In Texas c'erano 41 cliniche per l'aborto nel 2012, e adesso ce ne sono 19; le misure respinte ieri rischiano di ridurne il numero ancora, perché solo sei o al massimo otto centri sono veri ambulatori chirurgici. Si trovano tutti in grandi città, difficili da raggiungere per le donne più povere delle zone rurali. Ma la battaglia è tutt'altro che finita. ...

No. In tutte le lingue

  • Martedì, 29 Luglio 2014 08:58 ,
  • Pubblicato in Flash news

In genere.it
29 07 2014

Dopo un periodo di stand-by, la legge di riforma dell'aborto in Spagna ricomincia il suo iter. Nel mezzo della crisi e dei consistenti tagli, il partito popolare avanza una proposta di legge pensata da soli uomini, ricorda il video. Che in molte lingue non solo europee (con sottotitoli in inglese) ribadisce perché non è giusto tornare indietro ai tempi di Franco. "Noi partoriamo, noi decidiamo".

 

Aborto: Dettori, le Regioni non restino da sole

  • Mercoledì, 23 Luglio 2014 11:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

Rassegna.it
23 07 2014

“La scelta dell'obiezione di coscienza da parte dei medici, e in misura minore ma significativa anche del personale del comparto, purtroppo riguarda alte percentuali in tutte le Regioni. In media sette ginecologi su dieci che lavorano nei servizi pubblici sono obiettori di coscienza”. Così Rossana Dettori, segretario generale della Fp Cgil, su una questione assai complessa che in molte zone del paese mette da tempo a rischio il diritto delle donne a una libera scelta in materia di maternità.

A partire dal Lazio dove l’obiezione raggiunge orma il 90 per cento e proprio per questo il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, ha firmato un decreto che impone anche ai medici obiettori che operano nei consultori di rilasciare certificati per l’interruzione di gravidanza e di prescrivere pillole del giorno. “Nel Lazio, in particolare – commenta la sindacalista –, i numeri sono ancora più elevati per il forte radicamento del privato religioso che ha comunque influenzato anche il modo di operare dei servizi pubblici. Vi è inoltre un problema di formazione degli stessi specializzandi in ginecologia ed ostetricia a fronte degli alti numeri di obiettori in alcune Università. Le donne, specie nel Lazio, incontrano sempre maggiori difficoltà anche per la carenza sempre più grave del personale sanitario per il blocco del turn-over e per le scelte storiche di destinate i fondi sanitari in modo rilevante al privato. Sempre nel Lazio, infine, si sta diffondendo la pratica del ricorso a medici specialisti esterni o retribuiti a gettone, senza garanzia di continuità del servizio”.

Rassegna Insomma, la situazione è critica…

Dettori Sì. È sempre più difficile essere un medico o un operatore sanitario non obiettore, poiché si finisce per praticare quasi esclusivamente interruzioni di gravidanza, con una penalizzazione della propria professionalità e della propria carriera. Considerato poi che nei prossimi anni molti medici “anziani” non obiettori andranno in pensione temo che il problema potrebbe acuirsi.

Rassegna Come valuti il decreto Zingaretti? È un passo avanti?

Dettori Il decreto della Regione Lazio sui consultori familiari rappresenta un passo avanti importante per ripartire dal servizio pubblico come garante della civile attuazione della legge 194.Voglio ricordare che l'Italia è stata recentemente condannata dal Consiglio d'Europa in quanto l'obiezione di coscienza non deve impedire la corretta applicazione delle norme sulla 194. Con questo decreto si riafferma, finalmente, il diritto all'attuazione del principio dell'autodeterminazione della donna, obbligando il personale dei consultori familiari, medici compresi, all'attività di attestazione dello stato di gravidanza e della certificazione necessaria per la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare l'Ivg, oltre che alla prescrizione delle pillole contraccettive. Si tratta di un tema già affrontato dalla legge 194. Voglio ricordare, infatti, che l'articolo 90 esonera il personale solo dal compimento delle procedure dirette a determinare l'interruzione della gravidanza e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento. La stessa giurisprudenza ha ormai affermato il principio secondo il quale l'obiezione di coscienza è strettamente attinente al processo propriamente chirurgico con il quale si determina l'interruzione di gravidanza.

Rassegna Ma bastano misure di questo tipo?

Dettori Certamente non sono sufficienti per risolvere alla radice il problema. Andrebbero portate avanti scelte ancora più coraggiose e incisive, come la garanzia di un numero sufficienti di non obiettori, partendo proprio dalla legge 194 che assegna alle Regioni questo compito, anche attraverso la mobilità, e dalla possibilità di rifarsi all'interruzione di pubblico servizio. Infine, abbiamo più volte chiesto che tra i criteri di affidamento della responsabilità dei consultori e dei servizi nei quali si pratica l'Ivg sia valutata la scelta della non obiezione, partendo dal principio che si tratta di organizzare il servizio garantendo l'applicazione della 194 in tutti i suoi aspetti.

