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Nella periferia di Roma Est, con le pattuglie anti-rom

  • Lunedì, 14 Luglio 2014 14:22 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
14 07 2014

Viaggio nei campi nomadi capitolini tra roghi tossici e cittadini esasperati che scendono in strada
Marco Fattorini e Marco Sarti

Il viaggio de Linkiesta nell’emergenza nomadi della Capitale. Un reportage in tre puntate sul dramma sociale dei campi rom, le storie dei protagonisti e l’incredibile spreco di denaro pubblico. (La prima puntata)

Nella Capitale Antonio Di Maggio si occupa dei rom da almeno vent’anni. Un veterano dell’emergenza nomadi. Vicecomandante della Polizia locale di Roma, è il titolare del gruppo di Sicurezza Pubblica ed Emergenziale, un nucleo di 60 uomini impegnato, tra le altre cose, nel monitoraggio dei campi autorizzati e degli insediamenti abusivi. Modi burberi e disponibilità genuina, alle sue dipendenze c’è una squadra affiatata. Una task force di eccellenza che vigila sulla Capitale parallela: una città fatta di nomadi, invisibili, senzatetto, abusivismo edilizio e ambientale. Agenti in prima linea, ma solo tre pattuglie per turno che devono vegliare su tutto il territorio. Chi si aspetta un ufficio al Campidoglio, magari con vista sui Fori, rischia di rimanere deluso. La sede del gruppo è a Ponte di Nona, quartiere ultraperiferico a est di Roma. Palazzoni nuovi e strade larghe che venerano la classica cattedrale nel deserto, il centro commerciale. L’aria è quella del quartiere dormitorio, come ce ne sono tanti ai margini delle grandi metropoli. Persino anonimo, se non fosse per il campo nomadi di Salone.

Un tempo insediamento modello, oggi è unanimemente riconosciuto come uno degli accampamenti più difficili della Capitale. Nel 2006 era nato per ospitare 600 persone, ma già un anno fa l’ufficio nomadi del Comune ne aveva censite 900. Per qualcuno ora sono molte di più. L’Associazione 21 Luglio, da sempre vicina alle comunità rom e sinti, denuncia le difficoltà di vita dei nomadi residenti, strettamente connesse alla posizione isolata del campo. «Raggiungere i servizi essenziali dall’insediamento risulta estremamente complicato — si legge in un recente dossier — La farmacia più vicina dista 4,2 chilometri, l’ospedale 10,6 chilometri, l’ufficio postale 2,7 chilometri, il negozio di generi alimentari 3,2 chilometri». Intanto solo lo scorso anno il Campidoglio ha investito quasi tre milioni di euro per la gestione del campo. In circa otto anni, stima l’associazione, ognuna delle famiglie che vive qui è costata alle casse cittadine 144,558mila euro.

Per tutti, quello di Salone è il campo degli incendi. Se ne lamentano gli abitanti del quartiere, le autorità locali confermano con rassegnazione. Una terra dei fuochi lungo il grande raccordo anulare. Di giorno i palazzi vicini all’insediamento vengono avvolti da alte nuvole di fumo denso e nero. La notte i vigili del fuoco sono costretti a intervenire per spegnere le fiamme (quando non devono scappare perché accolti a sassate). Come spiega un rapporto della Polizia locale di Roma Capitale, nel campo di via di Salone è stata «accertata un’attività di gestione illecita di rifiuti». Le indagini della squadra di Di Maggio hanno evidenziato la presenza attorno all’insediamento di almeno «40-50 autocarri adibiti a raccolta e trasporto di rottami». Così assieme agli incendi incontrollati — e i conseguenti rischi per la salute di chi vive a Ponte di Nona — nella zona sono già state sequestrate un paio di discariche abusive e quasi 6mila chili di rifiuti. Una situazione resa ancora più rischiosa dal contesto ambientale. Nei decenni passati, la zona dove sorge il campo nomadi ospitava vecchie discariche e cave di pozzolana riempite di rifiuti. Come se non bastasse, a pochi metri dall’insediamento oggi sorge un deposito Gpl dell’Eni e un’ex area industriale nel cui sottosuolo Italgas nel 2010 appurava una «contaminazione storica» di sostanze come arsenico, berillio, piombo, rame, selenio e idrocarburi vari.

