L'incredibile can can organizzato intorno alla ricerca dei tre giovani rapiti ha anche dato la stura a tutto il veleno accumulato sottopelle nella società israeliana: razzismo, fondamentalismo religioso e nazionalismo integralista hanno alimentato forti ondate di fascismo, rasentando il neonazismo. Il culmine è stato raggiunto con il barbaro assassinio del giovane palestinese, picchiato, cosparso di benzina e bruciato! ...
Secondo quanto denuncia Medici per i Diritti Umani Israele, l'Ospedale Shiefa, il più grande ospedale della Striscia di Gaza, che dall'inizio dell'offensiva ha curato oltre la metà dei feriti, si è trovato costretto a usare le forniture di emergenza che saranno però sufficienti solo per i prossimi due giorni. Lo staff medico dell'ospedale Alodda di Jabaliya è costretto a improvvisare e trovare alternative per i materiali di base. ...

Iran, vietato lo stadio alle donne

  • Mercoledì, 02 Luglio 2014 08:40 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
02 07 2014

Sembrava ci fosse stata qualche apertura sul fronte delle donne per quanto riguarda la loro presenza negli stadi e invece nulla di fatto. Alcuni giorni fa, a Tehran, durante la partita di volley tra le nazionali maschile dell'Iran e quella del Brasile, presso lo Stadio Azadi, alle donne brasiliane é stata data la possibilitá di entrare e tifare per la propria squadra, mentre a quelle iraniane é stato imposto di rimanere dietro ai cancelli.

Il divieto alle donne iraniane. La nazionale di pallavolo in Iran é in forte ascesa. Grazie all'ereditá lasciata dall'allenatore argentino Julio Velasco, oggi i successi nel volley stanno dando grandi soddisfazioni, sia al paese che alla sua popolazione, grazie all'allenatore serbo, Slobodan Kovac. Proprio per merito di queste vittorie, le restrizioni erano state in parte rimosse. Dal 2012 peró le autoritá hanno stabilito rigorosamente il divieto alle donne di assistere a partite di squadre maschili all'interno degli stadi. Restrizione tuttora in vigore. Pochi giorni fa, si é disputata la partita tra Iran e Brasile, valida per la qualificazione ai campionati mondiali. Piú della vittoria del Brasile (3-0) la notizia ha fatto il giro del web e dei media per il raduno di attiviste e tifose che hanno manifestato davanti allo Stadio Azadi per il divieto imposto alle sole donne iraniane di entrare. Il sito di informazioni Kanoon Znan ha reso noto che, nonostante la Fivb Federazione Internazionale di Pallavolo abbia ottenuto dalla Federazione Iraniana l'autorizzazione a tenere aperto lo stadio, il divieto alle donne é stato imposto ugualmente.

La protesta e le motivazioni delle autoritá. Sono state circa 50 le persone che si sono radunate davanti allo stadio sventolando le bandiere dell'Iran e protestando pacificamente contro le autoritá per non aver concesso l'entrata. Alla protesta come unica giustificazione del divieto é stato risposto che "le donne non possono vedere dal vivo eventi sportivi che coinvolgono squadre maschili". La manifestazione é stata soprattutto fomentata quando le donne iraniane pronte a tifare per la propria squadra hanno visto entrare le donne brasiliane all'interno dello stadio, mentre loro sono state lasciate fuori. Anche a questo le autoritá hanno risposto sostenendo che le brasiliane erano in possesso di passaporto e che le donne tifose iraniane "sarebbero dovute rimanere in casa e pregare per il buon esito della partita a favore della squadra nazionale".

Le brasiliane hanno sangue diverso? Il sito degli studenti iraniani News Agency ISNA ha condannato questa restrizione da parte delle autoritá attraverso un editoriale dal titolo: "Il sangue delle donne brasiliane é piú rosso delle iraniane?". Il titolo riprende un famoso detto persiano nel quale il colore del sangue unifica le razze negando ogni forma di discriminazione. "Ció che rende piú amaro - si legge - é vedere le donne brasiliane entrare allo stadio libere mentalmente da qualsiasi vincolo e pronte a tifare e supportare la propria squadra. Al contrario le donne iraniane sono rimaste dietro ai cancelli. Apparentemente un passaporto brasiliano ha più credibilità di una identità iraniana nella nostra terra".

