Roma, niente domiciliari nelle case occupate

  • Mercoledì, 28 Maggio 2014 09:58 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
28 05 2014

Dopo gli arresti di febbraio, insieme ad altri 15 compagni, dopo i mesi di obbligo quotidiano di firma, dopo il plateale arresto di Paolo durante una conferenza stampa a Montecitorio ed il ritorno di Luca e Paolo ai domiciliari, DIGOS e magistrati non ne hanno ancora abbastanza.

Quest'oggi hanno prelevato i due compagni dalle loro case per portarli a via Genova, per comunicargli che le loro case (occupate) non erano idonee alla loro permanenza agli arresti domiciliari, minacciando pertanto di trasferirli in carcere.

Le motivazioni, ovviamente, erano del tutto pretestuose. Tanto più che, nel caso di Luca, la casa era la stessa giudicata idonea solo pochi mesi fa, dagli stessi magistrati. Alla fine i due sono stati scortati presso le abitazioni di alcuni compagni che si sono resi disponibili ad ospitarli.

Il comportamento delle forze della repressione, completamente al di fuori di qualunque consuetudine procedurale, rende manifesto l'intento persecutorio contro i movimenti per il diritto all'abitare, che evidentemente devono aver creato più di qualche grattacapo ai piani alti del nostro paese.

Esso si affianca, in un attacco a tutto campo, agli sgomberi, alle manganellate, alle leggi "ad hoc" (articolo 5 del decreto Lupi), alle campagne diffamatorie sulla stampa, ormai unanime nel criminalizzare un movimento vivace e conflittuale così come nel cantare le lodi del trionfante Renzi.

E se, in altre epoche storiche, al bastone della repressione si accompagnava la carota di qualche misura palliativa volta a smorzare le contraddizioni sociali, oggi il governo punta a soffocare brutalmente il conflitto, mentre tira dritto sulla strada del "rubare ai poveri per dare ai ricchi".

Proprio per questo gli arresti e le persecuzioni ai danni di compagni e compagne non sortiranno gli effetti desiderati da chi li mette in atto: è impossibile reprimere con questi mezzi i movimenti sociali che, come i movimenti di lotta per la casa, rappresentano la risposta collettiva ai bisogni negati e l'unica speranza possibile per settori sociali sempre più numerosi di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

LUCA E PAOLO LIBERI

Movimenti romani per il diritto all'abitare

Cronache di ordinario razzismo
27 05 2014

Sono già 490 le mail inviate al sindaco ‎Marino contro la costruzione del nuovo campo rom a Roma, un’iniziativa lanciata dall’associazione 21 Luglio. “L’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale intende costruire nei prossimi mesi un nuovo ‘campo rom’ in via della Cesarina”, afferma la 21 Luglio, spiegando che “il nuovo cosiddetto ‘villaggio della solidarietà’ prenderà il posto del precedente campo che sorgeva sullo stesso terreno fino a dicembre 2013”. Una decisione “economicamente insostenibile e discriminatoria”: la spesa stimata “per la realizzazione di questo progetto è di circa 2 milioni di euro, e al momento il Comune di Roma ne ha già utilizzati, per le sole spese preliminari, 500 mila”. Una spesa altissima per continuare a sostenere un sistema segregante e discriminatorio che confina le persone in campi recintati, dove i diritti, primo fra tutti quello alla propria autodeterminazione, non sono garantiti, come denunciato anche da Lunaria, Berenice e OsservAzione nel dossier Segregare costa, e come spiegato in maniera sintetica sul sito del progetto I diritti non sono un costo.

“I lavori di costruzione del nuovo insediamento devono ancora cominciare. Siamo quindi ancora in tempo per bloccare questa decisione!”, scrive la 21 Luglio, sollecitando il primo cittadino di Roma a “bloccare la progettazione del nuovo insediamento e riconvertire le ingenti risorse economiche previste in progetti di inclusione sociale che vadano a beneficio anche di cittadini non rom in disagio abitativo e sociale”. Un’ottima, questa, che rimetterebbe al centro della politica i bisogni delle persone, senza alcuna distinzione legata all’origine nazionale.

Qui è possibile leggere l’appello e inviare, fino a giovedì 29 maggio, una mail al sindaco Marino.

Attacco al salario

  • Mercoledì, 07 Maggio 2014 08:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto
07 05 2014

Ci siamo. Le prime con­se­guenze del com­mis­sa­ria­mento di Roma comin­ciano a sca­ri­care i loro acidi effetti.

