×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Le persone e la dignità
10 03 2015

La storia di Atena Farghadani, un’artista iraniana di 28 anni, inizia il 23 agosto 2014. Le Guardie rivoluzionarie irrompono nella sua abitazione di Teheran, perquisiscono tutto, confiscano suoi oggetti personali e la portano via, bendata.

La tengono in isolamento per cinque giorni, nella sezione 2A della prigione di Evin. Poi la trasferiscono nella cella di Ghoncheh Ghavani, all’epoca in carcere per aver protestato contro l’esclusione del pubblico femminile in occasione della partita di pallavolo Iran – Italia.

Atena inizia uno sciopero della fame. Per punizione, le vengono inflitti altri 10 giorni d’isolamento.

Per un mese e mezzo, viene interrogata (a volte nove ore al giorno) sui suoi rapporti con le famiglie dei manifestanti uccisi nelle proteste del 2009 contro la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad e su una sua mostra, intitolata “Uccelli della Terra”, che era stata visitata da parenti di prigionieri politici e membri della comunità Baha’i.

Chiedono ad Atena anche cosa avesse voluto dire con una vignetta pubblicata sul suo profilo Facebook.

La vignetta mostra un gruppo di parlamentari con teste animali intenti a deporre una scheda nell’urna per approvare un progetto di legge per introdurre nel codice penale il reato di sterilizzazione volontaria, nell’ambito di una politica volta a limitare l’accesso alla contraccezione e ai servizi di pianificazione familiare.

Il 6 novembre Atena viene rilasciata su cauzione, non prima di essere stata incriminata per “riunione e collusione con individui controrivoluzionari e sette deviate”.

Dopo il rilascio, alla fine di dicembre, pubblica un videomessaggio in cui denuncia di aver subito maltrattamenti e perquisizioni degradanti per aver continuato a dipingere in cella, usando bicchieri di carta recuperati nei cestini dell’immondizia dei gabinetti del carcere (in cui erano state installate telecamere) e fiori raccolti nel cortile destinato alle attività fisiche.

Inizia il 2015. Il 10 gennaio, Atena viene nuovamente arrestata. In tribunale viene picchiata, le chiedono di quel video. La trasferiscono alla prigione Gharchak, situata a Varamin, 50 chilometri a sud della capitale.

Stavolta le accuse sono ancora più gravi: “diffusione di propaganda contro il sistema”, “offesa a rappresentanti del parlamento” e “offesa alla Guida suprema” attraverso mostre d’arte, disegni, vignette e altre attività pacifiche, tra cui gli incontri coi parenti dei prigionieri politici.

Il 9 febbraio, Atena inizia un nuovo sciopero della fame. Dopo tre settimane ha una crisi cardiaca e il 26 febbraio viene trasferita in ospedale. Inizialmente rifiuta di essere alimentata via flebo. Chiede di essere riportata a Evin.

Il 2 marzo la sua richiesta viene accettata e lo sciopero della fame termina.

Atena è una prigioniera di coscienza. Amnesty International continua a chiedere alle autorità iraniane il suo rilascio immediato.

L’Iraq e le donne: “Nessun posto in cui fuggire”

  • Martedì, 10 Marzo 2015 09:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
10 03 2015

Dall’invasione statunitense del paese nel 2003 ad oggi le donne irachene vittime del conflitto sono state 14mila. Una situazione che peggiora con l’avanzata di Daesh e l’incertezza del nuovo governo. Il rapporto del Ceasfefire Centre for Civilian Rights e il lavoro della società civile.

Se è vero che le prime vittime di ogni guerra sono sempre i civili, per le donne spesso il prezzo da pagare è ancora più alto. E’ così anche in Iraq dove, secondo un dettagliato rapporto del Ceasefire Centre for Civilian Rights and Minority Rights Group International, negli ultimi 12 anni quelle che hanno perso la vita a causa del conflitto sono state 14 mila.