È il Gruppo Sicurezza Pubblica ed Emergenziale ad avere il polso della situazione sui vari campi nomadi capitolini. Nonostante la qualifica di dirigente, Antonio Di Maggio partecipa personalmente ai controlli: dagli sgomberi ai sopralluoghi. Nel campo di Salone ormai lo conoscono tutti, per entrare basta una sola pattuglia della Municipale. Nessun insulto, solo saluti e sorrisi. Tra i moduli abitativi messi a disposizione dal Campidoglio i più piccoli lo accolgono mostrando il palmo della mano. «Ciao Maggio». Gli anziani del campo lo rispettano. I resti degli ultimi roghi sono ancora visibili. All'ingresso del campo fa bella mostra una mercedes Classe A carbonizzata, data alle fiamme nella notte. E poi diversi cumuli di rifiuti ammassati a bordo strada, nonostante i cassonetti presenti nel campo. Telecamere spente, portineria della vigilanza vuota e un container con la scritta “Polizia Municipale” sbarrato da tempo. «Mancano le risorse», conferma un agente. Tra bambini in bicicletta e sporcizia, lungo la stradina che attraversa l’insediamento si alternano pozzanghere e topi. «Con i nomadi - racconta Di Maggio durante il sopralluogo - c’è un confronto quotidiano». Il fattore umano conta più di qualsiasi protocollo. «Loro si rivolgono a noi per chiederci aiuto su violenze subite e problematiche sociali».

Eppure il rapporto tra i nomadi e il quartiere è diventato difficile. Forse anche troppo. E così a Ponte di Nona un gruppo di cittadini ha iniziato a pattugliare le strade per arginare illegalità e delinquenza. Due automobili, una decina di volontari, alternandosi riescono a operare per tutta la notte. Sono il Caop, Coordinamento Azioni Operative Ponte di Nona. Il presidente è Franco Pirina, libero professionista e residente in zona. «Quando vediamo qualcosa che non va — ci tiene a specificare — non interveniamo. Chiamiamo immediatamente le forze dell’ordine». Le pattuglie improvvisate girano per le strade del quartiere fino alle prime luci dell’alba. La gente si sente più sicura, racconta orgoglioso il presidente, tanto che presto il servizio sarà esteso anche alla vicina zona di Settecamini.
Pirina non gira troppo attorno alle parole. A Ponte di Nona la situazione ormai è insostenibile. «E per quello che vedo io — racconta — l’ottanta per cento dell’illegalità è legata al campo nomadi». Nel quartiere c’è chi denuncia furti, atti di vandalismo. Al centro delle polemiche restano gli immancabili roghi. Di fronte alle colonne di fumo che continuano ad alzarsi, i cittadini si difendono come possono. Dopo alcune segnalazioni in Campidoglio, lo scorso autunno Pirina ha denunciato Ignazio Marino e l’amministrazione comunale per omissione di atti d’ufficio. «La sa una cosa? — racconta il presidente del Caop — Il gabinetto del sindaco mi ha già contattato per chiedere di rinunciare alla querela. Ma io li voglio portare in tribunale. Al processo ci costituiremo parte civile e il risarcimento che otterremo sarà interamente devoluto alle forze dell’ordine». Nonostante le buone intenzioni, il rischio che la tensione possa degenerare è concreto. «Da un momento all’altro può succedere qualcosa — racconta ancora Pirina — spiace dirlo, ma abbiamo già scritto al prefetto per avvertirlo che qualcuno potrebbe compiere azioni violente ed eclatanti nei confronti del campo nomadi. La gente ormai è esasperata».
nomadi

