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Armonia di autismi musicali

pianoforteSimona non parla. A volte canta e il suo canto è uno strano vocalizzo su due note, lamento e ronzio, sussurro e pianto. Dicono che abbia messo per la prima voltale mani sul pianoforte di casa quando aveva tre o quattro anni
Vittorio Lingiardi, Domenica (Sole 24 Ore) ...

Osservatorio Iraq
14 07 2015

Con il loro nuovo lavoro, uscito il 15 maggio, il collettivo di musica elettronica sperimentale ci porta a Iqrit, villaggio simbolo di resistenza e della speranza palestinese che non muore. 

Ci sono molti modi per parlare della Palestina e dell’Occupazione. I Checkpoint 303 hanno trovato il loro, fatto di suoni, beat e campionamenti, "paesaggi sonori" elettronici che traducono in musica le storie di umana sofferenza e di speranza calpestata, che ci raccontano dell’ingiustizia quotidiana che un intero popolo è costretto a subire nell’indifferenza internazionale, in bilico fra quotidiano e memoria fatta anche di macerie rimaste miracolosamente in piedi, di canzoni e frammenti di immagini, e di storie e poesie che devono essere necessariamente tramandate.

Il 15 maggio 2015, giorno dell’anniversario della Nakba, è – non a caso – uscito il loro nuovo album intitolato "The Iqrit FIles". Abbiamo intervistato l’anima di questo collettivo musicale, il sound-cutter tunisino MoCha, che da oltre 10 anni raccoglie intorno a sé collaboratori da tutto il mondo, principalmente dalla Palestina, tra "cacciatori di suoni", artisti e musicisti, poeti, fotografi, dj e attivisti. Con lui, abbiamo parlato del progetto e di questo loro ultimo, interessante lavoro.

 

Perché, tra tutti i villaggi e le storie sulla Palestina occupata, stavolta avete scelto proprio Iqrit?

La storia di Iqrit è rappresentativa della storia di oltre 400 villaggi palestinesi, e dei loro abitanti cacciati via brutalmente e illegalmente dalle forze israeliane. E’ un simbolo della lotta legittima dei palestinesi per il diritto al ritorno nelle loro case e alle loro terre.

Iqrit si trova nel nord della Galilea, non lontano dai confini con il Libano, e i suoi abitanti sono stati sfrattati in seguito alla dichiarazione dello stato di Israele nel 1948, e da allora non vi hanno mai più potuto metter piede. Nel mese di luglio 1951 gli abitanti decidono di portare il loro caso davanti alla Corte Suprema di Israele, che si pronuncia in loro favore. Dopo questa sentenza, però, il governo militare trova una giustificazione per impedire loro di tornare. Gli abitanti del villaggio decidono di far ricorso in appello e la Corte mette in programma di esaminare il caso per il 6 febbraio 1952.

Peccato che, il giorno di Natale del 1951, le Forze di Difesa israeliane distruggeranno il villaggio.

Gli unici edifici che rimangono oggi sono una chiesa e un cimitero. I discendenti di Iqrit non sono autorizzati a farvi ritorno, ma possono seppellire i loro morti nel cimitero: in altre parole, solo i morti sono autorizzati ad entrare nel villaggio.

 

Il disco è composto da 13 tracce, dal "benvenuto" al "ritorno". C’è un percorso concettuale?

Non sono sicuro ci sia un vero e proprio ordine. L’ispirazione in generale ci è venuta, in primo luogo, dalla rappresentatività della tragedia, che cattura alla radice la situazione del popolo palestinese; in secondo luogo, dalla resistenza e dalla speranza persistente dei suoi ex abitanti e dei loro discendenti; in terzo luogo, dal potere e dalla bellezza delle poesie e dei lamenti dei cantanti e poeti di Iqrit, che incarnano una trasmissione orale della storia.

