Discorsi d’odio contro i rom: quasi un caso al giorno

  • Martedì, 04 Agosto 2015 07:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di razzismo
04 08 2015

Riportiamo qui di seguito il comunicato dell’Associazione 21 luglio inerente all’andamento dei discorsi dell’odio nei confronti di rom e sinti, relativo primo semestre del 2015. Un piccolo miglioramento rispetto allo scorso anno c’è. Anche se la maggior parte dei casi rilevati sono gravi. Segno che bisogna comunque mantenere sempre alta la guardia nei confronti di questa minaccia reale e quotidiana.

 

Nei primi sei mesi del 2015, l’Osservatorio nazionale sui discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti dell’Associazione 21 luglio ha rilevato 183 casi di hate speech (discorsi d’odio) contro tali comunità, con una media di quasi un episodio al giorno.

Secondo i dati semestrali dell’Osservatorio 21 luglio, relativi al periodo 1 gennaio – 15 luglio 2015, oltre la metà degli episodi riscontrati (105 su 183) è classificata come “gravi“, vale a dire casi di incitamento all’odio e discriminazione, che evidenziano le forme più significative di razzismo antirom, i cui autori sono nella maggior parte dei casi esponenti politici attraverso dichiarazioni sulla stampa e sui social media.

I restanti 78 episodi riscontrati, invece, si configurano come “discorsi stereotipati“, categoria nella quale confluiscono tutti gli episodi di discorsi d’odio consistenti in dichiarazioni che adottano un linguaggio indiretto o comunque non esplicitamente penalizzante e/o razzista, ma in ogni caso reiterano e amplificano pregiudizi e stereotipi penalizzanti.

Rispetto all’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio 21 luglio, si è registrato un leggero calo nella media giornaliera dei discorsi d’odio contro rom e sinti. Tra il 16 maggio 2013 e il 15 maggio 2014, infatti, l’Osservatorio aveva rilevato 428 casi complessivi, per una media di 1,17 casi al giorno.

Rispetto agli episodi rilevati, sono state 40 le azioni correttive intraprese dall’Osservatorio tra gennaio e luglio 2015, tra cui segnalazioni all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), lettere di diffida, segnalazioni all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori di Polizia di Stato e Carabinieri (Oscad) e esposti all’Ordine dei Giornalisti in caso di episodi appannaggio dei professionisti dell’informazione.

A questo proposito, proprio nei giorni scorsi, l’Osservatorio ha ricevuto comunicazione da parte del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia circa l’apertura di due procedimenti disciplinari nei confronti di due giornalisti i cui articoli, secondo gli esposti presentati dall’Osservatorio, si configuravano come discriminatori e stigmatizzanti dei confronti dell’intera comunità rom e sinta.

«Nonostante il lieve calo riscontrato nella media giornaliera dei discorsi d’odio nei primi sei mesi del 2015, quella dell’antiziganismo in Italia resta una piaga pericolosa, una minaccia reale per una società democratica, plurale e inclusiva sulla quale occorre mantenere alta la guardia – sostiene l’Associazione 21 luglio – . La facilità con cui i discorsi d’odio rivolti a rom e sinti trovano terreno fertile nel nostro Paese ha come conseguenza, infatti, quella di rendere sempre più accettabili e condivisibili, da parte dell’opinione pubblica, posizioni estreme e penalizzanti nei confronti di tali comunità, contribuendo così ad alimentarne un’immagine negativa e stereotipata».

 

Dovrebbe essere un testo universale e invece esclude metà dell'umanità. Nella famosa Dichiarazione dei Diritti d'Uomo e del Cittadino scritta del 1789 le donne non compaiono. E' lo specchio fedele di una società che, nonostante la rivoluzione in corso, non accordava ancora i diritti civili al genere femminile. [...] Un dettaglio simbolico che ora gruppi della società civile chiedono di correggere in nome della parità.
Anais Ginori, la Repubblica ...

Generi e linguaggi oltre il sessismo delle parole

  • Lunedì, 20 Aprile 2015 08:27 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
20 04 2015

Attraverso il linguaggio si trasmettono diversità e diseuguaglianze sociali. C'è ancora da fare per muoversi oltre il sessismo delle parole.