Sempre secondo la ISNA, la sig. ra Shahindokht Mowlaverdi, vice presidente del Presidente Iraniano Hassan Rohani delegata per le donne e la famiglia, ha anch'essa criticato il divieto affermando che le istituzioni di polizia e di sicurezza dovrebbero comprendere i benefici della presenza delle donne e l'ondata di felicità che raggiunge le famiglie e la società.

Quel linguaggio violento degli antiabortisti

Il Fatto Quotidiano
24 06 2014

A Lecce discutono di cimiteri per i “bimbi mai nati”, e in realtà parlano di feti o ancor prima di embrioni, e Maria Luisa Mastrogiovanni, direttrice del Tacco d’Italia, ha scritto una cosa che ha fatto infuriare gli antiabortisti. Da quel che leggo le sarebbero arrivate minacce e insulti d’ogni tipo e alla violenza simbolica della quale si fa portatore chiunque parli di “bambini” ai quali dare un nome quando c’è da seppellirne i feti si aggiunge una violenza verbale che rimette a posto quella donna che osa dire con chiarezza che di tutto ciò ne abbiamo abbastanza.

D’altra parte leggo della regione Lazio che, dopo la brutta parentesi della proposta Tarzia sull’introduzione di antiabortisti presso i consultori, ora si accingerebbe a stabilire che i medici che stanno nei consultori non potranno obiettare. Gli unici obiettori di coscienza previsti dalla legge 194 sono infatti quelli che concretamente avrebbero la funzione di praticare l’interruzione volontaria di gravidanza. Quello della regione Lazio sarebbe perciò un atto dovuto, per quanto, di questi tempi, per nulla scontato.

Ma ciò su cui vorrei riflettere, in poche battute, è la violenza del linguaggio di certi contesti antiabortisti. Vi basta cercare su google la parola “aborto” per trovare esempi di ritualità macabre e scenari horror. Brandelli di feti squartati, donne definite “assassine”, immagini surreali in cui vedi un bambino a occhi aperti dentro la pancia di una donna, così a seguire le uniche foto accettabili sono quelle in cui c’è un lui che tutela quel grembo, quasi a voler dire che la donna, da sola, proprio non ce la farebbe. Quello che viene fuori è la costante esigenza di fare apparire le donne come irresponsabili, minorate, incapaci di intendere e volere e dunque da sottoporre a tutela di un uomo che meglio di noi saprà tutelare quel feto.

Preciso che quanto scrivo non ha nulla a che vedere con le campagne che esibiscono richiesta materna di monopolio genitoriale. Anzi. Sarebbe ottimo prevedere forme di genitorialità condivisa in ogni occasione possibile. Il punto è che la genitorialità passa innanzitutto dalla scelta responsabile di chi vuole fare un figlio e i corpi delle donne, che lo vogliate o no, non sono dei contenitori. Non possono essere sottoposti ad alcun obbligo o divieto istituzionale.

Il corpo delle donne, fragile, da tutelare, consegnato allo Stato, come corpo sociale, oggetto di attenzione e controllo sociale, è roba da Stato fascista. I corpi non possono appartenere allo Stato, neppure in nome di un bene superiore da tutelare. Consegnare i corpi per questioni di “sicurezza”, per esempio, è già una sottrazione di autonomia a cura di uno Stato paternalista che esige di scegliere al tuo posto su come e quando dovrai risolvere il tuo problema di violenza. Pretendere che lo Stato abbia l’ultima parola sulla gravidanza di una donna è allo stesso modo autoritario.

Del fatto che quei corpi non possono essere autoritariamente controllati la società è stata, comunque, sempre più consapevole. Più le donne assumevano controllo della propria scelta di maternità e più la società si adoperava per convincerci che fare figli è una gran cosa, la piena realizzazione della nostra vita, e che abortire invece è un male. Tutta la discussione pubblica è sempre articolata in modo tale da suscitare in noi sensi di colpa. La colpa delle donne, di quelle che non vogliono essere madri, di quelle che lo sono troppo poco, e di quelle, ancora, che non accettano imposizioni di alcun tipo.

