Huffingtonpost
30 12 2014

Un Medio Oriente in fiamme. Stati che restano tali solo sulla carta, e Stati che sulla carta non esistono ma che controllano territori, impongono la loro legge alle popolazioni conquistate, tessono alleanze, commerciano e combattono per estendere la propria "sovranità". Comunque lo si giri, il 2014 è l'anno del "Califfo". L'anno dello Stato del terrore. L'anno del primo Stato jihadista al mondo. L'anno dell'Isis e del suo capo riconosciuto, temuto e amato come e più del fondatore di al Qaeda. L'anno di Abu Bakr al-Baghdadi.

La portata epocale del fenomeno Isis è bene inquadrata da Loretta Napoleoni nel suo libro Isis. Lo Stato del terrore. "Per la prima volta dalla fine della Prima guerra mondiale - rimarca Napoleoni - un'organizzazione armata sta ridisegnando la mappa del Medio Oriente tracciata da francesi e inglesi", cancellando i confini fissati nell'Accordo Sykes-Picot formulato nel 1916. Ed oggi, annota ancora Napoleoni, "la bandiera nera e dorata dell'Isis sventola su un territorio, più vasto del Texas e del Regno Unito, che va dalla sponda mediterranea della Siria ino al cuore dell'Iraq...".

Così è. Le vecchie cartine geografiche dell'epoca post-coloniale fanno ormai parte del passato. Le identità nazionali scompaiono, sostituite da quelle "comunitarie". È il segno inquietante della dissoluzione irachena. È il tragico approdo della guerra siriana. È il caos armato che regna nella Libia del dopo-Gheddafi. È il tragico paradosso siriano: un dittatore sanguinario, Bashar al-Assad, che si erge a paladino di stabilità contro l'incubo-Isis, e che, in questi nuovi panni, cerca di stringere un'alleanza con l'America di Barack Obama, il presidente dell'iper potenza mondiale che ammette: "Non abbiamo ancora una strategia".

Sul piano geopolitico, non c'è un evento così sconvolgente dell'affermarsi dello Stato del terrore. 2014: l'anno che nel Grande Medio Oriente segna la dissoluzione di Stati-nazione che restano tali solo sulla carta. Iraq, Siria, retti da governi centrali che non hanno più il controllo di gran parte del territorio nazionale. E sembra solo l'inizio di un effetto domino devastante.

Altri Stati "artificiali", come la Libia, lo Yemen, la Giordania, il Bahrein, l'Oman e l'Arabia Saudita, potrebbero disgregarsi del tutto. Il futuro del Medio Oriente è a tinte scure. Nere. Come le bandiere qaediste. I nuovi emiri non hanno come orizzonte, se non in qualche declamazione propagandistica che viaggia in rete, il Jihad globale. L'obiettivo vero, quello praticato sul campo, è ridisegnare le mappe del Medio Oriente, inserendosi, da attori protagonisti, nella definizione dei nuovi equilibri di potenza regionali.

L'anno dell'Isis, che riempie i vuoti prodotti dall'implosione dei suoi nemici. 2014: l'anno dei taglia gole che ostentano la loro spietatezza, infieriscono sul nemico, massacrano i prigionieri, sgozzano gli ostaggi. E poi distribuiscono via Internet i video delle decapitazioni, o lanciano sondaggi in Rete su come far fuori i prigionieri: terrificanti strumenti di propaganda e di proselitismo per il "Califfo Ibrahim". Oggi, alla decaduta suggestione panaraba si sostituisce quella, ben più aggressiva e mobilitante, della Umma, la comunità musulmana che spazza via gli Stati-nazione coloniali.

Il 2014: l'anno della piovra qaedista che estende i propri tentacoli in un numero crescente di Paesi: Siria, Iraq, Libia, Egitto, Arabia Saudita, Yemen, Somalia, Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Australia, Canada, Bosnia, Croazia, Albania, Algeria, Tunisia, Mali, Marocco, Libano, Giordania, Filippine, Tagikistan, Azerbaigian, Kenya, Tanzania, Nigeria, Kashmir in India e Cecenia in Russia.

Comunque si concluda questa vicenda, una cosa resta agli atti: l'ascesa dell'Isis narra anche (perché in qualche modo ne è il frutto avvelenato) il fallimento delle politiche dell'Occidente nella regione, il lascito di avventure militari - a cominciare dalle due guerre irachene - che pretendevano di stabilizzare il Medio Oriente ma che, al contrario, lo hanno reso una polveriera (nucleare) pronta a esplodere, con conseguenze devastanti che andrebbero ben oltre i confini regionali. Come testimonia il disastro libico.

