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Libertà va cercando. Ma non la troverà, pare, in Italia. Dal terzo Congresso Mondiale per la libertà di ricerca scientifica che si è aperto ieri a Roma emerge infatti che il nostro Paese ha qualche problema su questo fronte. ...

Basta aggiungere una "M" e lo Zoo va giù…

  • Venerdì, 21 Marzo 2014 12:07 ,
  • Pubblicato in Flash news

Intersezioni
21 03 2014

Premessa necessaria: Gli zoo pubblici, per come li conosciamo oggi, affondano le proprie radici nel periodo di espansione coloniale europea. Storicamente, gli zoo di animali sono nati insieme agli zoo umani. Gli zoo umani erano una componente chiave delle fiere ed esposizioni mondiali, nelle quali le potenze coloniali mostravano la loro ricchezza e tecnologia avanzata accanto ai “selvaggi” conquistati. Venivano pertanto costruiti villaggi di popolazioni indigene come replica del loro supposto “habitat naturale”, di modo che il pubblico potesse vederli nei loro supposti ”costumi tradizionali”. Questi individui erano spesso schiavi. Per lungo tempo i “selvaggi” vennero mostrati a fianco della fauna selvatica, a rafforzare la pretesa dei conquistatori che gli indigeni fossero l’anello mancante tra animali ed esseri umani.

Nel libro Metamorphoses of the zoo: Animal encounter after Noah, Ralph Acampora, citando la famosa e triste storia di Ota Benga, giovane guerriero pigmeo recluso nello Zoo del Bronx nel 1906, afferma: ”A prescindere dall’indignazione che ci suscita la prigionia di Ota Benga, la questione cruciale è quella posta da Hari Jagannathan Balasubramanian: Per quale motivo la maggior parte di noi non condanna, oggi, quello che nel 2107 sarà percepito come davvero vergognoso? Forse, nel 2107, gli zoo saranno visti come una vergogna.”

Immagino di trovarmi in una prigione di nuova concezione: al suo interno non ci sono sbarre. Le celle non sono tutte bianche e uguali ma arredate con mobilio e svaghi. Le guardie sembrano persino un po’ più ‘umane’… Eppure, sono in prigione. Non esistono sbarre, eppure ci sono confini ben definiti; i volumi della libreria che arredano il mio spazio sono in realtà copertine ripiene di polistirolo; non posso scegliere di andarmene di lì, né chi frequentare – sono costretta a condividere i miei spazi con sconosciut*, o magari mi trovo sola – e soprattutto sono continuamente osservata.

Occhi che mi controllano, perché di lì non me ne posso andare. Occhi che definiscono le mie giornate – quando e quanto devo mangiare e bere, ad esempio – scandendole come un metronomo, indipendentemente dai miei desideri. Occhi che, soprattutto, spiano voyeuristicamente ogni centimetro del mio corpo e ogni mio movimento… perché io per quegli occhi sono intrattenimento, non un individuo.

Un posto del genere esiste, anzi ne esistono tanti. In questi posti, oggi, sono prigionieri animali non umani, catturati e reclusi al solo scopo di lucro. Vite rubate ai propri habitat, alle proprie famiglie, alle proprie relazioni, alla propria indipendenza, libertà e autodeterminazione: vite a perdere destinate alla dipendenza dagli umani con la scusa della “conservazione” – mentre al di fuori di questi spazi, la distruzione di habitat e biodiversità procede spedita e senza rimpianti. Vite alla mercé di persone spregevoli, che così tramanderanno, a persone in divenire (i bambini e le bambine la cui spontanea attrazione per il non umano e il selvatico diventa ottima occasione di guadagno), l’idea che i non umani sono a disposizione dei nostri capricci, che dal momento che possiamo disporne sono davvero inferiori agli umani… anche se in fondo fanno simpatia, e meritano un po’ della nostra benevolenza. Quando fa comodo e ce ne avanza un po’, naturalmente.

Solo un essere umano potrebbe cadere nella trappola di una passata di marketing che, con un po’ di belletto pubblicitario e qualche escamotage, tenta di far passare il concetto che un bioparco sia qualcosa di differente dall’ormai screditato zoo. Come se la forma avesse la capacità di cambiare la sostanza. Come se 4 scenografie di resina, un sito web colorato e dalle foto accattivanti – neanche si trattasse di un villaggio vacanze – rendesse più accettabile la deprivazione degli spazi naturali che si tenta pateticamente di riprodurre, il trauma della cattura dei selvatici e l’abominio della cattività. Come se una M, aggiunta ad una parola che ora non va più di moda (zoo non si usa più, è politically uncorrect, e le sbarre, oramai si è capito, è meglio che non si vedano), cambiasse una realtà di sfruttamento e prigionia, isolamento e sradicamento.

