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Lesbica non è un insulto

  • Giovedì, 26 Febbraio 2015 15:48 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
26 02 2015

In Italiano esistono tantissime parole, molte di origine dialettale, per offendere un omosessuale maschio. Per le donne omosessuali, invece, basta dire lesbica. Ciò accade perché, nel nostro paese, l’immaginario legato alle donne che amano altre donne è del tutto distorto, oppure assente. Le lesbiche possono essere creature o molto brutte e molto mascoline (quindi non desiderabili dagli uomini), oppure le protagoniste di tantissimi film porno, dove – ovviamente – arriva il maschio di turno a insegnare loro cos’è davvero il sesso (quindi, lesbiche a tempo determinato).

E in questo triste scenario, fatto di stereotipi e di distorsione della realtà, una giovane fotografa torinese Martina Marongiu ha realizzato “Lesbica non è un insulto”. Si tratta di 12 scatti in cui i corpi delle modelle diventano una tela dove vengono scritte le risposte a quelle frasi che ogni lesbica si sente tatuare addosso nel momento in cui scopre il proprio orientamento sessuale. «In questo modo, i corpi diventano degli strumenti per lanciare un messaggio semplice e diretto», ci ha spiegato Martina Marongiu.

Il lavoro è nato dal confronto con le ragazze che hanno posato, Fabiana Lassandro, Dunja Lavecchia, Letizia Salerno, Morena Terranova, «abbiamo scelto le frasi insieme. E la domanda di partenza era “qual è il pregiudizio che ti senti più addosso?”». E così sono nate alcune delle scritte sui corpi delle modelle: “Non tutte le lesbiche hanno i capelli corti”, “Con lei tocco il cielo con due dita”, “Non cercare chi fa l’uomo”, “Amo le donne non odio gli uomini”, “Sono lesbica e non è una fase”, “Non ostento, esisto”.

Il progetto, nato nel 2013, è stato finora portato in giro soprattutto nel Nord Italia, in diversi contesti, sia LGBT che non. Uno dei più importanti è stato Paratissima, mostra di arte contemporanea torinese, con più di 600 espositori, dove Lesbica non è un insulto si è classificato tra i primi 15. «Ad ogni esposizione lasciamo il libretto dei commenti, dove chi vuole può esprimere il proprio parere. E alcuni sono incredibili, oltre a chi ci sostiene, ci sono persone che criticano i riferimenti al sesso, del tipo, “la storia delle due dita ve la potevate evitare”, “volete comunicare o sedurre?”, oppure, e spesso sono gli uomini, chi considera le foto troppo“provocanti”».

In effetti, i corpi rappresentati in Lesbica non è un insulto non sono né asessuati, né asettici, «la mia intenzione era realizzare delle belle immagini, non immagini mediocri o immagini bruttine. Tutte e cinque le modelle hanno banalmente un bel fisico, e sono così, non le ho neanche modificate con Photoshop».

Quest’inverno è partito il crowdfounding per il progetto, che si è chiuso pochi giorni fa con successo, «molte associazioni ci avevano chiesto di portare le foto in giro per l’Italia – ha spiegato Martina Marongiu – ma spesso era difficile avere un rimborso spese. Così, con i soldi del crowdfounding, possiamo partire in tour, prima tappa a marzo, a Torino, circolo Mourice, poi Genova, Reggio Emilia, e in Toscana. Inoltre vogliamo ristampare le foto».

Lesbica non è un insulto, però, non si ferma qui. «Grazie al NoStrano Festival – ci ha raccontato Martina Marongiu – abbiamo conosciuto le Badhole. E le prossime modelle saranno proprio loro». E allora non ci resta che aspettare per vedere il risultato di quest’incontro con le autrici e registe di Re(l)azioni a catena, che di sicuro sarà molto, molto interessante.

Potete trovare Lesbica non è un insulto su Facebook, Instagram e sito web.

"Sono una scrittrice, e appartengo al mondo, non a un genere o a un tipo di sessualità. Però sono felice di aver parlato chiaro, di avere aiutato la gente a non avere paura rispetto alle scelte sessuali". ...
"Sei proprio una lesbica!". Elena Lazzari, 20 anni, per strada a Brescia si è sentita urlare spesso questa frase. Ma lesbica non è un insulto, esprime un'identità sessuale, ancora nascosta, spesso negata. ...

Io, lesbica e credente. Non voglio essere “curata”

Corriere della Sera
28 09 2013

Non si può costringere una donna eterosessuale a innamorarsi di una donna, perché non riesce, il suo cuore batterà per un uomo e il suo desiderio sarà orientato verso di lui

di Francesca*

 Pubblichiamo la lettera di una lettrice del Blog, Francesca, che condivide con noi le sue riflessioni sulle discriminazioni di cui è oggetto il mondo LGBT, lesbico-gay-bisessuale-transgender, ancora oggi, in Italia.  