Intanto i campi nomadi della Capitale sono rimasti senza controllo. Lo scorso primo luglio, il Campidoglio ha deciso di sospendere il servizio di monitoraggio e portierato dei villaggi autorizzati svolto da 80 operatori della società Risorse per Roma, partecipata del Comune. Una scelta politica, lamenta qualcuno. Il progetto era stato voluto da Gianni Alemanno: un servizio di controllo degli ingressi, ispezioni nei campi e segnalazioni alle autorità competenti. Ora la giunta di centrosinistra ha deciso di voltare pagina. «Eravamo entrati due anni e mezzo fa con un bando pubblico — racconta uno degli operatori rimasti senza stipendio — e adesso siamo finiti in mezzo a una strada». In questi giorni è in corso un braccio di ferro con l’amministrazione capitolina per salvare i posti di lavoro. Anche per questo gli ex lavoratori di Risorse per Roma chiedono di parlare sotto anonimato. Dai loro racconti emerge una realtà inquietante. Violenze, minacce e aggressioni subite durante i turni di servizio.

Fino a pochi giorni fa i dipendenti hanno controllato gli accessi degli insediamenti 24 ore su 24, 365 giorni l’anno. Il risultato? Oltre 8mila segnalazioni alle autorità competenti relative ad attività illecite, richieste di soccorso, manutenzione. Non solo. I dipendenti rappresentavano un punto di riferimento per le fasce più deboli della comunità nomade. «Donne, bambini. Famiglie spesso costrette a pagare il pizzo per poter avere in subaffitto i moduli abitativi messi a disposizione del campo». Adesso tutto è cambiato. «La nuova amministrazione cittadina ha mostrato totale disinteresse. Le nostre segnalazioni sono finite sistematicamente nel nulla». Fino alla definitiva sospensione del servizio. «E i risultati già si vedono — racconta uno dei dipendenti licenziati — al campo della Barbuta sono stati vandalizzati i moduli abitativi destinati a Risorse per Roma e alla Croce Rossa. Solo il nostro presidio era costato circa 40mila euro. Senza considerare la distruzione degli impianti di video-sorveglianza».

Al centro delle polemiche finisce l’assessore alle Politiche sociali del Campidoglio, Rita Cutini. Docente universitaria vicina alla comunità di Sant’Egidio. Nella gestione della vicenda nomadi, sono in molti a lamentare l’assenza di una strategia precisa da parte della giunta Marino. «L’assessorato? È un muro di gomma — sussurra una fonte vicina al Campidoglio — da parte di questa amministrazione non c’è alcun tipo di progettualità per la questione rom. Almeno Alemanno, con tutti gli errori che ha fatto, dialogava e incontrava personalmente le comunità, anche scavalcando le cooperative e le associazioni che da sempre operavano nell’ambito». Solo cattiverie? Tra critiche e dubbi sulla gestione emergenziale, neanche Linkiesta riesce a raggiungere l’assessore Cutini. A una richiesta di intervista, la portavoce rifiuta cordialmente. «Al momento non è possibile, dobbiamo risentirci più in là perché prima vogliamo risolvere la questione del bilancio al sociale». Evidentemente non c’è tempo per rispondere alle domande.

Associazione 21 luglio
09 07 2014

Roma, ennesimo sgombero forzato della Giunta Marino. Associazione 21 luglio e Amnesty International: «Violati gli standard internazionali». E i rom si spostano all’Assessorato Politiche Sociali.

