Tasse, la Chiesa trema e contrattacca

San Francesco e il PapaHanno avuto l'effetto di una bomba esplosa all'improvviso le sentenze della Corte di cassazione che hanno condannato due scuole cattoliche livornesi a pagare l'Imposta comunale sugli immobili (Ici) mai versata nel periodo 2004-2009 per un importo di 422mila euro.
Luca Kocci, Il Manifesto ...

Laicità, terrorismo e i circoli viziosi dell'emarginazione

  • Lunedì, 02 Febbraio 2015 17:00 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Chiara Saraceno, Micromega
2 febbraio 2015

Non si sa se in nome della difesa della laicità o del contrasto al terrorismo, in Francia un maestro ha denunciato e la polizia ha convocato per un interrogatorio un bambino di otto anni. Questi, oltre ad essersi rifiutato, come molti altri studenti musulmani in molte scuole, di fare il minuto di silenzio imposto a tutto il paese e in tutte le scuole

Una sveglia per chi parla di rivoluzione

Papa Francesco col pollice in suNon riesco sinceramente ad appassionarmi alle uscite di papa Francesco sulle questioni teologico-filosofiche, incluse quelle bioeticheIl nostro dice quello che deve dire un papa. Ma lo dice anche con parsimonia.
Gilberto Corbellini, Cronache del Garantista ...

Gray divorce: separarsi dopo i 60 anni

  • Martedì, 27 Maggio 2014 08:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

DRepubblica
27 05 2014

A 40 da referendum sul divorzio molte cose sono cambiate. Non da ultimo l'età cui si decide di dire basta e concludere una relazione decennale, ventennale o addirittura trentennale. In America lo chiamano "gray divorce", ovvero il divorzio dai capelli grigi, quello concluso tra partner di 60 anni o più. Un fenomeno in crescita anche in Italia, complice l'indipendenza economica delle donne, una maggiore elasticità morale, ma anche e soprattutto una consapevolezza di sé e dei propri bisogni. Chi si interroga sulle conseguenze, preannuncia una generazione di persone più sole e più povere.

Quando a 16 anni Paul McCartney ha scritto "When I'm sixtyfour", la canzone con cui chiedeva alla propria donna se lo avrebbe amato ancora a 64 anni, non immaginava di certo che nel 2006, sarebbe stato lui (sessantaquattrenne) a rispondere di no. Fra i divorziati vintage, il profetico baronetto non è certo il solo. Sui due lati dell'Oceano, infatti, le statistiche confermano la tendenza: uno su quattro fra i matrimoni che finiscono con un addio ha per protagonista un baby boomer. Un dato in crescita del 50% dal 1990, a cui, secondo gli esperti americani, hanno contribuito soprattutto quattro variabili. L'indipendenza economica delle donne; l'allungamento della vita media; una minor pressione sociale nel mantenere il matrimonio, ma anche e soprattutto una nuova concezione del matrimonio che non si sostanzia più solamente nella solidità dell'unione, ma nella felicità individuale. "Solitamente, sono le donne che decidono di non fare più finta di non vedere e non sentire. Sono loro quelle che scelgono, mediante la separazione, di mettere fine a una recita a copione", fa notare da Catania la dottoressa Valeria Randone, psicologo e sessuologo clinico (www.valeriarandone.it). Daria K., 57 anni, concorda: "Bisogna accettare le cose per quello che sono, non per come le vorremmo. E' per questa ragione che mi sono presa il rischio, che ho scommesso su di me", un commento che arriva dopo ventinove anni di matrimonio e una figlia. Il divorzio nelle coppie navigate, dunque, non avviene per motivazioni esterne, come la scoperta di un tradimento. Più spesso, è il risultato della consapevolezza che la coppia non appaga più un bisogno di appartenenza e complicità: l'empatia mentale e sessuale sono diventate un ricordo. Le donne, in particolare, si separano perché vogliono stare bene con se stesse: "Invece di cercare nuovi amori come tendono a fare gli uomini, le ex-mogli rincorrono la libertà smarrita e dedicano tempo a se stesse, alle amicizie, agli svaghi", aggiunge Randone. Il tempo, alla fine, è dalla loro parte: "Le donne di cinquanta, sessant'anni si sentono molto giovani e se si trovano in un matrimonio che non le soddisfa, sanno che hanno la possibilità di scegliere", osserva Rachel Sussman, consulente di coppia americana. Dal sito di Cnn.com, Pepper Schwartz, professore di sociologia alla Washington University ed editorialista per la Aarp, l'associazione dei pensionati americani, rincara la dose: "Non dimentichiamo che le donne di questa generazione sono state le prime a fare un uso ricreativo e non solo procreativo del sesso".

