Perché la Libia è un caso disperato

  • Lunedì, 16 Febbraio 2015 12:23 ,
  • Pubblicato in Flash news
Mattia Toaldo, Limes
15 febbraio 2015

Il paese è spaccato tra il ‘legittimo’ governo di Tobruk e le milizie ‘rivoluzionarie’ di Misurata che controllano Tripoli. La competizione fra le monarchie del Golfo. Gli errori occidentali e la solitudine dell’Italia. In palio ci sono i pozzi e i petrodollari.

Un estratto dall'articolo presente in Dopo Parigi, che guerra fa

In Libia, a soli 350 kilometri dalle nostre coste, infuria un conflitto che sembra non avere più freni.

È dai tempi delle carneficine nei Balcani che non avevamo una guerra civile così vicino a casa, eppure la nostra stampa ne parla saltuariamente e i funzionari che se ne occupano attivamente non superano la decina.

Nei Balcani non avevamo tutti gli interessi che abbiamo in Libia: il gas e il petrolio, sì, ma anche le commesse per le nostre imprese e gli investimenti nel nostro sistema economico che la Libia assicurava fino a ieri. Dai Balcani non dovevamo temere tutto ciò che dovremmo temere dalla Libia: uno Stato fallito a due passi da casa, potenziale rifugio per organizzazioni criminali e terroristiche (spesso i due aspetti si confondono), un potenziale buco nero nei nostri approvvigionamenti energetici,  l’ennesimo esempio di intervento occidentale fallito.

Al momento, nel paese si confrontano due coalizioni militari, ognuna con il rispettivo governo e parlamento. A est opera il governo di ‘Abdullah al-Thinni, insediato nelle città di al-Bayda e Tobruk, vicine al confine con l’Egitto. Questo è il governo internazionalmente riconosciuto, perché scaturito dalle elezioni parlamentari dello scorso 25 giugno. Il governo di Tobruk/al-Bayda appoggia l’Operazione Dignità lanciata dall’ex generale dell’Esercito Halifa Haftar.

Nel giorno di San Valentino e poi, con più successo, a metà maggio dell’anno passato, Haftar aveva lanciato proclami per combattere le milizie da lui definite islamiste. Il governo di Tobruk rappresenta le forze autodefinitesi antislamiste, che riuniscono diversi soggetti: politici e membri dell’Esercito che, pur avendo lavorato per il regime in passato, sono stati alla guida della rivolta contro Gheddafi nel 2011; le milizie della città di Zintan, che hanno svolto un ruolo importante nella conquista di Tripoli; parte della minoranza tibu nel Sud; i gruppi cosiddetti «federalisti», che invocano di fatto la separazione della Libia orientale (Cirenaica) dal resto del paese.

Questa coalizione molto variegata controlla oggi il parlamento, dove tuttavia siede una notevole rappresentanza di esponenti delle diverse tribù, soprattutto dell’Est. Alle elezioni per la Camera dei rappresentanti del 25 giugno, svoltesi in un paese di fatto già in guerra e caratterizzate da una bassa affluenza, le forze «rivoluzionarie» (parte delle milizie che hanno combattuto contro Gheddafi e che non accettano alcun compromesso con chiunque abbia anche solo lavorato per lo Stato durante il regime) hanno ottenuto un risultato peggiore del previsto. Del fronte «rivoluzionario» fanno parte le milizie della città di Misurata, anch’essa cruciale nella caduta di Tripoli; forze più o meno islamiste, ma formalmente integrate nel ministero dell’Interno; parte della minoranza berbera.

Il fronte «rivoluzionario » si definisce tale perché ritiene di dover difendere la «rivoluzione» del 2011 contro il ritorno del vecchio regime rappresentato dagli uomini di Tobruk.

Questo è un estratto dell'articolo presente in Dopo Parigi, che guerra fa, il nuovo numero di Limes.
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La cordata araba contro il Califfato

L'avanzata dei jihadisti libici procede velocemente e un altro Stato nel sud del Mediterraneo - proprio alle nostre porte - si sta sbriciolnado sotto i nostri occhi in nome dello Stato islamico del califfo Al Baghdadi, che ormai giorno per giorno ci lancia una sfida sempre più concreta.
Karima Moual, Il Sole 24 Ore ...

Pronti a combattere a chi?

  • Domenica, 15 Febbraio 2015 00:00 ,
  • Pubblicato in L'Opinione
Tommaso Di Francesco, Il Manifesto
15 febbraio 2015

"Siamo pronti a combattere", le parole del ministro degli esteri Paolo Gentiloni sono chiare: il governo italiano Renzi-Alfano è pronto ad una nuova avventura militare. Dove? In Libia. E come? Ma naturalmente "sotto egida Onu", nel quadro della supposta legalità internazionale (cancellata dalle tante guerre decise senza e contro le Nazioni unite). E perché? ...
Giuseppe Acconia, Il Manifesto
9 gennaio 2015

Perché i terroristi hanno colpito così duro al cuore dell'Europa?
È una conseguenza diretta della politica occidentale in Libia. In particolare il Sud del paese è diventato una base di approvvigionamento gigantesca. Quella regione è stata strategica per la Francia, senza di essa l'esercito francese non sarebbe potuto intervenire in Sahel. Dirò di più. ...

L'Odissea dei profughi siriani

la fuga dei profughi sirianiUn numero crescente di profughi siriani, dopo la chiusura della rotta libica, tenta di raggiungere il nord Europa attraversando la Grecia. Molti di loro vengono respinti da Atene già al confine con la Turchia, sul fiume Evros, con procedure sommarie che non rispettano il Regolamento Frontex e il Codice delle frontiere Schengen
Fulvio Vassallo, Left ...

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