L'apertura è un invito a entrare a Iqrit e nell’album, mentre la traccia finale è ancora un invito a visitarla quando sarà popolata di nuovo: queste sono proprio le ultime parole in arabo che sentiamo sul CD, ovvero la registrazione di un parlato di Walaa Sbeit, uno dei giovani attivisti che lottano per il diritto al ritorno e che hanno occupato per diversi mesi la chiesa come modo di riappropriarsi del villaggio.

 

A proposito di poesie e canzoni, voi siete conosciuti soprattutto per i vostri "paesaggi sonori” che abbracciano la Palestina e il Medio Oriente, mentre in questo album le parole entrano in modo deciso nella cornice, grazie alla presenza di alcuni "ospiti speciali", le cantanti Jawaher Shofani e Wardeh Sbeit, e il poeta Jihad Sbeit. Come vi siete trovati?

Erik Hillestad e la sua crew dal KKV in Norvegia sono andati a Iqrit e, in collaborazione con la cantante e compositrice palestinese Rim Banna, hanno trovato i musicisti anziani del luogo e li hanno ripresi mentre cantavano proprio in mezzo alle rovine del villaggio demolito.

In realtà Jawaher Shofani, Wardeh Sbeit e Jihad Sbeit sono molto più che "ospiti speciali": rappresentano la materia prima che sta nel cuore dell'album. Le loro voci sono state il punto di partenza di tutto il processo musicale.

Come tu stessa hai ricordato, i Checkpoint 303 di solito lavorano con le registrazioni raccolte sul campo, nella Palestina occupata (e negli ultimi progetti anche con files registrati per le strade in Tunisia, Egitto, Siria, Libano, ecc.); molto raramente abbiamo incluso il canto effettivo nei nostri paesaggi sonori. Perciò questo è stato sia una nuova ispirazione sia una nuova sfida. Abbiamo cercato di lavorare con la voce in modo che rimanesse nello spirito del nostro sound art e delle nostre sperimentazioni.

L'obiettivo era quello di registrare le voci di questi cantanti/poeti e poi elaborarle e remixarle con registrazioni raccolte sul luogo, a Iqrit, insieme a beats e campioni audio di archivio. Il nostro è un lavoro di squadra: Erik Hillestad e Rim Banna hanno fatto il fantastico lavoro di trovare i cantanti mentre la supervisione delle registrazioni in Iqrit sono state fatti dal tecnico del suono Martin Abrahamsen. Le sessioni in Iqrit sono state infine documentati dai video e dalle fotografie di Stig Indrebø e Berit Hunnestad.

 

 

La data della pubblicazione dell’album è simbolica. In un recente articolo pubblicato su Osservatorio Iraq riportiamo una frase pronunciata spesso dai palestinesi per quanto riguarda la Nakba: "Non è la commemorazione di un evento storico, né un momento del nostro passato, ma il nostro presente". Cosa ne pensi?

Bella domanda. Ce lo chiedono spesso, anche in relazione al fatto che siamo musicisti e al tipo di composizioni – up-beat breakbeat o drum'n'bass – che facciamo. La domanda è: è possibile ballare al suono di una tragedia e di un'ingiustizia corso?

 

E’ possibile? Uno spettacolo può essere una forma di "celebrazione" dell’evento?

La questione dovrebbe essere risolta da ciascuno di noi individualmente. Alcune persone ascoltano la musica dei Checkpoint 303 e scelgono di non ballare per rispetto nei confronti del messaggio che porta, altri invece scelgono di farlo come un modo per esprimere solidarietà.

Noi non celebriamo la Nakba in quanto tale, semmai celebriamo la resistenza e la continua lotta e sollevazione del popolo palestinese di fronte all'ingiustizia.

In questo modo, cerchiamo di rafforzare anche la memoria. Quindi, chiaramente, noi non celebriamo la catastrofe (= Nakba), essa viene commemorata. Ciò che si sta celebrando è la resistenza e la speranza di giustizia e di libertà.