“Nessun luogo in cui rifugiarsi: la violenza contro le donne nel conflitto iracheno”, questo il titolo della ricerca, che documenta l’uso estensivo della violenza di genere in Iraq dall’anno dell’invasione statunitense, il 2003, con uno specifico focus sulle violazioni commesse contro le donne nel corso dell’ondata di crisi che ha vissuto il paese negli ultimi 2 anni.

Condotte per questioni politiche, “morali” o settarie, violenze e abusi contro di loro sono diventate “un’arma di guerra usata da tutte le parti interessate dal conflitto”.

Vittime due volte: non solo dei bombardamenti e degli scontri armati: ma anche obiettivi mirati delle tante milizie in lotta che “si sono macchiate di terribili crimini, tra cui stupri ed esecuzioni di massa extra-giudiziarie di donne ‘colpevoli’ di aver trasgredito i loro codici morali”, si legge nel documento.

E vittime una terza volta: del contesto legale, politico e patriarcale di un paese in cui “gli autori di questi crimini sono stati lasciati liberi di uccidere, e uccidere ancora, mentre le donne sono state stigmatizzate, isolate, allontanate dalle proprie famiglie”.

Vittime ancora una volta oggi, con l’avanzata di Daesh, a causa della quale “stiamo assistendo ad una rinnovata e terribile campagna per estrometterle dalla vita pubblica”, come spiega Miriam Puttick, autrice della ricerca.

Tra le centinaia di migliaia di persone sfollate, costrette alla fuga dalla scorsa estate a causa dell’ultima ondata di violenze - 900mila solo quelle arrivate nel Kurdistan iracheno - ci sono anche moltissime donne, oggi in stato di rinnovata vulnerabilità: tantissime le vedove che si trovano a fronteggiare il mantenimento di ciò che resta delle loro famiglie.

Una situazione gravissima, che secondo gli autori del rapporto potrebbe condurre a nuove forme di tratta e schiavitù.

Secondo il documento sono migliaia le donne e le ragazze che sono state costrette a forme di trafficking sessuale: oltre 3mila soltanto quelle catturate dai miliziani dello Stato Islamico nel 2014, vendute, o di cui non si ha più alcuna notizia.

 

IL LAVORO DELLA SOCIETÀ CIVILE
Una situazione denunciata più volte anche dalle organizzazioni della società civile, attive nel paese da anni nell’indifferenza e nel silenzio mediatico. Come la coalizione Iraqi Civil Society Solidarity Initative (ICSSI), che da anni porta avanti campagne per i diritti di genere e contro la violenza sulle donne.

E che per il 2015 si sono dati nuove priorità.

Nell’aprile dello scorso anno un’ampia coalizione – composta da ICSSI, l’italiana Un ponte per…, l’Iraqi Social Forum, l’Iraqi Women Journalist Forum e tanti altri – aveva dato vita alla Campagna “Shahrazad”, per sostenere la lotta delle donne irachene per i diritti di genere e contrastare in particolare l’approvazione della cosiddetta “Ja'fari Law”, la proposta di riforma del Codice sullo Statuto Personale del governo al-Maliki, che se approvata ridurrebbe a 9 anni l’età minima delle bambine per il matrimonio, legalizzando inoltre gli abusi sessuali in ambito familiare.

Grazie agli sforzi congiunti di tanti gruppi della società civile, contro la legge sono state raccolte migliaia di firme.

Un lavoro che andrà avanti per tutto il 2015, e che alla luce della recente minaccia rappresentata da Daesh diventa ancora più centrale: proteggere le donne dalla violenza, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni irachene sul tema delle molestie sessuali e dei matrimoni in età precoce saranno gli obiettivi degli attivisti e delle attiviste quest’anno, attraverso una serie di importanti campagne e iniziative.

Il primo passo sarà l’organizzazione di due momenti di formazione in marzo ad Ebil e Baghdad, incentrati su questi temi, sulle risposte politiche e legali possibili, su come attivarsi per sensibilizzare e creare consapevolezza in modo particolare attraverso lo strumento dei Social Network, su cui la pagina di Shahrazad è già stata lanciata.

