Sfida in topless nel nome di Allah

  • Giovedì, 04 Aprile 2013 08:17 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
04 04 2013


Il nudo fa cortocircuito con gli interpreti del Corano? Allora tutte nude nel nome di Allah. E’ la sfida lanciata online da una rete di donne (ma anche di uomini) che in sostegno alla giovane blogger tunisina Amina, scomparsa e forse arrestata o portata in un ospedale psichiatrico dopo aver postato su Facebook le sue foto a seno scoperto alla maniera delle attiviste Femen, hanno indetto per domani, 4 aprile, l’International Topless Jihad Day: via le t-shirt e sit in a oltranza davanti alle ambasciate tunisine di tutto il mondo (in testa, ovviamente, ci sono le Femen).

Da quando dopo l’11 settembre 2011 abbiamo iniziato a conoscere, nel bene e nel male, il mondo arabo-musulmano, abbiamo imparato che la parola “jihad” non ha soltanto l’infame e terrificante significato di guerra santa contro l’occidente. Anzi. Non solo Jihad è un nome maschile piuttosto comune a Ramallah come al Cairo o Riad, ma la sua vera radice è più che positiva e indica letteralmente lo sforzo interiore dell’individuo per il proprio miglioramento.

Negli ultimi dodici anni migliaia e migliaia di imam ostili al fondamentalismo si sono affannati a riproporci questa spiegazione filologica al fine di disinnescare la miccia dello scontro delle (in)civiltà. E non sono stati i soli. Tra le fila dei “laici” ci ha provato per esempio la giornalista iraniana del Los Angeles Times Azedeh Moavani, che nel saggio “Lipstick jihad” ci ha raccontato il punto di vista di una ragazza di Tehran “armata” di rossetto contro l’integralismo degli ayatollah.

Le Femen hanno imparato la lezione. Dopo essersi battute per settimane per sapere che fine avesse fatto la diciannovenne Amina (ricomparsa di colpo qualche giorno fa sulle pagine di un quotidiano governativo secondo cui sarebbe tornata a casa e starebbe bene...) si sono ricordate del “jihad” e l’hanno applicato alla campagna “Titslamist Free Amina” (http://hacksperger.wordpress.com/2013/03/28/titslamist-freeamina-by-femen-org/). Alcune decine di persone hanno già aderito all’iniziativa, nella maggior parte dei casi si tratta di uomini o donne arabe che vivono in paesi occidentali. Ma, che scendano in piazza a seno nudo o meno, le compagna di Amina sono più che agguerrite in Tunisia. I Fratelli Musulmani di Ennahda, che dopo la cacciata di Ben Ali hanno vinto le elezioni aggiudicandosi il potere, stanno cercando di gestire a proprio vantaggio la crisi esistenziale del paese spaccato tra pancia islamista e testa quasi volteriana, ma sulla loro strada hanno trovato e trovano proprio loro, le donne, mogli, madri, figlie, velate e non velate, disposte a tutto pur di non perdere l’emancipazione guadagnata prima della democrazia.

 

La Stampa
20 03 2013

Indesiderati in terra giordana, preoccupati dalle condizioni di vita in Libano, viaggiano verso il Cairo: «La situazione era insostenibile»
FRANCESCA PACI
Che si dice dei palestinesi? La domanda ricorreva incalzante come quella sulla partecipazione delle donne nelle piazze del Cairo, di Tunisi, di Bengasi, delle capitali arabe spazzate dal vento ribelle del 2011. L’urgenza in quel momento era capire quali fossero le esigenze primarie di egiziani, tunisini, libici, all’indomani della cacciata dei dittatori. Di certo, al di là di un atavico sentimento anti-israeliano, non c’era la questione palestinese. A distanza di due anni appare chiaro come anche l’emancipazione femminile stesse a cuore solamente alla parte meno indottrinata dei rivoluzionari, ma per tutti quanti, laici e religiosi, il lavoro, la libertà di opinione, il diritto alla partecipazione politica venivano e vengono assai prima della materializzazione della Palestina.