Il taglio agli sti­pendi dei dipen­denti comu­nali romani è una di quelle deci­sioni che potrebbe ter­re­mo­tare i già pre­cari equi­li­bri dell’amministrazione Marino, che, di suo, certo non gode di buona salute. Le mani­fe­sta­zioni, i cor­tei spon­ta­nei, l’occupazione di piazza del Cam­pi­do­glio, i bloc­chi stra­dali e per­fino il dirot­ta­mento di un auto­bus che ieri si sono visti in città stanno lì a segna­lare non solo l’entità delle poli­ti­che restrit­tive che il Comune è obbli­gato a pra­ti­care, ma anche l’individuazione del ber­sa­glio che tali poli­ti­che hanno scelto di col­pire. Pren­der­sela con impie­gati, mae­stre, assi­stenti sociali, vigili urbani, tec­nici, custodi, ecc. signi­fica col­pire que­gli strati di occu­pati che vivono con red­diti bassi, eco­no­mie fami­liari già stre­mate e al limite della soprav­vi­venza. E certo non saranno le indi­ca­zioni della Corte dei conti a giu­sti­fi­care que­sta deci­sione, né pos­sono rap­pre­sen­tare una coper­tura poli­tica per un’amministrazione che nei fatti non sa come andare avanti, stran­go­lata dal debito e sotto stretta sor­ve­glianza governativa.

Il sala­rio acces­so­rio che il sin­daco vuole eli­mi­nare dalle buste paga dei dipen­denti comu­nali altro non è se non quello stretto mar­gine inte­gra­tivo di sti­pendi bloc­cati da quasi un decennio.

L’unica pos­si­bi­lità lasciata alla con­trat­ta­zione sin­da­cale, l’unica pos­si­bi­lità di ade­guare (ma solo in parte) retri­bu­zioni basse e bassissime.

Ed è per que­sta ragione che la rea­zione dei lavo­ra­tori comu­nali ieri è stata così intensa: dif­fi­cile ricor­dare epi­sodi ana­lo­ghi nella sto­ria recente della città. Una rea­zione che di sicuro si svi­lup­perà ulte­rior­mente, con scio­peri e chissà cos’altro. Assi­ste­remo al primo con­flitto sociale deri­vante dalle poli­ti­che assas­sine del patto di stabilità.

Si pas­serà poi a nuovi e ulte­riori ridu­zioni delle dispo­ni­bi­lità di stato sociale, ser­vizi ridi­men­sio­nati o del tutto eli­mi­nati. Toc­cherà poi all’alienazione del patri­mo­nio pub­blico, alla ven­dita ai pri­vati di quote socie­ta­rie delle aziende comu­nali, alla pri­va­tiz­za­zione di seg­menti di wel­fare. E tutto ciò in paral­lelo ai morsi che la crisi eco­no­mica con­ti­nuerà a distri­buire sulle fasce sociali più espo­ste. Lad­dove cre­scerà la domanda di soste­gno, ser­vizi, tutele di vario genere, cor­ri­spon­derà una ridu­zione dell’offerta comunale.

Marino ha scelto l’obbedienza. Non si disco­sterà dalle impo­si­zioni finan­zia­rie che gli hanno rita­gliato addosso, come con­tro­par­tita per il tra­sfe­ri­mento finan­zia­rio di cui ha goduto. E si ritro­verà nel pieno del con­flitto sociale, di cui la gior­nata di ieri è solo la prima avvi­sa­glia. Intanto, Roma con­ti­nuerà a depe­rire e sfio­rire, senza pro­grammi né pro­spet­tive, sem­pre più impo­ve­rita e depressa.

L'autocostruzione non è reato

  • Martedì, 29 Aprile 2014 08:18 ,
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Dinamo Press
29 04 2014

Questa mattina, mentre dentro il Tribunale del Riesame si chiedono assurde misure cautelari per 14 persone appartenenti al Comitato Popolare di Lotta per la Casa, centinaia di casette di carta invadono piazzale Clodio. Case auto-costruite, fatte con le proprie mani e insieme, come quelle per cui questi attivisti vengono processati. Casette che ribadiscono che il diritto alla casa è LA PRIMA COSA e che chiedono la libertà per tutti coloro che si battono per esso.

Il 19 marzo Digos e polizia, con un’azione sproporzionata, sgomberavano le occupazioni abitative della ex scuola in via delle Acacie 56 e della ex scuola Hertz all’Anagnina (temporaneamente dissequestrate la sera stessa e nuovamente sgomberate il 23 aprile) e il centro sociale Angelo Mai (tuttora sotto sequestro giudiziario). Perquisivano decine di persone nell’ambito di un’indagine per associazione a delinquere a fini estorsivi e violenza privata, 41 persone appartenenti al Comitato Popolare di Lotta per la Casa entravano nella lista degli indagati.

Questa mattina al Tribunale del Riesame di Roma si tiene un assurdo processo in cui il pm Luca Tescaroli chiede la custodia in carcere per 5 persone e il divieto di dimora a Roma per altre 9.

In sostanza galera e confino per 14 persone che hanno semplicemente occupato vecchie scuole dismesse per trasformarle – a spese proprie, attraverso un fondo cassa comune – in appartamenti dignitosi per famiglie a cui il Comune non ha mai consegnato la casa popolare a cui avevano diritto.

14 persone che hanno diffuso un modello di convivenza basato sulla collaborazione e sulla solidarietà gravemente tradotto in associazione a delinquere.

Sotto accusa è l'autorganizzazione in tempo di crisi. La scelta di lottare per i propri diritti, di proporre e praticare modelli alternativi. Sotto accusa è l’autocostruzione di appartamenti in edifici abbandonati da anni, risposta concreta all’emergenza di chi non ha un luogo in cui vivere e al costoso sistema di deportazione nei residence di privati utilizzato dal Comune di Roma per rispondere all'emergenza casa. Sotto accusa è anche l’autogestione di spazi di socialità e cultura, in una città che patisce da anni la mancanza di politiche culturali.