Rassegna Sono le Regioni, dunque, a doversi far carico della risoluzione di questi problemi?

Dettori No, si tratta di un tema di fondamentale importanza e che non dovrebbe essere lasciato alla discrezionalità delle singole Regioni. Dovrebbe essere assunto nel Patto per la salute, purtroppo oggi portato avanti come atto solo istituzionale tra Governo e Regioni, senza alcun coinvolgimento dei principali attori: i cittadini e gli operatori.

Sull’aborto, la frontiera dell’Europa dei diritti

  • Martedì, 22 Luglio 2014 14:08 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
22 07 2014

Polonia. I medici sottoscrivono una «dichiarazione di fede» per disattendere la già restrittiva legge. Viaggio nel Paese ipercattolico dove è legale solo l’interruzione di gravidanza terapeutica, eppure a causa dell’alta percentuale di medici obiettori di coscienza le donne sono alla mercé delle "mammane" o costrette a espatriare verso le cliniche slovacche. Ma stavolta il premier Donald Tusk ha richiamato i sanitari agli obblighi di legge. Un primo piccolo argine ai fondamentalisti

Tutto è pronto per par­tire. Le due pic­cole vali­gie sono state cari­cate nel por­ta­ba­ga­gli. Sarà un sog­giorno breve. Si tor­nerà a casa il più pre­sto pos­si­bile. Il viag­gio sarà lungo. Per arri­vare a Levice, una pic­cola città della Slo­vac­chia, da Var­sa­via ci vogliono 8–10 ore di mac­china. Piotr, 26 anni, stu­dente uni­ver­si­ta­rio, ha pen­sato che fosse meglio par­tire in prima serata, fare la strada con calma, magari una pic­cola sosta per sgran­chire le gambe e ripo­sare qual­che ora, così da arri­vare pun­tuali alla cli­nica. Con lui c’è Magda, la sua ragazza, 24 anni, anche lei stu­den­tessa uni­ver­si­ta­ria. Giun­gono a Levice alle 9,30. L’appuntamento era stato fis­sato per le 10 del mat­tino. Alla recep­tion, i due ragazzi ven­gono accolti da un’infermiera che li fa acco­mo­dare davanti una scri­va­nia con un com­pu­ter per esple­tare i docu­menti e pro­ce­dere al paga­mento dell’intervento: 350 euro. Subito dopo, Piotr viene cor­te­se­mente invi­tato a lasciare il reparto e tor­nare dopo le 2 del pomeriggio.

La cop­pia chiede di restare insieme, ma l’infermiera risponde che non è pos­si­bile per­ché in sala ope­ra­to­ria si trova un’altra ragazza, anche lei polacca, e per motivi di pri­vacy non è per­messo a nes­suno la per­ma­nenza. Lui abbrac­cia Magda e va fuori. Giu­sto il tempo di fumare un intero pacco di siga­rette e fare avanti e indie­tro lungo il via­letto che porta all’entrata della cli­nica e sono già le due. Piotr torna den­tro il reparto, e poco dopo esce insieme a Magda. L’intervento è pie­na­mente riu­scito. La tiene stretta a lui, la con­sola e gli asciuga le lacrime che le sol­cano il viso. Non c’è tempo per fer­marsi, devono subito ripar­tire per Var­sa­via.

Vi sem­bra una sto­ria roman­zata? Non lo è. Le uni­che parole di fan­ta­sia sono i nomi dei due ragazzi. Il resto è il rac­conto di una delle tante, tan­tis­sime cop­pie polac­che che ogni giorno affol­lano il reparto di gine­co­lo­gia della Medi­kli­nik di Levice. A prima vista sem­bra una cit­ta­dina ano­nima, fuori dai cir­cuiti turi­stici. Niente mera­vi­glie archi­tet­to­ni­che o musei da urlo, ma il cen­tro sto­rico è curato e le strade sono pulite, e c’è anche un grande parco pub­blico pieno di mamme con i pas­seg­gini, anziani che sie­dono sulle pan­chine e cop­piette di ado­le­scenti che amo­reg­giano. La cli­nica si trova a 10 minuti di mac­china dalla sta­zione fer­ro­via­ria, in una col­lina immersa nel verde e nella tran­quil­lità. E’ spe­cia­liz­zata in orto­pe­dia, chi­rur­gia este­tica e (da alcuni anni) aborto tera­peu­tico. Sul sito web (www.mediklinik.sk) è pos­si­bile leg­gere in polacco tutte le infor­ma­zioni neces­sa­rie. Basta tele­fo­nare, fis­sare l’appuntamento e pre­sen­tarsi in cli­nica. Tutti gli esami ver­ranno effet­tuati prima dell’intervento. Il tutto dura poche ore e poi si può tor­nare a casa. Il per­so­nale medico ed infer­mie­ri­stico parla polacco (slo­vacco e polacco in para­gone sono come spa­gnolo e ita­liano) e rende meno trau­ma­tica la degenza delle pazienti.

