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Teatro Valle Occupato, Assemblea Pubblica

Domenica 10 agosto, ore 17.00

Lettera aperta al Comune di Roma
Il Fatto Quotidiano

8 agosto 2014

Signor Sindaco di Roma, signora Assessore alla Cultura del Comune di Roma,
chiediamo pubblicamente la vostra attenzione perché pensiamo che la trattativa che può decidere la sorte del Teatro Valle sia arrivata ad un punto cruciale.

Il Fatto Quotidiano
08 08 2014

Signor Sindaco di Roma, signora Assessore alla Cultura del Comune di Roma,

chiediamo pubblicamente la vostra attenzione perché pensiamo che la trattativa che può decidere la sorte del Teatro Valle sia arrivata ad un punto cruciale.

Grazie alla conduzione sensibile di Marino Sinibaldi e alla nuova attenzione politica dimostrata da Giovanna Marinelli, sono emerse le linee fondamentali di una soluzione che può essere davvero condivisa da tutti.

Il Comune e il Teatro di Roma hanno, infatti, riconosciuto non solo che l’occupazione (ancorata a precise disposizioni costituzionali, che affermano il diritto-dovere dei cittadini, singoli o associati, di svolgere attività di carattere generale, sulla base del principio di sussidiarietà) ha salvato il teatro dalla privatizzazione o dalla chiusura, facendo in modo che non venisse meno la sua funzione sociale, ma hanno anche condiviso l’idea che il modello culturale, artistico, gestionale del Valle è un modello fortemente interessante perché riesce a coniugare in concreto qualità e capacità di attrazione e formazione del pubblico.

Negli ultimi due incontri si è, anzi, iniziata a intravedere la possibilità che, anche una volta entrato nel Teatro di Roma, il Valle conservi una sua marcata autonomia culturale e gestionale, pur nel rispetto della normativa vigente.

Crediamo che questa sia una via promettente, una via che delinea una soluzione la cui importanza politica trascende perfino la sorte del Valle stesso. Negli ultimi decenni, anche in campo culturale le pubbliche amministrazioni si sono impegnate a creare nel loro seno società e agenzie che permettessero di agire secondo procedure, e non di rado anche con finalità, di tipo privatistico. Qua si tratta di avviare un processo perfettamente speculare: e cioè studiare il modo in cui sia possibile che le istituzioni pubbliche ospitino al loro interno un modo diverso per essere pubblico. Un modo radicalmente costituzionale di essere pubblico.

Se il Comune di Roma riuscirà a dimostrare che è possibile un altro modo di fare teatro pubblico, e che questo modo può stare dentro il sistema pubblico attuale, questo successo rappresenterà una tappa storica nell'esperienza del governo di sinistra. Un primo, chiarissimo segno della capacità e della forza di invertire la rotta.

Se vi scriviamo, è perché ci sembra che questo risultato sia troppo importante, e troppo a portata di mano, per vanificarlo con scadenze che non sono dettate da nessuna reale esigenza. Siamo convinti che sia importante che la trattativa sia conclusa prima che il teatro debba essere (seppur temporaneamente) abbandonato: se questa scadenza sarà spostata all'autunno inoltrato e se la trattativa riprenderà ai primi di settembre si potrà arrivare in tempi ragionevolmente brevi ad un risultato prezioso per l’Amministrazione comunale, per la Fondazione Teatro Valle Bene Comune e per tutti coloro che nel Paese guardano con ansia e fiducia a questo passaggio cruciale.

Grati per l’attenzione, vi salutiamo cordialissimamente

Massimo Bray
Pippo Civati
Celeste Costantino
Paolo Maddalena
Maria Rosaria Marrella
Ugo Mattei
Tomaso Montanari
Christian Raimo
Salvatore Settis

Tomaso Montanari

E' finito il Valle?

  • Mercoledì, 30 Luglio 2014 08:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

Minima et Moralia
30 07 2014

Il Teatro Valle ha convocato per oggi alle ore 12.00 una conferenza stampa e per le ore 17.00 un’assemblea pubblica per discutere sul destino molto molto complicato del teatro.
Dicono che sgomberano il Valle. Dicono fra tre giorni. Dicono che invece no, è in atto una mediazione e si arriverà a un risultato.

