Il Fatto Quotidiano
02 07 2014

Il cadavere di un giovane palestinese di 16 anni è stato trovato dalla polizia israeliana in un bosco di Gerusalemme, dopo che la famiglia aveva denunciato il suo rapimento. A riferirlo è la radio militare israeliana, che non ha escluso che il delitto sia stato compiuto da ultrà ebrei come ritorsione per l’uccisione dei tre ragazzi uccisi in Cisgiordania, i cui corpi sono stati ritrovati lunedì sera.

Il giovane, di cui non è ancora stata resa nota l’identità, sarebbe stato obbligato a salire su un’automobile all’alba mentre stava raggiungendo una moschea nel rione di Beit Hanina, a Gerusalemme est. Secondo quando riferito da fonti israeliane, l’episodio sarebbe stato ripreso da alcune telecamere di sicurezza. Al momento la polizia israeliana ha soltanto confermato il ritrovamento del cadavere e ha annunciato che le indagini proseguono “in direzioni svariate”.

Dopo il ritrovamento del corpo del giovane sono in corso incidenti tra la polizia e alcuni dimostranti palestinesi nei dintorni di Gerusalemme est. Secondo quanto riportano i media israeliani, le proteste avrebbero provocato tre feriti tra i manifestanti. La situazione nella città resta tesissima; i primi scontri erano avvenuti dopo i funerali dei tre giovani israeliani uccisi in Cisgiordania, che si sono celebrati ieri. Circa 200 israeliani, infatti, avevano bloccato il traffico automobilistico e alcuni treni leggeri gridando “a morte gli arabi”. La polizia ha riferito che 50 persone sono state arrestate

"La striscia col fiato sospeso" (Il Manifesto)

Il clima è molto teso, si teme il peggio da un momento all'altro. Negli occhi delle gente ci sono ancora le immagini delle offensive militari israeliane della fine del 2008 (Piombo Fuso) e del 2012 (Pilastro di Difesa). Ne abbiamo parlato con Khalil Shahin, vicedirettore del Centro palestinese per diritti umani di Gaza city. ...

Internazionale
01 07 2014

Israele ha lanciato più di 30 raid aerei nella striscia di Gaza nella notte tra il 30 giugno e il 1 luglio e ha promesso una rappresaglia contro il partito palestinese Hamas, accusato di aver rapito e ucciso tre ragazzi israeliani. La mattina del 1 luglio un palestinese di 18 anni è stato ucciso in un attacco dei militari contro un campo profughi a Jenin, in Cisgiordania.

Fonti dell’esercito israeliano affermano che i raid aerei sono una risposta ai 18 missili lanciati da Gaza contro il sud di Israele il 29 giugno. Il presidente palestinese Abu Mazen ha convocato una riunione d’emergenza della leadership palestinese.

I corpi dei tre israeliani, Naftali Frenkel, 16 anni, Gilad Shaar, 16 anni, e Eyal Yifrach, 19 anni, scomparsi da diversi giorni, sono stati trovati il 30 giugno sotto un cumulo di pietre vicino alla città di Halhul, in Palestina. Secondo le autorità israeliane sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco. I ragazzi erano scomparsi il 12 giugno, mentre tornavano a casa in autostop da una scuola religiosa a Kfar Etzion, un insediamento ebraico tra Betlemme e Hebron, ricorda Al Jazeera. I loro funerali si svolgeranno il 1 luglio in tre luoghi diversi e i copri saranno sepolti nel cimitero di Modi’in, scrive Haaretz.

Il governo israeliano ha già individuato due sospetti e hanno fatto esplodere degli ordigni vicino alle loro case. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha detto: “Hamas è responsabile e pagherà”.

Cosa dice Hamas. Hamas ha negato la sua responsabilità nei rapimenti e ha accusato Israele di usare la vicenda come un pretesto per una guerra contro i palestinesi. Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas, ha detto che se l’esercito israeliano “porterà avanti questa escalation, per loro si apriranno le porte dell’inferno”.

