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Iraq, la guerra che non è mai finita

  • Venerdì, 22 Marzo 2013 08:47 ,
  • Pubblicato in Flash news
Giuliana Sgrena
21 03 2013

Dieci anni fa a Baghdad la spasmodica attesa, poi le bombe. Era l'inizio di Iraqi freedom, ma per gli iracheni la libertà promessa dagli americani non è ancora arrivata e ogni giorno continuano a morire.

Tutto lasciava presagire l'arrivo della catastrofe. La partenza degli osservatori Onu, l'abbandono di molti giornalisti su pressione delle ambasciate occidentali o per i timori causati dal paventato uso di armi chimiche da parte di Saddam (e invece sarebbero stati gli americani a usare il fosforo bianco contro la popolazione di Falluja).

Gli iracheni rassegnati ci dicevano: che la guerra cominci purché finisca. Purtroppo è iniziata ma non è ancora finita.

Ero a Baghdad da più di un mese. Avevo manifestato con gli iracheni il 15 febbraio 2003 mentre tutti i pacifisti del mondo si mobilitavano contro la guerra in Iraq. Ricordate la seconda potenza mondiale? Così l'aveva definita il New York Times. Una potenza che non era riuscita ad evitare la guerra. La sconfitta che è costata cara al movimento pacifista. Ero arrivata a Baghdad con un visto di dieci giorni insieme a una delegazione di Un ponte per... , ma il mio obiettivo era quello di rimanere, cercando tutti i modi per farlo.

Non era stato facile, ma alla fine ci ero riuscita e il 19 marzo ero ancora lì, anzi dopo molti spostamenti ero riuscita ad avere una stanza al mitico hotel Rashid. Ma in vista dell'ultimatum - scadeva alle 4.15 del 20 marzo - la maggior parte dei giornalisti si era spostata sull'altra riva del Tigri, più sicura. Una psicosi collettiva aveva creato il fuggi fuggi alla ricerca del luogo più sicuro. Il Rashid poteva essere un obiettivo da colpire per i suoi bunker e poi si trovava in mezzo ai ministeri che sicuramente sarebbero stati colpiti. Ma un gruppetto di "irriducibili" - quattro italiani, io compresa, due franco-libanesi, otto spagnoli e un fotografo giapponese - era rimasto a presidiare l'albergo, con l'illusione che così gli americani non avrebbero potuto occuparlo.

L'hotel costruito dagli svedesi aveva una struttura solida, l'avremmo verificato nei giorni successivi quando i bombardamenti incendiavano tutti gli edifici che ci circondavano e lo spostamento d'aria faceva arrotondare le vetrate della sala da pranzo che però non si spezzavano.
Gli inservienti dell'hotel ci erano grati per essere rimasti con loro, l'attesa era spasmodica, la musica classica di sottofondo lasciava presagire il peggio, l'unico segno di vita erano i telefoni che continuavano a squillare. Da ogni parte del mondo volevano sapere cosa stava succedendo, come si viveva l'attesa, e si rivolgevano all'hotel dei giornalisti, dove di giornalisti ne erano rimasti ben pochi e soprattutto non sapevamo nulla di quello che stava succedendo. La rete Internet era stata interrotta.

Avevamo passato la notte - una notte rischiarata dalla luna - bivaccando nella hall, era inutile scendere nei bunker: la guerra non era ancora cominciata e poi volevamo vedere come sarebbe iniziata. La luna stava scomparendo alla luce dell'alba, ci eravamo convinti che con il chiaro non potevano iniziare i bombardamenti, quando i telefoni hanno cominciato a suonare all'impazzata. La notizia arriva durante una intervista con una tv australiana: gli F16 sono partiti, la guerra di Bush è cominciata. Non volevamo crederci, stavamo per cedere alla stanchezza quando l'ululare lugubre e inconfondibile delle sirene annunciava l'allarme.

Alle 5.34 missili Tomahawk e una bomba antibunker da una tonnellata colpivano la caserma al Rashid a Zafrania. Iniziava così una guerra che ancora continua. Sono passati dieci anni, l'operazione Iraqi freedom ha lasciato sul terreno centinaia di migliaia di vittime, le immagini terribili delle torture nel carcere di Abu Ghraib, gli effetti tremendi (morti, malformazioni, malattie, tumori) dell'uso di armi chimiche sulla popolazione di Falluja, mentre ancora si manifestavano gli effetti dell'uso di uranio impoverito della prima guerra del Golfo (1991). L'invasione e l'occupazione guidata dagli americani ha scatenato una divisione tra le varie componenti etnico-religiose dalle conseguenze incalcolabili, che continuano ad alimentare i massacri quotidiani. Gli americani (preceduti dagli altri contingenti) si sono ritirati nel 2011 ma sono rimasti migliaia di mercenari.

Un dittatore è stato cacciato - o sarebbe meglio dire che la vendetta si è consumata secondo un copione degno di un film dell'orrore - ma un altro lo ha sostituito: Nouri al Maliki viene chiamato il «nuovo dittatore». Il potere sciita si è sostituito a quello sunnita, ma come accadeva prima è solo una parte della comunità a godere dei privilegi. I metodi sono quelli di sempre: repressione, violazione dei diritti, censura sulla stampa e soprattutto corruzione. Le discriminazioni tra le varie componenti della società irachena mantengono una forte tensione soprattutto nelle zone a popolazione mista e ricche di petrolio come Kirkuk. Il petrolio alimenta anche lo scontro tra il governo autonomo kurdo e quello centrale.

