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la Repubblica
28 05 2015

La battaglia tra lo Stato islamico e l'esercito di Baghdad continua a lasciare dietro di sè una scia di sangue che sembra non finire mai. Questa mattina in Iraq i cadaveri di 470 persone sono stati rinvenuti in fosse comuni nei pressi della città natale di Saddam Hussein, Tikrit, secondo quanto riferito dall'emittente al-Arabiya.

Si tratterebbe dei resti dei soldati iracheni uccisi in quello che viene definito il 'massacro di Speicher', una base nei pressi di Tikrit, lo scorso giugno. L'Onu e le Ong stimano che possano essere fino a 1.700 i militari uccisi sommariamente dai jihadisti dell'Is. La città è stata liberata dagli jihadisti lo scorso aprile dopo una lunga e dura battaglia.

L'avanzata degli jihadisti dello Stato islamico sembra inarrestabile, nonostante i bombardamenti mirati della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. La presa di Ramadi, 100 km a ovest di Bagdad, e di Palmira, nel cuore della Siria, ha mostrato tutti i limiti della risposta internazionale alla minaccia dello Stato islamico. I miliziani stanno attuando un regime durissimo là dove arrivano al potere: in Siria almeno 464 persone sono state giustiziate nell'ultimo mese. Tra le vittime ci sono 149 civili, mentre il resto sono soldati siriani, combattenti ribelli moderati e miliziani jihadisti accusati di tradimento. Questi i dati forniti dall'Osservatorio siriano per i diritti umani, che ha aggiornato a 2.618 il numero delle persone uccise dai miliziani jihadisti da quando, a giugno dell'anno scorso, fu proclamato il 'califfato islamico'.

Continuano le violenze nella città di Palmira ormai nel pieno controllo dello Stato islamico. Nella città si sono registrate la metà delle 464 persone uccise dall'Is in questo mese. Ieri venti soldati e miliziani filo-regime siriani sciiti e alawiti sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco dall'Is nell'anfiteatro del sito romano della città. Oggi circolano in rete, pubblicate dall'Is, nuove foto che sarebbero state scattate nelle ultime ore in cui si nota la bandiera nera del gruppo che campeggia sull'anfiteatro (teatro ieri di 20 esecuzioni pubbliche) e mostrano anche la "prigione della morte", il carcere di Palmira per decenni trasformato in 'girone infernale' degli oppositori del regime Assad.

Nel frattempo resta molto complicato anche il fronte libico. dove la situazione potrebbe precipitare da un momento all'altro. "Daesh (l'Is) vuole che la guerra civile continui. Se non c'è un accordo per un governo di unità nazionale e se la guerra continua è Daesh a vincere in Libia". E' pessimista

Bernardino Leon, inviato dell'Onu e negoziatore tra le parti in Libia, oggi in visita a Bruxelles. "La Libia è vicina al collasso. Per il Paese non c'è più tempo" ha detto Leon durante una conferenza organizzata dal gruppo S&D al Parlamento europeo.

Iraq. "Abbiamo in mano solo una penna"

  • Lunedì, 11 Maggio 2015 09:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
11 05 2015

“Se usiamo lo stesso linguaggio di guerra che domina la narrazione sul nostro paese, posso dire che abbiamo un esercito di giovani che scriveranno un futuro migliore. Con una penna”. Intervista a Rashid al-Khayun, intellettuale iracheno.

Se dici Iraq, dici guerra. Dici sfollati interni, rifugiati, campi profughi. Tende, assistenza umanitaria, gelo d’inverno, caldo torrido d’estate. Dici scontri, conflitti, dittatura, divisioni settarie, attentati, violazione dei diritti. Oggi, poi, dici Daesh, Stato Islamico, massacri, rapimenti, stupri, autobombe e terrorismo.

Quando parliamo di Iraq, parliamo di violenza, perché la sua storia da questa violenza è stata segnata.