 

Esiste una speranza, nonostante tutto? Voi, con la vostra arte, esplorate anche questi aspetti opposti e apparentemente inconciliabili.

Sento che la speranza è presente, anche se la situazione è soffocante a dir poco. Certo, dire che c'è una forte speranza e ottimismo per il futuro sarebbe chiaramente un'esagerazione. E’ molto difficile, a volte, trovare la forza della speranza quando si vive sotto l'occupazione e quando si subiscono umiliazioni ogni giorno ai posti di blocco. Peggio ancora, quando vieni bombardato dagli aerei da guerra israeliani.

La popolazione di Gaza in particolare vive/sopravvive in condizioni disumane. L'assenza di azioni (che non siano vuote parole) della comunità internazionale si aggiunge alla sofferenza del popolo palestinese.

Eppure, nonostante tutto questo, la convinzione che questa ingiustizia non possa andare avanti per sempre nutre la speranza in alcuni palestinesi. Questa è la speranza che ha bisogno di essere incoraggiata e celebrata.

Come musicisti e artisti, quello che possiamo fare, è sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale, e celebrare la semplice esistenza dei palestinesi come un atto di resistenza. Possiamo cercare di amplificare la voce dei senza voce. Mostrare al mondo l'ingiustizia storica e continua subita dai palestinesi ed esporre i crimini di Israele contro l'umanità e il loro terrorismo di stato.

Ma questo deve essere fatto anche segnalando gli atti positivi di resistenza dei palestinesi, e ciò include le manifestazioni pacifiche settimanali, le opere d'arte, il cinema palestinese, i risultati accademici. E il semplice fatto di respirare e non smettere di sperare.

 

C’è però un grosso problema di narrazione e informazione…

Certo, personalmente ritengo che ci sarebbe più speranza se la gente di tutto il mondo scoprisse la verità della situazione, passata e presente, in Palestina. I media mainstream rimangono per la maggioranza di parte, e la macchina della propaganda internazionale dal lato israeliano sta facendo un buon lavoro nel fornire al mondo una falsa prospettiva.

Semplici fatti storici semplici restano in gran parte sconosciuti. Nella pista 10 del nostro nuovo CD (I climbed the top of the mountain, Ho scalato la cima della montagna), abbiamo utilizzato un campione di Bob Marley tratto da un'intervista con Gil Noble nel 1980. Gli viene chiesto un messaggio da parte dei giovani. La risposta di Bob Marley è che "la reale questione sta sempre nella ricerca della verità".

Se la gente di tutto il mondo cercasse la verità, o trovando le informazioni da sé o, meglio ancora, visitando la Palestina e incontrando i palestinesi, allora ci sarà davvero più speranza nel futuro.

Il cambiamento potrebbe dunque venire dalla pressione che cittadini informati di tutto il mondo possono esercitare sui loro leader, unendo a questo i movimenti di boicottaggio e le sanzioni. Che è quello che è successo nel Sudafrica dell'apartheid.

 

Serve una buona dose di iniziativa da parte di ognuno di noi, e di voglia di comprendere. Non è facile, vero?

Spesso le persone dicono che il conflitto israelo-palestinese è troppo complesso e che hanno bisogno di sentire la storia da entrambi i lati. Ma io generalmente dico loro che la storia non è complicata: c’è uno stato che occupa illegalmente la terra palestinese.

Si dispone di un occupante e un occupato, un oppressore e un oppresso. Non è un conflitto (un conflitto è quello che si può avere con il proprio partner quando non si è d'accordo!), Ma ciò che sta accadendo in Palestina è una occupazione illegale, che sta negando ai palestinesi i loro diritti umani fondamentali, compreso quello di autodeterminazione. Non è una situazione complessa.

 

Vi siete formati nel 2004. Qual’era il vostro obiettivo, e come mai questo nome?