Ci sono anche 11 minori, di cui alcuni di pochi mesi, e persone affette da gravi patologie tra i 39 rom che sono stati sgomberati questa mattina da un insediamento informale nei pressi della stazione ferroviaria Val d’Ala, nella periferia nord-est di Roma.
Le famiglie, rese senza tetto dallo sgombero forzato, hanno appena raggiunto l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune per chiedere un’alternativa adeguata. Per Associazione 21 luglio e Amnesty International, che hanno assistito alle operazioni, lo sgombero viola i diritti umani delle persone coinvolte in quanto realizzato senza le garanzie previste dagli standard internazionali.
Le operazioni di sgombero sono cominciate questa mattina intorno alle ore 7.30 alla presenza degli ufficiali della Polizia di Roma Capitale (guarda le foto). Le abitazioni dei 15 nuclei familiari sono state abbattute e i 39 rom, tutti originari della Romania, sono stati allontanati dall’insediamento nel quale vivevano.

Appresa l’intenzione delle autorità comunali di sgomberare i 39 rom, tra cui alcune persone che necessitano di cure per via delle gravi patologie di cui soffrono, l’Associazione 21 luglio, lo scorso 4 luglio, aveva scritto alla Direzione Accoglienza e Inclusione del Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale per chiedere un intervento immediato volto a evitare la realizzazione di uno sgombero forzato, illegale e in violazione dei diritti umani.

L’8 luglio, Amnesty International aveva chiesto chiarimenti al Comune di Roma in merito allo sgombero e alle misure adottate per garantire il rispetto degli standard vigenti. Da tale dialogo è emersa l’assenza di un’offerta di alloggio alternativo alle famiglie interessate dallo sgombero.

Di fronte all’assenza di un intervento in grado di riportare tale operazione entro un ambito di legalità, pertanto, Associazione 21 luglio e Amnesty International hanno dovuto constatare che, così come sono state condotte, le operazioni non hanno rispettato le garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite.
Lo sgombero di stamane, infatti, non è stato accompagnato da una genuina consultazione con gli interessati né da una notifica formale e nessuna alternativa abitativa adeguata è stata offerta loro - se non la divisione familiare (donne e bambini in case famiglia, uomini a parte) che le persone hanno comprensibilmente rifiutato - rendendo così i 39 rom, in particolare i bambini, vulnerabili a ulteriori violazioni di diritti umani.

Con quello di oggi, sale a 30 il numero di sgomberi forzati di insediamenti informali rom realizzati nella Capitale dall’attuale Giunta guidata dal sindaco Ignazio Marino, sottolinea l'Associazione 21 luglio. Lo sgombero odierno, secondo i dati dell’Associazione, è inoltre costato al Comune circa 50 mila euro mentre per i 30 sgomberi sono stati spesi, in totale, circa 1,5 milioni di euro.
Subito dopo essere state sgomberate, le famiglie rom coinvolte hanno deciso di recarsi davanti alla sede dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma, in viale Manzoni 16, per chiedere una soluzione abitativa adeguata.

Sul posto si trovano anche gli attivisti dell’Associazione 21 luglio e di Amnesty International, oltre all’Assessore alle Politiche Sociali del Municipio Roma III Eleonora Di Maggio, che ha assistito allo sgombero.

«Lo sgombero forzato di questa mattina rende evidente l’urgenza di una circolare che indichi le modalità con cui gli sgomberi devono essere realizzati, quando strettamente necessari, rispettando gli standard internazionali relativi a consultazione genuina, notifica previa ed offerta di alternative adeguate», afferma Amnesty International. «Il Sindaco Marino ed il governo italiano non possono guardare dall’altra parte mentre dei bambini vengono lasciati per strada».

«Perpetrando una politica basata sugli sgomberi forzati e sulla segregazione dei rom nei cosiddetti “villaggi della solidarietà” – affermano Associazione 21 luglio e Amnesty International - Roma non solo dimostra di non attuare la Strategia di Inclusione dei Rom e Sinti ma persiste nell’utilizzo di ingenti risorse economiche - che potrebbero essere riconvertite in progetti rivolti a tutti i cittadini, rom e non, in emergenza abitativa - per violare i diritti umani dei rom contribuendo ad alimentare il clima di ostilità nei loro confronti».