Comunque vada l’esperienza del Teatro Valle occupato – per ciò che è stata in questi tre anni – è finita qui: sta finendo, dolorosamente, qui. Ieri c’è stato un incontro tra i rappresentanti della Fondazione Valle Bene Comune che in parte poi sono anche gli occupanti del Valle e quattro persone che erano lì in veste istituzionale: Giovanna Marinelli, assessore alla cultura del Comune di Roma; Michela De Biase, presidente della Commissione cultura del Comune di Roma; Marino Sinibaldi e Antonio Calbi, rispettivamente presidente e direttore del Teatro di Roma, che nel caso è l’entità a cui è stato demandato il ruolo di mediazione del caso Valle. L’incontro è stato molto chiaro. Si è partiti con due posizioni, e su quelle posizioni dopo due ore di discussione si è rimasti. Il Teatro e il Comune di Roma dicono: riconosciamo il vostro percorso, ma ora l’occupazione non ha più senso, ve ne dovete andare entro pochi giorni. Gli occupanti dicono: forse non avete ben capito il valore di questo percorso, ce ne andiamo, ma non entro tre giorni. Insomma c’è uno stallo, e la mediazione non è raggiunta, vedremo che succederà in queste ore.

Il comunicato del Teatro Valle è qui. Quello del Comune di Roma è qui.

È strana questa lotta tra due teatri, no?, mi dicevo ieri – ero presente all’incontro – e sembrava veramente che le due parti fossero le persone di un dramma il cui conflitto era da un’altra parte. La scena di un conflitto politico, che per certi versi Valle e Argentina erano obbligati a combattere in un gioco delle parti, o in una specie di arena del Colossero: sembra l’ultima chance, forse una mezza vittoria per i contendenti ed è invece un po’ più di una mezza sconfitta per entrambi.
La rappresentazione, la messa in scena, di questo conflitto è lo sgombero (immediato? procrastinato? violento? dolce?). Il significato simbolico dello sgombero è la distanza tra due modi di vedere i rapporti di governo.

Sinibaldi, De Biase, Calbi e Marinelli sono persone intelligenti, e hanno dalla loro un paio di vantaggi in questa trattativa che trattativa lo è poco: conoscono il Valle, non sono dei politici caduti dal pero, e trattano per la prima volta, sono vergini. Sono persone che conoscono il teatro, hanno la stima degli occupanti, e non possono essere accusati di aver fatto già manovre a favore o contro. In questo senso il loro intervento di fatto squalifica e contraddice tutto quello che ha fatto il Comune di Roma finora. Alemanno e Marino, Gasperini e Barca (i precedenti assessori alla cultura): il tentativo della Barca, soprattutto, e fra un attimo vediamo perché.

L’altro vantaggio se lo sono rivendicato ed è l’unico terreno di vicinanza. A leggere il comunicato del Comune di Roma, a sentire ieri le loro parole, a fidarsi (e perché non si dovrebbe?) c’è una parte della battaglia del Valle che viene riconosciuta. Una parte molto ampia e insufficiente al tempo stesso.

Si riconosce agli occupanti che 1. hanno fatto bene a occupare tre anni fa – dopo la dismissione dell’Eti (Marinelli ha lavorato all’Eti per molto tempo) evitando la minaccia del degrado o della privatizzazione; 2. sono stati un modello dal punto di vista culturale e artistico: un teatro sempre aperto, i laboratori tecnici e artistici, l’attenzione alla formazione, quella per il contemporaneo e quella per la multidisciplinarietà…; 3. devono essere parte attiva di questa eventuale – auspicata da parte loro – trasformazione da occupazione in un teatro partecipato (attraverso una convenzione tra Teatro di Roma e Fondazione Teatro Valle Bene Comune?). Questa dichiarazione, nel suo significato minimo, liquida di fatto tutti quei soloni che in questi tre anni hanno sproloquiato insultando il valore artistico e culturale di questo progetto. Quelli da Pierluigi Battista in giù per capirci, quelli che ogni tanto scrivevano degli editoriali che dipingevano gli occupanti come peones, e provocavano dicendo: fatemela fare a me la programmazione, sono tanto esperto di teatro io.

