Roma: Ignazio Marino mette al bando il termine “nomadi”

  • Mercoledì, 09 Aprile 2014 10:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

21 Luglio
09 04 2014

Da oggi, a Roma, i rom e i sinti non saranno più chiamati ”nomadi”. Lo ha deciso il sindaco della Capitale Ignazio Marino che ha firmato una circolare in cui vieta l’uso del termine “nomadi” in tutti gli atti del Comune. «Il fattore culturale è centrale per superare le discriminazioni», ha detto Marino che ha così dato seguito immediato alla prima delle richieste avanzategli nei giorni scorsi dall’Associazione 21 luglio.

«Credo che uno dei fattori centrali per superare le discriminazioni sia quello culturale, affinché l’approccio metodologico di tipo emergenziale possa essere abbandonato a favore di politiche capaci di perseguire l’obiettivo dell’integrazione – si legge nella circolare firmata dal sindaco l’8 aprile, Giornata internazionale dei rom e sinti – . In questo processo anche la proprietà terminologica utilizzata può essere, ad un tempo, indice e strumento culturale per esprimere lo spessore di conoscenza e consapevolezza degli ambiti su cui si è chiamati ad intervenire: in proposito devo registrare come, nel linguaggio comune, le comunità Rom, Sinti e Caminanti vengano impropriamente indicate con il termine di ‘nomadi’. Per questo motivo chiedo che d’ora in poi – nelle espressioni della comunicazione istituzionale e nella redazione degli atti amministrativi – in luogo del riferimento al termine ‘nomadi’ sia più correttamente utilizzato quello di «Rom, Sinti e Caminanti».

La decisione di Marino giunge a pochi giorni da un incontro privato, avvenuto lo scorso 22 marzo in Campidoglio, tra una delegazione dell’Associazione 21 luglio e il primo cittadino romano. In quell’occasione, l’Associazione 21 luglio aveva avanzato alcune richieste precise alla Giunta capitolina, nell’intento di voltare pagina nelle politiche rivolte alle comunità rom e sinte a Roma.

Prima di tali richieste era proprio l’abolizione dell’utilizzo, da parte dell’Amministrazione, del termine “nomadi” in riferimento ai rom e ai sinti. «I rom non sono “nomadi” e continuare a definirli come tali, specie negli atti pubblici, giustifica, a Roma e in Italia, la politica segregativa e ghettizzante dei “campi”, basata appunto sul presupposto infondato che tali comunità siano “nomadi”», era la posizione espressa dall’Associazione 21 luglio davanti al sindaco il quale, al termine dell’incontro, aveva promesso un immediato intervento al fine di non reiterare, da quel momento in poi, l’uso dell’espressione “nomadi” nella città di Roma.

«Auspico che, anche attraverso questa apparentemente semplice attenzione terminologica – ha affermato Marino nella circolare – possa essere testimoniata la considerazione che l’amministrazione Capitolina rivolge a tutte le persone che vivono nel suo territorio. Un atto simbolico per il superamento di ogni forma di discriminazione».

L’Associazione 21 luglio esprime profondo apprezzamento per l’impegno assunto dal sindaco. «Da oggi, a Roma, rom e sinti non saranno più chiamati “nomadi”. Si tratta di un primo, importante passo per mettere fine alle discriminazioni verso tali comunità e cominciare un percorso di reale inclusione sociale. Un passo al quale dovranno però seguirne altri, nella direzione della chiusura e del superamento dei “campi” nella Capitale», afferma l’Associazione 21 luglio che ieri, in occasione della Giornata internazionale dei rom e sinti, ha inviato, assieme ad Amnesty International Italia e altre nove organizzazioni della società civile, una lettera aperta a Marino dal titolo “Chiudere i campi nomadi a Roma, sostenere la città”.

L’effetto del divieto del termine “nomadi” negli atti ufficiali del Comune di Roma è già visibile su quello che, fino a ieri, era la pagina web dell’Ufficio Nomadi di Roma Capitale. Da oggi, infatti, la dicitura che compare sul sito istituzionale del Comune è “Ufficio Rom, Sinti e Caminanti“. Tuttavia, segnala con rammarico l’Associazione 21 luglio, il termine “nomadi” è ancora presente per tre volte all’interno della descrizione dell’Ufficio sulla stessa pagina web.