Grazie alla partecipazione di attivisti iracheni, esponenti delle comunità di minoranza e con sostegno di associazioni internazionali, i training rappresenteranno il primo passo di una battaglia oggi quanto mai centrale.

Soprattutto dal momento che, nonostante l’emergenza nel paese sia scoppiata da oltre 6 mesi, non sembra che le istituzioni irachene stiano intraprendendo misure concrete in questo senso. Una mancanza d’azione sintomatica del poco interesse da parte delle autorità per il tema della diritti di genere.

“Le donne sono state tradite dal contesto politico, legale e culturale del paese, che permette a chi commette violenza di muoversi liberamente, e stigmatizza o punisce al contrario le vittime: dopo aver subito una violenza una donna non ha nessun posto in cui rifugiarsi”, conclude il rapporto del Ceasefire Centre.

 

Per scaricare il rapporto clicca qui.

La prima di Baghdad

Zekra Alwach è la prima donna nominata sindaco di un comune iracheno, la prima a rivestire tale carica in una grande città. Ingegnere civile e direttore generale del Ministero dell`Educazione Superiore, avrà l'arduo compito di rivitalizzare una capitale ferita e divisa, vittima ogni giorno di eventi sanguinari.
Chiara Cruciati, Il Manifesto ...

Il Fatto Quotidiano
06 03 2015

I miliziani dell’Isis hanno raso al suolo con una colonna di bulldozer il sito archeologico di Nimrud, nei pressi della città di Mosul, occupata dal Califfato islamico di Abubakr al Baghdadi. E’ stato il ministero del Turismo e delle Antichità irachene a dare la notizia dello scempio con un post sulla sua pagina Facebook.

Non ci sono dettagli sull’estensione dei danni, ma si afferma che l’Isis continua “a sfidare la volontà del mondo e i sentimenti dell’umanità”. All’inizio di quest’anno gli uomini di al Baghdadi avevano annunciato l’intenzione di distruggere i reperti archeologici con la motivazione che secondo loro offendevano l’Islam. E il 26 febbraio erano arrivate, con un video di cinque minuti, le immagini della devastazione del museo di Mosul, della distruzione di statue e manufatti. Nimrud, la biblica Calah, è un sito assiro che si trova a sud di Mosul, seconda città irachena identificata come l’antica Ninive che si trova sotto il controllo dei miliziani dal giugno scorso sulle sponde del Tigri.

Nimrud fu fondata dal re Shalmaneser (1274-1245 avanti Cristo) e divenne capitale dell’impero assiro sotto Assurbanipal II (883-859 avanti Cristo) arrivando ad avere 100.000 abitanti.

I primi scavi risalgono al 1845 e proseguirono fino al 1873. Ripresero poi nel 1949 e andarono avanti fino alla metà degli anni ’70 portando alla luce resti del palazzo reale, basamenti, sculture, statue. In eccellente stato di conservazione fu quindi trovata una statua di Assurbanipal II ed enormi sculture alate con la testa di uomo e il corpo di animale oltre oggetti di avorio. Ebbe fortuna anche il cosiddetto “tesoro di Nimrud“, composto da 613 pezzi di gioielli d’oro e pietre preziose “sopravvissute” al saccheggio seguito all’offensiva americana contro Baghdad nel 2003, durante la seconda guerra del Golfo, grazie al fatto di essere conservato nel caveau della Banca centrale della capitale irachena.


Iraq: la pericolosa offensiva contro l’Isis

  • Lunedì, 02 Marzo 2015 12:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

Nena News
02.03.2015

Dall’alba Tikrit è sotto attacco delle forze governative irachene, affiancate per l’occasione da milizie tribali sciite e sunnite e combattenti volontari. Un cocktail esplosivo per un Paese che ha visto la radicalizzazione dello scontro settario diventare il suo emblema.

