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Migranti africani bloccano Tel Aviv. Esplode la rivolta

  • Martedì, 07 Gennaio 2014 09:13 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
07 01 2014

Ieri 20-30 mila stipati nella Piazza Rabin, oggi altri 10 mila impegnati a scandire slogan di protesta di fronte alle ambasciate di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada. Dopo aver vissuto negli ultimi anni ai margini della società, i migranti africani in Israele ora hanno scelto di passare all’azione. Hanno dato vita a un movimento ben organizzato, hanno indetto uno sciopero generale di tre giorni e hanno invaso le piazze centrali di Tel Aviv.
«Vogliamo la libertà, non il carcere», «Siamo profughi, non criminali», hanno urlato, in inglese ed in ebraico, mentre la polizia si è limitato a seguire da lontano. A dar loro man forte - oltre ad attivisti israeliani di gruppi che lottano per i diritti civili - è giunto l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i profughi che ha accusato il governo israeliano di aver «seminato la paura» fra i migranti, mentre al contrario - ha aggiunto - dovrebbe garantire loro protezione.
Le immagini della folla, peraltro pacifica, di eritrei e sudanesi nelle «strade buone» di Tel Aviv hanno disorientato gli israeliani. Da un lato i drammi personali trovano ampia eco e una dose di comprensione nei mass media. Ma dall’altro il loro passaggio ad un movimento politico con rivendicazioni di carattere generale innesca anche timori.
«Fermiamoli prima che si impadroniscano» delle città, ha esclamato la parlamentare del Likud, Miri Reghev. «Queste manifestazioni ci servano come campanello di allarme» ha convenuto, altrettanto preoccupato, l’ex ministro degli interni Eli Yishai (Shas).
Il premier Benyamin Netanyahu ha oggi ribadito: «Proteste e scioperi non serviranno. Così come abbiamo fermato completamente le loro infiltrazioni in Israele, così siamo determinati ad espellere quanti sono entrati illegalmente»: secondo le stime, 50-60 mila persone. «L’anno scorso sono ripartiti in 2.600. Quest’anno il loro numero sarà maggiore».
Israele, fa notare il governo, è l’unico Paese occidentale che può essere raggiunto via terra dall’Africa. Per scoraggiare una migrazione di ancora maggiori dimensioni ha dunque adottato una legge anti-asilo che prevede la raccolta obbligatoria di migliaia di migranti in un centro di accoglienza del Neghev e che impedisce loro di lavorare.
I portavoce del movimento di protesta sostengono che Israele dovrebbe invece garantire a tutti lo status di profughi in quanto questi migranti sono sfuggiti a guerre civili o, nel caso dell’ Eritrea, ad un regime dispotico. Un funzionario di governo israeliano ha replicato che negli ultimi cinque anni sono state esaminate 10 mila richieste di asilo politico e che solo 32 sono state trovate giustificate. Altre tremila richieste sono adesso al vaglio

Israele. Migranti in marcia nel deserto

  • Venerdì, 20 Dicembre 2013 16:19 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo press
20 12 2013

Ad una settimana di distanza dall`approvazione della nuova legge sull`immigrazione in Israele, 200 richiedenti asilo si sono messi in cammino dalle prigioni nel deserto verso Gerusalemme per chiedere rispetto e dignità per ogni essere umano.

Humans, not cancer

Sono circa 50000 gli immigrati africani in Israele, la maggior parte dei quali proviene dal Sud Sudan, dal Darfour e dall’Eritrea. Per questi uomini attraversare il Sinai é stata l’unica scelta disponibile per poter continuare a vivere. Nonostante siano arrivati con un documento dell’UNHCR ricevuto in Egitto, Israele si é sempre rifiutata di esaminare individualmente i loro casi.

Ciò nonostante il Paese sia firmatario della Convenzione dell’ONU del 1951 in materia di rifugiati. In tal modo, chi é riuscito ad entrare senza essere bloccato alla frontiera, si é ritrovato in un limbo fatto di povertà e disperazione ed é andato a popolare i quartieri meridionali di Tel Aviv già afflitti da una cronica assenza di servizi essenziali. Il cuore della comunità è diventato Levinsky park, nel quartiere Neve Sharan.