Costantemente accompagnata, quasi che il paese non debba conoscere pace, lasciando che tutto il resto scompaia. Scompare la sua cultura millenaria, le sue tradizioni; scompaiono il Tigri e l’Eufrate studiati sui libri da bambini, la Mesopotamia e le sue terre fertili; le paludi su cui navigano i “beduini dell’acqua”, la lingua aramaica conservata nei secoli, le minoranze religiose, i riti sconosciuti.

E ancora i libri, le biblioteche, i centri culturali. Quella Baghdad che fu cuore della cultura araba, che nei secoli passati riusciamo a immaginare come una città viva e attraversata da lingue e popoli che ne hanno segnato la vita. Una Baghdad che ancora vive e resiste, in cui la via al-Mutanabbi ancora si riempie di bancarelle in cui comprare e vendere libri.

E che oggi è il cuore dell’Altro Iraq che scompare dietro cronache fatte di attentati e violenze, ma che continua a combattere con armi diverse. Come una penna.

Rashid al Khayun la estrae dal taschino e fissa lo sguardo sul taccuino per rispondere. “Vedi? Noi abbiamo solo questa. Se la metti di fronte ad un fucile sembra più debole, ma la differenza sta nella prospettiva. Le tracce lasciate da questa penna dureranno per sempre”.

Al-Khayun è un intellettuale iracheno. Un letterato, la cui vita da quella penna è stata sempre accompagnata, portando la sua fama oltre i confini del paese.

Lo incontriamo a Roma, dove è in visita insieme ad una delegazione di analisti, attivisti ed esperti iracheni arrivati per raccontare al pubblico italiano che esiste un Iraq della società civile, degli intellettuali, delle donne, che non si è arreso ad oltre 30 anni di violenze.

E che non sembra avere alcuna intenzione di arrendersi oggi, di fronte ad una nuova tragedia.

“Se organizziamo un festival culturale a Baghdad, una mostra, un incontro letterario non fa notizia. Se scoppia una bomba sì. E’ la regola con cui funziona il sistema mediatico, nel quale trovano spazio generalmente notizie capaci di attirare l’attenzione del pubblico. Politica e violenza: e in Iraq, spesso, questi due fattori si sovrappongono e si confondono”, racconta Al-Khayun.

“Certo, non posso dire che la violenza non ci sia, che non ci siano milizie che insanguinano la nostra terra, che portano armi, che sottomettono il popolo alle proprie agende politiche. Ma esiste un’enorme parte della storia che non viene mai raccontata: quella di un Iraq che continua a vivere di cultura, rassegne artistiche, commercio di libri. Che dopo la caduta della dittatura di Saddam Hussein hanno potuto finalmente circolare liberamente, senza censure. Prima, tutto questo sarebbe stato impensabile”.

Per capirlo, basta pensare al numero impressionante di intellettuali ed esponenti del mondo della cultura che hanno pagato ad altissimo prezzo il proprio impegno e le proprie idee. Centinaia quelli che sono passati per le carceri del regime, quando il pensiero unico era il solo ammesso nel paese.

“Conosci via al-Mutanabbi?”, mi chiede con un sorriso. “E’ la nostra strada dei libri. Rappresenta il cuore di un’altra capitale rispetto a quella che viene raccontata di solito, creata da intellettuali e liberi pensatori. E’ lì che abitiamo. Certo non passano a trovarci i politici, ne’ i miliziani”.

E’ lì che – spiega – si mette in atto anche una forma di resistenza rispetto ai contenuti propagandistici imposti dall’Iran. "Abbiamo paura della loro ignoranza, ma il nostro ruolo è proprio questo: proteggere la nostra cultura, fare di tutto per trasmetterla. E’ la sola arma che abbiamo. E prima o poi riusciremo ad obbligare anche i grandi media a parlarne”, racconta.

Quando gli domandi perché questa nuova ondata di violenze abbia messo al centro del suo obiettivo proprio il patrimonio culturale, con gli scempi distruttivi compiuti da Daesh e il contrabbando d’arte, al-Khayun ha un’idea molto chiara.

