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Huffingtonpost
07 07 2014

L'ebola è un virus appartenente alla famiglia filoviridae estremamente aggressivo per gli esseri umani che causa una febbre emorragica. L'ebola pare essere un virus zoonotico fra le popolazioni di gorilla di pianura dell'Africa centrale. Nel 2005, tre specie di pipistrelli sono state identificate come portatrici del virus ma, non mostrandone i sintomi, sono state ritenute ospiti naturali o riserve virali. La febbre emorragica dell'ebola è potenzialmente mortale e comprende una gamma di sintomi quali febbre, vomito, diarrea, dolore o malessere generalizzato e a volte emorragia interna e esterna. Il tasso di mortalità è estremamente alto - dal 50 al 89% a seconda del ceppo virale. La causa della morte è solitamente dovuta a shock ipovolemico o sindrome da disfunzione d'organo multipla. Un vaccino non è ancora disponibile.

Da una settimana in almeno tre paesi dell'Africa occidentale sono stati registrati 760 casi di ebola di cui almeno 460 mortali. I primi casi son apparsi nella zona boschiva al confine tra Guinea, Sierra Leone e Liberia. Dal momento dell'arrivo del virus a quello dei medici e delle medicine è passato talmente tanto tempo che anche i primi soccorritori son stati infettati. Ma chi erano i primi soccorritori?

Le notizie di questi ultimi giorni iniziano a chiarire nel dettaglio quello che chi frequenta l'Africa sa da sempre: le persone che avevano sintomi di malessere si son rivolte al capo villaggio che ha suggerito una visita al guaritore tradizionale. Naturalmente, tanto il primo quanto il secondo, son stati subito infettati. Quando qualche coraggioso, o particolarmente disperato, è riuscito a entrare in contatto con qualcuno competente, più spesso un'organizzazione non-governativa internazionale come Medici Senza Frontiere, si è capito che ai problemi legati alle credenze popolari e tradizionali c'era anche la mancanza di fiducia nei confronti delle istituzioni locali o nazionali.

La Guinea s'è affrancata da un regime autoritario solo quattro anni fa; la Sierra Leone e la Liberia hanno vissuto due tra le guerre civili più violente dell'Africa occidentale e da un decennio, faticosamente, si stanno dedicando alla ricostruzione delle istituzioni statali. In nessuno dei tre paesi si può parlare di "sistema sanitario nazionale" e nelle zone periferiche di tutti e tre i paesi è più facile trovare un diamante che una clinica attrezzata e con medici e infermieri.

L'OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, ha convocato ad Accra, in Ghana, tutti i paesi della regione per facilitare il coordinamento delle risposte all'epidemia - anche perché tra boschi e deserti in Africa i confini o non esistono o non son comunque controllati o controllabili - ritenendo il focolaio potenzialmente pericolosissimo. Gli undici paesi coinvolti nella riunione si sono impegnati a investire 10 milioni di dollari per combattere la malattia.

"È tempo di azioni concrete - ha detto Luis Gomes Sambo, direttore generale per l'Africa dell'OMS - e di porre fine alla sofferenza e alla morte causata dal virus". Il pacchetto approvato dai paesi coinvolti prevede anche consultazioni transfrontaliere, maggior informazione sulla malattia, strategie intersettoriali e ricerca internazionale sul virus.

Al momento, ha spiegato, Keiji Fukuda, vice direttore generale della sicurezza dell'OMS, "è impossibile dare una risposta chiara" sulla diffusione dell'ebola e su i mezzi a disposizione per arginare il contagio. "Mi aspetto che di questo ci occuperemo per mesi - ha aggiunto - speriamo di riuscire a vedere presto un arretramento del virus".

Ecco, un po' le solite chiacchiere da conferenzieri, un po' la totale mancanza di impegno verso l'emancipazione delle popolazioni vittime del virus - e forse ancor di più vittime dell'oscurantismo e delle credenze tradizionali - hanno gettato delle basi poco utili per affrontare il problema nel tentativo di risolverlo in modo strutturale.

In Africa, come in Asia, e per certi versi anche nell'America centromeridionale (ma a ben guardare anche da noi se dovessimo pensare al caso Stamina), l'idea che la tradizione, la "convinzione" nei metodi alternativi, possano esser un elemento importante anche nella ricerca delle cure restano molto presenti e, molto spesso (proprio come nel caso Stamina), concorrono a provocare morte.

Troppo spesso all'interno del sistema delle Nazioni unite, anche se meno che altrove all'interno dell'OMS, il relativismo culturale diventa il fondamento filosofico-culturale - e non solo per via delle presenze istituzionali provenienti dal "sud del mondo" - su cui vengono articolate le accuse a quello che una volta si chiamava "Occidente": voler imporre il proprio modello a chi, da sempre, ci si dice, ne ha un altro "indigeno".