Ieri Sinibaldi sintetizzava questa posizione dicendo: avete vinto, abbiamo riconosciuto il valore della vostra lotta, non c’è più bisogno di occupare il Valle.

Qual è allora l’oggetto del contendere che rimane fuori? È una questione sostanziale o di orgoglio?

Il duello si gioca su un principio, e perciò questa storia – in qualunque caso, a parte i proclami e a parte le sincere intenzioni di chi si è impegnato a portare fino in fondo questo dramma – non finirà bene; foss’anche solo perché – l’abbiamo detto – il vero conflitto qui è solo rappresentato.

La distanza incolmabile, lo strappo irricucibile, la vera tragedia uno potrebbe dire facendo propri i termini di Peter Szondi, è quella di un dramma borghese. Siamo dalle parti di Pirandello, di Ibsen, di Cechov, e capite bene che se è così non può finire bene.
Come per Casa di bambola o per Il gabbiano è una questione di soldi e di governo.

Se leggete il comunicato del Valle, in fondo tutto potrebbe essere firmato a quattro mani anche dal Comune di Roma. Tutto, tranne le righe in cui si ricordano i principi economici e gestionali:

Principi di natura gestionale-economica: tutela dei diritti dei lavoratori; rapporti di lavoro basati su un equilibrio tra paghe minime e massime e ispirati a un principio di equità; una politica dei prezzi che garantisca l’accesso a tutti. Principi di governo del teatro: cariche esecutive turnarie; partecipazione democratica nei processi decisionali.
La lotta degli occupanti e della Fondazione Valle Bene Comune (5600 soci, mica pochi) è stata di due tipi: una battaglia di resistenza e una battaglia di proposta. Quella di resistenza è chiara a tutti – non fate che questo posto venga lasciato al degrado, alla insignificanza, alla privatizzazione, alla disperazione che nutre chiunque oggi abbia deciso di fare cultura in Italia. Ma l’imprudenza che veniva rivendicata è stata anche un’altra: si è voluto pensare, provandolo a praticare prima di tutto e poi stilando dispositivi giuridici ad hoc, un diverso modello di governo della cosa pubblica. È possibile una gestione senza un cda? È possibile dare cariche turnarie a chi deve amministrare? E, domande ancora più scabrose: è possibile contrastare il governo insensato della Siae? è possibile livellare gli stipendi dei vari lavoratori? è possibile rendere popolari i prezzi dei biglietti?

Su questi punti qui non c’è stato riconoscimento ieri. Questi sono i motivi principali per cui il teatro ha continuato a essere occupato in questi tre anni. Il Valle è stato un modello di educazione politica, studiato, promosso, premiato anche all’estero. Non solo, ovviamente, per la simbolicità della lotta. Ma anche semplicemente perché altrove provano a muoversi lungo la stessa linea. Provano a rispondere alla crisi politica e economica del settore culturale, coinvolgendo le persone in un processo partecipativo, inventandoselo con tutti. Sinibaldi sembrava forse almeno sulla carta più aperto al confronto, Marinelli sicuramente no.

Ma comunque questo è il senso di quello striscione che campeggia ora davanti al teatro, ora in platea, ora in galleria, dal giugno del 2011, Com’è triste la prudenza. La frase è del drammaturgo Rafael Spregelburd, e la sfida era simile: una battaglia di una nuova classe – quella degli artisti, dei lavoratori della cultura – nel trasformare un desiderio artistico in un modo diverso di vedere il mondo. La sensibilità di una narrazione del contemporaneo che si lancia a immaginare nuovi modelli gestionali. Il nostro mondo non ci piace così, ma vorremmo che cambiarlo fosse una parentesi, un rovesciamento rabelesiano. Ci piacerebbe strutturarli i cambiamenti. E del resto, insomma, non è un caso che tutto questo si sia sviluppato nella debacle sociale dell’Argentina post-Menem.

