centro per i difensori dei diritti umani.

Nel corso degli anni trascorsi in prigione, Nasrin Sotoudeh ha affrontato lunghi scioperi della fame per il rispetto dei suoi diritti e di quelli dei suoi parenti, in particolare dei suoi due figli, Nima e Mehraveh, che hanno spesso subito vessazioni e intimidazioni durante le visite alla madre in carcere.
Nel 2012 è stata insignita (insieme al regista Jafar Panahi) del Premio Sakharov dell'Unione europea.

"Ora le autorità iraniane devono annullare la sua condanna e revocare il divieto di viaggio e di esercitare la professione legale. È necessario che sia posta fine alla persecuzione e all'imprigionamento di chiunque operi per la difesa dei diritti umani in Iran" - ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Le autorità iraniane non hanno spiegato le ragioni del rilascio di Nasrin Sotoudeh né hanno comunicato se il rilascio sia sottoposto o meno a determinate condizioni.

"Il rilascio di Nasrin Sotoudeh e degli altri attivisti deve rappresentare un profondo cambiamento delle politiche iraniane sui diritti umani. Altrimenti, rischierà di sembrare un gesto di pubbliche relazioni alla vigilia dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite" - ha commentato Sahraoui.

Nasrin Sotoudeh ha ringraziato tutti i soci di Amnesty International che hanno preso parte alla campagna per il suo rilascio: "Sono consapevole di tutte le azioni che avete svolto in mio favore e voglio ringraziarvi tutti per ciò che avete fatto".

 

Corriere della Sera
26 08 2013

Una conferenza stampa in Iran: gli uomini tutti comodi sulle sedie, le donne accovacciate a terra. Discriminazione o sovraffolamento?

di Viviana Mazza

Indignarsi per una immagine, nell’era dei social network, è un atteggiamento sempre più comune. L’ultimo caso riguarda questa foto che mostra un gruppetto di giornaliste iraniane, sedute per terra, durante una conferenza stampa, mentre gli uomini sono accomodati sulle sedie. Non che manchino le ragioni di indignazione per le donne iraniane, che spesso hanno sollevato la questione delle disuguaglianze nella Repubblica Islamica. È facile però prendere le immagini fuori dal loro contesto. In questo caso, è proprio quello che è accaduto secondo l’agenzia stampa iraniana Mehr, che in risposta all’indignazione, ha pubblicato sul suo sito altre foto di quella sala affollata, durante un incontro al ministero degli Esteri di Teheran, per illustrare che c’erano anche molti giornalisti e ospiti uomini rimasti in piedi, e per dimostrare dunque che la sola ragione per cui quelle donne erano accovacciate per terra non è la discriminazione ma il sovraffollamento (ma si potrebbe sollevare un’altra critica, guardando tutte le foto, e cioè le donne nella sala, sono davvero poche).

La Repubblica islamica attribuisce spesso le critiche alla malafede e al doppio standard occidentale nei confronti dell’Iran (in questo caso ad un atteggiamento anti-sciita). Una cosa è vera: noi occidentali a volte dimentichiamo che è in atto una battaglia locale (di potere e di informazione) nella regione, che si è ampiamente diffusa anche sui social network. Non va dimenticato nemmeno che nell’Arabia Saudita sunnita, arcinemica dell’Iran ma alleata occidentale, le donne alle conferenze a volte non ci sono proprio tra il pubblico (ma anche in questo caso, le immagini che circolano in Rete non sono sempre vere).
Non significa che bisogna smettere di indignarsi, ma che bisogna fare lo sforzo di non fermarsi alle immagini ma di scavare a fondo.

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