Nel 2011, proprio quando i cittadini israeliani scendevano in piazza per chiedere livelli di vita piú alti, la risposta del governo é stata un’infuocata campagna mediatica volta a demonizzare i “sudanesi”, secondo l’appellativo mainstream. Dichiarazioni irresponsabili da parte dei membri della coalizione di governo hanno definito i “sudanesi” il “cancro” della società (Miri Regev, Likud) ed hanno sostenuto che “i musulmani che arrivano qui non credono nemmeno che questo Paese appartenga a noi, all’uomo bianco” (Eli Yishai, Ministro dell’Interno). I risultati di questa campagna razziale sono stati pogrom, raid notturni, manifestazioni xenofobe ed un clima d’intolleranza diffusa nei quartieri meridionali di Tel Aviv.

Nello stesso anno é stata approvata la legge contro gli “infiltrati”, che riprende un termine contenuto in una legge del 1954 finalizzata ad evitare il ritorno dei palestinesi dopo la Nakba nel 1948. Cambiano le vittime, ma lo scopo della legge é identico: completare la pulizia etnica al fine di costruire un monolitico stato ebraico.

La legge, duramente contestata da attivisti ed associazioni dei diritti umani, prevedeva una detenzione amministrativa fino a 3 anni o in alcuni casi a tempo indeterminato. Ai migranti, arrestati alla frontiera o vittime di retate poliziesche, in carcere non é stato notificato il loro diritto di fare richiesta d`asilo, ma gli sono stati presentati dei formulari già compilati per il “rimpatrio volontario”: un biglietto di sola andata verso la morte, un’offerta che non si poteva rifiutare.

Prima di questa legge, Israele, che non ha mai emanato una legislazione interna in materia di rifugiati, non ha concesso loro la residenza, ma solo un visto a “rilascio condizionato” da rinnovare ogni 3 mesi e che proibiva loro di lavorare o di inviare soldi all’estero, costringendoli cosí a lavori in nero ed a condizioni di schiavitú.

Il 16 settembre di quest'anno, attraverso lo sforzo di un legal team, coordinato da Asaf Weisen dell’associazione Hotline for Migrant Workers, si é riusciti a far pronunciare la Corte Suprema ed a buttare giu` questa legislazione. La Corte ha giudicato la legge “sproporzionata”, nonché contraria alla Dichiarazione d'Indipendenza del 1948, la Legge fondamentale dello Stato in quanto lesiva della dignità umana e della libertà.

La decisione della Corte prevedeva il rilascio dei richiedenti asilo sotto detenzione amministrativa entro 90 giorni. Tuttavia, il 10 dicembre, il governo, anziché ottemperare alla prescrizione ed iniziare il rilascio, con un grandissimo sforzo legislativo é riuscito a far approvare, dalla Knesset una nuova legge contro l’infiltrazione illegale nel Paese. La legge prevede la detenzione amministrativa fino ad un anno e lo stanziamento per il 2014 di 440 milioni di shekel (88 milioni di euro) per aumentare la sicurezza nei quartieri meridionali di Tel Aviv (130 poliziotti in più) e la costruzione del più grande impianto di detenzione “ad hoc” al mondo - non ancora a pieno regime, se completato conterrà fino a 10000 persone.

È inoltre prevista una “ricompensa” per i migranti che decideranno di lasciare “volontariamente” il Paese. L’intento dichiarato é quello di “conservare la natura ebraica e democratica dello Stato e riportare la sicurezza tra i cittadini d’Israele”, parola del Primo Ministro Netanyahu. I soldi necessari, sono stati presi da tagli al settore pubblico.

La nuova “open facility”, Holot, adiacente al carcere di Saharonim, si trova nel mezzo del deserto del Negev. Nella nuova struttura, chiusa di notte, ma aperta di giorno, i migranti saranno liberi di uscire dalle 6 alle 22, dovendo rientrare 3 volte al giorno per firmare e non dargli la possibiltà di trovare un lavoro.“Liberi di uscire” nel bel mezzo del deserto.