Fabio Corbisiero Elisabetta Ruspini


Il delicato e complesso rapporto tra generi e linguaggi è stato discusso a dicembre in un convegno dal titolo “Genere e linguaggio. I segni dell’uguaglianza e della diversità”[1]. All’evento sono intervenuti studiosi e studiose di scienze sociali, linguistiche e psico-pedagogiche provenienti dall’Italia e dall’estero, rappresentanti politici e attivisti/e del mondo associativo locale e nazionale.

In tutti gli interventi è stata riconosciuta la necessità di un impegno costante di lotta non solo al sessismo nei linguaggi, ma contro le vecchie e nuove esclusioni che hanno origine dal mancato riconoscimento, dalla de-legittimazione o dall’occultamento di intere realtà sociali considerate non conformi alle norme sociali prevalenti. In tal senso, un approfondimento è stato riservato alle relazioni e alle forme familiari omossessuali rappresentate dall’Associazione Famiglie Arcobaleno.

Il convegno, che si è sviluppato in tavole rotonde e sessioni parallele, dense per il numero e la rilevanza dei contributi offerti, ha visto una straordinaria, attiva e non consueta partecipazione di giovani studenti e studentesse. Dalle loro voci è emerso che la definizione delle comunità dei parlanti e gli usi linguistici che le caratterizzano, nonostante i loro innumerevoli medium, sono ancora spazi sociali e culturali di ri-produzione delle disuguaglianze di genere. Anche se positivamente è stato osservato che i nuovi medium comunicativi, di cui dispone la generazione dei Millennial, offrono straordinarie e inimmaginate possibilità di conquista e costruzione di spazi di partecipazione, il rischio che diventino ambiti segreganti non è superato. Le parole dell’eterosessimo (questo è il nome di una delle tavole rotonde organizzate) producono persistenti distinzioni sociali, non ultime quelle legate agli orientamenti sessuali che sconvolgono le rassicuranti, comprensibili e scontate visioni binarie del sesso e del genere.

Le appartenenze di genere e di orientamento sessuale creano comunità e gruppi sociali che nei linguaggi trovano strumenti di espressione per le proprie soggettività individuali e collettive, i cui confini sono permeati anche da altri fattori di differenziazione sociale. È il caso, per esempio, dell’uso di gerghi in alcuni gruppi sociali, nei quali il gergo stesso, che costituisce dapprima uno strumento di autoprotezione per gli appartenenti, finisce per contaminare la lingua dominante attraverso l’introduzione di item o espressioni lessicali nella lingua egemone della comunità di riferimento. Ciò è particolarmente vero nel caso di usi linguistici direttamente legati alla costruzione sociale del genere. Esiste una dimensione discorsiva e collettiva di questi processi che, oltre a porre in discussione le categorie del genere e dei generi, attacca il monologismo e la unidimensionalità del sé, troppo spesso costretti, anche dal carattere normativo e performativo degli usi linguistici.

A tale proposito, durante il convegno non sono mancati i riferimenti alle forme più note di controllo e violenza, esercitate anche mediante il linguaggio, che caratterizzano le relazioni tra uomini e donne, ma anche tra soggetti che esprimono identità e orientamenti sessuali inediti. I linguaggi e i molteplici canali comunicativi che li esprimono – dai media tradizionali a quelli più nuovi, rafforzano le mascolinità egemoni e occultano, stigmatizzano e alimentano stereotipi sulla femminilità e sulle mascolinità non egemoni producendo una narrazione di queste identità del tutto funzionale alla sopravvivenza di rapporti di dominio. Se da un lato, emerge con sempre maggiore frequenza la volontà di capire se, e come, il modo in cui si nomina e si rappresenta socialmente la violenza di genere, può alimentare stereotipi, dall’altro non si può non osservare come questi stessi processi siano il risultato di rappresentazioni della mascolinità e femminilità fortemente ancorati al sistema di genere prevalente, strategicamente asimmetrico. Questa consapevolezza stenta però ad affermarsi nei singoli individui e viene ostacolata da rappresentazioni collettive in cui le gerarchie sociali costruite sul genere si complicano intrecciandosi con quelle basate sulle appartenenze etniche. Soprattutto in quest’ultimo caso, la lingua è il principale elemento di attribuzione del prestigio sociale o dell’esclusione di coloro che sono estranei/e, in primo luogo in quanto non appartenenti alla comunità dei parlanti della lingua dominante. È il caso delle donne migranti che vedono nell’apprendimento della lingua un fattore importante di integrazione sociale. Per le donne migranti imparare l’italiano simboleggia la possibilità di entrare in un sistema relazionale che concede riconoscimento sociale e, con esso, appartenenza e cittadinanza. Questi processi sono oggetto anche dei principali medium della comunicazione: il cinema, la televisione, la pubblicità, oltre che rappresentare le differenze, stanno rafforzando il loro ruolo di produttori di linguaggi di genere attraverso la creazione di format comunicativi sconosciuti fino a pochi anni fa.

