Liberi tutti

  • Venerdì, 25 Ottobre 2013 14:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Global Project
25 10 2013

Per una volta la realtà dei fatti ha resistito alla coazione giudiziaria, che è un qualcosa che va ben oltre le disposizioni di un codice, perchè investe i mille piani del potere, il suo ventre fisiologicamente repressivo. Certo, la maggiore o minore correttezza di un giudice può fare la differenza, ma in fondo anche essa è una variabile all'interno di un contesto ed è condizionata dal clima che dentro quel contesto si genera.

Per questo lo schiudersi delle porte del carcere e la restituzione di tutti gli/le arrestati/e alla propria vita nasce da un qualcosa che va oltre la rigorosa applicazione delle garanzie codicistiche, un qualcosa che affonda le proprie radici nella manifestazione stessa del 19 ottobre, nella sua capacità di conquistare un inedito spazio politico e di espressione all'interno del quale il tema della conflittualità sociale torna a proporsi non come dimensione ideologico-identitaria ma come dimensione reale dell'agire sociale dentro e contro la crisi.

Nel mezzo della tante analisi sociologiche, politiche, strategiche, che nel volgere di poche ore hanno già tirato da una parte o dall'altra la coperta di quel corteo, nel chiasso bizzarro di proclami improbabili, nelle ansie di chi vorrebbe tirar subito le somme, viene una gran voglia di semplificare e di ricercare proprio nella semplicità, libera dalle sovrastrutture ideologiche, il senso più autentico di una manifestazione che prima di ogni altra cosa ha parlato proprio il linguaggio della libertà.

Libertà dalla povertà e dal bisogno, libertà da una vita miserabile espropriata del bene primario della casa, libertà di autodeterminare i territori in cui viviamo, libertà di accesso allo spazio europeo da parte di migranti in fuga da condizioni di esistenza disumane, libertà di essere protagonisti per ciò che si è e ciò che si fa e non per l'appartenenza ad un qualcosa di precostituito.

Ma anche libertà dalle retoriche consunte, dalla ricerca ossessiva e paranoica del “marchio” da imprimere alla manifestazione, che porta sempre con sé una buona dose di finzione, dalla velleità delle piccole egemonie. Sono tanti i tappi che i movimenti possono trovare lungo i loro percorsi, non ultimo quello costituito dall'inadeguatezza delle interpretazioni di ciò che realmente si muove a livello sociale, costretto dentro schemi precostituiti in cui l'interprete è sempre quello che ha ragione, a cui il futuro regala sempre l'immancabile conferma delle sue ipotesi.

La manifestazione del 19 ottobre ha oltrepassato tutti: coloro che volevano vederci l'insurrezione di una sollevazione generale e quelli che pensavano che si sarebbe ridotta ad un mero rituale; quelli che l'avrebbero comunque esaltata e quelli che, al contrario, l'avrebbero ad ogni costo ridimensionata; tutti coloro che, in un verso o nell'altro, avrebbero voluto trovare nella sua riuscita o nel suo fallimento la conferma delle proprie ragioni “sovrastrutturali”, nate e sedimentate al di fuori della diretta espressione dei bisogni sociali in lotta di cui la manifestazione si è fatta interprete.

Il 19 ottobre è andato semplicemente da un'altra parte ponendo tutti difronte ad una nuova necessità di prospettiva. Ed in questo oltrepassamento, così denso di nuove potenzialità e nuovi interrogativi, scopriamo, rubando un'espressione al poeta dell'infinito, che il “naufragar c'è dolce”, perchè esso, se non siamo piccoli e non ci perdiamo nella ricerca delle medaglie di latta, restituisce a tutti non solo un orizzonte ma anche un po' di libertà. Quella stessa libertà che ha premuto sulle porte di Regina Coeli e di Rebibbia riuscendo alla fine ad aprirle.

Paolo Cognini

Il Fatto Quotidiano
09 10 2013

In Turchia il velo vince sulle scollature provocanti. Da oggi le dipendenti pubbliche turche potranno indossare il velo, mentre chi ha una vestito troppo scollato può rischiare di perdere il lavoro. E’ quello che è accaduto a una presentatrice televisiva messa alla porta dopo che Huseyin Celik, portavoce dell’Akp, partito del premier turco Recep Tayyip Erdogan, ha criticato indirettamente il suo abbigliamento, definendolo “estremo”. Protagonista della vicenda, riportata dal sito web del giornale turco Hurriyet, è la presentatrice televisiva Gozde Kansu. “Non interveniamo contro nessuno, ma questo è troppo. E’ inaccettabile”, ha detto il portavoce dell’Akp, secondo il quotidiano. Dopo le voci sul licenziamento della presentatrice dal varietà ‘Veliaht’ e la sua immediata “scomparsa” dagli studi del programma, il giornale turco scrive che è stata confermata la notizia del “congedo” della conduttrice.

