La Stampa
05 06 2013

Un noto scrittore arabo saudita ha invitato i suoi 97mila followers di Twitter a infastidire sessualmente le donne che lavorano nei supermercati alimentari. Usando l’hashtag #harass_female_cashiers, Abdullah Muhammad al-Daoud – secondo quanto riporta Gulf News – ha invitato i maschi a comportarsi così per mettere pressione sulle donne saudite, affinché restino a casa e preservino la loro purezza.

Il tweet di Daoud è stato trovato e tradotto da Gulf News ed è stato apparentemente “giustificato” da un’omelia del settimo secolo di un guerriero islamico che non desiderava che sua moglie uscisse di casa, neanche per visitare la moschea.

“Daoud sostiene che al-Zubair si nascose nell’oscurità della notte e molestò sua moglie in strada. La moglie corse a casa e decise di non uscire più, dicendo che non c’è posto più sicuro della casa e che il mondo fuori è corrotto”. Anche se al-Daoud non ha nessuna autorità religiosa, è solo uno scrittore, il suo appello è stato appoggiato dallo sheikh Khalid Ebrahim al-Saqabi, un ulema di posizioni decisamente conservatrici. Al-Saqabi ha commentato un progetto di legge avanzato dal governo contro le molestie sessuali sui luoghi di lavoro misti sostenendo che il provvedimento “ha come unico scopo quello di incoraggiare la corruzione consensuale dei costumi”.

Corriere della Sera
23 05 2013

Maria Aliokhina, una delle Pussy Riot, la band punk condannata a due anni di lavori forzati nell'agosto 2012 per una blasfema canzone anti Putin, ha annunciato oggi uno sciopero della fame. Il tribunale di Berezniky ha respinto la sua richiesta di essere presente in aula durante l'udienza per la scarcerazione anticipata.Aliokhina ha annunciato le sue intenzioni su Twitter, insistendo sul suo diritto a partecipare .

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LA «PREGHIERA» - Nell'agosto scorso tre delle ragazze che fanno parte della band erano state condannate ai lavori forzati: nel febbraio 2012 si erano esibite in una performance contro il presidente russo nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Il processo e la condanna avevano scatenato numerose proteste non solo in Russia ma anche nel resto del mondo e anche Madonna era scesa in campo in difesa delle musiciste, dedicando loro una versione di Like a Virgin.

LA DIFESA E LA LEGGE - L'udienza si è svolta mercoledì. La difesa di Alyokhina sostiene che la legge sulla blasfemia che ha portato alla condanna delle tre giovani - solo Yekaterina Samutsevich è già tornata in libertà in attesa della sentenza d'appello - è stata approvata dopo i fatti contestati. A Nadezhda Tolokonnikova, l'ultima imputata, è stato invece negato il diritto alla sentenza d'appello. Le tre cantanti, dopo la condanna, si erano scusate ammettendo l'errore ma sostenendo di non aver voluto offendere il sentimento religioso dei russi.

Il Fatto Quotidiano
09 05 2013

I giudici hanno rigettato le richieste della società stabilendo che tutte le onlus e associazioni impegnate in campagne di sensibilizzazione non possono essere “silenziate” con il presupposto dell’uso improprio di un marchio commerciale, soprattutto se hanno ad oggetto interessi collettivi “di rango costituzionale”, come la salute pubblica


La libertà di critica in Italia prevale ancora sul diritto industriale e gli interessi che tutela, a maggior ragione se è funzionale alla tutela di interessi collettivi. Lo ha stabilito la sentenza del Tribunale di Milano (leggi) che ha rigettato il ricorso di Enel contro Greenpeace per la sua campagna “bolletta sporca”, un’operazione massiccia di controinformazione avviata un anno fa dall’associazione ambientalista per informare cittadini e consumatori sui danni ambientali e alla salute prodotti dalle centrali a carbone. Enel aveva trascinato in tribunale la onlus verde assumendo come lesive le iniziative intraprese dagli attivisti, in particolare una campagna con fac-simile della bolletta che riportava in bella vista i dati sulla mortalità causata dalle centrali dell’ex monopolio. Un anno dopo i giudici del Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di impresa, hanno rigettato le pretese dell’Enel che aveva già perso una causa in sede civile, a Roma, relativa ai contenuti dell’iniziativa che riteneva lesivi e diffamatori. Per bloccare la campagna, Enel ha poi tentato la strada del diritto industriale e commerciale, impugnando in particolare l’uso e la riproduzione non autorizzata del suo marchio sulle finte bollette e su una finta edizione di Metro che annunciava l’abbandono di Enel del carbone, con una pubblicità commerciale ovviamente fittizia.