La scomparsa dei tre israeliani aveva fatto scattare una serie di operazioni nelle città palestinesi e in tutta la Cisgiordania. Più di 400 palestinesi sono stati arrestati, e cinque sono stati uccisi negli scontri con le truppe israeliane.

Secondo Netanyahu il rapimento dei giovani israeliani è la conseguenza della riconciliazione tra Fatah e Hamas, avvenuta ad aprile.

Le persone e la dignità
01 07 2014

Sono rimasti accampati nel deserto del Neghev per tre giorni i quasi mille migranti sudanesi ed eritrei che venerdì 27 giugno avevano lasciato assieme il centro israeliano di accoglienza forzata di Holot e marciato fra le dune per 25 chilometri nel tentativo di destare attenzione sulle loro condizioni.

I migranti speravano di imbastire una trattativa con le autorità israeliane ma domenica 29 giugno reparti di polizia li hanno costretti a forza a risalire su torpedoni approntati per loro. Ci sono stati incidenti e forte tensione.

“Siamo profughi, non criminali” ripetevano i portavoce della manifestazione. “Se non otterremo qua i nostri diritti,siamo pronti a passare in Egitto”: ma il valico di Niztana verso il Sinai era presidiato da reparti dell’esercito.
Sabato 28 giugno in soccorso dei migranti erano arrivati i membri del vicino Kibbutz di Nitzana che hanno consegnato loro acqua e viveri. E funzionari dell’organizzazione dell’Onu per i profughi (Unhcr) e una parlamentare della Knesset avevano visitato il campo della protesta. Ma proprio mentre sembrava aprirsi lo spiraglio di una trattative le autorità governative hanno ignorato le richieste dei dimostranti. tra cui il riconoscimento per loro dello status di profughi e la liberazione di quanti sono detenuti nella prigione di Saharonim (“alcuni sono reclusi da oltre due anni, pur essendo vittime di torture patite nel Sinai”) e la chiusura del Centro di accoglienza di Holot – che oggi ospita 2.300migranti – una vera e propria gabbia nel deserto.

I migranti lanciavano un appello all’opinione pubblica israeliana. “Non siamo vostri nemici. Siamo entrati in Israele illegalmente perché le nostre vite erano in pericolo,necessitavamo un posto di salvezza. Non vogliamo farvi alcun male, né distruggere la vostra casa”.
Ma nei rioni popolari di Tel Aviv e di altre città’ingresso massiccio dei 50 mila migranti africani aveva alterato equilibri sociali già precari. Per affrontare il fenomeno Israele ha eretto una barriera sul confine con l’Egitto; ha avviato uno sgombero forzato dei migranti da Tel Aviv; progetta di allargare il Centro di Holot; e ha incentivato con assegni la partenza volontaria dei migranti verso alcuni Paesi africani,disposti discretamente ad accoglierli in via temporanea.

Al termine della terza giornata di protesta, accampati in unarada boscaglia, i dimostranti hanno ribadito che spontaneamente non sarebbero più tornati a Holot. Ma allora sono apparsi all’orizzonte gli automezzi della Guardia di frontiera e dellapolizia. Da prima, con i megafoni, gli agenti hanno sollecitatoi dimostranti a salire sui torpedoni. Ci sono stati invece spintoni, colluttazioni, lanci di pietre. I dimostrati più tenaci sono stati trascinati per le gambe e per la braccia. Fino allo sgombero totale. Ora i migranti contestatori rischiano fino a tre mesi di carcere.

Tutto quello che avviene nel vicino Oriente, e più ancora fra Israele e Palestina, è come predestinato a essere inghiottito dal suo contesto, a eludere subito il confronto fra l'umano e il disumano, per diventare di colpo una mossa nella partita senza fine su una scacchiera in cui le caselle non sono più bianche né nere. Ci sono tre vittime, tre ragazzi ebrei, e ci sono gli uomini che hanno colto l'occasione per dare sfogo alla loro infame violenza. Questo è successo. ...

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