Tali rappresentazioni collettive si confrontano, soprattutto per le generazioni più giovani, con i linguaggi usati nei luoghi della formazione rispetto alla loro capacità di costruire culture di genere. La scuola, a qualsiasi ordine e grado, le associazioni sportive, politiche e culturali e le altre istituzioni destinate alla formazione sono continuamente sottoposte alla necessità di interrogarsi sulle modalità attraverso le quali questi linguaggi intervengono nello sviluppo delle identità di genere dei/delle più giovani. Sempre più di frequente si stanno sperimentando gli usi linguistici di genere e strumenti formativi incentrati sul linguaggio e finalizzati alla costruzione di nuove culture di genere. Si tratta di un percorso complesso e in cui non mancano forti resistenze istituzionali

Le identità di genere chiamano in causa elementi fondanti degli orientamenti valoriali espressi dalla società italiana. Quand’anche si escludano persistenti stereotipi e pregiudizi sulle identità di genere, motivazioni religiose, etiche, morali sono solo alcuni dei fattori intorno ai quali si coagulano interessi individuali e collettivi che esprimono opposizioni rispetto ai processi di mutamento sociale. Non trascurabile in questo dibattito il ruolo assunto dalla scienza rispetto alle discussioni di bioetica, che interessa direttamente la definizione dei corpi come maschili e femminili, e le implicazioni che l’imposizione di questi confini può produrre nella costruzione delle identità di genere.

NOTE

[1] Il convegno si è tenuto al Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli. Il Convegno è stato promosso dalla Sezione “Studi di Genere” dell’AIS-Associazione Italiana di Sociologia, dall’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e dal C.L.A (Centro linguistico di Ateneo) in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Lgbt, G.I.S.C.E.L (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica), Arcigay “Antinoo” di Napoli. Preziosa è stata anche la collaborazione del Sindaco della città di Napoli e di alcuni assessori comunali e regionali impegnati, anche nella propria attività istituzionale, nella lotta contro le disuguaglianze basate sul genere e sull’orientamento sessuale.

 

Bambini chiusi in sé stessi

L'interazione sociale rappresenta sicuramente una delle chiavi del successo evolutivo della specie umana. La comunicazione tramite il linguaggio parlato e scritto, l'apprendimento per imitazione, nonché comportamenti quali l'empatia e l'altruismo, sono tutti espressione di una socialità che ha da sempre pervaso la storia dell'uomo. Dall'interazione e comunicazione sociale è nato l'uomo moderno, i suoi complessi comportamenti prosociali, come la compassione e la valorizzazione dei diritti umani.
Fabrizio Benedetti, Il Sole 24 ore ...

L'Italia bulla e misogina

  • Mercoledì, 18 Febbraio 2015 14:04 ,
  • Pubblicato in Dossier
Occhio EscherAlessandra Magliaro, Ansa
12 febbraio 2015

Un milione di insulti contro le donne, 150 mila frasi razziste, oltre 100 mila omofobe. E poi ci sono quelle intolleranti nei confronti dei disabili. C'è un'Italia bulla e misogina scolpita a 140 caratteri, il linguaggio tutto speciale di Twitter, un mezzo che avrebbe dovuto velocizzare i messaggi in poche battute e che invece è diventato anche un canale naturale per urlare odio e intolleranza. ...

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