La causa si muove dunque sulle linee del diritto industriale, lamentando l’uso non autorizzato dei marchi registrati. Non certo per un vezzo sulla proprietà intellettuale: rivendicarne l’abuso può comportare richieste di danno a sei zeri. Enel, in particolare, chiedeva al giudice di sanzionare Greenpeace al pagamento di 10mila euro per ogni giorno di inesecuzione delle eventuali disposizioni inibitorie e mille euro per ciascuno militante che dovesse proseguire sulla via della contestazione. In altre parole, qualche milione di euro. Che per un colosso da 70 miliardi di budget sono una puntura, per una piccola associazione con 58mila sostenitori l’iniezione letale. I giudici hanno rigettato però le richieste stabilendo un principio importante per tutte le onlus e associazioni impegnate in campagne di sensibilizzazione: non possono essere “silenziate” con il presupposto dell’uso improprio di un marchio commerciale, soprattutto se hanno ad oggetto interessi collettivi “di rango costituzionale”, come la salute pubblica. I giudici milanesi, per rafforzare il principio, citano l’art. 21 della Costituzione e il primato della libertà di manifestazione del pensiero.

“Gli argomenti usati da Enel non stavano in piedi da nessun punto di vista – dichiara Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia – Questa sentenza ribadisce che il diritto di critica è inalienabile e che l’uso di loghi aziendali in campagne di critica con motivazioni fondate è legittimo”. Greenpeace, in effetti, ha condotto molte campagne utilizzando loghi aziendali, sia in Italia che all’estero, con l’obiettivo di cambiare le politiche ambientali e industriali di grandi aziende. “In molti casi queste campagne si trasformano in collaborazioni con le stesse aziende per rendere più verdi i loro cicli produttivi. Lo abbiamo fatto con grandi case editrici, aziende agroalimentari, multinazionali della moda e automobilistiche. Ma è più difficile che questo accada con giganti energetici e delle fonti fossili per la più lunga inerzia degli investimenti in questo campo. Noi continueremo a provarci”, conclude Onufrio.

Enel, infine, contestava a Greenpeace di aver utilizzato la “sua” bolletta per fare proseliti e ottenere iscritti, in pratica di aver utilizzato il marchio per un’attività di tipo commerciale. Circostanza che il giudice ha rigettato totalmente ravvisando una impossibile equiparazione tra gli scopi statutari di un’associazione a ragioni economiche, per riflesso le sue campagne non possono essere ricondotte a una finalità commerciale. Chiusa questa partita restano in piedi le altre. Sono infatti una decina le cause aperte dal colosso elettrico contro le azioni dell’associazione ambientalista per sensibilizzare sui cambiamenti climatici causati dagli impianti più inquinanti. Da Brindisi ad Adria, dove 30 attivisti sono finiti processo per una manifestazione del 2006 a Porto Tolle.

GiULiA
09 05 2013

Dopo 2 giorni di trattativa con la Questura di Roma, i gruppi e le associazioni di donne, i collettivi autorganizzati e liberi individui, promotori della giornata del 12 maggio in ricordo di Giorgiana Masi, contro il femminicidio e in contestazione alla "Marcia per la vita" convocata dall'oltranzismo cattolico, ricevono il divieto di manifestare in qualsiasi luogo adiacente al percorso della marcia.

Si tratta dell'ennesima dimostrazione di come l'operato delle forze dell'ordine sia asservito ai poteri del governo cittadino e allo stato del vaticano, nascondendo una marcia tutta politica sotto le vesti di manifestazione sportiva, e adducendo motivi di ordine pubblico.
Giorgiana Masi come centinaia di persone il 12 maggio del 1977 erano in strada sfidando, anche quella volta, il divieto di manifestare. Oggi come ieri saremo nelle strade del centro di Roma, partendo da Piazza Campo de Fiori fino ad arrivare a Ponte Garibaldi.

Con o senza autorizzazioni noi costruiremo la nostra giornata. La nostre vite sono autodeterminate e la nostra rabbia non si placa.
Giovedì 9 maggio ore 18 assemblea pubblica a piazza Sonnino

Il 12 maggio tutti e tutte in piazza!

