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Un leghista in burqa a Torino

  • Giovedì, 12 Dicembre 2013 09:08 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
12 11 13

Ingresso di Palazzo di Giustizia. Un uomo incappucciato si è avvicinato ieri mattina al desk informazioni, presidiato dai carabinieri.

"Scusi si può entrare così? No! Perché? Non posso entrare con il burqa? Ma è un luogo pubblico. Se me lo tolgo posso entrare? Sa sono stato denunciato perché discrimino. Se invece porto il burqa sono io il discriminato".

È la provocazione dell’ex sindaco di Varallo Sesia, deputato leghista, Gianluca Buonanno, citato in giudizio al tribunale civile di Torino dall’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

Da sindaco, nel 2009, introdusse in paese il divieto di indossare burkini, burqa e niqab in luoghi pubblici. Ieri, alla prima udienza, si è presentato col velo nero.

Massimiliano Peggio

Articolo Tre
06 12 2013

Francesco Vartolo. Questo nome bisognerebbe ricordarselo bene in futuro perché è uno di quei personaggi pubblici pericolosi per la democrazia e per la tolleranza nel nostro paese. Il personaggio in questione è un consigliere di circoscrizione della Lega Nord a Verona, non nuovo a commenti e dichiarazioni allarmanti.

Come l’ultima frase postata su Facebook, dopo la morte di Nelson Mandela, simbolo mondiale della lotta al razzismo: “Finalmente il terrorista Mandela, belva assetata di sangue bianco trasformato in eroe dalla propaganda mondialista, si troverà di fronte a tutta la gente che ha fatto ammazzare. Con le bombe nelle chiese o con i copertoni incendiati intorno al collo”.

La notizia disgustosa quanto deprecabile è stata data dall’agenzia Ansa. E come si diceva in precedenza, l’esponente veronese del Carroccio, è lo stesso che pochi mesi fa, aveva anche espresso solidarietà a Erich Priebke, prima intervenedo su radio Padania, l’emittente radiofonica della Lega: “Tutti quelli che sono odiati da tutti, a me stanno simpatici, perché se sei odiato da tutti un motivo di domandarsi il perché c’è, e, probabilmente, se sei così odiato, forse è perché può anche venire il dubbio che tu sia dalla parte giusta”. A questo punto siamo tutti contenti di essere dalla parte “sbagliata”.

Fanpage.it
02 12 2013

L'ex Pdl al Pirellone sostiene la Lega nella proposta di una consultazione popolare per riaprire le case chiuse. L'obiettivo: raccogliere 500mila firme, ma basta anche la richiesta di cinque consigli regionali.

La frangia di centrodestra del consiglio regionale lombardo è per la legalizzazione e regolamentazione la prostituzione. Quello che per la Lega Nord è già un vecchio pallino, ora viene accolto anche dai membri dell'ex PdL al Pirellone.

La proposta è infatti quella di indire un referendum abrogativo per cancellare almeno parzialmente la legge Merlin che nel 1958 mise al bando le case chiuse.

Affianco alla firma del promotore, il capogruppo leghista Massimiliano Romeo, ci saranno quelle di Giulio Gallera (Fi), Stefano Bruno Galli (lista Maroni presidente) e Riccardo De Corato (Fratelli d'Italia).

I promotori spiegano comunque che non si vuole “l’abolizione totale, ma parziale della legge, per togliere le prostitute dalle strade e fare anche in modo che paghino le tasse”. L'idea è quella di sfruttare l'articolo 75 della Costituzione, “prevede la possibilità di indire un referendum popolare se si raccolgono 500mila firme oppure se viene richiesto da cinque Consigli regionali.

Quest’ultima mi sembra la strada più facile, speriamo che altre regioni seguano il nostro esempio”, spiega De Corato. Da parlamentare, il capogruppo di Fratelli d’Italia aveva già presentato una proposta di legge sul tema e quando era vicesindaco di Milano aveva chiesto al governo di far diventare un reato la prostituzione in strada.

Il sistema dei “consigli regionali” è stato utilizzato una volta sola nel 1948. Poi pochi mesi fa da nove Regioni per chiedere l'abrogazione della legge sul taglio di 969 uffici in tutto il Paese, fra tribunali, procure e sedi distaccate.