Che il dress code in Turchia stia cambiando, lo si intuisce anche dal fatto che in nome della ‘democratizzazione’, la Turchia targata Recep Tayyip Erdogan torna in realtà indietro di 90 anni abolendo ufficialmente uno dei simboli della repubblica laica, fondata nel 1923 sulle rovine dell’Impero ottomano da Mustafa Kemal Ataturk. Ora infatti, le maestre potranno presentarsi velate nelle scuole, postine e deputate potranno indossare il tradizionale ‘turban’ sul capo, così come i funzionari potranno portare la barba islamica.

La revoca del bando del velo e della barba per gli uomini nei pubblici uffici, annunciata la settimana scorsa dal premier, è entrata ufficialmente in vigore oggi, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Per l’opposizione è una ulteriore conferma della ‘reislamizzazione’ del Paese voluta dal capo del governo e del suo partito islamico Akp. Erdogan invece esulta. “Abbiamo abrogato una disposizione arcaica”: è una riforma “storica” e la fine di un “periodo buio”, ha detto ai deputati Akp.

L’abolizione del divieto del ‘turban’, come viene chiamato in turco il velo islamico, nei pubblici uffici si è fatta in maniera quasi indolore. “Erdogan vuole fare della Turchia un paese che vive secondo le regole del Corano” ha accusato il deputato socialdemocratico Muharren Ince.

Ci sono state critiche, ma niente barricate, non il sollevamento del ‘popolo laico’ che 4 anni fa aveva accolto il primo strappo al divieto del velo, quello per le studentesse universitarie, voluto da Erdogan. Da allora, passo dopo passo, il bando del turban è caduto per gli avvocati donne, nei corsi di religione e nelle scuole private, nelle cerimonie ufficiali, dove la presenza delle mogli velate di Erdogan e del capo dello stato Abdullah Gul non suscita più le proteste dell’opposizione e dei generali ‘kemalisti’ (decine dei quali sono ora in carcere, accusati di presunti tentativi di golpe contro il governo islamico).

In undici anni di potere, il ‘sultano’ di Ankara ha fatto costruire migliaia di nuove moschee, aperto scuole coraniche, imposto giri di vite sul consumo di alcool (l’ultimo in maggio). Le bevande alcooliche non possono più essere vendute nel raggio di 100 metri da una moschea o da una scuola, o fra le 10 di sera e le sei del mattino.

Con la riforma del ‘turban’, è scattata oggi anche un’altra misura di ‘democrazià annunciata dal premier: l’abolizione del ‘giuramento turcò, che gli scolari di tutto il paese pronunciano ogni mattina, dai tempi di Ataturk. Il giuramento si conclude con “Ne Mutlu Turkum Diyene” (“Quanto è felice chi può dire ‘Sono Turcò”). Una misura considerata un gesto distensivo verso i curdi, nel quadro del laborioso processo di pace del Kurdistan turco avviato con il Pkk.

La Stampa
25 09 2013

Manifestazione di protesta ad Antalya contro la decisione di un preside che la scorsa settimana ha imposto anche alle donne i pantaloni come divisa scolastica.

La protesta torna per le strade in Turchia, anche se in modo molto inusuale. Ieri un piccolo gruppo di ragazzi hanno sfilato in gonna per le strade di Antalya, città sulla costa mediterranea, solitamente nota per la bellezza del suo mare e i suoi divertimenti.

I giovani hanno immediatamente attirato l’attenzione con quelle gambe lunghe, ma certo poco lisce e femminili. Non hanno rilasciato dichiarazioni, si sono limitati a percorrere più volte una delle strade dello “struscio” di Antalya, in modo da farsi notare il più possibile.

Il loro è un gesto di protesta contro la decisione di Hayri Bas, preside dell’Istituto superiore Gazi di Antalya, che la scorsa settimana ha imposto anche alle donne i pantaloni come divisa scolastica. Una scelta, secondo il preside dettata dall’oggettiva comodità dei pantaloni rispetto alla gonna, ma che non è piaciuta a studenti e genitori.

E così dopo che nei giorni scorsi le studentesse hanno esposto cartelli nel centro in cui si chiedeva di fermare il divieto della gonna, adesso anche i loro compagni di studi hanno deciso di aiutarle nella loro battaglia.
“Il problema – ha spiegato Hande Buyukacar, studentessa alla Gazi e una delle anime della rivolta – è che queste personalità reazionarie vedono nel corpo femminile uno stimolo sessuale. Quindi se una donna indossa una gonna corta, gli uomini possono avere il diritto di guardarle e magari anche di violentarle. A causa di questa mentalità è scattato il divieto”.