Il nome deriva da un posto di blocco militare che separa Betlemme da Gerusalemme, conosciuto come Checkpoint 300. Il nostro scopo, dando vita al progetto, era quello di sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale circa l'ingiustizia subita dai palestinese e sull'emergenza di aiutarli a raggiungere la libertà. L'idea era di farlo attraverso la musica elettronica e sperimentale e sulla base di registrazioni sul campo e campioni audio presi sul campo, dai loro contesti di vita quotidiana.

 

Come funziona il vostro processo creativo?

Il progetto Checkpoint 303 è guidato da me, SC Mocha, che sono appunto il "sound cutter", e mi avvalgo della collaborazione di artisti e attivisti internazionali provenienti da numerosi paesi, in particolare dalla Palestina.

Dopo la raccolta dei suoni sul campo, che possono essere rumori di proteste o semplici registrazioni dal contesto di ogni giorno, da un ingorgo di traffico ai bambini che giocano, fino agli estratti da TV o radio etc, effettuiamo una scelta, tagliamo le registrazioni e le trasformiamo in campioni che usiamo come blocchi per la costruzione nei nostri paesaggi sonori, a seconda dell’idea che portiamo avanti.

Il disco "The Iqrit files", ad esempio, oltre che dai già citati "cacciatori di suoni" e dai cantanti tradizionali, vede la partecipazione di Miss K Sushi alle tastiere e piano elettrico, e di MonaLisa alle voci. La programmazione e taglio dei suoni – più le parti di oud – sono invece curate da me.

 

E per quanto riguarda i live?

Si tratta per la maggior parte di concerti audiovisivi dove le folle danzano ad un mix di elettronica, breakbeat, in cui spesso è presente l’oud – il liuto mediorientale – e il VJ'ing. Ma ci stiamo anche muovendo verso performance multimediali e installazioni artistiche.

 

In tutto questo tempo è cambiato qualcosa per voi, anche a livello artistico?

Alcune cose sì. Ma lo spirito delle nostre composizioni non è cambiato. I nostri paesaggi sonori sono visti come "arte di protesta" e spesso ci esibiamo in occasione di eventi organizzati da attivisti di tutto il mondo.

Il nostro messaggio per la giustizia, la libertà e i diritti civili continua, purtroppo, ad essere fortemente necessario, e non solo in Palestina. Così, nel corso degli anni, le nostre composizioni hanno esplorato la resistenza sonora e la sollevazione della piazza araba nella sua attuale lotta per la dignità, per la libertà e per la fine dei regimi totalitari.

Nel 2012, ad esempio, abbiamo pubblicato un EP con brani basati su suoni provenienti dalle strade bollenti di Tunisi, del Cairo e di Hama (Siria). Abbiamo poi utilizzato suoni dalle proteste in Turchia, in Brasile e in altri luoghi del mondo dove la società civile si sta sollevando a lottare per i propri diritti. Detto questo, non ci manca il materiale nuovo basato su files raccolti sempre in Palestina.

In tutti i casi, si tratta di battersi per i diritti umani fondamentali e per la dignità umana in tutto il mondo. Come disse una volta Martin Luther King: "L'ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque ". Per questo dovremmo essere tutti preoccupati di ciò che sta accadendo in Palestina.


Per vedere il video "In 1948", con la partecipazione della cantante tradizionale Jawaher Shofani, clicca qui.

Sito ufficiale dei Checkpoint 303: www.checkpoint303.com

07 Giugno 2015
di:
Anna Toro
Area Geografica:

West - info
27 02 2015

Una band finlandese è pronta a sconvolgere l’Eurovision Song Contest. Si chiamano PKN (Pertti Kurikan Nimipaivat), suonano punk e sono uniti, oltre che dalla passione per la musica, dalla difficile quotidianità dovuta alla sindrome di Down e all’autismo. Grazie alle loro doti, Pertti Kurikka (chitarra), Kari Aalto (voce), Sami Helle (basso) e Toni Valitalo (batteria) sono a un passo dal loro sogno: vincere a maggio il festival musicale più importante d’Europa. Oltre a portare sul palco, con una buona dose di coraggio, un richiamo di interesse per la loro causa.