Biagio Chiariello


Il Fatto Quotidiano
31 10 2013

Il segretario del Carroccio in Emilia ed ex deputato ha messo su Facebook un'immagine per poi subito cancellarla. Al fattoquotidiano.it dice: "E' stato un mio collaboratore. Non è il ministro Kyenge, se lo dite vi querelo".

Una fotografia di una politica di colore con il muso di una scimmia al posto del volto, pubblicata sulla pagina di Facebook e subito tolta. Sopra l’immagine, la scritta “Indovina chi è???”. Autore della provocazione sulla pagina del suo social network, è l’ex deputato e segretario regionale della Lega Nord in Emilia Fabio Rainieri. Il diretto interessato però, contattato da ilfattoquotidiano.it, nega che si tratti di un attacco rivolto a qualcuno in particolare, e soprattutto al ministro all’Integrazione Cecile Kyenge: “Non è scritto da nessuna parte, non c’è riferimento a lei. Se lo dite vi querelo” dichiara con forza Rainieri.

Nella foto comparsa sulla sua pagina personale di Facebook, che dopo qualche ora è stata rimossa, si può vedere il ritratto di una politica vestita in abiti eleganti blu seduta tra i banchi del Governo. Al posto della sua testa però c’è quella di un animale. Un fotomontaggio che riporta alla memoria le offese lanciate la scorsa estate da Roberto Calderoli, che era arrivato addirittura a paragonare la Kyenge a un orango.

In questo caso però Rainieri nega qualsiasi accusa e si giustifica anche per la frase comparsa sopra il fotomontaggio, che secondo la sua versione non si riferisce a nessuno. “Non è assolutamente vero che c’è quella foto – ribadisce Rainieri – quella persona non è assolutamente la Kyenge, non c’è scritto da nessuna parte, e se scrivete che è lei, vi querelo”.

Secondo Rainieri il post non è l’ennesimo attacco nei confronti del ministro all’Integrazione e per questo si difende ancora: “Non c’è nessun riferimento alla Kyenge, se volete metterlo fatelo, ma non c’entra niente con quel post”.

L’immagine ora non è più visibile sulla pagina Facebook dell’ex deputato, che evidentemente ha deciso di rimuoverla dopo averla pubblicata. Quando gli si fa notare però che il post è stato visibile a tutti, anche se solo per poche ore, Rainieri ammette: “Non l’ho scritto io, ma chi gestisce la mia pagina Facebook”.

Anche sulle ragioni che lo hanno spinto a far cancellare il post, il segretario della Lega nega che ci sia un collegamento con il ministro di origine congolese: “L’ho fatto togliere perché non mi piacciono queste cose, vanno bene le vignette, ma cose di questo genere no”.

Silvia Bia

La Repubblica
18 10 2013

C'erano una volta le panchine espiantate per non far sedere gli immigrati e c'era un sindaco diversamente democratico che proponeva di "vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile". Ma solo dopo averli schedati ("impronte di mani, piedi e naso") e prima di caricarli sui "vagoni piombati", che sennò loro, quei "perdigiorno extracomunitari", "portano Aids, Tbc, scabbia, epatite" e "annacquano la nostra civiltà".

Erano i tempi della "Razza Piave". Quel fine dicitore "del sceriffo" Gentilini non si era ancora paragonato al Duce ("ho finito il mio ventennio, oggi osservo dal balcone"). Nessuno avrebbe mai immaginato che la storia sarebbe cambiata. Non qui, non così. E invece è tanto girata che a Treviso, ex feudo leghista con un crescente 11% di stranieri, moltissimi dei quali integrati e impiegati, adesso ai bambini forestieri nati in città - i figli dei "leprotti" - daranno la cittadinanza onoraria.

Fratelli stranieri. Fratelli della stessa comunità. Un'anticamera locale dello ius soli. "È un segnale di discontinuità col passato", dice il sindaco Giovanni Manildo, l'ariete del centrosinistra che l'anno scorso ha messo una pietra sopra l'era Gentilini e ora "il sceriffo", dai giardinetti, lo chiama "neo-bolscevico".