“Capisco benissimo qual è l’obiettivo di Daesh. Semplicemente, vuole creare una cesura tra la storia e il presente che sta tentando di costruire. Per farlo, quella storia va rimossa, cancellata, perché racconta di un Iraq ancora precedente all’avvento dell’Islam, che si è preservata nel corso dei secoli, e che rappresenta oggi quel patrimonio di culture millenarie che hanno reso il paese un mosaico di civiltà e tradizioni diverse”.

Perché, a differenza di quanto spesso di creda, “l’Iraq è sempre stato un paese multiculturale, multietnico, multireligioso. Daesh sta cercando di distruggerne il ricordo e le tracce, prendendo di mira il patrimonio storico, archeologico e artistico. Perché è quello a conservare e tramandare la nostra storia”.

Se poi gli domandi quale sia, in questa nuova guerra, il ruolo dei letterati, al-Khayun sorride e non ha dubbi: “Siamo intellettuali, non abbiamo altro che la penna. I fucili non racconteranno la storia, noi possiamo farlo. E possiamo batterci per proteggerla. E’ una forma di resistenza che è nostro dovere intraprendere, altrimenti il prezzo da pagare sarà l’oblio delle nostre origini”.

Una resistenza reale, che vale quanto una battaglia. “Basti pensare che sono oltre 250 gli intellettuali e gli scrittori che sono stati uccisi dopo il 2003 (anno dell’invasione statunitense del paese, ndr) per averla esercitata. E molti altri quelli che sono morti nelle carceri di Saddam Hussein, quando anche solo possedere un libro proibito dal regime poteva costarti la vita”.

Eppure, al-Khayun di una cosa è convinto: che questa battaglia non riguardi soltanto il popolo iracheno. “Gilgamesh non rappresenta solo l’Iraq, ma la storia di tutta l’umanità. Non appartiene solo a noi, ma anche a voi”, afferma.

Anche per questo, forse, il suo sguardo sul futuro resta positivo, nonostante tutto.

“Se vogliamo usare lo stesso linguaggio di guerra e violenza che domina la narrazione sul nostro paese, potremmo dire che loro hanno milizie e armi, ma noi abbiamo un esercito di giovani, artisti, studiosi e attivisti per la pace. E saranno loro a vincere, costruendo un paese migliore”.

 

 

La grande fuga da Siria e Iraq

Il Medio Oriente sembra diventato un immenso campo profughi. Chi ha qualche soldo in più, sale su un barcone per l'Europa e si considera fortunato. [...] Le storie di Mahmoud e Mohammed sono le storie di 4 milioni di siriani e di 2,7 milioni di iracheni investiti dalle violenze di un conflitto globale mascherato da guerre intestine. Così la Siria ha visto letteralmente scomparire un terzo della sua popolazione.
Chiara Cruciati, Il Manifesto ...

Il bar iracheno dove le ragazze non hanno paura

Internazionale
26 03 2015

Il Bab al Har Café ha qualcosa di strano. Ma non è la tappezzeria leopardata, né le teste di leone in finto oro, di aquila, di tigre o di lupo, sparse tra i divani. Né la spremuta di arance pericolosamente viola. Sono le ragazze. Lo capisci all’improvviso: c’è qualcosa di strano in questi giorni nella città irachena di Kirkuk. Per strada, nei negozi. Le donne. Non si vedono donne.

A Kirkuk sono tutti uomini.

In realtà sono tutti rigorosamente uomini anche qui, in questo caffè che da un paio d’anni è il più frequentato della città. Tutti, tranne le cameriere che sfilano tra i tavoli rigorosamente in tacco dieci, minigonna e svariati centimetri di scollatura. Non sempre sono propriamente slanciate. “L’importante è che siano femmine”, riassume uno dei clienti, Maan, 28 anni, ingegnere, mentre cerca di concentrarsi sulle banconote, invece che su un fondoschiena, prima di pagare il conto. “La società qui è estremamente conservatrice. L’idea dominante è che le donne devono stare in casa. Devono essere mogli e madri, nient’altro, anche perché in famiglia un solo stipendio è sufficiente. Non abbiamo classi miste a scuola e le ragazze non escono da sole. Né è ammesso il sesso prima del matrimonio. E quindi siamo tutti a caccia. Siamo tutti affamati. Non importa che siano belle. L’importante è che siano femmine”.