La promessa offensiva irachena contro lo Stato islamico è stata lanciata questa mattina all’alba nella provincia di Salahuddin, 150 chilometri a nord di Baghdad dove si trovano le città di Samarra, in mano al governo iracheno, e di Tikrit, conquistata lo scorso giugno dai miliziani dell’autoproclamato Califfato. Proprio la città natale dell’ex presidente Saddam Hussein è stata la prima a essere attaccata dalle truppe di Baghdad.

Nell’offensiva che si vuole una prova generale in vista di quella, più ampia, pianificata contro Mosul (il quartier generale dell’Isis in Iraq, ndr) – secondo le notizie trapelate dalla Coalizione internazionale dovrebbe essere lanciata il mese prossimo - l’esercito regolare iracheno è affiancato da truppe kurde, milizie tribali sciite e sunnite e gruppi di combattenti volontari filo-governativi provenienti dalle provincie vicine (alcune delle quali sono state occupate dall’Isis), conosciuti come Unità di mobilizzazione popolare. Integrate dai volontari, le truppe irachene sono già riuscite a recuperare un po’ di terreno e a far retrocedere l’Isis da Baghdad, dal nord curdo e dalla provincia orientale di Diyala.

Fonti militari dichiarano che circa 30.000 soldati iracheni hanno iniziato ad attaccare le postazioni dell’Isis a Tikrit dai fronti nord, ovest e sud, supportate dall’artiglieria e dai caccia di Baghdad, mentre non è chiaro se partecipino anche unità di aviazione straniera, come quella iraniana o quella della coalizione internazionale anti-Isis guidata dagli Stati Uniti. Le forze irachene sono inoltre “in movimento lungo le strade per impedire la fuga dell’Isis”, come ha spiegato un tenente colonnello dell’esercito all’agenzia Afp per telefono.

I bombardamenti intensi fanno temere per la vita dei civili, ma il neopremier iracheno Haider al-Abadi ha assicurato sull’attenzione in questo senso: “La priorità che abbiamo dato alle forze armate – ha dichiarato ieri in un discorso a Samarra, città dalla quale ha annunciato l’offensiva pianificata contro l’Isis – e a tutte le forze che prendono parte al loro fianco è quella di preservare la sicurezza dei cittadini”. E sui social media ha insistito sulla “massima cura nel proteggere la vita dei civili e le loro proprietà”.

Non solo civili, però: si teme soprattutto per un possibile scontro settario tra sunniti e sciiti, o meglio tra la popolazione che sostiene lo Stato islamico e quelle milizie composte dalla popolazione cacciata dai territori in cui si è impiantato il Califfato. Sebbene Abadi, come nota il quotidiano al-Akhbar, abbia dato un ultimatum ai sostenitori dell’Isis che sottintende una possibile amnistia – “Chiedo a tutti coloro che sono stati indotti in errore e che hanno commesso degli errori in passato di deporre le armi oggi. Questa potrebbe essere l’ultima occasione” – l’allarme per una rappresaglia che vada al di là dei miliziani armati non è del tutto scongiurato.

Hadi al-Ameri, il comandante delle unità di mobilitazione popolare e figura centrale nella rinnovata offensiva dell’Iraq contro lo Stato islamico, sabato scorso aveva infatti esortato i residenti Tikrit a lasciare le loro case in modo che le forze governative potessero “concludere la battaglia della vendetta per Speicher”, riferendosi alla caserma in cui centinaia di cadetti iracheni – in maggioranza sciiti – furono presi in ostaggio e poi sgozzati dai miliziani dell’Isis nell’avanzata dello Stato islamico a sud di Mosul nel giugno scorso.

Stando ai report dell’Afp, alcune tribù sunnite di Tikrit sono state accusate di complicità nel massacro e, anche qualora non lo fossero – spiega un’analisi del quotidiano britannico Telegraph – le milizie sciite potrebbero non essere accolte esattamente a braccia aperte dalla popolazione sunnita: in un paese che ha visto la radicalizzazione dello scontro tra sunniti e sciiti diventare il suo emblema, il timore di una carneficina settaria dopo l’eventuale riconquista di Tikrit non appare affatto improbabile.

facebook