È il "disastro libico". Un disastro che chiama in causa pesantemente l'Europa e la scellerata idea che le armi potessero surrogare una strategia politica inesistente. Un disastro che testimonia come la guerra della Nato abbia distrutto le istituzioni libiche e creato in un lampo uno Stato fallito. Ed ora, fuori e dentro la Libia, c'è chi arriva a rimpiangere i tempi del Colonnello (Muammar Gheddafi), temendo quelli del "Califfo". Nuova Somalia" o provincia dello Stato della Jihad, una cosa è certa: la transizione democratica in Libia non è mai iniziata. L'Europa ha spodestato un despota, ma non è riuscita a mettere in campo uno straccio di strategia politica che puntasse decisamente alla ricostruzione di una società che non aveva tradizioni di democrazia. Il salto di qualità del nuovo jihadismo di cui l'Isis è espressione sta nel rapporto più stretto tra strumenti e fini.

E, in questo contesto, emerge il salto di qualità strettamente militare operato dall'esercito del "califfo Ibrahim". Veterani di Saddam Hussein alla guida della struttura militare, un ceceno leader dei volontari stranieri, pozzi di petrolio per alimentare le finanze, e i miliziani in costante movimento: è la radiografia dello Stato islamico quale emerge da rapporti americani ed europei, come da uno studio dell'Università della Florida del Sud riportato dal New York Times.

Le parole chiave della nuova strategia jihadista 2.0 sono viralità e coinvolgimento: snodi centrali di una propaganda orientata sui social media, che accompagna sistematicamente l'azione militare-terroristica dell'Esercito del Califfo. I militanti dell'Isis sembrano preferire Twitter come piattaforma di comunicazione. Grazie al coinvolgimento di esperti informatici è stata lanciata l'app The Dawn, in grado di coinvolgere e tenere aggiornato un elevato numero di utenti i quali, dopo aver scaricato sul proprio telefonino l'applicazione, mettono i loro account Twitter a disposizione dei terroristi che possono così coordinare e ampliare l'efficacia dei messaggi. Grazie a questa app si è registrato il picco di 40.000 tweet inviati nel giorno in cui le milizie dell'Isis sono entrate a Mosul. Nonostante Twitter abbia chiuso molti account in odore di jihad,le nuove leve del terrorismo digitale sfruttano l'impatto degli hashtag per veicolare messaggi di terrore. L'Isis, organizzando dei tweetstorm mirati, è ormai in grado di coordinare delle vere e proprie campagne social. Tramite l'aggregatorre Active Hashtags gli argomenti rilanciati dall'Isis toccano una media di 72 retweet per messaggio riuscendo in questo modo a entrare nelle classifiche dei topic trend.

Questo mix di modernità e spietatezza, oltre che un'organizzazione militare senza precedenti nella storia del jihadismo armato, fa dell'Isis molto più di una sorta di Al Qaeda 2.0. È un disegno che si fa Stato, una "rivoluzione della sharia" capace di attrarre anche migliaia di giovani europei (i "foreign fighters") alla ricerca di una identità smarrita, di una ragione di vita e di morte. Per contrastare questo disegno non basteranno raid aerei o una nuova avventura militare di un Occidente incapace di andare oltre la fallimentare logica del Male minore". Occorrerebbe una nuova visione, ideale e politica, nei rapporti con il mondo islamico e una profonda riflessione autocritica su un passato segnato da ripetuti fallimenti. Senza questo cambio di rotta, il 2015 rischia di essere l'"anno dei Califfi": i nuovi capi di un mondo "jihadizzato". Il rischio è immanente. Ma il 2014 ci lascia con una certezza. Inquietante. Per dirla con Loretta Napoleoni: "Che il Califfato riesca o meno ad affermarsi nel prossimo futuro, il nuovo modello che ha sperimentato ispirerà inevitabilmente altri gruppi armati. L'incapacità dimostrata dall'Occidente e dal mondo di affrontare questo specifico tema avrà conseguenze devastanti per l'ordine mondiale".

