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Articolo Tre
03 04 2014

La proposta di legge vorrebbe abbassare l'età del matrimonio a nove anni e dare ai mariti la libertà di costringere le proprie mogli ad avere rapporti sessuali senza consenso. L'età legale per il matrimonio in Iraq è attualmente 18.

Un disegno di legge rischia di peggiorare ulteriormente la già difficile situazione dei diritti civili delle donne e dei minori in Iraq.
La “Jaafari personal status law“, dal nome del sesto Imam ai cui la legge si ispirerebbe, è attualmente in discussione in Parlamento e se approvata riguarderebbe la popolazione sciita del Paese, il 55% del totale.

La legge vorrebbe abbassare l'età matrimoniale per le bambine, attualmente a 18 anni, ai 9 anni e ai 15 anni per i maschi, legalizzare lo stupro familiare e portare a numerose restrizioni che ridurrebbero le donne in un vero e proprio stato di segregazione. Darebbe agli uomini un ruolo di tutela rigorosa sulle proprie mogli, la custodia in automatico dei figli all'uomo in caso di divorzio.

Il progetto di legge, avanzato dal ministro della Giustizia iracheno, che dirige il partito Fadhila, con sette seggi del parlamento nazionale e alleato con il primo ministro, Nouri al- Maliki, è stato già approvato dal Consiglio dei ministri iracheno, prerequisito per il voto in Parlamento.

Secondo il professor Hassan al- Shimari, analista politico dell'Università di Baghdad, questo è un chiaro tentativo da parte del partito Fadila per ottenere consenso, in vista delle elezioni politiche del prossimo 30 aprile, stimolando il sentimento identitario degli sciiti e anche un atto d’indipendenza dall’Occidente.

L'intento del premier Maliki, in carica per un terzo mandato, è probabilmente quello di rilanciare sé stesso come il "redentore" di un Paese continuamente minacciato dalla rivolta sunnita e dall'Occidente; tuttavia il primo ministro non ha ancora dichiarato la sua posizione in merito alla legge. Le associazioni attente alla salvaguardia dei diritti civili si stanno già muovendo per opporsi alla proposta governativa.

La legge, secondo Human Rights Watch, violerebbe la “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” del 1986 e la “Convenzione sui diritti dei bambini” del 1994, entrambe ratificate dallo stato iracheno.

La Repubblica
03 04 2014

Ancora una strage negli Stati Uniti. E di nuovo nella base militare di Fort Hood, in Texas, dove già nel 2009 furono uccise 13 persone. Quattro i morti e 16 i feriti. Tra le vittime il responsabile della tragedia, che si è tolto la vita. Si tratta di un militare di 35 anni, Ivan Lopez. Aveva prestato servizio in Iraq nel 2011, soffriva di depressione ed era sottoposto ad accertamenti per sospetto disturbo post traumatico da stress. Stando alle prime ricostruzioni, tutto sarebbe iniziato da una sparatoria tra due soldati. Per ore si è parlato della possibilità che i killer fossero due, ma a quanto pare Lopez ha agito da solo. L'epilogo dopo una breve caccia all'uomo cui hanno partecipato la polizia locale e gli agenti dell'Fbi. Le autorità escludono la matrice terroristica.

I colpi d'arma da fuoco, 10 o 20, sarebbero partiti dall'area dell'ospedale della cittadella di Fort Hood, dalla zona in cui si trova una piscina adibita alla riabilitazione motoria. Ai primi spari l'intera area è stata isolata, come un vicino college: per diverse ore nessuno ha potuto uscire o avvicinarsi. I militari della base e le loro famiglie sono stati invitati tramite i social network a cercare riparo e a non venire allo scoperto fino a nuovo ordine.

Il presidente Barack Obama è stato subito informato dell'accaduto e costantemente aggiornato sugli sviluppi, così come il capo del Pentagono, Chuck Hagel. "Abbiamo il cuore spezzato per aver vissuto di nuovo una storia simile - ha detto il capo della Casa Bianca - Voglio solo assicurare che stiamo facendo di tutto per andare a fondo e capire cosa è successo". E ancora: "Quegli uomini hanno sacrificato molto per la nostra libertà. Molti sono stati più volte in Iraq e in Afghanistan. Hanno svolto valorosamente il proprio compito e quando sono nella loro base in patria hanno bisogno di sentirsi al sicuro. Non sappiamo ancora che cosa sia accaduto, ma ovviamente quella sensazione di sicurezza è stata ancora una volta spezzata".