La loro storia inizia per caso. Nel 2009 i 4 amici si conoscono in un laboratorio culturale per persone affette da disabilità intellettiva. Nasce così una forte amicizia che li porta a suonare in vari locali della città. Senza immaginare che da lì a breve un tour li avrebbe fatti viaggiare anche fuori della Finlandia.

Bando alla timidezza, sono diventati delle vere rock star. Hanno girato video e un apprezzabile documentario (“The punk syndrome”) sulle loro vite. Nel film ridono, piangono, litigano come divi capricciosi per decidere chi deve sedersi nella parte anteriore del pullman. Ma soprattutto mostrano quanto il punk sia uno sbocco alle frustrazioni di tutti i giorni, piccole e grandi che siano. Rinunciare al caffè per colpa della malattia per esempio. Oltre alla fatica, doppia rispetto agli altri coetanei, per riuscire ad attivare i muscoli vocali.

“Fare musica è divertente. Se non ci fosse, il mondo sarebbe inutile”, secondo Kari, leader del gruppo. Attraverso i suoi testi, il ribelle dal cuore tenero parla senza peli sulla lingua passando dal distacco dalla famiglia alla pedicure. Facendo luce su come vivono, su ciò che non possono e quello che vorrebbero fare. Sì, perché di sogni nel cassetto ne hanno ancora molti.

Adesso non resta che aspettare il verdetto. Mentre i finlandesi stanno discutendo sulla possibilità che la band di musicisti disabili rappresenti il loro Paese in eurovisione, i PKN stanno provando “Aina Mun Pitää” (“Ogni volta io devo”), la canzone che hanno scelto per il contest. Se volete farvi un’idea, questo è il loro video ufficiale.

Simona Cortopassi

Adirjam, queer band cosmopolita e senza confini

  • Martedì, 24 Febbraio 2015 11:55 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
24 02 2015

I loro testi in curdo, alcuni incentrati sull’amore gay, sono una sfida alle convenzioni, ai tabù e alle discriminazioni imposte da una società tutt’oggi omofoba e razzista. E la loro musica vuole essere un mix fresco e coinvolgente di tradizione e modernità capace di emozionare, divertire e far riflettere.

 

Loro sono gli Adirjam, band di Berlino che propone un melting pot di suoni e ritmi che richiamano il Medio Oriente e il Mediterraneo, fusi con armonie di musica classica, rock e punk-blues. Anima del gruppo è il musicista e cantautore curdo-tedesco Adir Jan Tekîn, che tra concerti e la preparazione del primo album, ha trovato il tempo per parlare un po’ con noi di questa sua avventura artistica e musicale.

 

Dove affondano le tue origini curde? E com’è nato il vostro progetto musicale?

I miei genitori si sono trasferiti in Germania nel 1971, perciò sono berlinese di nascita. Cioè, sono un berlinese curdo e ancora oggi cerco di far visita ai miei parenti e amici in Kurdistan quand’è possibile. Tuttavia, la mia vita quotidiana è sempre stata nella mia amata Berlino. Mi è sempre piaciuto cantare e qualche anno fa ho cominciato a scrivere canzoni mie e a fare musica con degli amici.

È solo dal 2013 che ho deciso di dedicarmici a livello professionale. Prima ho incontrato il nostro violoncellista Dave Sills e il chitarrista Conny Kreuter, con cui abbiamo fondato insieme gli Adirjam, e infine abbiamo conosciuto il nostro bassista Halid Pestil. Ci siamo subito intesi benissimo, sia sul campo musicale sia su quello dell’amicizia. Penso che una delle nostre qualità più belle siano l’amore e il rispetto tra noi. E posso dire che, grazie all’Universo, abbiamo riscosso un bel successo fin dall’inizio.

 

Vi siete definiti "la prima art rock band curda queer". Cosa significa? Una sfida ai pregiudizi e all’intolleranza verso l’omosessualità?