Iraq. Una storia che non insegna

  • Lunedì, 27 Ottobre 2014 10:18 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo press
27 10 2014

Una doppia presentazione dell'instant book di Un ponte per... e Osservatorio Iraq per capire cosa accade in Medio Oriente. Martedì 28 ottobre l'appuntamento è alla Facoltà di Scienze Politiche alla Sapienza, mentre il 5 novembre al Csa Astra 19.

La presentazione di "Iraq. Una storia che non insegna" il libro tratta da Osservatorio Iraq:

Per Robert Fisk “in Medio Oriente a volte si ha la sensazione che non arrivi mai il momento per dire ‘adesso basta’”. L’ultima tragedia in Iraq ne è un esempio. Una storia che non insegna, che Osservatorio Iraq e Un ponte per.. raccontano in un istant-book.

“Vieni di là, subito. C’è qualcuno con cui dobbiamo parlare assolutamente”.

Eravamo all'inizio di agosto, una giornata caldissima in Italia, dannatamente più calda in Iraq. Sui monti del Sinjar, nel nord-ovest del paese, l’aria era irrespirabile, l’atmosfera invivibile.

Il decisivo attacco sferrato dallo Stato Islamico (IS) contro la città di Sinjar aveva costretto almeno 300mila persone, principalmente appartenenti alla minoranza yazida, alla fuga verso il governatorato curdo di Dohuk e il vicino confine con la Siria.

In mezzo un groviglio di montagne aride e rocciose, privo di sentieri tracciati e con mille insidie dietro l’angolo. I mezzi per comunicare con l’esterno erano ridotti al minimo. Solo chi aveva la fortuna di possedere vecchi cellulari con batterie a lunga durata poteva mettersi in contatto con amici e parenti.

I peshmerga avevano enormi difficoltà a raggiungere le persone in fuga con gli elicotteri, almeno per lanciare acqua, viveri, un minimo di ristoro: il rischio di essere colpiti dai razzi dell’IS era troppo alto. Dopo giorni di disperazione, alla fine intervenne l’aviazione statunitense che, bombardando le postazioni jihadiste, permise ai peshmerga di lanciare gli aiuti.

Durante quei giorni una piccola associazione, la Yazidi Solidarity and Fraternity League (YSFL), cercava in ogni modo di mettersi in contatto con le persone intrappolate sulle montagne.

Ad Erbil, dove c’è l’ufficio di Un ponte per…, che porta avanti progetti di solidarietà con l’Iraq da anni, si cercava di fare qualcosa, ma qualsiasi soluzione venisse proposta risultava impraticabile.

Almeno, però, le storie che venivano raccontate a singhiozzi via telefono, in diretto contatto con Sinjar, andavano riprese e rilanciate.

Husam e Husam, due attivisti dell’YSFL, vogliono parlare con qualcuno fuori dall’Iraq. Lo fanno da tanto tempo, presso istituzioni, governi, grandi organizzazioni. Invano.

Da Roma colleghiamo i capi. Iniziano i loro racconti. Le webcam sono accese, si ha l’illusione di guardarsi in faccia. Di tanto in tanto ci si ferma perché arrivano chiamate da Sinjar. L’impotenza sembra essere l’unico carattere dominante di una lunga conversazione, che termina con l’auspicio che quella tragedia finisca in fretta.

Anche qui si sente la necessità di fare qualcosa di più. Da giugno, quando la situazione irachena ha iniziato ad aggravarsi giorno dopo giorno, Un ponte per… si è attivata sostituendo le sue attività culturali con distribuzioni quotidiane di beni di prima necessità in favore delle minoranze in fuga.

Nel frattempo l’Iraq era tornato sulla bocca di tutti. “Le solite guerre, il solito sangue, lì non c’è mai pace”.

La redazione di Osservatorio Iraq intanto - che 10 anni fa vedeva la luce proprio per l’esigenza di fare informazione su un paese che veniva travolto da “una guerra stupida” (parola di Barack Obama) che solo i governi avevano voluto - prendeva appunti, raccoglieva idee, si rendeva conto che dire qualcosa di diverso in quei giorni era certamente importante.

Ma che forse valeva a pena attendere, fermarsi un attimo, riflettere. E così abbiamo fatto.

Con la consapevolezza che la prima vittima della guerra è la verità, abbiamo cercato di riprendere quei fatti, termini e concetti che nell’estate 2014 erano ormai parte del linguaggio comune senza un adeguato approfondimento.