Poi si scusa e si allontana un momento. Sono le sei. Va a pregare.

Eppure siamo tra i curdi. Di là della frontiera, in Siria, a pochi chilometri da qui – una frontiera che esiste solo sulla carta – le ragazze sono al fronte in kalashnikov a difendere Kobane. E sono il biglietto da visita del Rojava, il Kurdistan siriano: la nuova icona della sinistra europea.

Mentre l’intero Medio Oriente è stretto tra estremisti islamici e generali, tra regimi vecchi e nuovi ma sempre ugualmente autoritari, nel nord della Siria, nei cantoni di Afrin, Kobane e Qamishli, i curdi sperimentano una democrazia dal basso che sembra uscita da un manuale di scienze politiche di Harvard. Si prova a superare lo stato-nazione attraverso l’autogoverno, attraverso istituzioni il più possibile decentrate: una società in cui tutti siano minoranza e nessuno possa imporsi.

Democrazia diretta, decisioni assembleari. Fortissimo impegno per i diritti sociali. E fortissimo impegno per la parità di genere. Le quote femminili sono al 40 per cento, ogni carica è sdoppiata: un uomo e una donna. “Anche il fronte, in realtà, è sdoppiato in combattenti affiliati ai due principali partiti. Che si spartiscono tutto, fino all’ultimo appalto. Fino all’ultimo dollaro. Ma nel disastro generale, siamo diventati gli eroi del momento”, dice Younis, che fa il fotografo e spesso lavora per i giornalisti stranieri. “La maggioranza di voi sta qui tre giorni, usa come interpreti gli attivisti, per risparmiare, e torna a casa entusiasta, convinto che i curdi salveranno il Medio Oriente. E invece le ragazze di Kobane sono un’immagine del Kurdistan del tutto fuorviante”, dice. “Non sono una fotografia, sono una cartolina. La battaglia per l’emancipazione qui è ancora lunga”.

Sul fronte di Kirkuk non c’è nessuna donna. Non c’è nessuna donna in nessuno dei mille fronti dell’Iraq.

Le considerazioni di Younis le condivide anche Azad, il gestore del Bab al Har. Ha aperto nel 2007, ha assunto le prime ragazze nel 2011 e con il suo caffè mira a contribuire alla modernizzazione dell’Iraq. Perché fino agli anni sessanta, dice, l’Iraq era normale, “era come l’Europa, e locali come questo non erano niente di straordinario”. Ma poi con Saddam si è avuto il tentativo di arabizzare il paese, soprattutto nel nord, con il trasferimento forzato di decine di migliaia di curdi, e il ritorno in voga dell’islam come cultura, non solo come religione.

Anche la nazionalizzazione del petrolio ha avuto un ruolo, dice, perché ha reciso i legami con gli occidentali. In Iraq abitavano moltissimi tecnici inglesi. “Via via, siamo diventati sempre più chiusi. Sotto Saddam, le donne non potevano neppure fumare una sigaretta”.

Ora, invece, possono lavorare in un caffè. Oltre che nelle professioni tradizionalmente aperte alle donne, come la medicina e l’insegnamento, quelle in cui è possibile evitare che entrino in contatto con uomini sconosciuti. “Spero che il Bab al Har sia di esempio”, dice Azad. Al momento, è l’unico locale di Kirkuk, negozi inclusi, ad avere dipendenti donne. “Ed è un locale perbene”, precisa. “Niente alcool”.

Sarah ha 27 anni e l’aria malinconica. È vestita di nero, stivali con lacci un po’ bondage, la spalla scoperta, il trucco marcato, tra i capelli ammicca un fiocco di seta in stile Moulin Rouge. Parla poco, e controvoglia. È di Baghdad. Studiava fisica a Beirut, ma era indietro con gli esami, e alla fine è venuta qui. Non si è mai laureata. Nessuna delle ragazze è di Kirkuk. Sarebbe inconcepibile, dice Azad.”Tutte hanno problemi in famiglia. Niente di drammatico, ma diciamo che per loro questa è un po’ una fuga: questo caffè è un rifugio”, ammette con distacco.