GUARDA LE FOTO DELLO SGOMBERO

Per maggiori informazioni
Danilo Giannese
Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.21luglio.org

Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Il Fatto Quotidiano
09 07 2014

“Come è triste la prudenza” recita lo striscione appeso nella sala settecentesca occupata tre anni fa da un collettivo di artisti e lavoratori dello spettacolo. Ed è quello che deve aver pensato Ignazio Marino quando, dopo mesi di silenzio, ha deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo e annunciare che il tempo è scaduto: “Il teatro Valle deve tornare libero”. Nessuna forma di mediazione e, una volta sloggiati gli attivisti, semaforo verde a una gara per assegnare il prestigioso palco nel centro della Capitale.

Eppure da metà giugno negli uffici del Comune di Roma c’è un corposo dossier, commissionato dall’amministrazione a un gruppo di esperti, che suggerisce delle soluzioni molto diverse: qualsiasi ipotesi sulla futura governance della sala deve tener conto “dell’esperienza di gestione informale” degli occupanti e di quanto di buono “ha prodotto in termini di innovazione teatrale, culturale, gestionale e sociale”. Nello studio, che Il Fatto Quotidiano ha potuto leggere in esclusiva, c’è scritto: “E’ importante consentire ai valori e all’esperienza che TVBC (Teatro Valle Bene comune, il soggetto giuridico elaborato dagli occupanti, ndr) ha prodotto di essere parte del codice genetico della futura soluzione gestionale”.

Lorenzo Galeazzi

Il Manifesto
01 07 2014

Spazi sociali. Tutti insieme come non accadeva da tempo. «Gli spazi occupati e autogestiti sono un bene comune della città. Fissato un confronto con il vicesindaco Nieri. Domani al Campidoglio assemblea tra movimenti e amministratori sull'articolo 5 del piano Casa Lupi

Si sono pre­sen­tati in più di cento a bus­sare alle porte del dipar­ti­mento al Patri­mo­nio di Roma Capi­tale, la cui delega è in mano al vice­sin­daco di Sel Luigi Nieri. Atti­vi­sti di una coa­li­zione di «spazi sociali e auto­ge­stiti». Ci sono le occu­pa­zioni «sto­ri­che» della città come il Corto Cir­cuito e il Forte Pre­ne­stino, nate tra la fine degli anni ’80 e i primo ’90. Poi ci sono l’Angelo Mai, il Tea­tro Valle Occu­pato, il Cinema Palazzo, gli stu­den­tati auto­ge­stiti, e i cen­tri sociali degli anni Due­mila come l’Astra, Esc, Strike, Spar­taco, Acro­bax. Poi Com­mu­nia, la Torre, Scup, Offi­cine Zero.

Tutti insieme come non acca­deva da tempo, tutti insieme per pre­ten­dere dalla giunta di Igna­zio Marino impe­gni chiari, per difen­dere l’«anomalia romana» fatta di decine di occu­pa­zioni abi­ta­tive, ma anche di straor­di­na­rie e lon­geve espe­rienze di auto­ge­stione e recu­pero di spazi nei ter­ri­tori. La sto­ria degli spazi occu­pati e auto­ge­stiti ha cam­biato il volto e la geo­gra­fia di Roma negli ultimi anni, un patri­mo­nio incre­di­bile che ha coin­volto gene­ra­zioni e migliaia di persone.