Sotto accusa è la scelta di cooperare e costruire insieme, di vivere in una comunità solidale ed etica.

Per noi il diritto all'abitare e il diritto a una cultura libera e indipendente sono da sempre LA PRIMA COSA. Per noi è un dovere non cedere alla rassegnazione ma piuttosto aprire spazi del possibile. Non arretriamo di un passo davanti a chi vuole negare il diritto alla città, davanti all'accanimento dissennato di magistratura e polizia e al vuoto della politica che da tempo ha rinunciato a governare Roma.

Liber* tutt*!

deLiberiamoRoma, occupato il Governo Vecchio

  • Martedì, 22 Aprile 2014 14:32 ,
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Dinamo Press
22 04 2014

Centinaia di persone aderenti alla campagna deLiberiamo Roma hanno aperto le porte del Governo Vecchio, la vecchia sede della casa delle donne per pretendere l'utilizzo sociale del patrimonio immobiliare pubblico. Oggi pomeriggio alle 15 in Campidoglio saranno consegnate le proposte sulle quattro delibere cittadine d'iniziativa popolare su acqua, scuola, patrimonio, finanza pubblica.

I cultori dell’estimo edilizio definiscono Palazzo Nardini di via del Governo Vecchio (rimasta nell’immaginario cittadino “la casa delle donne” che nel 1976 l’occuparono a seguito di una manifestazione notturna dipanatasi nell’intera città al grido “riprendiamoci la notte”) “un limbo catastale” perché le istituzioni (Comune e Regione) che, da decenni nulla fanno per la sua manutenzione, si scaricano a vicenda la proprietà. Il risultato? Oggi un arrugginito catenaccio e un altrettanto terrificante lucchetto, serra il portone quattrocentesco di questo edificio misurando, come un qualsiasi metro alla Moccia, il doppio bugnato a punta di diamante che l’incornicia.

Eppure siamo all’interno di quel sistema viario che il Papa del Rinascimento Sisto IV, su suggerimento del Bramante (che alcuni vogliono come autore anche di questo edificio), volle realizzare per aprire e connettere il Vaticano, ad oriente, oltre il Tevere, con lo sviluppo della città.

Quella che oggi chiamiamo “Governo Vecchio” è infatti la vecchia via del Parione che, con via di Panico e dei Coronari rappresentava il sistema dei percorsi urbani disegnati nella pianta della città “a ventaglio” che, convergenti verso il ponte di Castel S.Angelo, esaltavano l’accesso al Vaticano. Una via importantissima che ha determinato una sistemazione urbanistica restata immutata fino agli sventramenti fascisti degli anni ’30.
Oggi Palazzo Nardini è stato riaperto con un occupazione simbolica fatta dai molti (oltre 70 le organizzazioni che animano la campagna “deLiberiamo Roma”) che lo hanno assunto quale convitato di pietra del riutilizzo a fini sociali del tanto abbandonato e inutilizzato patrimonio immobiliare cittadino, che Renzi e Marino vorrebbero alienare per “fare cassa”. Riprendersi l’esistente come “diritto alla città” però non basta. Le delibere d’iniziativa popolare, che oggi stesso saranno presentate al Comune per iniziare la raccolta delle firme e poi discuterle in aula Giulio Cesare, così come impone lo statuto capitolino, sono quattro. Insieme a strappare agli energumeni della rendita e all’appetito del mercato immobiliare il patrimonio pubblico, le delibere interessano la ripubblicizzazione del servizio idrico, ovvero: la difesa del referendum del 2011; spezzare il Patto di Stabilità interno con "l’introduzione di altre misure di finanza pubblica e sociale che contrastino gli effetti che la crisi economico-finanziaria rovocano nella popolazione"; il diritto allo studio, il potenziamento delle risorse per le scuole pubbliche e dire basta ai finanziamenti alle scuole private.

Un panorama "romano"molto diverso da quello che Marino e i suoi assessori si accingono a disegnare, in ossequio a Renzi e al co-sindaco Alfano, fatto di austerità, tasse e privatizzazioni. L’inizio della raccolta delle firme è fissato per il 25 Aprile nel corso delle molte iniziative che ricordano la fine della tirannide fascista.

Firme e parole per continuare a riportare Roma a riprendersi i propri diritti non poteva che avere inizio, molto più che simbolicamente, dal palazzo di via del Governo Vecchio, dove le donne riuscirono a reinventare, con quella lunga occupazione sul finire degli anni ’70, le tematiche del movimento con cui seppero parlare alla città. Governo e Sindaco oggi vogliono continuare a minare questo rudere e criminalmente abbandonarlo a vantaggio di una miriade di luoghi del consumo alimentare e del vestiario, che giorno dopo giorno cancellano il suo essere stato nel corso dei secoli, pur per motivi differenti, uno spazio pubblico della città. A noi impedire questo e tanto altro.

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