In una delle ultime assemblee, meravigliosamente inutili verrebbe da dire, che si sono svolte al Valle, erano stati convocati alcuni giuristi, proprio per continuare questo tipo di percorso politico. E sicuramente l’esperienza più innovativa che era venuta fuori era quella del Labsus, il laboratorio per la sussidarietà che in questi anni, in tutta Italia, sta cercando di organizzare le esperienze di governo dal basso attraverso strumenti legali specifici. Flavia Barca, con tutti i limiti suoi (la procrastinazione e la dispersione dell’interlocuzione) e non suoi (la sfiducia di Marino e del PD), aveva provato a far propria l’esperienza di Labsus, si era cominciata a studiare il regolamento per l’amministrazione condivisa che era stato presentato a Bologna lo scorso febbraio.

Sembrava una decisione complicata e lunga, ma soprattutto era necessaria una conoscenza e una volontà politica che, in tempi di vere e false emergenze, nessuno vuole spendersi. Mentre al Valle si discuteva su nuovi modelli gestionale, da altre parti politiche si capiva come far arrivare tutto al cul-de-sac che oggi è simboleggiato da una Corte dei Conti che mette il fiato sul collo al Comune, minacciandolo di denunce per danni all’erario – ed è questo uno dei motivi di questa fretta. Non siamo distanti anni luce?
L’altro nodo del contrasto è il luogo. Quella del Valle è (cavolo, mi viene da dire è stata) un’occupazione anomala. Diversa da quella degli anni ’70 o ’90 o anche ’10. Non si è occupato un luogo dismesso e lo si è riqualificato. Si è scelto un luogo storico e lo si è si è tutelato. Si è scelto, per certi versi, di sostituire una legalità formale (non rispettata) con una iperlegalità (la responsabilità nei confronti del bene). Il Valle non si è trasformato in un centro sociale, ma è stato più teatro. Chi dice che il Valle ha buttato, rubato, sprecato soldi, mettendo in mezzo la questione delle bollette, dice il falso. Il Valle, a costi ridottissimi, ha prodotto un indotto incredibile. Soltanto per la preservazione del luogo, quanti soldi si sono risparmiate? Ve lo ricordate Alemanno che pagò 400.000 euro l’anno solo di guardiania per il dismesso Teatro del Lido. Ma non ricominciamo con l’elenco. Queste cose, chi le ha seguite in questi anni con un minimo di curiosità e di onestà intellettuale, le sa. Nelle occupazioni delle case, in genere si chiede cento (si occupano cento case a San Basilio) e poi si media e si ottiene cinquanta (cinquanta case a Tor Marancia). In questo caso questo tipo di mediazione non è traducibile: non c’è un mezzo Valle a Porta Maggiore. Ma soprattutto non c’è un mezzo modello di teatro amministrato in modo condiviso. E va dato atto che Sinibaldi ci ha provato o ci sta provando a offrire una soluzione del genere con una sua proposta di teatro partecipato o teatro dei diritti (sono proposte nel comunicato); ma le distanze tra le due visioni gestionali forse sono più grandi di quelle che sembrano.

C’è un ultima cosa da dire, ed è un’impressione forte che si ha sulla questione Valle in questi giorni. Che tutte le parti i causa siano deboli. Il sistema culturale a Roma, e non solo a Roma, è al tracollo. Questa data simbolica del 31 luglio sembra quella di un film catastrofista. I giornali che chiudono (qui il comunicato ieri dell’Unità, qui l’articolo sulla probabile chiusura proprio del giornale del Teatro di Roma), davanti al teatro Eliseo (ieri ci sono passato davanti mentre tornavo dall’incontro) campeggiano degli striscioni che invocano la salvezza dalla chiusura, al Teatro Quarticciolo che tutti indicano sempre come un modello di gestione hanno tolto 40000 euro dei già magrissimi fondi e quindi avrà una programmazione decurtata il prossimo anno, e quest’estate romana ha tutto fuorché l’allegria dell’effimero… È una crisi sistemica, come si dice, data dalla mancanza di investimenti economici, e dalla mancanza di immaginazione. I soldi non arriveranno e un bel pezzo d’immaginazione con lo sgombero del Valle se ne andrà.