Il carcere è stato reso operativo, per le prime 1000 persone, 48 ore dopo l’approvazione della legge. L’11 dicembre gli “infiltrati” sono stati tradotti nella “open facility” dopo aver passato tutti almeno 18 mesi di detenzione amministrativa in carcere. Se le autorità si aspettavano esplosioni di gioia per l’arrivo nella nuova prigione con le porte aperte sono però rimaste deluse. È subito iniziato uno sciopero della fame di massa e, passati i 5 giorni della disastrosa tempesta che ha investito il Paese, i richiedenti asilo hanno intrapreso, con una grande azione di disobbedienza civile, la “marcia per la dignità e la libertà”. La marcia ha l’obiettivo da subito dichiarato di raggiungere Gerusalemme e portare la protesta davanti alla Knesset.

Il 15 dicembre durante le 6 ore di marcia che li ha portati nella capitale del Negev, Be’er Sheva, sono stati raggiunti da alcuni attivisti, che oltre a portare scarpe, vestiti, cibo, bevande, sigarette e solidarietà, hanno offerto un buon supporto organizzativo. Dopo 6 ore di marcia i migranti hanno passato la notte nella stazione ferroviaria della città e, dopo l`arrivo della polizia, in una galleria d’arte.

Il secondo giorno di marcia, iniziato la mattina alle 8, ha percorso, in una lunga fila silenziosa e determinata, la road 40, una delle principali arterie stradali i del Paese. Prima che la polizia dell’Autorità sull’immigrazione, che scortava la marcia, potesse intervenire con gli arresti sarebbero dovute passare 48 ore. Consapevoli che il tempo loro concesso non sarebbe bastato a raggiungere Gerusalemme, i richiedenti asilo hanno accettato, intorno alle 17 di prendere degli autobus messi a disposizione per portare a termine il loro obiettivo.

Con un immenso sforzo di solidarietà sono stati accolti per la notte all’interno del kibbutz di Nach Shon, distante mezz’ora d’auto da Gerusalemme. Sono aumentati gli attivisti, é arrivato un membro della Knesset e giornalisti di ogni testata. Qui la notte é trascorsa tra cibo caldo preparato da attivisti e residenti, assemblee e poche ore di sonno. L’attesa per il giorno seguente era grande. Qualcuno ha ascoltato musica africana per tutta la notte, qualcun’altro osservava entusiasta la solidarietà espressa loro da rifugiati in ogni parte del mondo sui vari account facebook. Intanto, arrivavano con degli autobus altri richiedenti asilo usciti dal carcere di Saharonim e diversi richiedenti asilo da Tel Aviv, nonostante per questi ultimi essere lì significasse il rischio dell’arresto come per tutti gli altri.

Mubarak, dell'associazione Sudanese Refugees Organization, ha raccontato come non sia la prima manifestazione per i loro diritti. Una imponente é stata fatta nel Giugno 2012 di fronte agli uffici dell’UNHCR di Tel Aviv, l’autorità che dovrebbe occuparsi di loro. Hanno scritto una lettera a Ginevra per chiedere protezione, ma senza alcuna risposta. La disperazione oggi a Tel Aviv è ben visibile e come associazione hanno deciso di concentrare i propri sforzi sulla comunità, attivando scuole per i bambini (molti asili in Israele rifiutano i “neri”) o cercando ripari per i senza fissa dimora. La marcia ha dato loro nuovo coraggio e in molti hanno deciso di esserci e di affrontare gli arresti insieme agli altri.

La mattina del 17 Dicembre gli autobus hanno lasciato il kibbutz diretti verso Gerusalemme. La polizia presente ha avvertito che gli arresti sarebbero scattati alle ore 12. Poco prima delle 10 gli autobus sono arrivati a Gerusalemme di fronte agli uffici del primo Ministro. Quando sono scesi con i cartelli preparati durante la notte, per molti è stato difficile tr attenere le lacrime: i loro sguardi non piú carichi solo di sofferenza, scintilllavano di orgoglio per essere riusciti nell’impresa. Sanno come andrà a finire: non fa differenza in quale prigione verranno rinchiusi, se questa ha le porte aperte o meno, chiedono il riconoscimento del loro status di rifugiati, chiedono rispetto, dignità, libertà di movimento.