In Turchia quasi tutti gli istituti prevedono una divisa per uomini e donne, spesso caratterizzata da colori e modelli in vigore da anni. In particolare, le ragazze indossano molto spesso gonne a pieghe scozzesi, con lunghezza di gran lunga sopra il ginocchio. Un’abitudine che è sempre stata accolta con normalità da studenti e dirigenti scolastici, per questo, secondo molti, il caso di Antalya rappresenta un precedente pericoloso.
Il preside si sta difendendo come può. Al quotidiano Cumhuriyet, di orientamento laico e antigovernativo, ha spoegato che i pantaloni grigi adottati quest’anno sono stati prima approvati anche dai genitori che rappresentano gli studenti in consiglio di istituto. “Si tratta di una cosa prevista dal regolamento di Istituto – ha detto Bas – in questo modo i nostri studenti sono più a loro agio”.

Da tempo nel Paese l’esecutivo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan è accusato di aver attuato una stretta sul Paese, soprattutto per quanto riguarda la vita quotidiana. Per questo, episodi come quelli di Antalya, vengono visti da una parte della popolazione e dai media di opposizione come il riflesso concreto di una politica conservatrice.

Mark Knopfler
23 07 2013
 
Dear Masha and Nadia,
As the one-year anniversary of your trial approaches, I’m writing to assure you that, around the world, people are both still thinking of you and working for your release. Although you were the most visible of the protesters, we know also that there were many other young people who have suffered in the protests,about whom we are also very concerned. But, in many ways, through your imprisonment, you have come to represent them.

Many artists voiced their concern when these ... charges were first brought against you, we had every hope that the authorities, in dealing with you, would show some understanding, a sense of proportion, even some of the wonderful Russian sense of humour, but none of the above were forthcoming.

The impact of your shockingly unjust trial and imprisonment has spread far and wide. Especially among your fellow artists, musicians and citizens around the world, including the many parents who feel your anguish at being separated from your children. While understanding the sensitivities of protesting in a place of worship, we ask that the Russian authorities review these harsh sentences, so that you may return to your children, your families and your lives.

The right to freedom of expression and dissent is a legitimate one and essential in any kind of democracy. You have been accused of what could be described as 'a victimless' crime, but in our opinion, in a just society, there can be no crime where there is no identifiable 'victim'.

Your strength, bravery and fearlessness are an inspiration to us all.

Yours in solidarity,
Mark Knopfler

Frontiere news
26 06 2013

A partire da novembre di quest’anno i cittadini di India, Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh, Nigeria, Ghana e Kenya dovranno pagare un deposito di 3000 sterline per ottenere un visto d’ingresso nel Regno Unito. Il Daily Mail scrive che questa somma di denaro sarà restituita al visitatore quando lascerà il Regno Unito. Una garanzia per lo stato contro frodi e abusi legati al sistema dei visti d’ingresso.

Il governo conservatore di David Cameron insieme al suo ministro degli interni Theresa May sembrano molto decisi nel riformare il sistema di immigrazione, un sistema che ha arrecato molti problemi allo sviluppo economico della Gran Bretagna. Secondo il ministro May, l’immigrazione creerebbe problemi alla “coesione sociale, alle infrastrutture, ai servizi pubblici, all’occupazione e ai salari”; una posizione, questa, che certamente non valorizza gli aspetti positivi determinati dall’immigrazione, quali l’arricchimento culturale di una paese nonché i contributi economici degli immigrati all’economia britannica.

Il ministro ha sottolineato che questo provvedimento renderà il sistema di immigrazione più selettivo e tale da accogliere la “parte migliore” del flusso migratorio nel Regno Unito. Inoltre questo progetto potrà dissuadere coloro che intendessero soggiornare illegalmente nel paese una volta scaduto il visto turistico, frenando il flusso migratorio nell’ordine di non più di 100 mila persone entro il 2015. Come sottolinea il Sunday Times, il provvedimento sembra una manovra atta a contenere lo sviluppo politico del partito euroscettico Ukip, che ha ottenuto consensi straodinari grazie alla propaganda anti-immigrazione.

Il progetto riguarderà inizialmente i soggetti che hanno più di 18 anni con residenza nei citati paesi, che dovranno così depositare 3000 sterline per la richiesta di visti turistici della durata di sei mesi. L’ammontare non costituisce un’automatica “tassa d’ingresso” ma offre la possibilità di richiedere il visto per l’ingresso nel Regno Unito. Se questo progetto avrà successo, verrà applicato anche agli altri paesi con un alto numero di richiedenti visto. Una proposta considerata discriminatoria in quanto i paesi interessati sono esclusivamente quelli del Commonwealth in Africa ed in Asia.

 

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