I quattro rappresentanti delle istituzioni si stanno spendendo in questa iniziativa per non far passare una linea politica che è sicuramente peggiore. Questa però non è una buona notizia, ma solo la consapevolezza che la loro offerta è un boccone avvelenato di cui però loro stessi non possono che nutrirsi. Investire sulla cultura non frega quasi a nessuno, e il confronto di ieri è quello tra due attori marginali. La questione Valle forse nelle prossime ore diventerà, come paventato o sperato da molti, una questione di ordine pubblico. Il conflitto reale è tra queste due parti: chi ha la capacità di riconoscerlo sa che si tratta di una lunga lotta e che in questo momento – con una vulgata neoliberista ormai introiettata e un’indifferenza totale rispetto alle sorti della cultura – si parte comunque sconflitti; e chi ha l’occhio allenato scorge anche in filigrana un regolamento di conti interno a quel partito della nazione che è il Pd.

E quindi? E quindi c’è questa assemblea oggi appunto, alle 17 al teatro. Si deciderà di mediare (leggi: arrendersi) o di rimanere nel teatro (aspettare lo sgombero). È una decisione che ha senso prendano le persone che in questi anni il teatro l’anno vissuto, animato, ne hanno fruito. Quei 5600 soci, per primi. Ma anche le famiglie che si sono andati a vedere uno spettacolo per bambini una domenica pomeriggio, quelli che hanno fatto un’ora di fila per il concerto di Jovanotti, quelli che hanno frequentato gratis i laboratori… Sono loro che sono di fatto coinvolti. Se l’occupazione è stata illegale, loro hanno partecipato a quell’illegalità. Ognuno ha voce in capitolo, è giusto che sia così. Spero veramente che oggi ci sia un sacco di gente.

Ecco, questa, anche nei toni, sembra l’ennesima chiamata all’emergenza. Ma su questo punto il comunicato del Valle, come dire, mente in buona fede. Non è un’emergenza. Anche domani ci sarà la stessa battaglia, anche il mese prossimo, anche fra un anno. Si tratta di capire non cosa accadrà al Valle, ma cosa accadrà a noi. E questa invece è sempre un’emergenza vera. Si tratta di capire quando cominceremmo a pensare a un modo diverso di fare politica. Si tratta di capire quando penseremo che questa crisi economica e sociale non ci vede solo come vittime. Si tratta di capire quando vorremo smettere di delegare, ma studiare, agire, intervenire. Se continuo a ringraziare i compagni del Valle è perché in questi tre anni mi hanno insegnato molte di queste cose. E sono convinto che continueranno a farlo.

Sgomberi alla romana

  • Martedì, 22 Luglio 2014 08:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle Migrazioni
22 07 2014

Corriere delle Migrazioni ha assistito al trentesimo smantellamento di un campo rom, effettuato dalla Giunta Marino. Ecco come funzionano gli sgomberi nella capitale

È mercoledì 9 luglio, sono le otto del mattino. Le pattuglie della polizia locale di Roma irrompono nel piccolo insediamento di Val d’Ala, nella zona nord della città: qui, ai bordi della ferrovia, vivono una quarantina di rom rumeni – molti dei quali minorenni – accampati alla meglio con tende da campeggio e ricoveri di fortuna. Sono disorientati e timorosi, gli abitanti del campo, ma non sorpresi: lo sgombero è stato annunciato già da qualche giorno, l’arrivo delle forze dell’ordine era previsto.

Peraltro, ad attendere le pattuglie non ci sono soltanto i rom. Anzi, al campo si è formato un vero e proprio “comitato di accoglienza”: l’associazione 21 Luglio, che contesta lo sgombero, ha chiamato a raccolta i cittadini per monitorare le operazioni. Così, già di primo mattino, ci sono fotografi, giornalisti e volontari. Gli attivisti della 21 Luglio, riconoscibili dalle t-shirt con il logo dell’associazione, parlano con le famiglie, spiegano cosa sta per accadere, dispensano consigli e suggerimenti.