Sarah, con altrettanto distacco, si limita laconica a spiegare che aveva problemi con la seconda moglie del padre. E quindi non aveva voglia di tornare a Baghdad. “Certo, a Baghdad fare la cameriera non è niente di strano, non sei al centro dell’attenzione. Ma qui, a differenza di Baghdad, o di qualsiasi altra grande città, il proprietario ti protegge. Non ti senti a rischio”. E comunque preferisce Kirkuk, dice. A Baghdad ci sono milizie ovunque, la città è fuori controllo. “Kirkuk è sicura. A Kirkuk hai non più di un’autobomba alla settimana”.

Il Bab al Har è affollato a tutte le ore. Uomini di ogni età, studenti e avvocati, medici, ingegneri, impiegati e imprenditori passano qui ore sui divani leopardati a fumare il narghilè e a chiacchierare con aria fintamente sfaccendata: in realtà sono tutti impegnati a guardare le ragazze. Che incedono instancabili tra i tavoli con passo da sfilata: i clienti le chiamano con il minimo pretesto, chiedono loro di avvicinarsi, di piegarsi per svuotare il posacenere, spolverare il tavolo. Un altro caffè. Altre noccioline. “Certo”, dice Azad, “c’è molta ipocrisia. Io gestisco questo caffè, e sono convinto che sia importante per lo sviluppo di Kirkuk, della nostra società. Però non consentirei mai a mia moglie o a mia sorella di lavorare qui”.

“So bene che tanti non sanno cosa pensare di me”, dice Sarah. “Sono una ragazza come le altre o una mezza prostituta? Io sono solo orgogliosa del mio lavoro. Non guadagno moltissimo, ma mi mantengo da sola, sono autonoma. Non dipendo da un uomo, non sono agli ordini di nessuno. Il lavoro, anche il più umile, è sempre lavoro. Posso camminare a testa alta”.

Ma per camminare, deve prima cambiarsi. Perché arriva qui con altri vestiti. E si cambia e si strucca prima di andare via. Prima di tornare a casa. In un quartiere dall’altra parte della città, in cui nessuno sa che mestiere fa.

Francesca Borri

Iraq. Il sistema politico post-2003 e l'origine del caos

  • Martedì, 17 Marzo 2015 09:36 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
17.03.2015

Per comprendere la situazione attuale irachena è necessario evidenziare che molte delle sue cause vanno ricercate nell’impostazione della struttura statale creata dall’occupazione statunitense nel 2003. E, soprattutto, nel modo perverso in cui si è evoluta ed è stata sostenuta dall’esterno.

Tanti, in Iraq e al di fuori del paese, si sono chiesti e continuano a chiedersi cosa stia succedendo e come sia stato possibile tutto questo. Come, nel giro di poche ore, un’organizzazione terroristica semi-sconosciuta sia riuscita a conquistare una zona stimata in quasi un terzo del territorio iracheno.

Come sia stato possibile che tre divisioni dell’esercito, formato e addestrato dalla forza più potente nel mondo, non siano riuscite a contrastare questa avanzata.

Per tentare di trovare una risposta a queste domande occorre fare un passo indietro. Tornando al 2003, quando gli Stati Uniti e i loro alleati hanno ufficialmente occupato l’Iraq.

La permanenza della Coalition Provisional Authority (Cpa), guidata dal governatore statunitense Paul Bremer III, ha gettato le premesse per la creazione di un sistema politico basato sull’appartenenza etnica, approfittando dei tragici risultati di trentacinque anni di dittatura di Saddam Hussein, e degli effetti delle sanzioni imposte dall’Occidente per oltre dodici anni.

