mai più clandestine
12 02 2014

Appello a Zingaretti

In coincidenza con il 35° anniversario della legge 194/78, che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza, una serie di iniziative, anche in ambito parlamentare, hanno sollevato il problema del bilanciamento tra il diritto individuale all’obiezione di coscienza e il diritto delle donne ad accedere all’Ivg in tutte le strutture sanitarie pubbliche. Secondo l’ultima Relazione del Ministero della Salute, nel 2011, l’obiezione di coscienza tra i ginecologi in Italia era pari al 69,3%. A fronte di questo dato, nonostante la stessa legge 194 escluda l’obiezione di struttura, non sono state adottate misure idonee a garantire la presenza di un numero adeguato di medici non obiettori in tutti gli ospedali pubblici.

Nella Regione Lazio la questione è di drammatica urgenza considerato che:

⁃ secondo le rilevazioni dell’Agenzia di Sanità pubblica del Lazio, nel 2011 su 353 medici l’80,7% obietta e su 398 anestesisti il 72,4%;

⁃ secondo i dati della LAIGA (Libera associazione italiana dei ginecologi per l’applicazione della legge 194) nel 2012, nel Lazio l’obiezione di coscienza tra i ginecologi ospedalieri si attesta al 91,3%; in 3 Province su 5 (Frosinone, Rieti, Viterbo) non è possibile eseguire aborti del secondo trimestre (cosiddetti terapeutici); e in 10 strutture pubbliche su 31 (esclusi gli ospedali religiosi e le cliniche accreditate) non si eseguono interruzioni di gravidanza; tra queste, due sono strutture universitarie (il Policlinico di Tor Vergata e l’Azienda Ospedaliera S. Andrea), che dunque disattendono anche il compito della formazione dei nuovi ginecologi, sancito dall’art. 15 della legge 194;

⁃ secondo l’ultima Relazione del Ministero della Salute sull’Interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine (aborto farmacologico) relativa al biennio 2010-2011, su un totale di 11268 Ivg così effettuate a livello nazionale, solo 361 sono state effettuate nel Lazio, contro le 3083 dell’Emilia Romagna; i presidi che hanno messo a disposizione il servizio sono stati 3 nel Lazio, contro i 20 dell’Emilia-Romagna.

Questi dati si traducono in:

- lunghe liste di attesa per le donne, che spesso portano le gravidanze al limite dei novanta giorni;

- sovraccarico di lavoro dei medici non obiettori, che sono completamente assorbiti dalle interruzioni di gravidanza senza poter esercitare la professione nella sua completezza;

- trascuratezza del servizio prestato (spazi insufficienti e degradati; lunghe ore di attesa; assenza di mediazione linguistica; tempi concitati in cui viene meno qualsiasi attenzione alla salute psicofisica delle donne);

- aumento degli aborti nelle strutture private e quindi una evidente discriminazione economica.

A Nicola Zingaretti, presidente Regione Lazio,
con questo appello chiediamo che nella nostra Regione tutti i presidi ospedalieri pubblici e convenzionati garantiscano l’accesso all’Interruzione volontaria di gravidanza e dispongano di un numero adeguato di ginecologi, anestesisti e personale non medico non obiettori. La legge 194 affida infatti alle Regioni la responsabilità della sua piena applicazione anche «attraverso la mobilità del personale.
Un’impostazione ribadita nel luglio 2012 anche dal Comitato nazionale per la bioetica che ha raccomandato «forme di mobilità del personale e di reclutamento differenziato atte a equilibrare, sulla base dei dati disponibili, il numero degli obiettori e dei non obiettori» e controlli «a posteriori per accertare che l’obiettore non svolga attività incompatibili con quella a cui ha fatto obiezione».

Auspichiamo anche che i nuovi criteri di selezione dei direttori sanitari, da Lei recentemente annunciati, rappresentino l’occasione per fare dell’impegno per la piena applicazione della legge 194 un requisito di merito nella scelta di chi dovrà dirigere le Asl del Lazio.

Cordiali saluti,

firma la petizione

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La Stampa
05 02 2014

La città di Raqqa, nel nord-est della Siria, la zona in cui quasi sette mesi fa è stato rapito il gesuita padre Paolo Dall’Oglio, è da mesi il nero avamposto delle milizie jihadiste che hanno affiancato prima e poi surclassato i ribelli anti Assad della prima ora (tra loro il famigerato ISIS, Islamic State of Iraq and Syria). All’ingresso in città un grande striscione annuncia che da lì in poi vige la sharia, legge islamica, in osservanza alla quale, per esempio, le donne locali sono obbligate a coprirsi interamente (volto compreso e guanti), fumare in pubblico la shisha (la pipa ad acqua) è proibito così come ascoltare musica in automobile o nei negozi.