Arriva la polizia municipale
Forse i più sorpresi sono proprio loro, gli uomini della Municipale: abituati a trattare con i rom, ma non con gli attivisti e i “contestatori”. Parcheggiano, scendono dalle macchine, si guardano intorno e hanno l’aria perplessa. Uno di loro, che dirige le operazioni, si avvicina e arriva faccia a faccia con Carlo Stasolla, presidente della «21 Luglio». «Siamo qui per monitorare il rispetto dei diritti umani», dice Stasolla con voce calma. «Riteniamo che questo sgombero non sia conforme alle procedure di legge; non vogliamo ostacolare il vostro lavoro, ma intendiamo rimanere qui e documentare quel che succede». L’interlocutore è visibilmente innervosito: «Questo campo è abusivo e illegale», risponde con fare seccato, «e deve essere chiuso: non vedo dov’è il problema». Stasolla ha tutta l’aria di chi, prevista l’obiezione, aveva preparato per tempo la risposta: «Ci sono garanzie sancite da norme internazionali: in caso di sgombero, gli abitanti devono essere informati preventivamente, e deve essere proposta una soluzione altern…». Ma il dirigente non ha voglia di discutere e taglia corto: «Va bene, state qui, ma non ostacolate le operazioni».

La ruspa
Gli agenti chiamano a raccolta le famiglie, le allontanano dalle tende, e chiedono anche a noi di tenerci a distanza. Poi fanno passare una piccola ruspa, che si avvicina sotto gli occhi attoniti dei bambini. In pochi minuti tutto viene travolto: tende, baracche, effetti personali dei rom sono distrutti. La ruspa si muove veloce, mentre alcuni agenti raccolgono i resti e li ammucchiano da una parte. Le facce dei rom sono intimidite, ma anche rassegnate: nessuno degli abitanti del campo protesta. Il silenzio è quasi irreale. Assieme ad altri giornalisti mi avvicino per fare delle foto, ma gli uomini della Municipale mi fermano: «Non potete stare qui, dovete allontanarvi». Carlo Stasolla si impunta: «I cronisti devono documentare le operazioni», dice, «non hanno intenzione di ostacolarvi». Il dirigente è visibilmente seccato: «Documenteranno le operazioni quando saranno terminate». Che è un po’ come andare allo stadio e accendere la telecamera quando la partita è finita. Glielo facciamo notare, al dirigente, ma lui non sente ragioni: «e non fate foto alla mia faccia, che sennò vi denuncio». Va bene, niente foto alla sua faccia. Sennò si arrabbia.

«Soluzioni» alternative
Gli uomini della Municipale si muovono con sicurezza, e hanno una strana confidenza con i rom: li salutano, li chiamano per nome, sorridono, fanno battute, elargiscono affettuose pacche sulle spalle. «Ormai li conosciamo da anni», mi dice il solito dirigente, che ha una gran voglia di parlare con me (forse deve discolparsi dei modi un po’ rudi che ha usato finora). «Sa, noi non ce l’abbiamo con loro, facciamo solo il nostro mestiere…». Un piccolo drappello di agenti si dispone vicino alle macchine. Una vigilessa chiama a raccolta le donne rom, convocandole ad una ad una. Un suo collega, che parla rumeno (un rumeno un po’ maccheronico, a dir la verità) e che per questo fa l’interprete, pone a tutte le stessa domanda: «Vuoi che ti troviamo una sistemazione per stasera? Possiamo darti un posto letto per te e per il tuo bambino, ma non puoi portare tuo marito». La risposta è sempre la stessa: «No, non voglio separarmi da mio marito». Ed è una risposta così scontata, che gli agenti hanno tutta l’aria di conoscerla già. Nessuna delle donne rom fa domande, nessuna protesta: sembra quasi che tutti – rom e agenti – recitino un copione mandato a memoria. Ogni volta che viene pronunciato il fatidico «no», il dirigente assume un’aria sbrigativa e si rivolge al collega interprete, «Vabbè dai, abbiamo capito, passiamo alla seconda domanda». La «seconda domanda» viene rivolta anche agli uomini: «Vuoi tornare in Romania? Possiamo darti un aiuto per le spese del viaggio». Qui le risposte sono meno scontate, e c’è qualcuno che accetta l’offerta. «Va bene, lasciaci il numero di telefono, ti richiamiamo noi».