Lo abbiamo fatto a partire da chi sostiene da sempre la popolazione irachena, tutelandone i diritti e costruendo ponti di solidarietà. Insieme, abbiamo raccolto intorno a noi autori che con le loro competenze ed esperienze ci hanno permesso di analizzare i tanti aspetti di questa crisi.

Ma soprattutto, in linea con il nostro lavoro quotidiano, abbiamo cercato di raccontare l'altro Iraq.

Quello della società civile inascoltata dai governi, dei tanti giovani che non hanno mai smesso di lottare per poter vivere dignitosamente costruendo la democrazia; quello dei suoi protagonisti, che giorno dopo giorno resistono in un paese che la guerra ha ridotto in macerie. Quello insomma che scompare dalle cronache, ma che ha più diritto di essere ascoltato.

Da questo piccolo ma intenso lavoro è nato un libro: La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna, appena andato in stampa con la casa editrice “Edizioni dell’Asino”, pronto ormai per essere pubblicato con il contributo di Fondation Assistance Internationale nell'ambito del progetto di sostegno all'Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (ICSS).

“Crisi” perché è ciò di cui si parla sempre più comunemente quando ci si riferisce al Medio Oriente, ma di cui è necessario capire "cause" ed "effetti", per leggere meglio le risposte – spesso inadeguate - che vengono messe in atto.

Con l’intento di approfondire, analizzare e far conoscere l’Iraq al di là delle cronache fredde e immediate, questo volume cerca di tornare alla storia del paese, evidenziando quelle linee di continuità che risultano centrali per comprenderlo meglio oggi.

Soprattutto perché crediamo, in linea con lo spirito che ha guidato il nostro giornale in questi 10 anni, che la conoscenza sia uno strumento fondamentale per essere vicini e solidali all’Iraq e alla sua popolazione.

Anche per questo, i proventi della vendita andranno a sostegno delle attività di solidarietà che Un ponte per… continua a portare avanti giorno dopo giorno, e al lavoro di informazione della redazione di Osservatorio Iraq.

Insieme al nostro direttore, Enzo Mangini, ci saranno Domenico Chirico, direttore di Un ponte per…e Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo. Con loro cercheremo di raccontare i momenti più tragici dell’estate irachena, analizzando anche il ruolo che l’Italia ha avuto e continua ad avere.


Di seguito l’indice del libro:

Prefazione. Benzina sul fuoco di Giulio Marcon e Francesco Martone

Introduzione. Iraq. Una storia che non insegna di Stefano Nanni ed Enzo Mangini

ANALISI

Perché la crisi irachena riguarda tutto il Medio Oriente di Roberto Iannuzzi. Incontro con Osservatorio Iraq

Il ritorno del Califfato Islamico sotto la leadership di Abu Bakr al-Baghdadi di Ludovico Carlino

Le risorse economiche del Califfato di Clara Capelli

Il ruolo dei curdi nel caos iracheno di Yasim Tawfik Mustafa

ll sistema politico post-2003 e il potere “settario” di Latif al-Saadi

L’ALTRO IRAQ

Lo Stato fallito e la società civile inascoltata di Martina Pignatti Morano

Persecuzioni, fughe e violenze: una catastrofe umanitaria e politica di Domenico Chirico

Voci dall’altro Iraq... che resiste di Osservatorio Iraq

RISPOSTE DI GUERRA

Armare la crisi di Francesco Vignarca

Il ritorno degli Usa: un nuovo progetto a lungo termine? di Terry Kay Rockefeller

Cronologia essenziale

Il progetto

Il mondo occidentale guarda quasi infdifferente all'inarrestabile crollo dell'Iraq e del vecchio Medio Oriente che si sgretolano sulla mappa insieme alla Siria di Bashar Assad e alla Libia delle mille e duecento milizie ...

Iran, vietato lo stadio alle donne

  • Mercoledì, 02 Luglio 2014 08:40 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
02 07 2014

Sembrava ci fosse stata qualche apertura sul fronte delle donne per quanto riguarda la loro presenza negli stadi e invece nulla di fatto. Alcuni giorni fa, a Tehran, durante la partita di volley tra le nazionali maschile dell'Iran e quella del Brasile, presso lo Stadio Azadi, alle donne brasiliane é stata data la possibilitá di entrare e tifare per la propria squadra, mentre a quelle iraniane é stato imposto di rimanere dietro ai cancelli.