Gli animali non umani non si fanno fregare così facilmente, nemmeno noi dovremmo essere così miopi.

“Le insegne luminose attirano gli allocchi” diceva una canzone che ascoltavo molti anni fa, ma gli allocchi a cui si riferiva non erano sicuramente rapaci. Se c’è qualcosa che dobbiamo imparare da quei luoghi di prigionia che sono i bioparchi, è non accettare di essere anche noi prigionieri di scenari falsi, aguzzini sorridenti e occhi perennemente puntati su di noi. Anche il nostro mondo, quello popolato perlopiù da esseri umani, assomiglia sempre più ad un bioparco. Nel quale siamo costantemente controllat*, nel quale non siamo liber* di dissentire, nel quale altr* decidono che cosa è meglio per noi e ci danno tanti nuovi giocattoli per farci dimenticare quanta libertà abbiamo perduto.Ribellarsi a tutto questo, solidarizzare con chi è prigioniero – indipendentemente dalla propria specie di appartenenza – non dimenticare mai che la libertà e l’autodeterminazione sono irrinunciabili per tutti gli individui e che non esiste giocattolo in grado di risarcirne la perdita. Lottare per la libertà di tutti e tutte: ma proprio TUTTI E TUTTE, indipendentemente da razza, specie, genere.

Questo è quello in cui, come attivist*, dobbiamo impegnarci senza sosta se davvero vogliamo abbattere un sistema che si alimenta dell’altrui sfruttamento … E che si tengano le loro cortecce di pino!

feminoska

I culi tornano in tv (Angela Azzaro, Gli Altri)

A un certo punto erano stati oscurati. O forse si erano auto oscurati per protesta. Sta di fatto che a un certo punto i culi erano spariti dalla tv. Non culi qualsiasi. Culi di donna, messi in bella mostra per suscitare l'attenzione e gli appetiti maschili. ...

La Stampa
05 03 2014

“Abbiamo diritto ad essere considerate cittadini come tutti gli altri”: è la tesi che ha spinto un gruppo di attiviste saudite ad inviare una petizione al Consiglio della Shura in Arabia Saudita chiedendo “la fine del dominio maschile e l’estensione dei diritti delle donne”.

Le 25 firmatarie del documento includono alcune docenti universitarie del regno wahabita che hanno deciso di compiere tale passo in coincidenza con l’8 marzo ovvero la Festa della Donna. Azizah al-Yousif, che ha aderito al documento, afferma a “Saudi Gazette” che l’”intenzione del nostro gruppo è di essere ascoltati” affinchè i “diritti delle donne vengano messi in cima alle priorità del Consiglio della Shura”, all’interno del quale vi sarebbero almeno due componenti favorevoli a discutere gli argomenti sollevati.

Il Consiglio della Shura è un organismo consultivo, composto da 150 membri, il cui mandato è proporre nuove leggi e correggere quelle esistenti, sebbene rimanga il sovrano l’unica autorità cui spetta emanarle e ordinarne l’applicazione. In particolare, la petizione delle femministe saudite suggerisce alcuni emendamenti “da adottare il prima possibile” che riguardano la fine dell’obbligo per le donne di avere un’”autorizzazione del guardiano maschio” per completare la propria istruzione, per lavorare o viaggiare. Le donne vogliono anche vedersi riconosciuto il diritto di essere parte civile nei processi, di ricevere trattamenti medici, chiede l’emissione di carte di identità e passaporti senza dover dimostrare di avere il consenso degli uomini. Il riferimento alle cure mediche ha a che fare con le vittime degli abusi domestici - donne e bambini - che chiedono di avere il diritto di farsi ricoverare in ospedale senza essere obbligati ad avere l’autorizzazione di mariti e padri che a volte sono gli stessi autori di tali violenze. Un’altra delle firmatarie, Haya al-Manee, in un articolo sul giornale “Al-Riyadh”, afferma che “il problema alla radice di tali carenze di diritti sta nel considerare le donne come dei minori che hanno bisogno di un’autorizzazione per ogni azione di rilevanza sociale” mentre “le donne saudite meritano di essere trattate da cittadini come tutti gli altri”.

Canfora come Platone? Le premesse di un transfert si coglievano già nel precedente libro su La guerra civile ateniese, contributo "tombale"sulla democrazia antica (e moderna). ...

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