Una delle prime azioni della Cpa, nell’ambito del processo di “de-Baathificazione”, ha riguardato da un lato lo scioglimento dell’esercito e contemporaneamente la sua ricostruzione attraverso milizie di partiti e gruppi politici che non hanno fatto altro che sfruttare la guerra, esacerbando le divisioni confessionali ed etniche.

Ne è risultato un esercito formato da persone opportuniste, che hanno scalato i gradi e i posti ufficiali più alti. Impreparati militarmente, l’unica capacità dimostrata è stata quella di essere leali seguaci ai loro capi politici o religiosi.

A livello politico le forze occupanti hanno invece creato un organismo, l’Iraqi Governing Council (Igc), la cui composizione è stata stabilita in base alle varie rappresentanze settarie e politiche. L’Igc, su impulso della Cpa, ha rappresentato la prima pietra per costruire un governo, e a sua volta l’intero sistema politico e sociale, che negli anni si è retto unicamente sulle divisioni religiose, settarie e culturali e non su un’idea democratica di unità nazionale.

A far parte di questa autorità, formalmente alternativa alla Cpa ma effettivamente priva di poteri, sono stati i capi dei partiti che hanno scavalcato la reale rappresentanza della composizione irachena, all’opposizione prima del 2003 fuori dal paese o nel Kurdistan iracheno, o nati dopo la caduta del regime seguendo interessi precisi.

Nuri al-Maliki, leader poco conosciuto nel periodo precedente il 2003, in esilio prima a Teheran e poi a Damasco e Londra, ha avviato la sua scalata al potere all’interno del partito sciita al-Dàwa per poi inserirsi progressivamente nell’Igc. Nel 2006 diventa per la prima volta primo ministro, in seguito alle dimissioni cui era stato costretto l’allora capo del suo partito, Ibrahim al-Jàfari, sotto pressione degli altri componenti del governo uscito dalle elezioni del 2004.

Il ruolo degli americani in questa decisione (e in altre future) si rivelerà determinante.

Da allora è iniziato un percorso nel quale è emersa la volontà di al-Maliki di ottenere e accentrare sempre più potere. Ad accorgersi di questa deriva è stato inizialmente il governo federale del Kurdistan iracheno e in particolare il suo presidente, Masud Barzani, pur avendo avuto un ruolo fondamentale per rimettere al-Maliki al suo posto come premier per un secondo mandato dopo le elezioni del 2010.

Allora a vincere era stata la lista di al-Iraqya, sotto la guida del laico ex-baathista Ayad Allawi, mentre la lista del premier, al-Kanon (“La Legge”), era arrivata seconda. In questo frangente anche gli Stati Uniti e l’Iran furono decisivi nel favorirlo politicamente.

La lotta per il potere, e il modo in cui è stata condotta, hanno portato le milizie guidate dal capo sciita Muqtada al-Sadr a criticare il primo ministro accusandolo di essere un dittatore. È importante ricordare che da questo scontro, nel 2007, nacque una campagna militare contro le milizie saadriste ordinata da al-Maliki – la cosiddetta Sawlat al-Fursan (“La carica dei cavalieri”) – con l’appoggio degli americani nella regione di Bassora.

Così facendo, se da un lato il premier ha rafforzato la fiducia fra lui e gli alleati occidentali, dall’altro ha negato – o meglio non applicato – tutti i punti dell’accordo siglato con la mediazione dei curdi, secondo cui Allawi avrebbe rinunciato al diritto di formare un nuovo governo.

Cosi al-Maliki ha rafforzato ulteriormente il suo potere: nel giro di pochi mesi è riuscito a diventare contemporaneamente Comandante supremo delle forze armate, ministro dell’Interno e ministro della Difesa.

Ha nominato inoltre i suoi collaboratori reclutandoli tra seguaci fedeli, capi o direttori di quegli organismi di potere che dovrebbero essere indipendenti, come il Consiglio superiore della Giustizia, la Commissione elettorale superiore, la Commissione dell’Investigazione e della Giustizia.

Va sottolineato che quest’ultima risale al periodo della Cpa di Bremer, creata con l’obiettivo di eliminare il radicamento del partito Ba‘ath sul territorio.