Le regole rigidissime sono state imposte dall’ISIS alcune settimane fa quando alle signore è stato anche intimato di non alzare la voce per la strada e di girare sempre accompagnate da un uomo. Tra gli altri precetti il divieto di esporre fotografie nelle vetrine dei negozi e l’ordine di abbassare tassativamente le saracinesche dieci minuti prima dell’inizio della preghiera.

L’ISIS combatte la sua personalissima battaglia nel nome dell’islam più radicale in maniera ormai completamente autonoma tanto dai ribelli filo occidentali (con cui si scontra continuamente) quanto da altri gruppi jihadisti. La Turchia, il cui confine è poco distante da Raqqa, ha ormai pressoché sigillato le frontiere per paura del contagio terroristico. E nelle ultime ore perfino i vertici di al Qaida hanno preso nuovamente le distanze dichiarando di non essere stati neppure informati della nascita dell’ISIS e di non condividerne la tattica («Non siamo soddisfatti dell’ISIS e abbiamo ordinato la cessazione delle sue azioni. L’Isis non è una filiale di al Qaida e non siamo responsabili per le sue azioni e comportamenti»).

Il radicalismo assunto come mezzo e come fine dello scontro con il regime di Damasco e il ricorso alla violenza barbara e gratuita sta talmente minando l’immagine dell’opposizione (oltre alla sua compattezza) da far osservare ad alcuni analisti la coincidenza d’interessi tra l’ISIS e Assad. Ma tant’è. I feroci combattenti di Abu Bakr al-Baghdadi tirano dritto per la loro strada sulla quale, rivela il quotidiano Ashrq al Awasat, hanno appena messo in campo due battaglioni femminili per effettuare perquisizioni e arresti ai check point evitando ogni forma di promiscuità. Le due unità, che si chiamano “Al-Khansaa” e “Umm al-Rayan” “assumono” solo donne di età compresa tra i 18 e i 25 anni e rigorosamente single. C’è anche un salario mensile, 25 mila lire siriane (circa 200 dollari), poca roba ma pur sempre qualcosa nella Siria dove il prezzo del pane è aumentato del 300%.

I 70 anni di Angela Davis. Un suo articolo contro le carceri

  • Giovedì, 30 Gennaio 2014 13:15 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Angela Davis, Gli Altri
27 gennaio 2014

La prima risposta ai problemi sociali delle persone che vivono in povertà è diventata l'incarcerazione. Quegli stessi problemi sono stati tutti raggruppati insieme nella categoria "criminalità".

La Stampa
07 01 2014

Studenti spiati nei loro comportamenti quotidiani, dalle preferenze politiche fino alle abitudini più intime. Lo scandalo è scoppiato a Gaziantep, nel sud-est della Turchia, vicina al confine con la Siria e di solito considerata un’isola felice nell’ambiente conservatore dell’Anatolia.

Stando a quanto riporta il quotidiano Milliyet, dal 2010 sono stati spiati dai responsabili della sicurezza centinaia di giovani della Gaziantep University, dove hanno stilato veri e propri “profili morali”, prendendo accuratamente nota delle loro frequentazioni. I file sono datati 2010 e 2011, ma Milliyet scrive che molto probabilmente i controlli continuano ancora oggi.

Uno studente, per esempio, è stato schedato per avere avuto una relazione con una sua coetanea curda. La loro storia è stata interrotta dall’intromissione del fratello di lei, che non vedeva di buon occhio il rapporto. In un Paese dove il delitto d’onore è ancora una piaga da debellare, tenere sotto controllo situazioni che poi possono evolvere in tragedie può avere la sua importanza. Il problema è che i controlli sono andati ben oltre.

Studentesse sono finite negli archivi per aver girato “mano nella mano” con il loro fidanzato. Un’altra è stata schedata perché il fidanzato è stato coinvolto in una rissa fuori dalla scuola e lei per questo ha deciso di lasciarlo. Alcuni file hanno un tono inquietante. “La studentessa della prima classe di nome T – si legge su Milliyet – sembra essere in atteggiamenti molto amichevoli con lo studente O. Vivono nello stesso appartamento”.