L'impatto sociale dei "grey divorce"
Sul fronte dei cosiddetti "Grey divorce", l'Italia non fa eccezione: secondo gli ultimi dati Istat, infatti, le separazioni con almeno uno sposo ultrasessantenne sono passate in un decennio da 4.247 a 9.923 (ovvero dal 5,9% del 2000 all'11,2% del 2010). Anche nel caso delle donne, le separazioni per le over 60 sono più che raddoppiate, con un salto da 2.555 a 6.598, ovvero dal 3,6 al 6,4%. Ma è solo ultimamente, in realtà, che ci si inizia a interrogare sulle potenziali conseguenze di una scelta di questo tipo. La prima? I divorziati over 60 sono molto più poveri delle persone che restano in coppia. Joe Duran, financial planner e autore di "The Money Code" stima che un divorzio tardivo impatti negativamente sulle finanze, riducendo del 25-30% il budget familiare: "Vivere costa di più se si è separati, perché significa due case, due auto, eventualmente due vacanze. E poi, spese sanitarie più elevate, perché se uno dei due sposi si ammala, l'altro non è più lì per aiutare". Secondo un report firmato dalla britannica Relate, l'associazione no-profit nata per tutelare le relazioni interpersonali (www.relate.org.uk), per la generazione dei baby boomers separarsi e vivere da soli in tarda età sarà sempre di più la norma, tanto che è stato addirittura creato un acronimo per indicare i figli reduci di questi divorzi tardivi. "Acod", infatti, sta per "adult children of divorce", adulti che si trovano nell'incomoda situazione di vedere i propri genitori anziani fare la valigia. Una posizione non facile: secondo alcuni studi, per i figli diventati grandi è più naturale, psicologicamente parlando, supportare un genitore vedovo, piuttosto che uno divorziato. Molto spesso, dunque, la solitudine diventa la nuova compagnia. "Quattro persone su cinque, in base alle nostre ricerche, non hanno sufficiente fiducia in se stesse per formare una nuova relazione o nuove amicizie", avverte Ruth Sutherland, amministratore delegato Relate. Il futuro che il Regno Unito ha davanti, a quanto pare, conterebbe quattro milioni di persone che devono fare i conti con solitudine e isolamento. Il costo di questo scenario non è solo emotivo, ma anche sociale: "Le relazioni sane hanno un impatto positivo sul benessere e sulla salute fisica e mentale", ricorda Sutherland. Ed è per questa ragione che l'associazione invoca la nascita di un "Ministero per l'invecchiamento della popolazione", considerato che entro il 2025 - in pratica, fra dieci anni - , oltre la metà dei cittadini del Regno Unito avrà più di cinquant'anni. Al di là del prezzo psicologico che una separazione comporta, quali sono i consigli degli esperti per chi si trova a confrontarsi con il dilemma della parola fine, quando la maggior parte della propria vita è passata? "Prima di rivolgersi a un legale, la coppia dovrebbe incontrare un clinico che sappia accogliere, ascoltare e decodificare il dolore o la rabbia, nel tentativo di far luce su dinamiche spesso dalla non facile lettura", suggerisce Randone. Lo scopo di questi incontri è cercare di dipanare le fila che ostacolano una possibile riconciliazione o una serena separazione. E infine: "Tutelare e custodire la "genitorialità", elemento disgiunto dalla "coniugalità", perché si può smettere di essere coppia, ma non di certo di "essere" genitori".