Nonostante tutti i problemi - sicurezza, disoccupazione, etc. - la popolazione si è ripresa la vita. I giovani hanno anche tentato una rivolta sull'onda della primavera araba, ma la repressione l'ha stroncata.

Il paese subisce un forte controllo iraniano, il regime sciita di Baghdad rappresenta infatti l'anello di congiunzione tra Tehran e Damasco, finché al potere ci sarà Assad. Il crollo del regime alauita (e il passaggio del potere ai sunniti) farebbe saltare l'equilibrio della regione con forti ripercussioni sull'Iraq.

Atlas
20 03 2013

La prima liberazione avvenne con la cattura di Saddam Hussein, e fu una liberazione collettiva dopo trent’anni di dittatura. Poi è arrivato il caos, prima degli americani e poi degli iracheni. Oggi le donne in Iraq aspettano una seconda liberazione: dall’insicurezza sociale, dai modelli maschili di cui è permeata la società, dalla violenza. Hanaa Edwar è segretario generale dell’associazione Al Amal, fondata nel 1992, è il capo del Network delle donne irachene ed è una tenace attivista dei diritti umani, apprezzata dalla gente comune e odiata da tutti quei politici che non ha paura di criticare. “Abbiamo vinto diverse battaglie in questi anni con la nostra organizzazione, ma la strada dei diritti è ancora lunga”, ci racconta.

Hanaa come vivono le donne oggi in Iraq?

La risposta è semplice: siamo più della metà della popolazione ma viviamo secondo regole e modelli maschili difficili da scardinare. Il governo si occupa poco di noi, tranne quando si tratta di vigilare sul nostro modo di vestirci e di comportarci. Pensa che se una ragazza va a scuola senza l’hijab, rischia di essere cacciata.

Quali sono i problemi più importanti da risolvere?

Uno prevale su tutti: i matrimoni precoci. Con Saddam le ragazze si sposavano a 15 anni, oggi abbiamo spose bambine di 10 anni. La legge lo vieta perché stabilisce che entrambi gli sposi debbano avere almeno 18 anni, ma di fatto nessuno viene mai punito. Dall’Iran abbiamo mutuato l’usanza dei “matrimoni temporanei”, per dare agli uomini l’opportunità di vivere rapporti extraconiugali senza incorrere nella legge islamica. Ma questa pratica sta mettendo le donne in una condizione di fragilità psicologica tale da renderle più esposte alle violenze, infatti gli episodi di abusi domestici sono aumentati soprattutto in alcune province. E poi abbiamo le vedove: un milione e mezzo di donne che hanno perso i mariti nella guerra del 2003 e che oggi vivono con meno di cento dollari al mese. Anzi, non vivono.

La tua organizzazione si occupa di donne. In che modo lavorate?

Cerchiamo di sensibilizzarle sui loro diritti attraverso incontri e corsi di formazione. Vorremmo creare una maggiore consapevolezza. Conduciamo battaglie politiche, per portare le nostre istanze nelle stanze dove vengono prese decisioni ed elaborate le leggi. L’anno scorso abbiamo incassato la cosiddetta “legge sullo stato personale”, in virtù della quale i matrimoni devono essere registrati. E’ un modo per contrastare quelli illegali, delle bambine. Ed è grazie a noi se oggi in parlamento il 25% dei deputati è donna.

A proposito di parlamentari donna, cosa pensi delle quote rosa?

Sono un modo per costringere la politica a candidare le donne. Per noi sono state un’opportunità per vederci rappresentate in parlamento, anche se la gran parte delle nostre parlamentari ha conquistato un seggio per meriti familiari più che personali: sono tutte mogli o parenti di leader politici uomini e influenti. Abbiamo anche un ministero per gli affari femminili, anche se ha un budget molto basso. In generale però spero che nel futuro i diritti delle donne siano connaturati alla società, senza la necessità di ministeri legati a correnti politiche.

Sono passati dieci anni dalla guerra in Iraq, che cambiamenti ci sono stati nel paese?

La differenza fondamentale è che prima vivevamo zittiti da trent’anni di dittatura. Oggi dovremmo avere maggiore libertà di pensiero e di movimento, ma di fatto viviamo nel caos. I terroristi si sono insinuati in ogni spazio sociale, hanno contaminato anche le forze di sicurezza e il risultato è che siamo passati da un trentennio di dittatura stabile a un decennio di quasi anarchia, perché il governo non riesce a svolgere un’azione efficace.

In generale come giudichi la primavera araba e il ruolo che le donne hanno avuto nelle rivoluzioni?

Se è vero che le donne hanno contribuito a rovesciare i regimi, è anche vero che nella fase di transizione sono le più esposte a vessazioni e menomazioni di diritti. La spiegazione è ovvia: in Medio Oriente la questione femminile esiste e non è un problema politico, ma culturale.

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