 

21Luglio
08 04 2014

Chiudere i campi “nomadi” a Roma, fermare il progetto di rifacimento del “villaggio attrezzato” di via della Cesarina e riconvertire le risorse economiche in progetti di reale inclusione sociale dei rom. È l’appello rivolto a Ignazio Marino, in occasione della Giornata Internazionale del popolo rom, che si celebra oggi in tutto il mondo, da undici organizzazioni della società civile che chiedono al sindaco della Capitale di cogliere un’occasione storica per cambiare finalmente rotta nelle politiche verso i rom.

«Oggi la Giunta da Lei presieduta ha l’opportunità concreta di avviare questo processo, tanto rivoluzionario quanto urgente, per i rom e per la nostra città», inizia la lettera al sindaco, intitolata “Chiudere i campi nomadi a Roma, sostenere la città”, firmata da Amnesty International Italia, Associazione 21 luglio, ATD Quarto Mondo, Bottega Solidale, Casa dei Diritti Sociali, Cittadinanza e Minoranze, Osservatorio sul Razzismo e le Diversità “M.G. Favara” – Università Roma Tre, OsservAzione, Popica Onlus, Rete Territoriale Roma Est.

Negli ultimi mesi l’impegno dell’Amministrazione Comunale – scrivono le organizzazioni – si è concentrato sul rifacimento ex novo del nuovo «villaggio attrezzato» di via della Cesarina il cui costo, secondo le stime, dovrebbe essere superiore a 1 milione di euro. Le 137 persone che dovranno abitarlo sono state momentaneamente accolte nel “Best House Rom” di via Visso, una struttura convenzionata con il Comune di Roma ma priva dei requisiti strutturali e organizzativi minimi prevista dalla normativa vigente e nel quale ogni famiglia dispone di una stanza di 12 mq priva di finestre e di luce naturale.

Per una famiglia rom di 5 persone si può stimare, sommando le spese per l’accoglienza nel Best House Rom a quelle per il rifacimento del campo, una spesa superiore ai 60 mila euro.

La scelta dell’Amministrazione, prosegue la lettera delle organizzazioni, «ci sembra assolutamente sbagliata per due motivi». In primo luogo perché con essa si «intende reiterare quella politica di segregazione dei rom nei campi nomadi che negli ultimi trent’anni ha contraddistinto la città di Roma». La seconda ragione, «riguarda un tema centrale, che coinvolge tutta la cittadinanza, ovvero quello dell’efficacia della spesa pubblica».

«Occorre tra l’altro notare – sottolineano le organizzazioni firmatarie – come la segregazione dei rom, attraverso l’individuazione di “campi nomadi” come unica soluzione abitativa riservata alle famiglie rom indigenti, vada di pari passo con la loro esclusione sociale e il mancato accesso alle “case popolari” che permetterebbero la loro integrazione. Si tratta di due facce della stessa medaglia, coniata dalla precedente giunta capitolina e poi fatta propria dall’attuale».

Per questo viene chiesto al primo cittadino una svolta epocale con la richiesta esplicita di impedire la rinascita del campo della Cesarina riconvertendo «l’ingente somma economica già impegnata per l’accoglienza dei 137 rom nel Best House Rom e il rifacimento in progetti di inclusione sociale che, alla luce della sua entità, possano interessare, oltre alle famiglie rom anche altre fasce della popolazione romana in disagio abitativo».

Le organizzazioni firmatarie non chiedono alcun trattamento preferenziale per i rom, ma l’utilizzo delle risorse a disposizione per finanziare politiche abitative che provvedano alle esigenze di tutte le famiglie che si trovano in stato di bisogno, indipendentemente dalla loro etnia.

