Circa 260 "combattenti" del Pkk sono stati uccisi e centinaia feriti in 7 giorni di raid aerei turchi. Colpiti anche villaggi e civili. La Nato applaude, gli Usa appoggiano con la scusa dell'Isis. Tra i feriti, il fratello del leader dell'Hdp Demirtas, che nelle elezioni ha fermato Erdogan. In piazza a Dyarbakir la protesta.
Giuseppe Acconcia, Il Manifesto ...

Le partigiane del Rojava

  • Venerdì, 26 Giugno 2015 07:53 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto
26 06 2015

Chi riuscirà a sconfiggere i terroristi dell'Isis? Solo chi ha un progetto di società alternativo a quello fondamentalista del califfato e dei suoi sostenitori, a oriente e a occidente.

L'alternativa si basa sul Contratto sociale del Rojava, un progetto rivoluzionario portato avanti dai kurdi che finora hanno inferto le più cocenti sconfitte, anche se purtroppo non definitive, ai seguaci di al Baghdadi.

Un progetto per la costruzione di una società laica, democratica ed egualitaria, dove possano vivere liberamente e pacificamente diverse etnie, confessioni, culture e identità. ...

Festa kurda a Kobane, dove ora tutto è possibile

  • Mercoledì, 17 Giugno 2015 12:04 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
17 06 2015

Non c’è fine ai festeg­gia­menti per la libe­ra­zione di Tel Abyad nel Can­tone di Kobane. Dopo tre anni di asse­dio la Rojava è final­mente unita. Il vil­lag­gio della Col­lina Bianca (Tel Abyad in arabo) è ancora infe­stato di mine e mac­chine piene di esplo­sivo, men­tre restano sac­che di com­bat­ti­menti dei mili­ziani dello Stato isla­mico nel cen­tro urbano e nelle aree limi­trofe. «Tel Abyad è caduta. Pkk e Pyd (par­titi kurdi in Tur­chia e Siria, ndr) arri­vano a Kobane da Qami­shli», ha urlato per primo nel cuore della notte di Kobane un ragazzo per le strade piene di mace­rie della città distrutta dai bom­bar­da­menti dello Stato isla­mico e della coalizione.

Decine di camion, fur­goni e auto­mo­bili hanno attra­ver­sato la strada senza nome che taglia la città fan­ta­sma. Gli spari di kala­sh­ni­kov sono andati avanti tutta la notte, ser­ra­tis­simi, tra vei­coli e moto­ci­clette. L’impresa impos­si­bile è riu­scita: i sol­dati Ypg e Ypj (Unità di pro­te­zione maschili e fem­mi­nili) dei kurdi siriani, orga­niz­zati dal Par­tito demo­cra­tico unito (Pyd) hanno scon­fitto i jiha­di­sti. Judì, spa­gnolo, 26 anni, è uno dei com­bat­tenti stra­nieri, arruo­la­tisi in Ypg. Da due mesi si è unito, insieme a tanti altri euro­pei e sta­tu­ni­tensi, alla lotta dei com­pa­gni di Rojava e ormai parla kur­ma­nji, il dia­letto kurdo locale. «Ci sono ancora dei mili­ziani di Daesh (Is) den­tro e intorno a Tel Abyad. La bat­ta­glia ini­zia ora», ci spiega. Il vei­colo dei pom­pieri ha per­corso la strada in lungo e in largo, con­ti­nuano i fuo­chi d’artificio men­tre un’anziana signora sem­brava in estasi men­tre per­cuo­teva grandi tam­buri tra­di­zio­nali. Bella ciao è una delle suo­ne­rie di cel­lu­lari più comuni da que­ste parti men­tre i canti popo­lari e il pop dei Bigi Ypg echeg­giano da ogni radio e mega­fono. Il gruppo musi­cale com­po­sto da sol­dati part-time dei Ypg spo­pola nella Rojava.

Ma solo poco prima Kobane era piom­bata in una tri­stezza asso­luta. Cin­que mar­tiri erano stati por­tati verso il cimi­tero cit­ta­dino da una grande folla. Cen­ti­naia di per­sone tra le poche migliaia che hanno fatto rien­tro in que­sta città che prima con­tava 50 mila abi­tanti. Incon­so­la­bili i fami­liari dei gio­vani mar­tiri di Rojava, men­tre le imma­gini di Oca­lan scor­re­vano con i discorsi dei combattenti.

È qui che Oca­lan ha il suo stato ma è una terra sotto asse­dio per­ma­nente. I tur­chi non per­met­tono il deflusso dei pro­fu­ghi ammas­sati a Tel Abyad, men­tre gli stra­nieri che vogliono por­tare aiuto uma­ni­ta­rio non otten­gono un per­messo a Soruç. E allora biso­gna affi­darsi ai com­pa­gni kurdi che dai due lati aiu­tano gli stra­nieri ad attra­ver­sare il con­fine illegalmente.