In merito all’articolo da voi pubblicato intitolato Il problema è l’omofobo, non il gay: i pregiudizi degli psicologi italiani, condivido pienamente la posizione del Dott. Vittorio Lingiardi riguardo al tema dell’omofobia. Come donna omosessuale e credente, vorrei rivolgermi a quegli psicologi cattolici e non, che pensano che si possa fare un percorso per curare l’omosessualità. Vorrei dire loro: non avete idea di quanti danni psicologici causate cercando di “trasformare” un omosessuale in eterosessuale. Questo non è possibile! Anzi crea dei danni psicologici pesantissimi da cui è difficilissimo risollevarsi. È come se una persona che nasce con gli occhi azzurri, volesse gli occhi neri: non è possibile cambiare il colore! Lo stesso vale per l’omosessualità, se una persona  ha il cuore che gli/ le  batte per una persona dello stesso sesso, non può costringersi ad innamorarsi di una persona del sesso opposto, perché non riesce, può volere bene a questa persona, provare stima e fiducia, ma non amore e desiderio. Così come non si può costringere una donna eterosessuale ad innamorarsi di una donna, perché non riesce, il suo cuore batterà per un uomo e il suo desiderio sarà orientato verso di lui.   Quello che potete fare, cari psicologi è aiutare, col vostro lavoro, è aiutare  il paziente ad accettare la propria omosessualità; accettazione che sarebbe già naturale se la società non avesse creato nelle persone omosessuali paure e senso di vergogna. Mi rivolgo anche agli omosessuali e alle  lesbiche che pensano che queste  terapie funzionino e dico loro: avete mai sentito di un eterosessuale che vuole diventare omosessuale?  L’unica cosa da fare è amare se stessi per quello che si è.  

E ancora mi chiedo: perchè nonostante Papa Francesco abbia dimostrato una grande apertura verso gli omosessuali, lo Stato fatica così tanto nel far passare una legge contro l’omofobia? Io come omosessuale e credente  ho vissuto sulla mia pelle le difficoltà e le discriminazioni della società. Ora che la Chiesa ha fatto un grande passo in avanti, di che cosa ha paura lo Stato? Non posso credere che la maggior parte di coloro che si oppongono a una legge contro l’omofobia siano cattolici:  chi si definisce cattolico e va contro il Vangelo dell’accoglienza, mi spaventa! I cattolici di vera fede, e non i ” farisei” come li chiamerebbe Gesù, sono a favore di questa legge perchè difende le minoranze e “i feriti sociali”, così come si sono  definiti gli omosessuali argentini citati dal Papa nell’ intervista rilasciata alla rivista ” Civiltà Cattolica” , di cui avete riportato una parte sul Corriere nei giorni scorsi. Per questo mi chiedo, quali sono le paure dei nostri governanti?

 

Some prefer cake (Bologna lesbian film festival)

  • Martedì, 17 Settembre 2013 08:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Un altro genere di comunicazione
17 09 2013

Anche quest’anno, a Bologna, nei prossimi giorni (dal 18 al 22 settembre) si svolgerà “Some prefer cake”, un festival di film davvero interessante, giunto alla sua settima edizione che porta avanti e rende visibile la cultura lesbica.
Festival cinema lesbico a Bologna

L’edizione di quest’anno del festival approfondisce il tema dei crimini d’odio verso le lesbiche nere sudafricane. Le lesbiche, i gay, le persone transessuali, insomma tutt* coloro che non si uniformano al modello “vincente” di maschio bianco e eterosessuale, sono scomod* nel momento in cui si vedono, in cui producono cultura. Ebbene, evviva la scomodità, allora! E che si produca tanta cultura, che essa sia ben visibile!

Il festival allarga lo sguardo anche alle tematiche di genere. Lo scorso anno Zanele Muholi (attivista sudafricana) ha portato all’attenzione degli intervenuti al Festival, le violenze inferte alle lesbiche nere del Sudafrica che subiscono, da parte dei loro uomini, degli stupri “correttivi” e vengono fatte, in questo modo, oggetto di violenza, in quanto donne ed in quanto lesbiche. E’ in questo contesto (e a queste donne è dedicata), che il giorno 22, al mattino, presso la Sala Berti del Cinema Nosabella, si svolgerà la tavola rotonda: “Emergenza, raptus e delitto passionale”, organizzata da Fuoricampo e Comunicattive, alla quale parteciperanno alcune personalità appartenenti a realtà attive in rete e sul territorio nei campi di interesse delle tematiche di genere e della lotta all’omofobia.

Grazie all’attivismo di queste persone nella nostra società si stanno diffondendo alcuni termini (come “femminicidio”), si sta iniziando a fare informazione, cultura “di genere”, si sta facendo sensibilizzazione.
Purtroppo le informazioni al grande pubblico sono ancora veicolate dai mass media tradizionali, con la TV in testa e le notizie che riguardano questi temi vengono trattate e manipolate in modo da stravolgere quelli che sono i fatti.
Molto spesso abbiamo evidenziato nel nostro lavoro, come la terminologia e le immagini scelte per illustrare i casi di violenza contro le donne siamo improntate alla morbosità, al voyeurismo, al ridurre i femminicidi e gli stupri a “raptus” a “momenti di follia”, ad “attimi di passione”. Tutto questo contribuisce a rinforzare la cultura patriarcale (e anche il razzismo, in molti casi, quando si preme sulla nazionalità di colui che agisce violenza, o quando si riduce la vittima, come nel caso, recentissimo, di Marilia Rodrigues, ad essere “la Brasiliana”), orientando in modo distorto le opinioni della gente.

Lesbofobia e violenza di genere sono strettamente intrecciate e questa tavola rotonda ha lo scopo di studiare strategie comunicative comuni, affinché l’informazione su questi temi sia sempre più un’informazione corretta e non presentata in un’ottica “giustificatoria” del colpevole.
Liberiamoci, insomma, nell’informare, dello sguardo “patriarcale”!

Ci saremo anche noi di Un Altro Genere di Comunicazione col nostro video “La violenza sulle donne raccontata dai media”

Qui il programma completo del festival.

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