«Dalle parole è il momento di passare ai fatti – afferma Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio -. Oggi i rom non hanno bisogno di cerimonie ma di scelte politiche che cambino la loro condizione di vita accompagnandoli fuori dai campi. Se gli amministratori romani dicono di voler superare i campi questo è il momento di farlo. Continuare a sperperare denaro pubblico nella costruzione di ghetti etnici è inaccettabile mentre è giunto il momento di voltare pagina guardando con coraggio alle tante buone pratiche che in Italia e all’estero hanno dimostrato come l’inclusione dei rom, oltre ad essere possibile e auspicabile, comporterebbe un importante risparmio di denaro pubblico».

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Repubblica.it
19 03 2014

"Perquisizioni e sigilli all'Angelo Mai e due occupazioni abitative sotto sgombero a Roma". Rimbalza tra social network, messaggi via cellulare e radio di area l'allarme per alcuni spazi occupati della capitale.

Questa mattina diverse camionette di polizia si sono presentate in via delle Acacie 56 a Centocelle davanti a uno stabile occupato da alcune famiglie, ad Anagnina davanti alla ex scuola Hertz e al centro sociale Angelo Mai in via delle Terme di Caracalla, già sequestrato nell'autunno del 2012 e rioccupato pochi mesi dopo.

Sono scattate 21 perquisizioni e gli sgomberi in tre occupazioni vicine tra loro e legate al "Comitato popolare di lotta per la casa". L'inchiesta, informa la questura che ha agito su disposizione del Tribunale di Roma, condotta dalla Digos e coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, mirava a "delineare i contorni di un sodalizio criminale" responsabile di "invasione di edifici ed estorsioni, queste ultime in danno degli occupanti con riferimento al pagamento di somme di danaro".

E se i destinatari del provvedimento rischiano accuse che vanno fino all'associazione a delinquere, i movimenti si sono organizzati per portare solidarietà ai presidi. Il primo è stato organizzato da alcuni genitori dei bambini della scuola elementare e materna del parco San Sebastiano che collaborano a progetti educativi con gli artisti dell'Angelo Mai. "Stanno risequestrando tutto - spiegano i primi occupanti accorsi al telefono che stanno lanciando appelli per una mobilitazione a Caracalla - Lo sgombero è iniziato alle 6.30 del mattino con un dispiegamento spropositato di forze". In corso anche controlli da parte delle ditte che erogano gas, acqua e luce.

E oltre agli accorati appelli, sono molte le critiche in rete rivolte all'amministrazione comunale di centrosinistra e al sindaco Marino. Per questo i manifestanti hanno deciso che dopo il presidio e l'assemblea pubblica convocata per le 12, mentre in molti sono già accorsi davanti al capannone, marceranno verso il Campidoglio. "Questo è un attacco politico molto forte alle realtà culturali che lavorano nella città - dicono dall'Angelo Mai - E' uno sgarbo a tutta la città".

Decine le famiglie in strada dopo che i palazzi a Centocelle e ad Anagnina sono stati perquisiti in parte e liberati. Alcuni momenti di tensione in via delle Acacie durante lo sgombero "per la disperazione delle famiglie di abbandonare le proprie cose" raccontano i testimoni.

Rom, gli impegni non mantenuti dal Comune di Roma

Il Corriere della Sera
19 03 2014

Miriana Halilovic è una cittadina italiana, italianissima. Ha due gemelle nate l’estate scorsa e altri due figli, di quattro e 11 anni. Sgomberata nel 2010 dal Casilino ‘900, vive nel campo di Salone con la famiglia in una roulotte composta da due piccole stanze da letto e un vano per cucinare e mangiare. Ha fatto domanda per uno degli alloggi popolari del comune di Roma.

Come Miriana, molti dei circa 4300 rom residenti nei campi autorizzati di Roma hanno presentato quella domanda. Invano. Dei 50.000 nuclei familiari che vivono nelle case popolari della capitale, lo 0,02 per cento sono rom.

Stanno bene come e dove stanno, direte. Eppure, la stragrande maggioranza del rom incontrati da Amnesty International negli ultimi anni ha detto di averne abbastanza della vita nei campi. Vorrebbe, come chiunque, una casa degna di quel nome. Per avere un futuro, perché – come dice Kinta del campo di Castel Romano (nella foto) – “qui dentro non c’è futuro, c’è spaccio di droga, tossicodipendenza. Qui non c’è vita”.