Qui non si parla del ruolo materno, tenendo conto di quanto sia discutibile la storia dell’istinto e del destino naturale di tutte le donne, ma del fatto che alle donne viene, per certi versi, rubato il diritto di esercitare libertà di scelta. Allora chiedo coerenza a tutte quelle persone che, per esempio, hanno un’opinione laica sulla gestione dei corpi delle donne quando si tratta di ragionare sul mestiere che vogliono fare. Se faccio l’attrice porno, la sex worker, la marchettara in qualunque forma, è una mia scelta e nessuno dovrebbe imporre norme che mi vietino una di queste cose. Allo stesso modo, dato che la maternità deve essere una scelta, non si può imporre ad una donna di fare un figlio se non lo vuole. Perché è pur sempre una storia che passa per i nostri corpi. Perché bisogna smetterla di impedirci di accedere alla prevenzione.

Se gli antiabortisti non si opponessero all’educazione sessuale nelle scuole, alla contraccezione d’emergenza e se non si continuasse a voler fare “abortire con dolore” ma prima ancora “fare sesso con dolore” e solo per motivi riproduttivi, se tutto, insomma, fosse un po’ più laico, forse, non ci sarebbero neppure aborti.

Perché un aborto è una cosa intima, è una scelta personale, è una vicenda talmente complessa e soggettiva, talvolta dolorosa, che non può esaurirsi neppure nelle poche parole che scrivo qui io, e dunque si, questa cosa dei cimiteri con i nomi e cognomi dei feti è un anatema lanciato contro quelle che abortiscono, è un altro, tra i tanti, modi per definirci come difettose, è una delle tante ritualità macabre celebrate da chi non ha alcuno scrupolo a manifestare, con bambole rivestite di sangue, e a parlare, senza alcun pudore, dell’uso che si dovrebbe fare dei corpi delle donne.

Il corpo delle donne è di ciascuna tra quelle donne. Questo non è negoziabile. La legge già dà la possibilità di seppellire un feto se qualcuna volesse farlo, e dunque il fatto di contrassegnare intere zone ai “bimbi non nati” ha un valore simbolico di tutt’altro genere. Lo dico alle donne che abortiscono non per scelta e che vogliono seppellire quel feto: non cadete nel gioco che fanno gli antiabortisti. Vogliono metterci le une contro le altre, fanno uso del vostro dolore per rinfacciarlo all’altra, ma quella che abortisce non ha mai imposto nulla a chi non vuole farlo. Non fate, ve ne prego, in modo che avvenga il contrario.

 

Il Fatto Quotidiano
12 05 2014

di Riccardo Noury 

Oggi vorrei chiedere ai lettori e alle lettrici di questo blog di immaginare il dolore inferto da una frustata sulla schiena. Di moltiplicarlo per 10, poi per 100, poi per 1000.

A 1000 frustate è stato condannato il 7 maggio Raif Badawi, cofondatore del sito Liberali dell’Arabia Saudita. Impossibile che la sentenza emessa dalla corte penale di Gedda venga eseguita. Badawi morirebbe molto prima della millesima frustata e non potrebbe dunque scontare la “vera” condanna: 10 anni di carcere.

Le 1000 frustate sono un monito, crudele e arrogante, che il regno dell’Arabia Saudita lancia ai suoi oppositori pacifici, i dissidenti, gli attivisti per i diritti umani: non ci provate!

Non ci provate neanche a creare un innocuo forum online di discussione e ad esercitare il vostro diritto alla libertà d’espressione. Potreste incorrere, anzi incorrerete, nel reato di offesa all’Islam. Se sarete fortunati, però, potrete evitare l’accusa di apostasia e dunque una condanna alla decapitazione in piazza.

Badawi era stato arrestato nel 2012 per aver violato le leggi sulle comunicazioni elettroniche e aver offeso l’Islam attraverso i suoi scritti e i commenti pubblicati sul suo forum. In primo grado era stato condannato a sette anni e 600 frustate. In appello, avete letto com’è andata.

Amnesty International lancerà un nuovo appello per l’annullamento della condanna e l’immediata scarcerazione di Badawi.

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