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Il rap di Gomorra e il linguaggio delle periferie del mondo

  • Mercoledì, 04 Giugno 2014 09:16 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
04 06 2014

Con il rap di Gomorra-La serie, il racconto si fa globale, scopre un linguaggio che si può intendere ovunque. Una scelta dovuta sicuramente a ragioni commerciali (la serie è venduta in 50 paesi) ma anche all’evidenza di un fenomeno che oggi è ovunque, in forme diverse, dal Messico alla Colombia alla Russia

C’è una novità nelle musiche di Gomorra-La serie: accanto ai neomelodici il racconto di malavita viene affidato anche ai rapper, al post-rock e all’elettronica. Le musiche originali della serie sono dei Mokadelic, il gruppo romano che già aveva contribuito alle colonne sonore di Come Dio comanda, Dove dormono gli aerei, Marpiccolo, La Pulce non c’è e ACAB: All Cops Are Bastards. Una funzione importante nella narrazione hanno i pezzi di artisti napoletani, da Lucariello, autore della sigla di chiusura degli episodi (Nuje vulimme ‘na speranza) a Ivan Granatino (‘a storia e Maria) ai Co’Sang, ‘Nto (Antonio Riccardi) e Luchè (Luca Imprudente) autori di brani duri e struggenti come Into ‘o rione, Fin quann vai ‘ncielo e Povere Mman, che hanno sciolto il loro sodalizio artistico nel 2012.


C’è un filo rosso che unisce la musica della tradizione, il neomelodico e la “nuova” musica napoletana? C’è da chiedersi da dove nasca quel mix innovativo di hip, urban pop, elettronica che sembra il risultato di una stratificazione di tradizioni e di generi completamente rimescolati, con l’apporto di influenze etniche e mediterranee. E’ la stessa biografia degli artisti, in qualche caso, a rivelarlo: Ivan Granatino, che interpreta “A storia e Maria” viene dal neomelodico. La musica dei Co’Sang (che vuol dire “con il sangue”) è invece una netta cesura con la tradizione; l’inizio del loro percorso artistico è nel 1997 con la partecipazione all’album autoprodotto Spaccanapoli, della crew Clan Vesuvio. Attorno all’etichetta discografica indipendente Cuore Nero Project fondata nel 2009 da Ricciardi si sono poi trovati molti artisti, dagli stessi Co’Sang a Clementino, a Club Dogo, a sperimentare nuovi linguaggi e nuove sonorità.

Il neomelodico è la colonna sonora dei film di camorra. Lo è anche nel film di Matteo Garrone e nella trasposizione teatrale del libro di Saviano. Il critico Giovanni De Luna nel 2008 ha chiarito la discontinuità tra artisti come Mario Merola, re della sceneggiata, e i neomelodici, «una discontinuità che riguarda la storia della canzone napoletana» e «investe soprattutto il rapporto tra Napoli e la camorra». Negli anni Ottanta del Novecento Napoli diventa una vera e propria città-regione che incamera in sé le varie province, senza però integrarle. Nascono i cosiddetti quartieri-stato, autonomi e isolati da tutto il resto. La musica muta parallelamente alla trasformazione della camorra. “La canzone classica era stata la grande rappresentazione della mediterraneità cosmopolita di Napoli, era stata una radice dell'identità italiana, era stata un fenomeno compiutamente nazionale e globale», mentre “la musica dei neomelodici viene prodotta e consumata in loco, nei quartieri-Stato, alimentata dal flusso sonoro ininterrotto delle radio e delle televisioni locali”.