Nonostante le loro povere condizioni di vita, fino al 2012 i criteri per dare priorità alle domande di alloggio popolare hanno impedito ai rom di accedervi. Il richiedente doveva dimostrare di essere stato legalmente sfrattato da un alloggio privato in affitto, cosa impossibile per i rom residenti nei campi o sgomberati forzatamente da questi ultimi.

Alla fine di quell’anno è stato introdotto un nuovo criterio per dare priorità alle persone che si trovavano in gravi condizioni di svantaggio ed erano ospitate a titolo provvisorio in strutture fornite da enti caritatevoli o dallo stesso Comune di Roma. Quando i rom residenti nei campi hanno iniziato a presentare domande, la giunta Alemanno si è affrettata a chiarire, con una apposita circolare, il 18 gennaio 2013, che quel criterio non si applicava nei loro confronti, in quanto i “campi nomadi” erano strutture “permanenti” e non “provvisorie”.

Poi ci sono state le elezioni e si è insediata la giunta Marino. Gli sgomberi dei campi informali sono proseguiti, accanto a dichiarazioni pubbliche sulla necessità di un piano per integrare le comunità rom.

In un incontro avuto in Campidoglio il 28 ottobre 2013 con Amnesty International, l’assessora alla solidarietà sociale e alla sussidiarietà Rita Cutini ha dichiarato il suo impegno a ritirare la circolare discriminatoria. Amnesty International ha espresso pubblicamente il suo apprezzamento per queste parole.

Sono passati cinque mesi e la circolare rimane in vigore. Non solo. Il sindaco Marino non ha neanche ritenuto necessario rispondere a una lettera di Amnesty International ricevuta ormai più di un mese fa (qui il testo integrale).

È bene chiarire un paio di cose. Amnesty International non intende sollecitare una corsia preferenziale per i rom che chiedono di poter accedere alle graduatorie per l’assegnazione delle case popolari; chiede che non ne siano esclusi per la semplice ragione della loro origine etnica.

Va anche detto che tutelare il diritto all’alloggio per tutti – un obbligo internazionale per l’Italia come per ogni altro stato – è una sfida complessa, anche perché il patrimonio immobiliare di proprietà pubblica nel nostro paese si è progressivamente ridotto: il 5 per cento del patrimonio immobiliare complessivo, rispetto al 23 per cento in Austria e al 32 per cento in Olanda.

Le liste d’attesa sono infinite. Al ritmo attuale di 250 assegnazioni all’anno, per assegnare gli alloggi a tutti i richiedenti, l’ultimo oggi in graduatoria l’otterrebbe tra 117 anni.

Dunque, per risolvere il problema degli alloggi a Roma, senza discriminare poche centinaia di famiglie rom, il Comune di Roma dovrebbe impegnarsi seriamente per accrescere la disponibilità di alloggi pubblici per le migliaia di famiglie della capitale che hanno disperato bisogno di un’abitazione.

Di questo e altro si parlerà oggi a Milano, con la proiezione del documentario “Container 158″ al Festival “Sguardi altrove” (cinema Beltrade, ore 20.30).

Paese Sera
04 03 2014

In otto mesi la politica della nuova amministrazione sulla questione rom non è ancora chiara. Proseguono gli sgomberi e i "villaggi attrezzati" sono ancora sovraffollati. Oggi l'associazione 21 luglio ha presentato "Senza luce", uno studio sulla "Best House Rom" di via Visso dove vivono circa 360 persone di cui 200 sono minori SCARICA IL RAPPORTO

Forse è un po’ presto per fare bilanci, ma l’impressione è che dopo otto mesi di governo la giunta Marino sulla questione rom non sembra avere le idee chiare. E il cambio di passo rispetto alle politiche di Alemanno annunciato più volte dall’assessora alle Politiche sociali Rita Cutini almeno finora non si vede. Gli sgomberi forzati (17 dall’insediamento del primo cittadino) e la mancata proposta di alternative abitative “dignitose” continuano a essere le soluzioni messe in atto dall’amministrazione capitolina. Con i “campi attrezzati” in sovraffollamento, gli insediamenti informali che dopo gli sgomberi si spostano di qualche metro e le strutture di accoglienza inadeguate e segreganti.