Chi parla al megafono si domanda come sia possibile che Israele, una nazione nata dall`arrivo di centinaia di migliaia di affamati da guerre e torture di ogni genere, gente con diverse nazionalità, lingue, colore della pelle, possa ora trattarli con tanto odio.
Forse non sanno che Israele sta cercando di costruire il primo “stato bunker” al mondo, etnicamente “puro”, una “villa nella giungla” (ex PM Ehud Barak), circondato da mura e protetto da armi di ogni tipo. Secondo Ilan Pappe, questa mentalità della società israeliana deriva dal sionismo delle origini: una società che desidera vivere murata pur di non doversi mescolare ai vicini “primitivi”, una società che pensa se stessa come parte dell’Europa e non del Medio Oriente e che la porta a relazionare se stessa con il mondo solo in termini di forza.

Freedom not prison

Scattata l’ora dell’arresto i richiedenti asilo sono aumentati, così come gli attivisti israeliani, poche decine purtroppo. La polizia non è intervenuta ed intorno alle 13 i richiedenti asilo hanno deciso di mettersi nuovamente in marcia, questa volta in mezzo alla neve, camminando sui marciapiedi per non andare contro la legge e non cadere in provocazioni. Riescono a raggiungere la Knesset.

Si fermano di fronte al palazzo e restano immobili per ore continuando ad urlare gli stessi slogan (molti non parlano l’inglese o l’ebraico e hanno imparato solo quelle poche parole durante i tre giorni). intorno alle 16 e 30 hanno visto arrivare gli autobus che li porterà in carcere. La presenza della polizia dell’ Autorità dell’immigrazione era massiccia e supportata da altri reparti. Sono stati circondati. Hanno deciso di provare a muoversi, di entrare dentro la Knesset, urlando ossessivamente “freedom, freedom”.

Hanno iniziato ad essere trascinati sugli autobus. Qualcuno piangeva, alcuni si sentivano male, altri nella giornata hanno cercato di fuggire, i piú hanno continuato a urlare “freedom, freedom”. Gli attivisti provavano ad offrire come scudi i propri corpi, ma venivano strappati e sbattuti per terra. La reazione della polizia è stata sproporzionata, arrogante, violenta. Alcuni poliziotti sono neri, ebrei di origine etiope, gli viene chiesto come fanno ad accettare tutto questo, se non si sentano coinvolti direttamente, in fondo sono stati discriminati anche loro per il colore della pelle. Lo sanno e restano impassibili.

Restano le lacrime, gli sguardi tristi dai finestrini sugli autobus che si allontanano. Resta la rabbia, tanta rabbia. Resta una lotta straordinaria.

Nella notte i richiedenti asilo sono stati portati nella vecchia progione di Sahalonim. Vi resteranno 3 mesi prima di essere nuovamente trasferiti nella “open facility” di Holot. Avevano già messo in conto di iniziare un nuovo sciopero della fame, l’ennesimo. Gli attivisti preparano per oggi un sit-in contro la brutalità della polizia alle ore 19 a Jaffa.

Quella di Israele non è solo una guerra contro i diritti umani ed i richiedenti asilo, ma è anche una guerra alla dignità, alla memoria e alla coscienza umana, un altro passo per costruire la “casa omogenea”, una persecuzione per preservare se stesso. Deportazioni, persecuzioni e abusi: è questa la vita nell’unica democrazia del Medio Oriente. Se Israele, o qualunque altro paese, pensa però che attraverso leggi, barriere, campi di detenzione, soldati e armi potrà fermare le grandi migrazioni di persone provocate dalle conseguenze dirette ed indirette delle guerre dell’Occidente, non ne ha capito la portata storica.

Il mondo di domani sarà meticcio. That’s the way it’s going to be.

Luca Magno

 

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