Il 5 novembre del 2009 a sparare fu un ufficiale e psichiatra dell'esercito, Nidal Malik Hasan, di origine palestinese. Uccise 13 persone e ne ferì oltre 30 fra i commilitoni in attesa di vaccinazioni o documenti perché erano appena rientrati da missioni all'estero o si preparavano ad andare in Afghanistan o in Iraq. Fu la più sanguinosa strage mai avvenuta in una base militare in territorio statunitense. Hasan, colpito, rimase paralizzato. Ad agosto è stato condannato a morte.

Dopo quell'episodio, le misure di controllo sono state irrigidite in tutte le basi sul territorio statunitense. Ma questo non è bastato a evitare che tragedie simili si ripetessero. Lo scorso settembre un ex militare della Marina ha aperto il fuoco all'interno del Washington Navy Yark e ha assassinato 12 persone prima di essere a sua volta ucciso. Anche in quell'occasione, Hagel ha ordinato di rivedere i sistemi di sicurezza.

I motivi della strage di oggi a Fort Hood sono ancora oscuri. Pochi giorni fa la giornalista di FoxNews Jana Winter aveva riferito che l'Fbi dava la caccia a una recluta dell'esercito che stava pianificando un attentato di matrice jihadista ai danni di soldati americani, ispirato alla strage del 2009.

Fort Hood, nel centro del Texas, è la maggiore base militare americana del mondo, e può ospitare oltre 50 mila uomini. Si trova a Killeen, a metà strada tra Waco ed Austin, a circa 100 chilometri dalle due città. Dedicata al generale dell'esercito confederato John Bell Hood, costruita nel 1942 per rispondere alla macchina da guerra nazista, la base ha una superficie di circa 40 chilometri quadrati ed è sede tra l'altro di due divisioni, la prima di cavalleria e la prima ovest dell'esercito. Fort Hood è divisa in tre sezioni. Accanto alla struttura centrale, ci sono West Fort Hood e North Fort Hood.

Le bambine di nove anni devono essere considerate già donne sviluppate e possono andare in sposa a chi lo richiedesse: è questo il punto più controverso della nuova legge sulla famiglia approvata dal governo iracheno. ...

Iraq, kamikaze contro una scuola elementare

Corriere della Sera
06 10 2013

È strage di alunni 
A Mosul, 400 km, da Baghdad, muoiono 14 bambini e il direttore dell’istituto. Un altro attentato a Tel Afar contro la stazione di polizia

Un attentatore kamikaze ha attaccato una scuola elementare nel nord dell’Iraq uccidendo 14 alunni e il direttore dell’istituto. Lo hanno reso noto fonti mediche. L’uomo è entrato nel cortile della scuola del villaggio di Qabak con un camion imbottito di esplosivo e si è fatto saltare in aria. L’attacco alla scuola elementare, avvenuto a circa 70 km a nordest di Mosul, è giunto pochi minuti dopo un simile attacco contro una stazione di polizia, che non ha provocato vittime.

BAGHDAD - Un altro Un attentatore suicida si è fatto esplodere a Baghdad, capitale dell’Iraq, colpendo pellegrini sciiti. Almeno 12 le vittime.

TENSIONI - La zona degli attentati è stata a lungo focolaio di insorti sunniti e corridoio per combattenti estremisti in arrivo dalla vicina Siria. Nel villaggio di Qabak vivono appena 200 persone. Gli attentati di domenica avvengono dopo che sabato sono morte almeno 32 persone in attacchi e sparatorie in tutto il paese. Negli ultimi mesi, l’Iraq sta assistendo a una grave ripresa della violenza che fa temere il ritorno alle tensioni che nel 2006-2007 portarono il Paese sull’orlo della guerra civile fra sciiti e sunniti. Nel solo mese di settembre, secondo i dati dell’Onu, vi sono stati 979 morti. Si tratta di uno dei bilanci piu’ gravi degli ultimi cinque anni

Crescere a Domiz: un anno nel campo profughi

Huffingtonpost
20 05 2013

Oggi vi racconto brevi storie che ci ha inviato la collega dell'Unicef Wendy Bruere, dall' Iraq.

Gulnar e le sue sorelle: Gulnar ha 9 anni e vive nel campo profughi di Domiz, in Iraq, da circa un anno - dall'epoca in cui la struttura è stata aperta. Eppure chiede ancora ogni giorno alla madre quando potrà tornare a casa, a Damasco.

Sua madre, Avin Ahmad, è preoccupata per Gulnar e per le sue tre sorelle minori, rispettivamente di 2, 5 e 6 anni.