Piazza dei Signori, le quattro del pomeriggio. Il termometro di tutto quello che accade o non accade nel capoluogo della Marca è qui. Sotto il palazzo del Podestà. Nel punto dove i pasdaran della "tolleranza doppio zero" arringavano dal palco la folla lighista sproloquiando su "spari ad altezza d'uomo", "tiro ai gommoni", "burqa da bruciare". Sempre dal repertorio gentiliniano: "La nostra civiltà è superiore a quella del deserto, gli immigrati rovinano la nostra razza".

Zina è una madre moldava e non ha rovinato niente. Ha un sorriso lieve, tiene per mano suo figlio che ha sei anni e ha iniziato la prima elementare da un mese, e forse tra trenta giorni sarà trevigiano ad honorem. Istituto Primo comprensivo, zona San Bartolomeo. "Lui è nato qui, è cresciuto qui, sta benissimo coi suoi compagni. È giusto che sia considerato un cittadino italiano".

San Bartolomeo, sulla strada Ovest, San Paolo, Monigo. La cintura urbana che non è più centro e non è ancora lontana periferia. Tanti figli di bosniaci, romeni, moldavi, kosovari, e cinesi, marocchini, tunisini. I nuovi trevigiani studiano qui. Sono 1.800 e hanno da 0 a 19 anni. Un quinto degli 11mila cittadini stranieri di Treviso (la città ne fa 82mila, con la provincia si arriva a 890mila). "Sono contenta se fanno questa cosa, almeno i bambini devono sentirsi uguali agli altri". Zina parla come se la cittadinanza onoraria voluta dall'amministrazione - si partirà a novembre con le prime assegnazioni, di concerto con le scuole - avesse anche una validità giuridica: non è così. Per la legge restano bimbi stranieri. Per ora. Ma è bello, e fa niente se è retorico, che il significato sia questo, e che una mamma lo percepisca in questo modo.

"Il riconoscimento è un modo per dire ai bimbi che loro fanno parte della nostra comunità e che la comunità li accoglie", spiega Anna Cabino, assessore alle politiche per l'immigrazione e la scuola. È un inizio (come già voluto e sperimentato in altre città). "Vogliamo lanciare un messaggio al governo a favore dello ius soli, il riconoscimento della cittadinanza piena ai bimbi nati in Italia. Inviteremo il ministro Kyenge, vorremmo fosse lei a consegnare questi riconoscimenti ai bambini delle prime elementari".

Eccola la rivoluzione dolce di Treviso. "L'idea della giunta è un grande segnale di civiltà - spiega Abdallah Zezragi, rappresentante della comunità marocchina - Questa città ha sempre saputo integrare anche se certi amministratori vomitavano odio contro gli immigrati cavalcando la paura della gente". Modou Diop, 48 anni, senegalese, è un operaio della "Geox". Da due giorni è ufficialmente cittadino italiano. Che a giurare sulla Costituzione di fronte al sindaco Manildo sia stato lui, leader del coordinamento delle associazioni delle varie etnie presenti nella Marca, è un segno ulteriore. "Vogliamo una città aperta, sempre più multietnica e multiculturale - aggiunge il primo cittadino - L'epoca della xenofobia becera è finita, Treviso è di tutti e per tutti, saremo la città dell'accoglienza".

La Provincia è a guida leghista, come la Regione Veneto. Ma le visuali, rispetto a un tempo, sono cambiate. "Lo ius soli? Se è come in Germania, partendo dai bambini di otto anni, si può fare", apre il governatore Luca Zaia. Del resto la nuova composizione di Treviso è sotto gli occhi di tutti. Un dossier di Anolf CISL calcola che se solo 15 residenti stranieri su 100 in provincia fossero nati in Italia e minorenni, con lo ius soli sul territorio si conterebbero almeno 15mila italiani in più. Per ora si parte, simbolicamente, dai bambini. Il che scatena le prevedibili esternazioni del destituito Gentilini. "Mi sembra una frenesia demenziale. La cittadinanza onoraria la si dà a chi merita, non ai bambini stranieri. Io l'ho data a Pierre Cardin. E comunque le panchine che ho tolto dalla stazione, per fortuna, non le hanno più rimesse". 

Paolo Berizzi

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