Le canzoni dei neomelodici raccontano la quotidianità: sentimenti, amori, tradimenti. Una narrazione che avviene dall’interno, “il racconto” spiega Roberto Saviano “è incentrato sulla scelta inevitabile della camorra (parola quasi mai pronunciata nelle canzoni), una scelta dettata dal destino, dalla vita misera, dalle condizioni sociali di un intero territorio. E sulle sue conseguenze: l’onore e il silenzio. Non è una celebrazione totale. È una sorta di racconto eroico”. I neomelodici a volte celebrano quel mondo di cui sentono di fare parte, altre volte lo subiscono, in ogni modo ne raccontano il coraggio e il dolore. A tenerli uniti alla tradizione di Merola il sentimentalismo, il riferimento a una figura femminile (la moglie, la fidanzata, la mamma) che subisce, anch’essa, il destino del marito, amante, figlio.

Con il rap di Gomorra-La serie, il racconto si fa globale, scopre un linguaggio che si può intendere ovunque. Una scelta dovuta sicuramente a ragioni commerciali (la serie è già stata venduta in 50 paesi, gli americani ne sono entusiasti) ma anche all’evidenza di un fenomeno che oggi è ovunque, in forme diverse, dal Messico alla Colombia alla Russia. L’hinterland napoletano, nella sua crudezza e in quell’atmosfera cupa, è un non-luogo come ogni altra periferia del mondo. Il sistema di potere della camorra è oggi simile a quello di altre organizzazioni criminali in altre parti del pianeta, e qualche volta ne è stato preso a modello. Ovunque le persone vivono lo stesso quartiere (Into ‘o rione), simile ad altri, con la stessa assenza di orizzonte. La sua musica è una “poesia cruda”, come la definiscono i Co’Sang, capace di narrare il proprio tempo, raccontando la vita dei giovani, sia di quelli che hanno scelto di stare nel “Sistema” sia di chi lo subisce standone fuori. Entrambi appartengono allo stesso mondo: se non sei nel “Sistema” può esserci un cugino, un vicino di casa, un compagno di scuola.

“Venerato se muori per mano di una guardia/provo un piacere strano ad essere odiato/ perversione è un bravo ragazzo con la pistola in pugno/e ogni tatuaggio sono gocce di sangue incorniciato”, cantano i Co’Sang in Fin quann vai ‘ncielo. Sono suoni e parole che i ragazzi di ogni periferia criminale, in ogni parte del mondo, possono oggi condividere, e in cui possono riconoscersi.

LezPop
09 05 2014

A differenza del resto dell’Europa, in Italia l’Eurovision Song Contest non è tra gli eventi annuali più apprezzati, tanto che quasi nessuno sa della sua esistenza. Eppure basta valicare le Alpi per scoprire che ha una portata enorme ed è seguitissimo dai giovani per la peculiarità di mostrare a reti unificate cantanti di varie nazionalità e di grande talento.

Negli ultimi anni l’Eurovision è stato anche usato per veicolare in mondo visione un messaggio che ci sta molto a cuore: i diritti alla comunità LGBT. Era così l’anno scorso con Krista Siegfrids ed è così anche quest’anno. Nel momento in cui scrivo, la cantante austriaca Conchita Wurst è stata salutata con una lunghissima ovazione.

Per questo è emozionante veder sventolare tra le bandiere delle nazioni partecipanti anche decine di bandiere arcobaleno. Ammetto di non aver visto tutta la serata e non so se gli speaker italiani hanno speso qualche parola per farlo notare ma ormai i colori rainbow sono un messaggio riconoscibile e la loro presenza è il simbolo che davvero le cose cambiano (e che da qualche parte sono già cambiate).

Fou Savant

27ora
30 04 2014

Da quando la rapper diciottenne egiziana Mayam Mahmoud è apparsa in tv nel programma “Arabs Got Talent” lo scorso ottobre, è diventata una celebrità. Nei giorni scorsi, mentre riceveva il prestigioso “Index Freedom of Expression Award” a Londra, ha spiegato ai giornalisti che “i rapper uomini parlano spesso delle donne, dando loro la colpa di tutti i loro problemi. Io ho deciso di occuparmi dei problemi delle donne”. Ha cominciato a 10 anni (considera il rap una “estensione” delle poesie che scriveva sin da bambina), e ora studia scienze politiche e sociali. Eppure su YouTube, tra i commenti al suo video si legge: ”E’ carina e sarebbe molto più carina senza quella tovaglia in testa”.