"In Siria le mie bambine avevano molti giocattoli, e la nonna era spesso a casa con loro" racconta Avin. "Ma qui non hanno un posto dove giocare, e quindi giocano nel fango davanti alla tenda. È una vita terribile per loro. Non mi ascoltano più, sono cambiate."
"Quando le sento parlare fra loro, le due più grandi discutono su quello che faranno quando torneranno a Damasco. Quando siamo venuti qui, erano convinte che si sarebbe trattato di un breve periodo. Qualche giorno fa ho sentito Gulnar dire alla zia: se potessi tornare in Siria, non ritornerei mai in questo posto."
La dura vita nelle tende: un'altra mamma, Gulistan, vive da aprile 2012 a Domiz con il marito e quattro bambini tra i 4 ai 17 anni. Come la famiglia di Avin, anche loro hanno sofferto il trauma dell'arrivo al campo.

Una volta registrati è stata data loro una tenda, con materassi e coperte per creare la loro "nuova casa" in un campo erboso insieme ad altre 300 famiglie.
In Siria avevano entrambi un lavoro e una casa di proprietà. I loro figli andavano bene a scuola, e nessuno di loro aveva mai dormito in una tenda. "La vita in tenda è dura per i bambini" dice Gulistan. "L'estate scorsa ho dovuto uccidere tre serpenti velenosi e parecchi scorpioni nei pressi della nostra tenda."
Gulistan e due dei suoi bambini sono stati visitati da psicologi del team di Medici Senza Frontiere che opera nel campo, per avere un aiuto nel gestire lo stress del cambiamento.
Molti arrivi, nessuna partenza: un altro aspetto della vita nel campo è il sovraffollamento. Il campo, previsto per accogliere 20.000 profughi, ne ha ormai il doppio, e i nuovi arrivati si aggiungono nelle tende dove sono presenti parenti o amici.
Avin è provata anche dal continuo flusso di visite. Alla tenda si presentano continuamente ospiti, spesso famiglie intere. "Non ho mai riposo", ci dice.
Con il passare del tempo, il campo cresce e cambia. L'Unicef ha realizzato e gestisce uno Spazio a misura di bambino (Child-Friendly Space), una struttura allestita in una enorme tenda dove i bambini possono giocare e socializzare.
Tra i numerosi interventi, abbiamo anche fornito acqua potabile e servizi igienici alle tre scuole del campo, e organizzato la rete idrica che serve l'intero campo profughi.

Stiamo continuando a lavorare per espandere i servizi e soddisfare le crescenti esigenze. Nelle prossime settimane verranno allestiti due altri "Spazi a misura di bambino" e un cortile attrezzato con giochi.
Costruire una nuova vita: "Ora il campo è più grande, ci sono più servizi e organizzazioni che aiutano le persone", riferisce Gulistan.
Gulistan e la sua famiglia si sono dati da fare per migliorare la propria esistenza a Domiz. Lei aiuta come volontaria l'Unhcr (l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, che ha il coordinamento logistico del campo), suo marito insegna in una delle scuole del campo, il figlio maggiore ha ricevuto una borsa di studio per frequentare una delle migliori scuole nella vicina città di Dohuk. "Ora siamo nuovamente felici e pieni di cose da fare" ci dice.
Anche Avin si è attivata, aprendo un salone di bellezza. Dapprima aveva preso in affitto un negozio in città, a Dohuk, ma quando suo marito è stato assunto come insegnante in una delle scuole di Domiz è diventato complicato gestire lavoro e cura dei bambini, per cui ha deciso di trasferire il salone all'interno nel campo.

"In città gli affari andavano bene, ma qui nel campo le persone non hanno soldi, quindi lavoro gratis o a prezzi bassissimi". Oltre ai servizi di manicure e trucco, Avin affitta -o presta- anche vestiti per le occasioni speciali, tra cui un abito da sposa che viene usato quasi ogni giorno - e a volte due volte nella stessa giornata!
Sua figlia Gulnar ora frequenta la scuola del campo, e due altre figlie vanno allo "Spazio a misura di bambino" allestito dall'Unicef, due volte a settimana.
Verso un futuro migliore?: Avin e Gulistan hanno lavorato sodo per rendere migliore la loro vita nel campo, ma nessuna delle due vuole rimanervi un altro anno.

Avin sogna un avvenire migliore per la sua famiglia. "Ho sbagliato a portare le mie figlie nel campo. Non voglio che crescano qui."
"Il nostro desiderio è che torni la pace in Siria, e che noi possiamo tornare a casa nostra" conclude Gulistan.

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