Parallelamente al-Maliki ha provato a eliminare tutte le forze a lui opposte: dai gruppi sunniti alle forze sciite critiche nei suoi confronti, fino al governo del Kurdistan.

Sulla stessa scia ha cercato di far arrestare il vice presidente dell’Iraq ed ex-leader del Partito islamico iracheno (branca locale dei Fratelli Musulmani) Tarik al-Hashimi, sebbene i suoi legami con certi gruppi che usavano la violenza e si nascondevano nei paesi vicini come Giordania e Qatar fossero noti da tempo: un fatto mai considerato un crimine prima di allora.

La situazione è peggiorata quando al-Maliki ha deciso di far arrestare il ministro delle Finanze e capo di un gruppo sunnita, Rafi al-Issawi, insieme alle sue guardie del corpo, con l’accusa di corruzione.

Il già diffuso sentimento di emarginazione e discriminazione, soprattutto nelle aree a maggioranza sunnita, si è trasformato in ondate di contestazioni e grandi manifestazioni. Cortei, sit-in e dimostrazioni si sono ripetute nella zona di al-Anbar per poi estendersi verso Mosul, Salah al-Din e infine Samarra e Dyala.

Con così tanti poteri nelle proprie mani, il premier avrebbe potuto risolvere i molti problemi del paese in tempi utili e dimostrare disponibilità verso le richieste dei manifestanti.

Le ha invece ignorate, usando il pugno duro, praticando la violenza e sfruttando le risorse economiche per corrompere gruppi o personalità influenti.

Pensava così di indebolire la contestazione, confidando nella conoscenza della composizione tribale dell’area, caratterizzata da gruppi particolarmente privilegiati dal regime di Saddam, determinanti nel combattere gli occupanti americani nel 2004 e 2005.

Tutte le forze politiche, anche quelle a lui alleate, hanno provato a metterlo in guardia dai rischi che potevano risultare da questo atteggiamento. Invano.

Al-Maliki ha creato un terreno fertile nel quale sono cresciuti e si sono attivati i gruppi terroristici nella provincia di al-Anbar e nell’area di Mosul, per i quali rafforzare i legami con una popolazione che già si sentiva discriminata non è stato particolarmente difficile.

Con il passare del tempo si sono moltiplicati i problemi che il governo centrale non ha voluto affrontare, tra cui la questione del petrolio e la possibilità di dare il diritto al governo curdo di esportare le sue produzioni, così come i territori contesi e il rapporto con l’esercito del Kurdistan (i peshmerga). Una delle ultime azioni di al-Maliki è stata quella di bloccare il pagamento delle quote dal bilancio nazionale spettanti al Kurdistan, motivo per cui non sono stati pagati gli stipendi degli impiegati e dei lavoratori in tutta la regione per cerca sette mesi, e fino a oggi.

Queste sono le condizioni generali che ha trovato l’Is quando ha attaccato la città di Mosul, caduta quasi senza colpo ferire, sfruttando le cellule dormienti di opposizione al governo e trovando la strada spianata dall’esercito, fuggito su ordine dei generali. Il baratro che ne è seguito potrebbe far cadere l’Iraq ancora più in basso.

Tuttavia oggi i cittadini iracheni, nonostante l’amarezza e la disperazione, mantengono viva la speranza di poter andare avanti. La strada per superare questa tragica impasse transita indissolubilmente per un governo di unità nazionale che accompagni il paese verso il vecchio sogno di costruire uno Stato democratico basato sui diritti di tutti.

Riuscire a credere in questo sogno oggi sembra difficile, ma come parte di una generazione di iracheni che hanno speso tutta la loro vita per vedere la luce alla fine del tunnel, credo che non abbiamo altra strada:

*Latif al-Saadi è un giornalista iracheno. Vive in Italia da molti anni, ed ha pubblicato anche due libri di poesia. Questo articolo è stato scritto e pubblicato nel nostro libro "La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna". La foto pubblicata è di Pierluigi Giorgi/Un ponte per...

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