Il tutto si svolge in una tranquillità irreale. È una specie di teatro dell’assurdo: i rom dovrebbero essere furibondi per la distruzione delle baracche, e invece sembrano tranquilli (o almeno rassegnati). La proposta di dividere le famiglie – accogliendo donne e bambini, e separandoli dagli uomini – è un po’ grottesca e un po’ umiliante, ma qui nessuno sembra farci caso: per gli agenti è «la prassi», e i rom ci hanno fatto l’abitudine. Per la verità anche io ci sono abituato, e infatti lì per lì non ci faccio caso: solo una collega giornalista, alla sua prima esperienza di sgombero, mi fa notare quanto sia assurda tutta la vicenda. In realtà, la proposta di separare le famiglie ha una sua logica, per quanto contorta: serve per poter dire, alla stampa e alle televisioni, che ai rom è stata offerta una «soluzione alternativa», e che sono stati loro a rifiutare. E succede spesso che i giornalisti (non tutti, solo quelli pigri e acquiescenti) prendano per buona la versione ufficiale, e ci ricamino sopra: ecco, i soliti zingari ingrati, che rifiutano le generose offerte del Comune…

La vertenza
Le operazioni sono durate sì e no un’ora. Adesso le baracche sono state distrutte, e il palcoscenico si chiude. I rom si allontanano dal campo e si dirigono verso il Dipartimento delle Politiche Sociali del Comune: vanno a protestare contro lo sgombero, e a rivendicare una soluzione alternativa. Assieme a loro ci sono gli instancabili volontari della 21 Luglio, e anche Matteo de Bellis, dirigente di Amnesty International. Il resto è cronaca degli ultimi giorni. Lo sgombero è stato duramente contestato sia dall’Associazione 21 Luglio, sia da Amnesty International. Con due comunicati stampa congiunti, il primo il 9 luglio e il secondo l’11 luglio, le due organizzazioni hanno dapprima denunciato le violazioni dei diritti umani, e poi rivolto un appello urgente al sindaco di Roma al fine di trovare una soluzione immediata per far fronte all’emergenza. Poi, finalmente, nella giornata di venerdì, si è trovata una soluzione-tampone: «I rom», ha annunciato un comunicato della 21 Luglio, «sono stati trasferiti provvisoriamente in una struttura di accoglienza in città, dove risiederanno fino all’individuazione di ulteriori soluzioni». Un “tampone”, appunto. Che lascia aperto il nodo di sempre: a chi e a cosa servono gli sgomberi?

 

Roma - Sgombero del Volturno Occupato

  • Martedì, 15 Luglio 2014 11:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

Global Project
15 07 2014

Questa mattina la polizia ha sgomberato il VolturnoOccupato spazio riconquistato alla città nel centro di Roma. Iniziati i lavori di demolizione.

Di seguito il comunicato del Coordinamento di Lotta per la Casa di Roma sull'ennesimo sgomero ordinato dalla prefettura nella totale assenza e silenzio dell'amministazione capitolina.

Il comitato dell’ordine pubblico e della sicurezza di Roma rompe la tregua con i Movimenti.

Questa mattina, con il solito corollario di mezzi blindati e uomini della celere, immediatamente pronti a derubare impianti e attrezzature, sono iniziate le procedure di sgombero del Volturno, cuore pulsante degli sportelli dedicati all’emergenza abitativa e sede di un teatro aperto alla città da ormai sei anni.
Contro la subordinazione delle esigenze sociali agli interessi privati – e in modo particolare agli speculatori della Ferrero Cinema – e per un vero diritto all’abitare, il coordinamento cittadino di lotta per la casa insieme ai laboratori di cultura indipendente e a tutti i movimenti contro la precarietà e contro l’austerity invita la città ad accorrere in via Volturno, nella convinzione che subire ora lo sgombero del Volturno sia il preludio a un’estate di sgomberi, perfettamente in linea con le lacrime e il sangue estorti dal governo Renzi a un corpo sociale che allo stato delle cose ha da perdere solo le proprie catene.

Coordinamento cittadino di lotta per la casa

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