L’Espresso
16 04 2014

Migliaia di ragazzi presi di mira perché omosessuali. Anche tra i banchi. E quando gli insegnanti provano ad affrontare il tema vengono attaccati dalle reti cattoliche. Nel silenzio delle istituzioni. Che, anzi, stanno per fare dietrofront davanti alla prima iniziativa contro il bullismo. Accettando le censure del Vaticano.

di Michele Sasso e Francesca Sironi


G. aveva 14 anni quando si è suicidato, buttandosi dal balcone di casa sua, a Roma. Aveva lasciato un biglietto: «Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma». Lui morto, il caso è arrivato alle cronache. Ma migliaia di altri ragazzi affrontano gli stessi “frocio”, “ricchione”, “finocchio” ogni volta che entrano in classe. Senza dirlo a nessuno. È un problema. E non servono statistiche ufficiali (che non esistono, come aveva spiegato l'Espresso ) per dimostrarlo: basta ascoltare le esperienze di quanti l'omofobia la vivono ogni mattina sulle scale del liceo o provano ad affrontarla in cattedra. O ancora andare su Ask.fm , il social network più diffuso fra gli adolescenti, dove abbondano le domande anonime sul compagno-sicuramente-gay o la ragazza-evidentemente-lesbica, con il loro corredo di commenti pruriginosi e di insulti.

Il problema esiste. Eppure dal Palazzo non solo non è considerato una priorità. Ma è osteggiato. La prima vera iniziativa dello Stato contro l'omofobia a scuola è diventata uno scandalo istituzionale, con i manuali prodotti dal dipartimento delle pari opportunità (un ufficio della Presidenza del Consiglio) boicottati dal cardinale Bagnasco e messi in sordina dallo stesso ministero dell'Istruzione prima ancora di essere distribuiti: censura preventiva in piena regola. Questo mentre l'amministrazione centrale lascia che i dirigenti scolastici si arrangino da soli davanti alle valanghe di lettere, denunce e ricorsi presentati dalle associazioni cattoliche contro ogni iniziativa che parli di genere, sesso o diversità.

Così, anche se alcuni istituti, alcune regioni, provano ad affrontarlo, il problema, continua, anzi aumenta, la guerra in sordina fra le case e i banchi scolastici, fino ai corridoi degli uffici ministeriali. Le vittime sono sempre le stesse: gli studenti e le studentesse gay o lesbiche. Che, ancora nel 2014, non possono contare che su sé stessi per affrontare l'ignoranza e le aggressioni.

Stato laico? Per dimostrare quanto sia considerato compromettente affrontare il discorso dell'omofobia a scuola, bisogna partire dai meandri dello Stato. Ovvero dal tragicomico caso dei libretti per “Educare alla diversità” dell' Unar, l'ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali . La vicenda inizia l'anno scorso, con l'approvazione da parte del ministro tecnico Elsa Fornero della “strategia Lgbt”: un piano per combattere gli stereotipi contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender. L'attività procede con successo negli incontri con polizia, giornalisti, sindacati. Fino a che non si tocca il tema scuola. E scoppia il caos.

L'Unar infatti, a nome del dipartimento delle Pari Opportunità, commissiona all' Istituto Beck – un'associazione scientifica specializzata in psicoterapia – dei libretti rivolti agli insegnanti di elementari, medie e superiori per affrontare il tema del bullismo contro i gay in classe. Il progetto costa 24mila euro (su 500mila di finanziamento totale per la “strategia”) e viene affidato direttamente, senza gara: «per importi così bassi è normale», spiegano dall'ufficio. Quando i libretti sono pronti però, l'Istituto Beck, prima di farli passare al vaglio del ministero dell'Istruzione, li pubblica sul sito, “protetti” da password. Quaranta presunti esperti dovrebbero poterli studiare e scaricare. Uno di loro li pubblica in rete. Il link viene tolto, ma è troppo tardi.


È panico: il presidente della Cei Angelo Bagnasco consegna al quotidiano della Cei "Avvenire" la sua invettiva contro una «scuola pubblica che sta diventando un immenso campo di rieducazione» perché quei libretti «instillano preconcetti contro la famiglia e la fede religiosa». Sul "Corriere della Sera" Isabella Bossi Fedrigotti si lamenta della guida perché attaccherebbe la «famiglia tradizionale» e sarebbe «una precipitosa corsa in avanti con uno scopo preciso: preparare il terreno al matrimonio omosessuale». Il caso conquista copertine, articoli, speciali: 180 pagine di giornale in poche settimane.

E dallo Stato, a difesa di quel libretto mai distribuito, mai arrivato a scuola, ma che secondo un protocollo ufficiale dovrebbe arrivare in classe? Nessuna parola. Anzi sì, qualcuna. Ma di censura. Il sottosegretario alfaniano all'Istruzione Gabriele Toccafondi parla di «Impronta culturale a senso unico» e boccia i libretti. La due giorni organizzata coi tecnici dell'amministrazione – compresi i dirigenti scolastici – per parlare di bullismo slitta. «Ma il ministro Stefania Giannini la confermerà, entro la fine dell'anno», promettono dal ministero: «Prima però incontrerà i forum degli studenti e dei genitori per discuterne».