Zol­tan Csen­des, diret­tore della cli­nica, ci dice che l’80% di chi viene qui per l’aborto tera­peu­tico è polacco, ragazze tra i 20–25 anni. In media ven­gono effet­tuati 4 inter­venti al giorno. Il costo dell’operazione è la metà, rispetto ad una cli­nica pri­vata in Ger­ma­nia o Gran Bre­ta­gna, e vista la ristret­tis­sima legge polacca sull’aborto, sono tanti quelli che scel­gono di met­tersi in viag­gio per Levice invece di tro­vare un gine­co­logo com­pia­cente in Polo­nia per l’aborto clan­de­stino, il cui costo varia dai 2 ai 4 mila zloty (500–1.000 euro). Non esi­stono dati uffi­ciali, ma le asso­cia­zioni per i diritti delle donne cal­co­lano che in Polo­nia ogni anno ven­gono effet­tuati circa 180 mila aborti clan­de­stini. Nella mag­gior parte dei casi, l’intervento chi­rur­gico viene fatto in appar­ta­menti pri­vati, in un ambiente poco ste­rile e con l’ansia costante del medico che vuole por­tare a ter­mine l’operazione nel più breve tempo pos­si­bile. Se viene sco­perto, fini­sce in galera.
Tutto ciò, ovvia­mente, se hai i soldi per farlo. In caso con­tra­rio, ci sono le “mam­mane”. È nelle cam­pa­gne, lon­tano dalla moder­nità, che si con­suma la tra­ge­dia di tante gio­vani donne. «Molte arri­vano in ospe­dale quando ora­mai non c’è più nulla da fare per­ché hanno perso troppo san­gue», si con­fida il dot­tor M., che ci chiede l’anonimato. Lavora nel reparto di gine­co­lo­gia in un ospe­dale pub­blico di Poz­nan. «La situa­zione in Polo­nia è dram­ma­tica – con­ti­nua – non solo per le donne, ma anche per i medici. I diret­tori di molti ospe­dali sono legati a dop­pio filo alla poli­tica e hanno ami­ci­zie influenti nelle gerar­chie eccle­sia­sti­che. Sono loro che det­tano la linea, e se la poli­tica uffi­ciosa dell’ospedale è quella di dire no all’aborto, sem­pre e comun­que, anche i medici non obiet­tori sono tenuti a farlo. In caso con­tra­rio perdi il lavoro».

Abbiamo pro­vato a fare un giro negli ospe­dali di Var­sa­via e di Poz­nan, cer­cando di par­lare dell’argomento scot­tante con i dot­tori e gli infer­mieri in ser­vi­zio. «No com­ment», è l’atteggiamento gene­rale. Un’infermiera a Var­sa­via ha tagliato corto dicendo che «in que­sto ospe­dale siamo con­tro l’aborto, non ci inte­ressa altro». Ed è pro­prio da que­ste parole che viene fuori una realtà imba­raz­zante e para­dos­sale. Pur avendo una donna i requi­siti di legge neces­sari per poter chie­dere l’interruzione legale della gra­vi­danza, ciò viene siste­ma­ti­ca­mente igno­rato dalla mag­gior parte delle strut­ture sani­ta­rie nazionali.

L’aborto tera­peu­tico viene per­ce­pito come un cri­mine da una parte del mondo medico ed un serio osta­colo alla car­riera, salvo poi, per molti di loro, spar­tirsi senza rimorsi di coscienza il ghiotto mer­cato degli aborti clan­de­stini. Nel mese di mag­gio, 3 mila medici hanno fir­mato una «dichia­ra­zione di fede» in cui chie­dono gli sia rico­no­sciuto il diritto di ope­rare in linea con le pro­prie con­vin­zioni reli­giose e riget­tano alcune pra­ti­che medi­che come l’aborto, la con­trac­ce­zione, la fecon­da­zione in vitro e l’eutanasia. Un docu­mento for­te­mente appog­giato dalla Curia polacca e dal par­tito ultra­con­ser­va­tore Prawo i spra­wied­li­wosc (Pis, Legge e giu­sti­zia) che vuole ren­dere l’aborto com­ple­ta­mente ille­gale. Il governo polacco, sta­volta, non ha fatto orec­chie da mer­cante. Il pre­mier mode­rato Donald Tusk ha sot­to­li­neato che «i medici sono obbli­gati a rispet­tare la legge; ogni paziente deve essere sicuro che i dot­tori appli­che­ranno tutte le pro­ce­dure neces­sa­rie in accordo con la legge».
Che sia il primo stop con­tro l’invadenza della Chiesa Cat­to­lica nella vita pub­blica del Paese? Forse no, ma è un passo avanti.