Lo scollamento tra una causa sventolata strumentalmente per decenni dai despoti mediorientali e i bisogni di popoli oppressi è emerso in modo netto nei giorni e nei mesi seguiti alle rivoluzioni. Chi non ha stipendio né prospettive di vita ha poca disponibilità a pensare a quelle altrui. Ma oggi la sorte dei palestinesi che fuggono dalla Siria di Assad e cercano rifugio in un Egitto sorprendentemente molto meno ospitale di quanto sperato sembra la metafora di quella contraddizione.

“Siamo scappati da Damasco perché dopo mesi di bombardamenti governativi indiscriminati la situazione era diventata impossibile e abbiamo scelto il Cairo perché, come palestinesi, era l’unico posto dove avremmo trovato una buona accoglienza” racconta la ventiseienne Rula Deeb al quotidiano Egypt Independent. Rula è nata in Siria ma i suoi nonni sono originari di quella Gaza a cui Fratelli Musulmani egiziani tendono ora formalmente la mano. Il Libano e la Giordania, no. Rula sa che quelli come lei non sono benvenuti. La Giordania in particolare accoglie in questi mesi qualsiasi rifugiato siriano (perfino gli ex amici del regime) a condizione che non sia palestinese. E in Libano le condizioni di vita nei campi profughi palestinesi non sono esattamente il massimo. L’Egitto in confronto ha pochissime barriere in entrata. Almeno all’inizio.

Sì perché a conti fatti l’esperienza di Rula coincide con quella di migliaia di rifugiati palestinesi (in fuga dalla Siria) che in Egitto hanno incontrato una barriera inaspettata: il divieto di accedere ai servizi umanitari. Sospesi in un limbo legale infatti, i palestinesi-siriani non sono intitolati all’assistenza finanziaria, sociale e sanitaria che spetta invece ad altri rifugiati registrati alle Nazioni Unite (siriani compresi). Secondo il diritto internazionale i rifugiati palestinesi sono quelli che discendono dai palestinesi nati nella Palestina mandataria e estromessi dopo le guerre arabe-israeliane del 1948 e del 1967. Per loro esiste una speciale agenzia delle Nazioni Unite, l’UNWRA, incaricata di seguirli nei loro cinque paesi di residenza: Siria, Libano, Giordania, Cisgiordania e Gaza. Non facendo l’Egitto parte della cinquina, l’UNWRA del Cairo non è “tacnicamente” autorizzata a occuparsi di Rula e degli altri.

Prima della rivolta anti-Assad e della guerra civile scaturitane, in Siria vivevano circa 500 mila palestinesi che avevano quasi gli stessi diritti dei locali ma non hanno mai ottenuto il passaporto siriano. Annosa questione questa del passaporto. Da un lato infatti i paesi arabi hanno sempre argomentato il rifiuto di rilasciarlo con il fatto che il passaporto avrebbe “isituzionalizzato” i rifugiati negando loro di fatto il diritto al ritorno in Israele, dall’altro però questa questione “di principio” li ha sgravati dall’integrare un popolo che per esempio in Giordania ha creato parecchi cortocircuiti.

Negli ultimi due anni circa 15 mila rifugiati siriani sono arrivati in Egitto. All’inizio i palestinesi erano pochi perché c’era un po’ di confusione su come il regime di Assad si sarebbe comportato con loro (in passato Hamas aveva dimora fissa a Damasco). Poi però quando il governo ha cominciato a prendersela anche con loro (uno dei tanti capri espiatori) e bombardare il campo profughi di Yarmouk, a Damasco, è partito l’esodo.
E’ difficile dire quanti siano i palestinesi-siriani in Egitto, probabilmente qualche migliaio. La destinazione Cairo come porto sicuro è una novità per loro (senza molta scelta) perchè dopo la prima guerra del Golfo e l’espulsione dei palestinesi dal Kuwait (Arafat sosteneva allora Saddam) l’Egitto sospese loro i visti d’ingresso. Oggi al potere ci sono i Fratelli Musulmani, teoricamente appartenenti alla stessa famiglia sunnita, ma pare che siano piuttosto impreparati e che al di là dei proclami del presidente Morsi in sostengo di Gaza non si stiano occupando della sorte dei palestinesi giunti al Cairo dalla Siria.

“I palestinesi sono in qualche misura gli ebrei del mondo arabo” scrisse una volta il fondatore del Manifesto Valentino Parlato. Di certo oggi, con la Siria in fiamme, sono più in fuga che mai.

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