Certo, siamo la prima band che fa musica con argomenti gay in curdo, almeno io non ne conosco nessun’altra. Alcuni dei miei testi partono dall’amore tra uomini, e il fatto che possano provocare qualcuno è triste, ci fa vedere lo stato attuale delle società, di tutte le società. Ma, allo stesso tempo, crea anche una certa rabbia contro la diseguaglianza. Se la nostra musica riesce a dare non solo piacere, ma anche spunti di riflessione, ossia un cambiamento d’idee, ne siamo ben lieti! Ricevere dei feedback in tal senso ti fa diventare più sensibile in quello che fai. E alla fine, è l’amore che bisogna difendere e diffondere, in tutto il mondo.

Per quanto riguarda l’altra parte della definizione, in realtà non ci definiamo più una “art rock” band, perché non facciamo davvero art rock. All’inizio ci siamo definiti in questo modo perché la nostra musica include caratteristiche di diversi generi compreso l’art rock. Ma di fatto, la nostra musica è composta da vari generi e influenze, che rispecchiano anche Berlino.

 

Com’è stata accolta la vostra musica, e soprattutto i testi? Da parte dei curdi… e da parte dei tedeschi. Il tema dell’omosessualità è ancora tabù?

Prima di tutto, devo dire che mi fa assolutamente incavolare quando i politici e le persone dei paesi europei occidentali puntano il dito e indicano delle persone come "altri". È un fenomeno che ha le sue radici tra l’altro nel colonialismo. Ecco perché il problema dell’omofobia, così come della transfobia, del sessismo, del razzismo, del classismo, della discriminazione dei disabili ecc. esiste in tutto il mondo. L’omofobia in particolare è un risultato del potere del sistema sessista e imperativamente etero.

Io oggi non posso passeggiare in piazza e tenere liberamente la mano del mio eventuale fidanzato nella mia – ma questo dappertutto, né a Berlino, né a Roma, né a Londra – senza essere indicato dalla gente, oppure aggredito. Le persone trans*, per esempio, non trovano nemmeno un posto di lavoro.

Io, oggi, non riesco a trovare un appartamento facilmente, perché il mio nome non è tedesco.

Io, oggi, non ricevo nessun incentivo perché non esiste uno Stato curdo - nonostante esistano più di quaranta milioni curdi (il territorio curdo è occupato da Turchia, Iran, Iraq e Siria).

 

Doppie e triple discriminazioni...

Eppure la nostra musica viene accolta con grande attenzione e affetto da parte del pubblico. Ai nostri concerti viene un pubblico cosmopolita. La maggior parte già conosce i nostri argomenti e vuole sentire la nostra musica. Ma, è anche successo che, durante un concerto ad Amburgo, gli organizzatori non conoscessero i contenuti dei nostri testi. Ci avevano invitati perché apprezzavano la nostra musica. Dato che prima di ogni canzone racconto di cosa tratta, se ne sono resi conto solo al momento: il pubblico, però, ci ha risposto con grandi applausi e gli organizzatori del concerto alla fine erano contentissimi.

Ad un altro concerto a Berlino, invece, un po’ di paura l’ho avuta io, ma dopo la reazione del pubblico ho capito che sono stato io quello che ha avuto pregiudizi.

Il fatto è che quando scrivo canzoni personali, o sull’amore o sul dolore gay, non me ne frega nulla di cosa dirà la gente. Sono gay di natura. Quando invece scrivo ad esempio contro l’omofobia, questo diventa anche un mezzo per sfogarmi sia personalmente sia davanti all’uditorio, tra cui sicuramente ci saranno anche persone omofobe.

Tuttavia, cerchiamo di trasmettere il messaggio che la cosa più importante è l’amore. Invitiamo la gente a mettere l’amore al primo posto.

