Osservatorio Iraq
02 04 2014

Mentre altrove continua il trend positivo che vede la pena capitale in diminuzione negli ultimi 20 anni, in Medio Oriente si va nella direzione opposta. Insieme alla Cina, Iraq, Iran e Arabia Saudita contano l’80% dei casi registrati nel 2013 secondo le stime di Amnesty International.

Sono almeno 778 le persone messe a morte in tutto il mondo nel 2013. Si tratta di un aumento del 15% rispetto al 2012. Questo dato tuttavia non comprende le probabili migliaia di persone condannate in Cina, dove la pena capitale è coperta dal segreto di Stato.

Ad eccezione dunque di Pechino, l'80% di tutte le esecuzioni è stato registrato in tre paesi: Iran, Iraq e Arabia Saudita.

Nel primo caso, sarebbero almeno 369 le esecuzioni ufficialmente confermate, pari a una crescita del 15% annua; ma secondo fonti attendibili, il numero dei morti a causa della pena capitale potrebbe essere quasi il doppio, circa 700.

In Iraq invece sono 169 le condanne eseguite ( 30% in più rispetto al 2012), nella maggior parte dei casi per vaghe accuse di terrorismo. Per quanto riguarda l'Arabia Saudita si contano 79 persone giustiziate. Tra queste addirittura tre minorenni al momento del reato.

Sono questi, in sintesi, i dati più significativi e impressionanti pubblicati dal rapporto sulla pena di morte nel 2013 da Amnesty International.

Impressionanti perché comunicano che gli aumenti delle esecuzioni sono dovute quasi esclusivamente a 3 paesi, tutti in Medio Oriente. Significativi perché confermano che mentre altrove nel mondo la pena di morte continua, seppur lentamente, ad essere archiviata come strumento di giustizia, in questa regione viene portata avanti con decisione.

"L'aumento delle uccisioni cui abbiamo assistito in Iran e Iraq è vergognoso. Tuttavia, quegli Stati che ancora si aggrappano alla pena di morte sono sul lato sbagliato della storia e di fatto sono sempre più isolati", ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, in un comunicato diffuso il 27 marzo.

"Solo un piccolo numero di paesi ha portato a termine la vasta maggioranza di questi insensati omicidi sponsorizzati dallo Stato e questo non può oscurare i progressi complessivi già fatti in direzione dell'abolizione".

Il numero delle esecuzioni in Iran e Iraq pone questi due paesi al secondo e al terzo posto della classifica mondiale, dominata dalla Cina dove - sebbene le autorità mantengano il segreto sui dati - Amnesty ritiene che ogni anno siano messe a morte migliaia di persone. L'Arabia Saudita è al quarto posto con almeno 79 esecuzioni, gli Stati Uniti d'America al quinto con 39 e la Somalia al sesto con almeno 34.

Nonostante i passi indietro del 2013, negli ultimi 20 anni vi è stata una decisa diminuzione del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte e miglioramenti a livello regionale vi sono stati anche l'anno scorso.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, nonostante la “maglia nera” rappresentata dai paesi già citati, non ci sono stati casi in Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti per la prima volta in 4 anni, sono dimezzati nella Striscia di Gaza ad opera del governo di Hamas e le condanne a morte eseguite in Yemen sono diminuite per il secondo anno consecutivo.

In controtendenza Amnesty International sottolinea il fatto che il Kuwait abbia ripreso ad uccidere persone per mezzo della pena capitale dopo 6 anni, ed esprime profonda preoccupazione per quanto sta accadendo in Egitto, dove il regime militare sta esercitando in modo alquanto arbitrario la giustizia, in particolare nei confronti dei membri della Fratellanza Musulmana.