IL RAPPORTO “SENZA LUCE” - Come la “Best House Rom”, il centro in via Visso raccontato oggi all’Ordine dei giornalisti in via Parigi nel rapporto “Senza luce” dell’associazione 21 luglio. Una struttura di circa 1200 metri, classificata come deposito merci, che ospita circa 360 rom (200 son minori), di cui una parte dell’ex campo di via del Baiardo, 120 di via della Cesarina e 47 trasferiti dall’insediamento di via Belmonte Castello lo scorso 6 febbraio. Un palazzone che tra sportello sociale dell’Opera nomadi e struttura gestita dalla cooperativa Inopera al Comune costa ogni anno 2 milioni e 300mila euro. In particolare dal giorno della sua apertura, il 6 luglio 2012, al 27 febbraio di quest’anno per una famiglia di 5 persone l’amministrazione ha sborsato 59mila euro circa.

BEST HOUSE ROM - Soldi ben spesi? Non proprio visto che il “Best House Rom”, si legge nel rapporto, “non possiede i requisiti minimi previsti dalla Legge della Regione Lazio 41/2003 sui centri di accoglienza”. Lo stabile, infatti, è caratterizzato da spazi ridotti e inadeguati, inferiori anche rispetto agli standard per le strutture detentive, e le stanze, dove vivono in media 5 persone, sono prive di finestre o punti luce. In più, ospitando esclusivamente persone rom, “il centro si configura come luogo di segregazione ed esclusione sociale, operata su base etnica con un chiaro profilo discriminatorio”. Non hanno funzionato nemmeno i progetti di reinserimento, dato che un centinaio di rom che secondo il regolamento dovevano stare nella struttura per un tempo limitato sono ancora lì da luglio 2012 “senza che per loro sia stata predisposta alcuna azione volta all’inclusione al di fuori della struttura”, si scrive ancora nello studio dell’associazione.

L’ESEMPIO DI MESSINA - Eppure per fare meglio basterebbe anche solo copiare le esperienze riuscite. Un esempio su tutti è quello di Messina dove 60 rom dello storico insediamento di San Ranieri, a 30 giorni dallo sgombero annunciato dall’Autorità Portuale, sono stati inseriti nel progetto “Casa e/è lavoro” incentrato sulla ristrutturazione di locali del comune in disuso. In un colpo solo i rom coinvolti hanno ricevuto una formazione professionale (nel settore edile gli uomini, nella ristorazione le donne) e un’abitazione grazie all’autocostruzione realizzata con il supporto di tecnici. Tutto questo spendendo 12500 euro per un nucleo di 5 membri, mentre il Comune di Roma impiegherà, dopo un'accoglienza di 6 mesi presso il "Best House Rom", una cifra stimata di 61.000 euro, con la prospettiva di dover individuare nuove voci di spesa per la gestione e l'assistenza dei rom nel nuovo insediamento per un periodo di tempo indeterminato.

I TAVOLI TECNICI DELLA CUTINI - L’intento della Cutini di istituire gruppi di lavoro su casa, lavoro, scuola e salute per cominciare ad applicare la strategia nazionale di inclusione di rom e sinti almeno per ora resta sulla carta. All’incontro di settembre per lanciare l’iniziativa è seguita solo un’altra riunione in cui poco spazio è stato dato ai tavoli tecnici e dove l’assessora ha spiegato il suo proposito di “superare i campi immaginando di creare campi di medie dimensioni”. Avremmo voluto conoscere meglio il progetto della Cutini, ma per via dei numerosi impegni dell’assessora non è stato possibile sentirla.

L’APPELLO A MARINO - In attesa di conoscere il piano dell’attuale giunta l’associazione 21 luglio, con il suo presidente Carlo Stasolla, lancia un appello al sindaco “per un suo intervento diretto volto a dare spinta ad una strategia politica verso le comunità rom e sinte che sinora si è dimostrata vuota, inconcludente e dagli altissimi costi economici”.

di Lara Facondi

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