Il divieto alle donne iraniane. La nazionale di pallavolo in Iran é in forte ascesa. Grazie all'ereditá lasciata dall'allenatore argentino Julio Velasco, oggi i successi nel volley stanno dando grandi soddisfazioni, sia al paese che alla sua popolazione, grazie all'allenatore serbo, Slobodan Kovac. Proprio per merito di queste vittorie, le restrizioni erano state in parte rimosse. Dal 2012 peró le autoritá hanno stabilito rigorosamente il divieto alle donne di assistere a partite di squadre maschili all'interno degli stadi. Restrizione tuttora in vigore. Pochi giorni fa, si é disputata la partita tra Iran e Brasile, valida per la qualificazione ai campionati mondiali. Piú della vittoria del Brasile (3-0) la notizia ha fatto il giro del web e dei media per il raduno di attiviste e tifose che hanno manifestato davanti allo Stadio Azadi per il divieto imposto alle sole donne iraniane di entrare. Il sito di informazioni Kanoon Znan ha reso noto che, nonostante la Fivb Federazione Internazionale di Pallavolo abbia ottenuto dalla Federazione Iraniana l'autorizzazione a tenere aperto lo stadio, il divieto alle donne é stato imposto ugualmente.

La protesta e le motivazioni delle autoritá. Sono state circa 50 le persone che si sono radunate davanti allo stadio sventolando le bandiere dell'Iran e protestando pacificamente contro le autoritá per non aver concesso l'entrata. Alla protesta come unica giustificazione del divieto é stato risposto che "le donne non possono vedere dal vivo eventi sportivi che coinvolgono squadre maschili". La manifestazione é stata soprattutto fomentata quando le donne iraniane pronte a tifare per la propria squadra hanno visto entrare le donne brasiliane all'interno dello stadio, mentre loro sono state lasciate fuori. Anche a questo le autoritá hanno risposto sostenendo che le brasiliane erano in possesso di passaporto e che le donne tifose iraniane "sarebbero dovute rimanere in casa e pregare per il buon esito della partita a favore della squadra nazionale".

Le brasiliane hanno sangue diverso? Il sito degli studenti iraniani News Agency ISNA ha condannato questa restrizione da parte delle autoritá attraverso un editoriale dal titolo: "Il sangue delle donne brasiliane é piú rosso delle iraniane?". Il titolo riprende un famoso detto persiano nel quale il colore del sangue unifica le razze negando ogni forma di discriminazione. "Ció che rende piú amaro - si legge - é vedere le donne brasiliane entrare allo stadio libere mentalmente da qualsiasi vincolo e pronte a tifare e supportare la propria squadra. Al contrario le donne iraniane sono rimaste dietro ai cancelli. Apparentemente un passaporto brasiliano ha più credibilità di una identità iraniana nella nostra terra".

Sempre secondo la ISNA, la sig. ra Shahindokht Mowlaverdi, vice presidente del Presidente Iraniano Hassan Rohani delegata per le donne e la famiglia, ha anch'essa criticato il divieto affermando che le istituzioni di polizia e di sicurezza dovrebbero comprendere i benefici della presenza delle donne e l'ondata di felicità che raggiunge le famiglie e la società.

Donne lavoratrici in Qatar: violenze, inganni, soprusi

  • Martedì, 29 Aprile 2014 08:24 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
29 04 2014

Sono circa 84mila le lavoratrici domestiche migranti in Qatar. In alcuni casi lavorano fino a 100 ore alla settimana, senza giorno di riposo, continuamente sottomesse a violenze e soprusi. La denuncia di Amnesty International in un nuovo rapporto.

Il rapporto, intitolato “La mia pausa è quando dormo: lo sfruttamento delle lavoratrici domestiche straniere in Qatar”, presenta un fosco scenario, a tratti raccapricciante. Donne assunte con false promesse su salario e condizioni di lavoro, costrette a seguire orari massacranti, sette giorni alla settimana e, in alcuni casi, sottoposte a estrema violenza fisica e sessuale.

"Le lavoratrici domestiche migranti sono vittime di un sistema discriminatorio che nega loro le protezioni basilari e le rende vulnerabili allo sfruttamento, al lavoro forzato e al traffico di esseri umani", ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International.

"Abbiamo incontrato donne che, dopo essere state terribilmente ingannate, si sono ritrovate alla mercé di datori di lavoro violenti, costrette a non lasciare mai l'abitazione. Alcune sono state minacciate di violenza quando hanno manifestato l'intenzione di andarsene", ha proseguito Gaughran.