Eppure in alcune regioni le donne che si suicidano, dandosi fuoco o lasciandosi annegare, lo fanno perché hanno subito questa forma di mutilazione e se ne vergognano, soprattutto quando si parla di matrimonio. ...
Decenni di convivenza con i tiranni anti-islamisti ci hanno tolto ogni autorità morale potenza in grado di muovere una armata in diversi luoghi del pianeta, rapidamente: gli Stati Uniti. Ora quest'altra forza è: il jihadismo planetario. ...
Eppure tutti gli iraniani sono in fermento ora che la Repubblica islamica non è più solo un sistema precario e attaccatile ma una garanzia per la stabilità del Medio oriente. Decine di gru si preparano lungo via Taktavous per abbattere palazzi e ricostruirli dalle fondamenta. ...

la Repubblica
28 08 2013

E’ un esodo ininterrotto, una emergenza che è diventata routine. Sulla nuova rotta dell'immigrazione verso la Sicilia, quella che sembra aver totalmente tagliato fuori Lampedusa, tradizionale avamposto europeo degli sbarchi clandestini, ad arrivare sono per lo più siriani ed egiziani. In fuga dall’orrore e dalla guerra, i “passeggeri” di pescherecci, motoscafi, barche a vela e, spessissimo, gommoni, puntano ormai esclusivamente verso la costa orientale siciliana, Portopalo, prima di tutto, ma anche la più lontana Siracusa, e perfino Catania.

Non si parte più dalla Libia, dalla Tunisia, dal Nordafrica, porti che hanno fatto la fortuna delle organizzazioni che offrono "pacchetti" completi di viaggi della disperazione. L’imbarco avviene sempre più spesso dal Medioriente dove, col precipitare della situazione in Siria, e lo spettro di un imminente attacco di guerra, in migliaia ogni giorno sono pronti ad imbarcarsi.

Si muore, durante le traversate, come è accaduto venti giorni fa a Catania, con sei cadaveri recuperati sul lungomare della Playa affollato di bagnanti e turisti.

Ma si nasce anche, come nel caso del maschietto partorito sul barcone, durante la traversata che si è conclusa stamattina a Siracusa dove sono già arrivati, in poche ore e in due diverse ondate, 350 profughi.

Dicono di essere tutti siriani i 191 profughi soccorsi all'alba. Tra loro anche il bimbo, nato 4 giorni fa in mare, che assieme alla sua mamma è stato ricoverato per accertamenti all’ospedale Umberto I di Siracusa. "L'abbiamo trovato ancora con un tratto del cordone ombelicale attaccato - ha detto il comandante della Guardia costiera di Siracusa, Luca Sancilio- è la dimostrazione di come la vita trionfi sempre: si può venire alla luce anche in condizioni difficili e critiche".

Un altro barcone con a bordo circa 150 migranti è stato intercettato poco dopo al largo della costa siracusana dove si sono recate due motovedette della Guardia costiera, le stesse che poche ore prima avevamo trasbordato sulla banchina principale del porto grande i 191 migranti siriani. E il tam tam continua. Ad incentivare la "nuova rotta" verso Siracusa, oltre alla credenza che i controlli e le procedure siano più blandi rispetto a Lampedusa, anche il fatto che l’approdo sulla terraferma, anziché su un’isola, garantisca maggiori possibilità di fuga. E della continuazione di un viaggio che punta ad altre frontiere.

E nel frattempo tre egiziani sono stati fermati con l'accusa di aver pilotato il barcone arenatosi ieri con 118 migranti a bordo, in gran parte siriani, sulla scogliera di Fanusa nella zona di Punta Milocca, a Siracusa. Mouktar Mohamed Qasim Hasan, 30 anni, Abdelsalam Khameis, 23 anni, e Mahmoud Hada AAdel, 22 anni, sono accusati di favoreggiamento all'immigrazione clandestina. Sono stati identificati dal gruppo interforze della Procura di Siracusa. Polizia, carabinieri e guardia di finanza sono riusciti a rintracciare tutti i passeggeri del natante. All'altra punta della Sicilia, a Trapani, è approdato il cargo che ieri aveva preso a bordo i 109 profughi soccorsi al largo di Lampedusa.

Michela Giuffrida

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