Basta ostacoli alla legge 194!

  • Mercoledì, 16 Luglio 2014 08:08 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
16 07 2014

Ha subito negli anni e sotto varie forme un costante boicottaggio. L’intervento del presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, che modifica il ruolo dell’obiezione di coscienza per il personale dei consultori, rappresenta un passo nella giusta direzione


La legge 194/78, quella che ha consentito l’interruzione volontaria di gravidanza, ha subito un costante boicottaggio, che ha assunto nel tempo varie forme e modalità. Le interpretazioni della legge sono state piegate strumentalmente secondo gli scopi del momento, come dimostra la storia della obiezione di coscienza e della sua portata (non è affatto scontato che questa costituisca un diritto - e per di più un diritto privilegiato senza oneri, come accade invece per l’obiezione militare; che ci siano dei doveri costituzionali da rispettare è ben illustrato in un libro recente di Federica Grandi, Doveri costituzionali e obiezione di coscienza, Ed. Sc. Napoli 2014).

Memoria storica impone di ricordare che, all’inizio, gli obiettori sostenevano che la loro coscienza li esonerava da tutti i tipi di atti e attività, a tal fine interpretando nel modo più esteso - e illegittimo - la dizione “esonera il personale…dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza”.

Ma, ben presto, i cosiddetti movimenti per la vita si resero conto che in tal modo si precludevano ogni diretto contatto con le donne che chiedevano di abortire e quindi perdevano occasioni di dissuasione. Dunque introdussero la distinzione, nell’art. 5, tra il rilascio del certificato attestante l’urgenza, che consente di praticare l’interruzione di gravidanza, e il documento invece attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta della donna. Sostennero che quest’ultimo, non essendo diretto all’interruzione, era dovuto e non poteva essere rifiutato accampando l’obiezione di coscienza. La tesi fu esplicitata allora dalla Regione Veneto (nella circ. 54 del 1978).

Ma poi tale tesi è stata superata in quanto non più utile: quel distinguo è stato reso superfluo dal consolidarsi di fatto della obiezione che è divenuta maggioritaria in molte strutture e in alcune totale, tanto da determinare la cosiddetta obiezione di struttura (chiaramente illecita perché l’art. 9 impone che “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso a assicurare l’espletamento delle procedure e l’effettuazione degli interventi” )

E l’interpretazione viene nuovamente ampliata secondo gli interessi degli obiettori di comodo che rivendicano un diritto a tutto campo. Anzi - da quella via - anche farmacisti e medici di base si pretendono obiettori e vorrebbero comprendere nell’esonero perfino la pillola del giorno dopo (che nulla hanno a che vedere con l’interruzione volontaria di gravidanza).

Per questo, quando Zingaretti della regione Lazio prescrive nelle sue linee di indirizzo che il personale operante nei Consultori familiari non può esercitare l’obiezione di coscienza rispetto alla attività di attestazione dello stato di gravidanza e della richiesta della donna di effettuare IVG, nonché deve prescrivere la pillola del giorno dopo, fa semplicemente il suo dovere.

Anzi quello che la regione Lazio manda ai consultori dovrebbe essere indirizzato - ben più incisivamente - alle strutture sanitarie, perché lì il problema si impone frontalmente, quando cioè occorre effettuare l’interruzione.

Il vento sta cambiando. In più città si stanno muovendo gruppi di lavoro composti da associazioni di donne e misti, operatori e esperti (giuristi e medici), raccogliendo le forze, promuovendo iniziative di stimolo e di suggerimento alle istituzioni, ma anche con diffide e messa in mora degli enti che non assicurano l’effettuazione degli interventi di IVG.

Occorre un’attenta raccolta dei dati numerici (analitici per struttura e complessivi) per mettere in luce le illegittime obiezioni di struttura e stroncarle. Bisogna richiamare le Regioni al loro dovere (è sempre l’art.9) di controllo e di garanzia dell’attuazione della legge “anche attraverso la mobilità del personale”. Costruttivamente occorre adoperarsi per eliminare la vergogna degli obiettori di comodo, intervenendo a livello amministrativo sui profili organizzativi e del lavoro. Ma anche offrire disponibilità legale per tutelare giudizialmente le donne che subiscono danni oppure ricevono rifiuti e incontrano ostacoli nell’ottenere IVG o aborto farmacologico o la pillola del giorno dopo.

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