Intanto il quotidiano “Avvenire” brinda a una presunta circolare con cui la Giannini sarebbe pronta a stoppare definitivamente l'arrivo dei manuali anti-omofobia. «Una notizia falsa che abbiamo chiesto di rettificare», commentano dal ministero: «Quei libretti non sono mai arrivati a noi. E quindi mai partiti. Né mai bloccati. Appena potremo li esamineremo e capiremo il da farsi». La polemica così procede, fra comunicati e anti-comunicati. Mentre nel “mondo reale” c'è chi prova ad affrontare sul serio il problema. Per difendere gli studenti. Senza aspettare il via libera di Roma.

Scuole in trincea. Pontassieve, piccolo paese a 11 chilometri da Firenze, dove vive, fra gli altri, l'attuale premier Matteo Renzi. Provincia, comune, istituto scolastico (dalle elementari alle medie) e un'associazione di volontariato hanno avviato il progetto “E.cos – decostruire per costruire”: una serie di incontri dedicati agli alunni, ai loro genitori e agli insegnanti, per riflettere sugli stereotipi di genere tra maschile e femminile. Per un gruppo di famiglie che si firma “ Scuola senza ideologie ” questo sarebbe un attacco frontale al diritto dei genitori di scegliere l'educazione dei propri figli e di controllare ciò che imparano. Parte così un appello ai dirigenti scolastici perché blocchino le lezioni scomode. Ma la raccolta firme non le ferma. Gli incontri sono iniziati e continueranno fino a maggio: sale piene di genitori, poche proteste, aule zeppe di alunni con le mani alzate a fare domande. «Sembra che gli attacchi viaggino su canali paralleli. Non quelli reali delle famiglie da cui provengono i nostri studenti», provano a spiegare dal Comune: «È da tempo che altre città, come Firenze, trattano argomenti come questi. Mai una barricata. Ora la situazione è cambiata».


Che l'educazione sia diventata un terreno di scontro fra pro e contro discriminazione lo racconta anche Giuseppina La Delfa, presidente dell'associazione “ Famiglie arcobaleno ” che riunisce migliaia di genitori gay e lesbiche: «Esistiamo da 10 anni», racconta: «Ormai almeno 300 bambini figli di coppie omosessuali frequentano la scuola italiana. Non abbiamo mai avuto problemi. Mai». La quiete però sembra a rischio, adesso: «Il clima è peggiorato. In una scuola materna di Roma una coppia ha proposto di chiamare la festa del papà festa della famiglia, così da poter partecipare: Forza Nuova allora ha organizzato una manifestazione fuori dall'ingresso. A Bologna settimana scorsa hanno fatto un presidio anche davanti alla biblioteca in cui eravamo state invitate per un dibattito».

Gay che dimostrano di essere ottimi genitori, incontri per combattere le discriminazioni, lezioni contro il bullismo: per le associazioni cattoliche sono tutte armi di quella che loro definiscono “Ideologia del gender”. È il cappello sotto cui finisce, per loro, ogni tentativo di spiegare che è assolutamente normale non riconoscersi nel genere in cui si è nati, oppure amare persone dello stesso sesso, o ancora vivere ed essere una famiglia anche senza un uomo e una donna che copulino al solo scopo di riprodursi. «Se la scuola di vostro figlio propone corsi di educazione all'affettività, educazione sessuale, se parlano di superamento degli stereotipi o di relazione tra i generi: date l'allarme!», scrive il “Forum delle associazioni familiari dell'Umbria” in un volantino: «Inviate una lettera raccomandata e in caso non vi diano ascolto esercitate il vostro diritto ad educare la prole a casa e non fate uscire i vostri figli per quella lezione».