La canzone che l’ha resa famosa si intitola “Femminilità”, e parla del modo di vestire delle ragazze e dei condizionamenti della società:


Le donne della nostra società sono divise
C’è l’hijab, il niqab e in mezzo un po’ di tutto
ci sono molte questioni che ci circondano, legate alle ragazze
sugli abiti e l’apparenza, che non era una condizione in origine
Come puoi controllare tu i miei capelli o il velo sulla testa?
Tu mi guardi, io non mi vergogno
Tu flirti e mi molesti, eppure pensi di non avere torto
Ma queste sono solo parole, non è flirtare, e non sono pietre
Non ci siamo vestite in modo sconveniente, ma l’idea è problematica?
…. Chi dice che la femminilità dipende da come ti vesti?
La femminilità si vede dall’intelligenza…


Proprio un paio di giorni fa, El Paìs raccontava la storia di Ramika Khabari, rapper afghana che dà voce alle rivendicazioni delle donne. Ma ha deciso di non portare più il velo, mentre Mayam vuole dimostrare che non deve per forza essere un simbolo di oppressione.

"Nel mio Paese molte ragazze che indossano l’hijab rinunciano al mondo dello spettacolo, mettono da parte la musica, la recitazione. La mia risposta è: perché guardate solo il velo che porto in testa mentre saltello sul palco, ma non ascoltate quello che dico?"

In realtà, Mayam non è l’unica rapper velata, nè la prima. Yukka, 23 anni, studentessa di giurisprudenza, compone dal 2011 canzoni sulla rivoluzione egiziana vista dal punto di vista delle donne. Anche lei ha cominciato a 10 anni, anche lei porta il velo, ma la sua famiglia non la sostiene (a differenza di quella di Mayam), e dice che è difficile per una ragazza come lei trovare un fidanzato. Ha avuto anche problemi con le autorità (non perché sia donna ma perché le sue canzoni criticavano il governo).

Di recente, un gruppo di donne musulmane che vivono in America hanno lanciato una campagna per dimostrare che si può essere islamiche e alla moda allo stesso tempo. Si fanno chiamare Mipsterz (cioè hipster musulmane) e hanno lanciato un video diventato “virale” su internet, anche se poi alcune di loro hanno finito per criticare il risultato.

"Non sapevamo che saremmo apparse in un filmato con il sottofondo di Jay-Z che parla di ‘niggers’ e ‘bitches’ e cose che non ci rappresentano."

La prossima volta potranno usare la musica dell’egiziana Mayam.

India, l’heavy metal si batte contro la violenza sulle donne

  • Mercoledì, 19 Marzo 2014 08:52 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
19 03 2014

L’heavy metal diventa una nuovo mezzo per dar voce alla protesta. Un articolo pubblicato sull'Atlantic riporta che un gruppo musicale di Mumbai, gli Sceptre, spinto dall’allarme del diavolo dello stupro e della misoginia, combatte la dilagante violenza sulle donne, con le chitarre distorte e i ruggiti furiosi dell’heavy metal. Questo tipo di musica si è sempre occupato di tematiche sociali, ma è la prima volta che in India si rivolge a questioni di genere. Per la potente immagine di copertina la band ha scelto di affidarsi ad un’artista indiana, che ha disegnato una donna in lacrime circondata da mura fatiscenti e ombre minacciose. I membri della band sono stati fortemente supportati dalle mogli e molte donne hanno mostrato gratitudine verso il loro impegno ad affrontare questo tema. I proventi dell’album- Age of calamity- andranno tutti ad un orfanatrofio femminile di Mumbai.

È morto Claudio Abbado, il rivoluzionario del podio

  • Lunedì, 20 Gennaio 2014 10:22 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
20 01 2014

È morto a Bologna il maestro e senatore a vita Claudio Abbado. Malato da tempo, aveva 80 anni.