 

Alcuni dei tuoi testi toccano anche temi sociali e di attualità, come nel video di "Ay Shengal". Tra violenze, repressione e cattiva informazione, ognuno rischia di chiudersi sempre più in se stesso… la musica può essere un buon antidoto? Specialmente una musica così “libera” come la vostra.

La musica è la lingua del cuore. La musica tocca i cuori. Ti puoi sentire assolutamente solo quando ti immergi in melodie dolorose, oppure parte dell’intero Universo quando stai ballando. A volte la musica può essere come il sesso. Queste qualità, però, danno alla musica anche un certo potere: si pensi, ad esempio, al suo ruolo nella lotta contro l’apartheid in Sudafrica, e anche al ruolo che ha per la nazione curda. Certo, come ogni mezzo di potere anche la musica può essere abusata, ma, se la fai e l’ascolti con amore e non con odio, sono certo che possa essere un buon antidoto. Basta aprirsi… Noi come band, ad esempio, non vogliamo limitarci o farci limitare né da generi musicali artificialmente costruiti, né da confini di lingue, né da qualunque censura.

 

A proposito di lingua, come decidi che lingua o dialetto usare nelle tue canzoni?

Di solito non controllo in quale lingua si evolve il pezzo. L’unica eccezione sono le canzoni più politiche, sui quali destinatari rifletto prima. Ma, in genere, le canzoni stesse si sviluppano dalle emozioni del momento, dall’argomento oppure addirittura dalla persona da cui sono toccato. A volte mi piace anche giocare con le lingue e con i dialetti diversi in cui mi posso esprimere, anche nella medesima canzone. Dopotutto, il mondo non è monolingue, così come i sentimenti.

Ovviamente, più del 90% dei miei brani sono in curdo: in zaza e in kurmancî per essere precisi. Lo zaza è la lingua di mia madre, e allo stesso tempo è una lingua dall’Unesco considerata in via di estinzione, per cui cerco di favorirla.

 

Quanto è importante la musica per il popolo curdo? E qual è per voi l’importanza della tradizione?

Cosi come la lingua, anche la musica curda è stata proibita e punita per decenni in Turchia, cioè nel Nord del Kurdistan. Un fatto, questo, che l’ha anche politicizzata. Solo qualche anno fa il regime turco ha cominciato ad allentare un po’ il suo atteggiamento verso i curdi che ormai fanno circa venti milioni della popolazione totale nei confini dello Stato turco. Nella parte occidentale occupata dalla Siria, i curdi non hanno nemmeno una cittadinanza – solo adesso colla guerra attuale questo sta cambiando.

La musica curda è stata tramandata oralmente di generazione in generazione in tutto il Kurdistan, unendo tutto il suo popolo. I temi fondamentali delle canzoni curde sono l'amore, il dolore, gli stermini vissuti, il lavoro e i poemi epici. Per me si tratta di una fonte inesauribile, anche perché c’è un’enorme varietà su tutto il territorio: io ad esempio, insieme al canto, utilizzo come strumento il tembûr, che è un tipo di liuto tradizionale. Tuttavia, mi piace la musica del mondo intero. Come Adirjam inaliamo anche le melodie che sono o hanno elementi tradizionali e le portiamo nel nostro stile, e così le attualizziamo.

 

Tutto questo si riflette, appunto, nel vostro stile e genere. Alla fine, avete trovato una definizione che vi calza? E quali sono gli artisti a cui vi ispirate?

Forse potremmo definire il nostro genere come Cosmop Kurdesque. Cosmopolita perché lo siamo noi e i nostri influssi. Kurdesque perché le lingue sono perlopiù curde e sia i ritmi che le melodie principali sono spesso “mediterr’orientali”, unite ad armonie di musica classica europea, occidentale e rock. Nel Kurdesque, poi, si nasconde anche la parola 'queer'.