«Abbiamo occu­pato spazi lasciati all’abbandono o alla spe­cu­la­zione, recu­pe­ran­doli con le nostre forze all’uso pub­blico e con­di­viso, rac­co­gliendo auto­no­ma­mente le risorse per soste­nere la con­ti­nuità e il pro­li­fe­rare delle atti­vità», spie­gano gli atti­vi­sti men­tre espon­gono car­telli e stri­scioni. «Gli spazi occu­pati e auto­ge­stiti sono un bene comune della città, espe­ri­menti avan­zati di crea­zione e gestione col­let­tiva. Non cor­ri­spon­dono ai canoni dell’amministrazione pub­blica né tan­to­meno a quelli dell’uso privato.
Sono pro­getti di auto­va­lo­riz­za­zione del patri­mo­nio, a par­tire dall’uso e non dal valore, che l’amministrazione dovrebbe rico­no­scere nella loro spe­ci­fi­cità, garan­tire e tute­lare favo­ren­done lo svi­luppo. Invece, appel­lan­dosi alla lega­lità e adot­tando un cri­te­rio rove­sciato di giu­sti­zia, il Dipar­ti­mento del Patri­mo­nio batte cassa e cerca di rego­lare il bilan­cio disa­stroso del Comune di Roma pre­sen­tando il conto pro­prio ai cen­tri sociali, men­tre agi­sce l’emergenza abi­ta­tiva sgom­be­rando gli occu­panti e garan­tendo la ren­dita immo­bi­liare». Alla fine di un incon­tro ammi­ni­stra­zione e spazi sociali si sono ricon­vo­cati per un tavolo con il vice­sin­daco Nieri il pros­simo lunedì «per affron­tare le que­stioni più urgenti che sono sul piatto e ini­ziare un per­corso di confronto».

Pro­prio oggi il Marino e il Pre­fetto Peco­raro avreb­bero dovuto incon­trarsi per discu­tere della sicu­rezza a Roma e dello sgom­bero di 60 edi­fici, annun­ciati a mezzo stampa dalla Pro­cura dove sulle occu­pa­zioni sta lavo­rando il pool anti­ter­ro­ri­smo. L’incontro potrebbe essere sfu­mato per i guai della Giunta Marino, sem­pre più ostag­gio dei vin­coli di bilan­cio con venerdì in agenda l’appuntamento con il pre­mier Renzi a cui il primo cit­ta­dino della Capi­tale dovrà pre­sen­tare il piano di rien­tro, pena il commissariamento.
Domani invece nella sala del Car­roc­cio in Cam­pi­do­glio i movi­menti per il diritto all’abitare hanno incon­trato ad un con­fronto «tutti gli ammi­ni­stra­tori capi­to­lini e i par­la­men­tari romani, i Con­si­glieri, gli Asses­sori e i Pre­si­denti dei Muni­cipi, come i Con­si­glieri e gli Asses­sori Comu­nali, insieme ai rap­pre­sen­tanti delle forze poli­ti­che, dei sin­da­cati, delle asso­cia­zioni e dei movi­menti che hanno a cuore i diritti e la dignità delle persone».

All’ordine del giorno l’articolo 5 del Piano Casa del governo Renzi: «come si può pen­sare di stac­care le utenze a migliaia di per­sone? A impe­dire di pren­dere la resi­denza ai cit­ta­dini che vivono sta­bil­mente, magari da un decen­nio, in una casa? Le ammi­ni­stra­zioni e le isti­tu­zioni che si dicono con­tra­rie agli sgom­beri e all’applicazione dell’articolo 5 come vogliono con­tra­starlo concretamente?».
Que­ste le domande che i movi­menti por­ranno ad ammi­ni­stra­tori e figure isti­tu­zio­nali ad ogni livello. Intanto l’estate si avvi­cina, e occu­panti e occu­pa­zioni spe­rano almeno in una tre­gua. Ma le inten­zioni di una giunta potreb­bero non bastare di fronte alle volontà della magi­stra­tura e del mini­stero degli Interni.

Un anno fa Marino, appena eletto, non se la sentì di sfidare quella parte di elettorato cattolico benpensante e un pò omofobico che pure lo aveva sostenuto, e disertò un appuntamento mondiale in difesa dei diritti civili universali. Oggi ci hanno messo la faccia e pure i corpi. Diciassette per l'esattezza. L'effetto dei quindici presidenti di municipio con le loro fasce giallorosse, incordonati al sindaco Ignazio Marino e al suo vice Luigi Nieri in apertura della parata, tra le bandiere sventolanti degli atei dell'Uaar e del Circolo Mario Mieli, vale tutto il Pride. ...

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