No alla marcia per la vita

  • Mercoledì, 08 Maggio 2013 13:03 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Paese delle donne
08 05 2013

Domenica 12 maggio varie associazioni e realtà cattoliche, antiabortiste, di estrema destra e integraliste si incontreranno a Roma per la “Marcia  per la Vita”. La “Marcia per la vita” è la dimostrazione che in questo Paese la retorica costruita intorno all’aborto è pericolosa, nonché lesiva dei diritti fondamentali delle donne. Invito a condividere l’opposizione partecipando ad una assemblea e ad un corteo per Giorgiana Masi.

La “Marcia per la vita” è la dimostrazione che in questo Paese la retorica costruita intorno all’aborto è pericolosa, nonché lesiva dei diritti fondamentali delle donne.
Secondo l’Organizzazione mondiale della Salute, nel mondo gli aborti clandestini sono la causa di morte di circa 68.000 donne l’anno. Le leggi proibitive in materia di I.V.G. non eliminano, in realtà, il fenomeno dell’interruzione volontaria di gravidanza, ma alimentano soltanto il mercato degli aborti clandestini, con tutti i rischi che questi comportano per la salute e la vita delle donne interessate.

Essere a favore di una salute riproduttiva laica e pubblica significa essere a favore della vita e della libertà di scelta delle donne. I movimenti pro-life sono l’avamposto di ideologie misogine e a dimostrarcelo è la totale assenza, nei loro discorsi e nei loro proclami, dell’educazione sessuale, dell’utilizzo della contraccezione responsabile e a prezzi accessibili. Tutto questo si aggiunge alla difficoltà delle donne di vedere tutelati i propri diritti grazie alla presenza di obiettori di coscienza.

La Legge 194/78 infatti tra i suoi pregi annovera anche alcuni difetti. Soprattutto il vizio si colloca in quell’articolo 9 che non mette limiti al numero complessivo di obiettori presenti nella sanità pubblica, con il risultato odierno che il 91,3% dei ginecologi e delle ginecologhe in Italia fa obiezione (dati rilevati da Laiga e riportati nel Comunicato stampa a seguito della Conferenza del 14 giugno 2012).

Ci si trova quindi in certi casi con una vera e propria obiezione di struttura, perché di fatto in Italia molti ospedali, specialmente al Sud, sono interamente obiettanti o comunque non garantiscono l’applicazione della legge, con una presenza di non obiettori risibile e al limite dell’implosione della legge stessa, quando non è già completamente scoppiata, oltre a provocare un danno alla salute delle donne, creando un problema di salute pubblica gravissimo, con pazienti destinate ad attendere lungamente un I.V.G.

Le campagne antiabortiste sono violenza sul corpo delle donne!

L’attacco che questi movimenti fanno alla nostra libertà di scelta passa attraverso la recrudescenza dei toni e delle argomentazioni.

Dare legittimità a questi movimenti significherebbe ribadire che l’Italia non è un Paese per donne.

Di fatto le parole chiave e i valori che vengono messi “in piazza” da questo tipo di manifestazione sono le stesse che uccidono le donne. L’esasperazione retorica con cui i pro-life inneggiano alla famiglia rischia di offuscare quello che i movimenti delle donne dicono da tempo. La famiglia può essere anche luogo di violenze fisiche e psicologiche, teatro di orribili scenari. Le notizie sui femminicidi di questi ultimi giorni spiegano da sole una triste realtà.

Per tutti questi motivi, che impediscono la libertà di scelta e autodeterminazione delle donne in materia di aborto, ci opponiamo fermamente alla “Marcia per la vita”.
Inoltre la data scelta appartiene alla Città di Roma e cara a molte generazioni: il 12 maggio 1977 venne uccisa Giorgiana Masi, 19 anni, durante un corteo che celebrava il terzo anno dalla vittoria nel referendum sul divorzio.

A maggior ragione rifiutiamo con forza che la memoria di Giorgiana venga infangata e calpestata con la presenza di un simile corteo.

Chiediamo che tutte le forze di sinistra, civili, laiche, democratiche di Roma e non solo aderiscano a questo appello, dando forza alla nostra opposizione e alla volontà di portare, domenica 12 maggio, un unico corteo per le strade di Roma: quello per Giorgiana Masi.

Invitiamo tutt* a partecipare e condividere.

GIOVEDI 9 MAGGIO H. 18
ASSEMBLEA PUBBLICA @ PIAZZA SONNINO

per info e adesioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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