Silenzio in aula. Così, mentre a Roma si litiga sui libretti, i docenti si trovano ad affrontare questi argomenti a loro rischio . Senza le spalle coperte dall'istituzione: «Mi è capitato di spiegare in una terza media di provincia che il sesso non è una cosa sporca», racconta Isabella Milani, insegnante, autrice e blogger : «Dopo la lezione il prete è andato nelle case degli alunni a fare un discorso riparatore, e io sono stata convocata dalla preside». E sì che la sessualità dovrebbe essere un tema “facile”. Sicuramente più semplice di quelli che riguardano la diversità, il riconoscersi o no in un determinato genere, gli affetti: «L'ignoranza su questi aspetti è ancora tanta. Fra gli studenti ma anche fra noi docenti», continua la prof: «La maggior parte evita l'argomento perché lo ritiene troppo difficile. Altri sono i primi a fare battutine. E tra gli alunni è uguale. Capita che in occasione della gita nessuno voglia avere in camera il ragazzino considerato gay. O che si offendano tra loro a colpi di “lesbica” e “finocchio”: qualche giorno fa, per esempio, dei ragazzi hanno attaccato sulla schiena delle compagne un pesce d'aprile con la scritta: “Sono una lesbica”». Per questo, conclude: «Non possiamo lasciare che i giovani omosessuali affrontino da soli una società come quella in cui viviamo. La scuola dovrebbe fare la sua parte».


Ma i quattordicenni restano effettivamente soli ad affrontare gli attacchi: «Un adolescente gay nella maggior parte dei casi non può contare sull'appoggio della famiglia», racconta L., docente di matematica in un istituto tecnico del Nord, omosessuale, dichiaratosi ai colleghi ma non agli alunni, per non creare problemi ai genitori: «Se un ragazzino di colore viene insultato, lo denuncia subito, a noi e a casa. Un gay invece non può, perché spesso in famiglia non ha detto nulla. E tiene tutto per sé». Fino ad arrivare a decisioni drastiche quella di G., che si è buttato dal balcone, o del 16enne che un anno fa ha provato a uccidersi per gli insulti ricevuti all'istituto nautico che frequentava. «Se da una parte la situazione è migliorata», continua l'insegnante: «Dall'altra insulti e bullismo si sono spostati online, o sui cellulari. Io stesso adesso mi devo occupare di un caso di bullismo proprio via Whatsapp, l'applicazione per mandarsi gratis i messaggi. Gli adolescenti non si accorgono della gravità di quello che scrivono. Usano parole durissime in modo inconsapevole».

Eppure se su ask.fm c'è, in effetti, Martina, ad esempio, 13 anni, di Bergamo, che tra le trenta cose che odia di più al mondo inserisce “i ricchioni”, c'è anche Francesca, 14 anni, di Pavia, che alla domanda «Come è avere quel frocio di Marlon in classe? Non essergli amico! È frocio fa schifo!», risponde: «Povera te: hai ragione, sono davvero sfortunata ad aver trovato un buon amico».

Figli versus Genitori. Che i ragazzi siano più “avanti” dei loro vecchi - e delle vecchie istituzioni romane - quando si parla di questi argomenti lo dimostra il caso del liceo Muratori di Modena, dove gli studenti avevano invitato Vladimir Luxuria e il presidente dell'Arcigay locale per parlare di transessualità. Alcuni genitori presenti in consiglio d'istituto però si sono opposti, bloccando l'incontro. E nonostante l'ok degli alunni a fare lo stesso il dibattito ospitando un contraddittorio, Vladimir non è potuto entrare in classe, perché i docenti, intimoriti dalla risonanza mediatica della vicenda, non si sono presentati alla riunione che doveva votare il via libera definitivo. Il dibattito così si è spostato su Facebook. Dove a difendere l'attivista transessuale non sono solo militanti o invasati. C'è anche Irina, ad esempio, una quindicenne che legge Jane Austen, ha i capelli biondi, un fidanzato maschio, ma sostiene che è un peccato che la conferenza sia saltata. Perché sarebbe stata interessante per tutti.

E sono stati sempre gli studenti a denunciare il docente di Religione del Liceo Foscarini di Venezia che in classe aveva portato un bigino in cui si sosteneva che fosse meglio curare chi è gay. Oppure a pubblicare il questionario portato da un insegnante, dove fra le colpe dell'umanità di cui discutere, dopo guerra, infanticidio e furto, spuntavano omosessualità e Hiv. E sì che educarli al rispetto dovrebbe essere uno dei compiti principali della scuola: «Abbiamo l'impegno di formare cittadini e di mettere al riparo gli adolescenti dalla xenofobia, dal razzismo, dalla violenza, dalla caccia al diverso», ragiona Mimmo Pantaleo, responsabile scuola della Cgil: «Non si possiamo meravigliare poi dell'esplosione del bullismo se noi stessi non affrontiamo l'argomento in classe».

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