In Qatar si trovano almeno 84.000 lavoratrici domestiche migranti, la maggior parte delle quali proveniente dall'Asia meridionale e sud-orientale. In alcuni casi, lavorano fino a 100 ore alla settimana, senza giorno libero.

Le leggi del paese non prevedono limiti di orario per il lavoro domestico né giornate di riposo. Non è possibile neanche presentare denunce al ministero del Lavoro.

"Le donne che finiscono a lavorare in case di datori di lavoro violenti si trovano in una situazione misera. Se decidono di andarsene, vengono ricercate come se fossero delle evase e spesso finiscono per essere arrestate e successivamente espulse", ha commentato Gaughran.

Le lavoratrici domestiche sono sottoposte al restrittivo sistema dello sponsor (localmente chiamata “kafala”) che impedisce loro di lasciare l'impiego o il paese senza il permesso del datore di lavoro. Mentre una piccola parte di donne riesce a trovare un buon impiego e ad essere trattata bene, coloro che subiscono violenza non possono far altro che scappare, col rischio di essere arrestate, imprigionate ed espulse per il reato di 'evasione'.

Circa il 95% delle donne che nel marzo 2013 si trovavano nel centro di espulsione della capitale, Doha, era costituito da lavoratrici domestiche.

Una donna indonesiana finita nel centro di espulsione dopo essere fuggita dall'abitazione presso la quale lavorava ha mostrato ad Amnesty International una profonda cicatrice sul petto, provocata dalla sua datrice di lavoro con un ferro da stiro. Era costretta a lavorare sette giorni alla settimana, non era pagata da mesi e non poteva lasciare la casa. Quando è riuscita a fuggire, è stata arrestata dalla polizia.

I ricercatori di Amnesty International hanno ascoltato testimonianze scioccanti di violenza: donne prese a schiaffi, tirate per i capelli, colpite con le dita negli occhi, spinte per le scale a calci. Tre donne hanno denunciato di essere state stuprate. Non c'è stato un solo caso in cui chi le ha aggredite sia stato incriminato e condannato.

Un caso orribile riguarda una donna delle Filippine che si è fratturata entrambe le gambe e la spina dorsale cadendo da una finestra per fuggire dal datore di lavoro che voleva stuprarla. Dopo che è precipitata al suolo, paralizzata e ferita, l'uomo le ha comunque usato violenza e solo in seguito ha chiamato l'ambulanza.

Sei mesi dopo l'episodio, la donna si trovava ancora sulla sedia a rotelle. Nonostante i gravissimi danni riportati, il pubblico ministero ha archiviato il caso per "mancanza di prove". Il suo datore di lavoro non è mai stato chiamato a rispondere delle sue azioni e la donna è tornata in patria.

Le donne che denunciano di aver subito abusi sessuali rischiano anche di essere incriminate per il reato di "relazione illecita" (rapporto sessuale al di fuori del matrimonio), per il quale è prevista una pena di un anno di carcere seguito dall'espulsione.

Circa il 70% delle detenute della prigione femminile di Doha, nel marzo 2013, era costituito da lavoratrici domestiche: tra queste, vi erano anche donne incinte e 13 mamme coi loro piccoli di età inferiore a due anni. Secondo Amnesty International, il reato di "relazione illecita" dovrebbe essere immediatamente abolito.

La pubblicazione di questo rapporto segue quella di un altro documento, del novembre scorso, nel qualel'organizzazione denunciava lo sfruttamento dei lavoratori migranti nel settore delle costruzioni, in particolare nei cantieri degli stadi che ospiteranno i Mondiali di Calcio del 2022.

"I Campionati mondiali Fifa del 2022 hanno acceso i riflettori sulla sofferenza dei lavoratori migranti impiegati nel settore delle costruzioni. La totale assenza di protezione per le lavoratrici domestiche e il fatto che esse vivano isolate nell'abitazione del loro datore di lavoro, le rende vulnerabili all'abuso in misura persino maggiore rispetto agli altri", ha sottolineato Gaughran.

Il rapporto si basa su interviste con 52 lavoratrici domestiche, autorità di governo, ambasciate dei paesi di origine e agenzie di reclutamento. Il rapporto ha utilizzato anche dati forniti da organizzazioni che si occupano di lavoratrici domestiche in difficoltà. I ricercatori di Amnesty International hanno inoltre visitato una prigione e un centro di espulsione.

Per legge integralmente il documento clicca qui.

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