Nato a Milano il 26 giugno 1933 e figlio di un insegnante di violino, nel 1955 si era diplomato in pianoforte e direzione d'orchestra presso il Conservatorio di Milano. Il primo grande riconoscimento arrivò già nel 1958, quando conquistò il primo posto al concorso Koussevitsky a Tanglewood, nel Massachussets: grazie a quel premio debuttò negli Stati Uniti con la New York Philarmonic. L'anno dopo debuttò a Trieste come direttore sinfonico, mentre l'esordio alla Scala arrivò nel 1960.

"Il mio soggiorno in Venezuela, dove la musica ha una valenza sociale enorme, e dove sono nate centinaia di orchestre giovanili, mi ha riconfermato che la musica salva davvero i ragazzi dalla criminalità, dalla prostituzione e dalla droga. Li ho visti, facendo musica insieme trovano se stessi". Claudio Abbado credeva davvero nella funzione terapeutica della musica. Era una mente aperta, per molti aspetti un innovatore in un mondo difficile e diffidente come quello della musica classica. Era, a modo suo, un sognatore. Decise di impugnare la bacchetta, a sette anni, quando si arrampicò fino al loggione per vedere i gesti del direttore d'orchestra Antonio Guarnieri.

La sua ascesa è stata inarrestabile. Nel 1963 si aggiudicò il premio Mitropoulos della New York Philarmonic e fu invitato da Herbert Von Karajan a dirigere i Wiener Philharmoniker al Festival di Salisburgo. Nel 1968 il debutto al Covent Garden di Londra e quello alla Metropolitan Opera House di New York. C'era lui sul podio della Scala la sera del 7 dicembre 1968, quella della famosa contestazione a colpi di uova marce.

Nel periodo della sua direzione, durata fino al 1986, Abbado contribuì a un profondo rinnovamento nella programmazione e nelle scelte artistiche del teatro milanese, sganciandosi da una logica puramente filologica e recuperando autori e opere per lungo tempo dimenticati. Queste sue idee, lontane dalle tradizionali logiche del suo ambiente, lo resero oggetto di aspre critiche, senza però scalfire le sue convinzioni.

Sempre sotto la sua direzione, nel 1972, furono inaugurati i Concerti per studenti e lavoratori, testimonianza della profonda volontà di Abbado di avvicinare alla lirica e alla classica anche le classi meno abbienti. Nel 1971 divenne direttore principale del Wiener Philharmoniker, mentre dal 1979 al 1987 fu direttore musicale della London Symphony Orchestra. La sua avventura artistica è proseguita poi alla Staatsoper di Vienna (dal 1986 al 1991), mentre dal 1989 al 2002 ha diretto i Berliner Philharmoniker. Alla fine del suo ultimo concerto con i Berliner, il pubblico lanciò quattromila fiori e lo salutò con trenta minuti di applausi. Dal 2004 è stato direttore musicale e artistico dell'Orchestra Mozart di Bologna.

Tifoso del Milan, di cui cercava sempre di seguire le partite anche quando era in tour, ha incantato le platee di tutto il mondo. Come ha scritto il critico e storico dell'arte Marco Vallora, "basta leggere il suo gesto per capire che non vuole essere divo. Sta facendo musica tra amici, vuole non esibirsi, ma scoprire ogni volta qualcosa di nuovo". Sempre critico nei confronti dei governi che hanno tagliato fondi alla cultura, nel 2008 fu protagonista di un aspro scontro con l'allora ministro Sandro Bondi, che definì "una pura dimostrazione di ignoranza". Il 30 agosto del 2013 era stato nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, insieme a Renzo Piano, Elena Cattaneo e Carlo Rubbia, come "personalità da considerarsi portatrici di curricula e di doti davvero eccezionali, come attesta il prestigio mondiale di cui sono circondati".

Andrea Silenzi


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