Grande spazio nei controlli anche all’appartenenza politica. Uno studente del terzo anno è stato schedato perché simpatizzante del Bdp, il Partito curdo per la democrazia e la pace, e per aver incontrato alcune volte altri tre militanti in un parco. Il rettore dell’università di Gaziantep nega qualsiasi coinvolgimento, dicendo che tutte le indagini sono state condotte dalla polizia e la gendarmeria. Ma la spiegazione non convince né gli studenti, né l’opinione pubblica, anche perché, secondo Milliyet, alcuni file sarebbero stati trovati proprio nei computer della segreteria dell’ateneo.

Spiare gli studenti era prassi purtroppo normale durante gli anni in cui i militari erano i protagonisti incontrastati della scena politica turca. Con il nuovo corso inaugurato da Recep Tayyip Erdogan e le sue programma per una maggiore democratizzazione del Paese, si pensava che sarebbero cambiate molte cose, soprattutto per quanto riguarda i costumi e le libertà personali.

Invece il premier islamico-moderato è stato più volte accusato di voler attuare una vera e propria stretta conservatrice sulla società e i suoi comportamenti spesso confermano questo sospetto. Proprio qualche settimana fa, infatti, Erdogan aveva auspicato la chiusura dei dormitori misti, criticando anche gli studenti di sesso diverso che condividono lo stesso appartamento.

Il Corriere della Sera
26 11 2013

A poco più di un anno dall’entrata in vigore della cosiddetta “legge sugli agenti stranieri”, il presidente Vladimir Putin è in Italia. Sarebbe auspicabile che quella legge liberticida, come altre questioni relative ai diritti umani in Russia, fosse presente nei colloqui odierni col presidente del consiglio italiano Enrico Letta.

La “legge sugli agenti stranieri” obbliga le Organizzazioni non governative (Ong) che ricevono fondi dall’estero e svolgono quelle che vengono vagamente definite “attività politiche” a registrarsi come “organizzazioni che svolgono la funzione di un agente straniero”.

Questa legge, secondo Amnesty International, è stata concepita per stigmatizzare e screditare le Ong che si occupano di diritti umani, monitoraggio elettorale e altre questioni sensibili, come la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate). La legge fornisce un pretesto perfetto per multare e chiudere gruppi che esprimono opinioni critiche nei confronti del Cremlino.

Da quando, il 21 novembre 2012, la legge è entrata in vigore, oltre 1000 Ong – tra cui Amnesty International – hanno subito ispezioni, molte delle quali avvenute con troupe della tv di stato al seguito per gettare discredito. Parecchi tra i più importanti gruppi per i diritti umani sono stati multati e alcuni sono stati costretti a chiudere. Ecco qualche altro dato:

- almeno 10 Ong sono state portate in tribunale per non essersi registrate come “organizzazioni che svolgono la funzione di un agente straniero”;

- almeno altre cinque Ong sono finite sotto processo dopo le “ispezioni” per presunte violazioni amministrative come la mancata presentazione di documenti richiesti;

- almeno 10 dirigenti di Ong hanno ricevuto l’ordine di rispettare gli obblighi della “legge sugli agenti stranieri”;

- almeno 37 Ong hanno ricevuto l’ammonimento ufficiale che se continueranno a ricevere fondi dall’estero e a svolgere azioni arbitrariamente definite “attività politiche” (tra cui la pubblicazione di materiale sui diritti umani in Russia e il rifiuto di registrarsi come “organizzazioni che svolgono la funzione di un agente straniero”), violeranno la legge.

Tra coloro che sono stati costretti a cessare le attività, figurano il gruppo di monitoraggio elettorale Golos (Voce), il Centro Kostroma per il sostegno alle pubbliche iniziative e il film festival Lgbti Bok o Bok (Fianco a fianco). Solo la settimana scorsa cinque Ong di Mosca sono comparse in giudizio e le udienze sono state rinviate.

Il prossimo a presentarsi in tribunale sarà il gruppo per i diritti umani Alleanza delle donne del Don, che fornisce sostegno alla popolazione locale su aspetti della vita quotidiana come il lavoro, la famiglia, l’alloggio e la pensione.

Come sostiene Lev Ponomaryov, responsabile del movimento Per i diritti umani, “se ci faranno chiudere, ne risentiranno migliaia di persone in tutta la Russia. Se altre Ong chiuderanno, ne risentiranno decine di migliaia di persone. L’intera società civile sarà condannata”.

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