I nostri con­tatti alla muni­ci­pa­lità di Soruç ci hanno con­dotto da una casa all’altra tra gli immensi campi di grano fino ad arri­vare a pochi metri dal con­fine. Qui nel cuore della notte abbiamo ten­tato di oltre­pas­sare tre bar­riere di filo spi­nato e di evi­tare il con­trollo metro per metro dell’esercito turco. Gli abi­tanti delle case intorno al con­fine sono tutti soste­ni­tori del par­tito della sini­stra turca e kurda (Hdp), del Pkk e dei kurdi siriani (Pyd). Ci hanno lasciato tro­vare rifu­gio nelle loro case. Una ragazza kurda è stata uccisa così men­tre ten­tava di attraversare.

Nel com­pleto iso­la­mento poli­tico, la rico­stru­zione di Kobane non è mai comin­ciata. Tutto è lasciato alle ini­zia­tive di sin­goli o ong. Un gruppo di fran­cesi, aiu­tato da un ex mili­tare equi­pag­giato, si occupa di smi­nare il cen­tro urbano. Non poche per­sone, di ritorno dalla Tur­chia sono sal­tate in aria. Per que­sto è molto dif­fi­cile spo­starsi in città. Il 90% di Kobane è distrutta. L’economia di sus­si­stenza post-bellica è molto fra­gile. L’elettricità è com­ple­ta­mente assente. Solo gra­zie ad alcuni gene­ra­tori di sera è pos­si­bile avere qual­che ora di luce. Nelle strade buie di notte, ad ogni incro­cio ci sono comi­tati popo­lari, orga­niz­zati anche da Pkk, com­po­sti da uomini e donne (haremì) che con­trol­lano le strade. Eppure nes­suno ha paura di cam­mi­nare. Il clima è quello dell’azzeramento com­pleto di ogni schema sociale.

Tutto è pos­si­bile ora a Kobane, nes­suno è stra­niero. Il primo luglio si discu­terà della rico­stru­zione urbana a Bru­xel­les con orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie di tutto il mondo. «60 inge­gneri sono impe­gnati in una map­pa­tura della città per sta­bi­lire l’entità dei danni e pre­sen­tare pro­getti con­creti ed eco­lo­gici al par­la­mento euro­peo», ci spiega Kha­led Bar­kal, mini­stro per la Rico­stru­zione del Can­tone di Kobane.

Il palazzo del gover­na­to­rato ospita con­ti­nua­mente incon­tri con la popo­la­zione rien­trata per ascol­tare i biso­gni pri­mari, secondo i prin­cipi di auto­no­mia demo­cra­tica, teo­riz­zati da Oca­lan. Un gruppo di ragazze vor­rebbe ripren­dere la rac­colta del grano e per que­sto ha incon­trato il mini­stro del Lavoro. I pic­coli for­nai appena ria­perti sem­brano non avere molti mezzi a dispo­si­zione. Tutti sono pronti a rega­lare quel poco che hanno. Alla fron­tiera sono sti­pati gruppi di donne che ancora ten­tano di fug­gire dai vil­laggi con­trol­lati da Is nella pro­vin­cia di Raqqa e nel can­tone di Efrine. Eppure sono decine i kurdi siriani che hanno deciso di sfi­dare l’assedio e rien­trare. Sabri, 60 anni, è un pastore. È riu­scito a rien­trare nel vil­lag­gio di Cosek con la moglie. «I miei figli hanno deciso di restare in Tur­chia, hanno tro­vato lavoro come brac­cianti», ci spiega. Suo fra­tello era rien­trato dieci giorni prima. Per aiu­tare Sabri, gli ha por­tato un gregge di pecore. Le sue erano state scac­ciate con l’avanzata di Daesh.

Turchia-ElezioniMario Ansaldo, La Repubblica
9 giugno 2015

"Persone che normalmente non sarebbero state "amiche" lo sono così diventate dopo Gezi. Questo è un cambiamento sociologico importante. Si sono sentiti tutti soli, vulnerabili. Mentre durante gli eventi di Gezi il governo era duro, intollerante, e Erdogan usava un linguaggio divisivo. Metà della società si è così sentita estraniata. E questa metà - in cui ci sono curdi, liberali, kemalisti, alauiti, femministe, nazionalisti persino - si è autosostenuta alle elezioni. Questo è uno sviluppo nuovo". ...

La sinistra filo-kurda fa la festa a Erdogan

Doccia fredda sui sogni super-presidenzialisti di Erdogan, che perde la maggioranza assoluta e non ha più i numeri per governare da solo. Il Partito democratico del popolo (Hdp), guidato dallo "Tsipras turco", con il 13,1% supera agevolmente lo sbarramento e porta una ventata di aria nuova nella politica turca, oltre che una speranza concreta per il processo di pace tra kurdi e Ankara e i diritti delle minoranze, dagli yazidi alla comunità Lgbt. "C'è stato un effetto Rojava sulle urne: le armi del presidente hanno ucciso bambini kurdi a Kobane".
Giuseppe Acconcia, Il Manifesto ...

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