Scienza, medicina e statistica non sono opinioni, non vengono dalle stelle, hanno regole, evidenze e controlli incrociati e pubblici che le rendono fondamentali per la ricerca di soluzioni a problemi e fenomeni che affliggono l'umanità. Se non si sradicano le credenze popolari con dati certi e consolidati non si salveranno milioni di persone dai vari virus che oggi non hanno cura, ivi compreso quello dell'ignoranza.

Lo sforzo di promozione della ricerca scientifica, di un atteggiamento laico e culturalmente volto alla ricerca di soluzioni sulla base di studi, dati ed evidenze, piuttosto che di "credenze" resta immane. Dappertutto. Senza ciò i soldi stanziati in giro per il mondo saranno solo un palliativo, niente più. Certo poi toccherà proibire gli oroscopi alla RAI, ma questo è un altro discorso (che comunque si farà...)

Se i nuovi obesi sono i poveri del mondo

  • Sabato, 14 Giugno 2014 14:55 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Roberta Villa, Pagina99
14 giugno 2014

La fotografia di un mondo diviso in due, con una piccola parte che soffre delle malattie prodotte dal consumismo, mentre la maggior parte muore di fame, si fa sempre pià appannata e confusa. ...

Il Fatto Quotidiano
30 03 2014

La scoperta avvicina la possibilità di nuove terapie mirate, grazie all’individuazione di vie cellulari suscettibili di interventi terapeutici. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Nature Neuroscience

E’ stato identificato da un gruppo di ricercatori italiani un nuovo gene principale causa della Sla (Sclerosi laterale amiotrofica – morbo di Lou Gehrig). Il gene, denominato Matrin3 e localizzato sul cromosoma 5, è stato scoperto in diverse ampie famiglie con più membri affetti da Sla e da demenza frontotemporale. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista internazionale Nature Neuroscience, che ha dedicato la propria copertina alla scoperta.

Gli autori sono un gruppo di ricercatori italiani del consorzio Italsgen (che riunisce 14 centri universitari e ospedalieri italiani che si sono uniti per la lotta contro la Sla), coordinati dal professor Adriano Chiò (Centro Sla del dipartimento di Neuroscience ‘Rita Levi Montalcini’ dell’ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza e dell’Università di Torino), dalla dottoressa Gabriella Restagno (Laboratorio di Genetica Molecolare dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Città della Scienza e della Salute di Torino) e dal dottor Mario Sabatelli (dell’Istituto di Neurologia – Centro Sla dell’Università Cattolica-Policlinico A. Gemelli di Roma), in collaborazione con il dottor Bryan Traynor (neurologo dell’Nih di Bethesda – Washington).

La scoperta di un nuovo gene implicato nell’eziologia della Sla fornisce informazioni utili per l’identificazione dei meccanismi della degenerazione dei motoneuroni ed avvicina la possibilità di nuove terapie mirate, grazie all’individuazione di vie cellulari suscettibili di interventi terapeutici. La scoperta è stata possibile grazie all’utilizzazione di nuove tecniche di sequenziamento dell’intero esoma (exome sequencing), cioè della parte del Dna che codifica per le proteine. La proteina Matrin3 è una proteina che lega il Dna e condivide domini strutturali con altre proteine che legano l’Rna, come FUS e TDP43 che sono anch’esse implicate nella Sla. Lo studio è stato eseguito su 108 casi (32 italiani, raccolti dai centri SLA aderenti al consorzio Italsgen). Per accertare l’assenza di mutazioni in soggetti sani, il gene Matrin3 è stato poi sequenziato in circa 5190 controlli sani, 1242 dei quali italiani.

Tutti i dati di sequenza degli esomi ottenuti con questa ricerca sono stati resi di dominio pubblico per poter essere utilizzati da altri ricercatori in tutto il mondo per ulteriori ricerche. La scoperta di questo nuovo gene rappresenta pertanto una svolta per la comprensione di questa patologia ed offre prospettive per l’identificazione di terapie per il suo trattamento. La ricerca è stata finanziata per la parte italiana da AriSLA, Fondazione Italiana di ricerca per la Sla, nell’ambito del progetto Sardinials, dalla Fondazione Vialli e Mauro per la Ricerca e lo Sport Onlus, dalla FIGC Federazione Italiana Giuoco Calcio, dal Ministero della Salute e dalla Comunità Europea nell’ambito del 7° Programma Quadro.

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