Ognuno di noi mette nella composizione il proprio talento e il proprio background musicale e, unendoci, creiamo uno sound armonioso e unico che ci piace tanto. Naturalmente questo significa molto lavoro, ma, vale la pena e così non manca mai la suspense! Tra gli artisti che ci hanno ispirato, ognuno nel suo modo diverso, sono Şivan Perwer, M. Arif Cizrawî, Soundgarden, Nazan Öncel, Penguin Cafe Orchestra, Beytocan, John Zorn e The Doors.

 

"Janaki Mou" (Janaki Mio) e "Sêva Sor" (Mela Rossa) sono canzoni d’amore, "Keskesor" (Arcobaleno) è un pezzo ispirato dall’omicidio, avvenuto nel 2013 nella provincia curda di Diyarbekir, del diciassettenne R.Ç., ucciso dal proprio padre perché gay; ancora, "Ay Shengal" parla del tentativo di genocidio degli ezidi curdi da parte dell’Isis; questo tanto per citare alcune delle vostre canzoni più belle. Qual è quella che più vi rappresenta e perché?

Ogni nostra canzone ha tante qualità diverse che non riusciremmo mai a essere d’accordo su una sola risposta. Tutte sono noi e noi siamo tutte.

 

La musica che gira intorno

  • Martedì, 10 Febbraio 2015 10:49 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
10 02 2015

Quando si tratta di cogliere il nuovo, la musica e le canzoni spesso riescono a fare prima e meglio di altre forme di comunicazione. Perché parlano contemporaneamente a cervello, pancia e cuore. Succede anche con l’immigrazione e l’intercultura, come prova, per esempio, l’ultimo lavoro del gruppo Le Settebocche, Simm sett’ott’enuje che contiene una ballata, San Nicola Varco , tutta in dialetto, in cui si racconta una pagina amara e rimossa della migrazione in Italia: lo sgombero di cinque anni fa a San Nicola Varco, nella provincia di Salerno, quando, nel novembre 2009, centinaia di lavoratori provenienti dal Marocco e impegnati in agricoltura, nella piana del Sele, vennero costretti ad abbandonare uno spazio abbandonato in cui avevano trovato riparo. Una canzone che riesce a informare, incuriosire, coinvolgere.

Le Sette Bocche, gruppo salernitano che sta cominciando a farsi conoscere a livello nazionale, nascono una decina d’anni fa nel Cilento, terra in cui il binomio agricoltura – sfruttamento ha acquisito una dimensione quasi archetipica. Angelo Plaitano è voce e autore dei testi e, a proposito della ballata, dice: «Quando la suoniamo, di solito mi fermo un momento per una prefazione, per spiegare le ragioni da cui nasce. Avvertiamo subito il silenzio di chi comprende bene di cosa si sta parlando e dopo averla cantata l’applauso che scatta è pieno di emozione». Il gruppo prende il nome da una sorgente d’acqua situata fra Giffoni e Faiano dove, l’acqua spunta da sette punti ravvicinati. Narra la tradizione popolare che da ogni punto sgorghi acqua di sapore diverso, un tempo i giovani invitavano le ragazze ad assaggiare l’acqua. Nascevano così nuovi amori. Cliccando qui potete leggere l’intervista completa.

Più conosciuti delle Sette Bocche sono di certo i Modena City Ramblers, che festeggiano in questi giorni i 20 anni dal primo Cd, e che l’anno scorso hanno pubblicato nel Cd Niente di nuovo sul fronte occidentale, una canzone, Fiori d’arancio e chicchi di caffè ispirata una storia vera sui matrimoni misti, che era stata pressocché ignorata dai media Sembra quasi una favola quella di 3 ragazzi Jude, Saineye Ousmane, emigrati in Libia per lavorare, rispettivamente da Nigeria, Gambia e Niger, costretti dalla guerra a fuggire in Italia, e che da Lampedusa a Santo Stefano Di Cadore, provincia di Belluno, hanno visto cambiare il proprio destino. Sfidando il pregiudizio si sono innamorati e sposati con tre ragazze del posto, e il paese è passato, con fatica, dal rifiuto, alla diffidenza e poi alla vera accoglienza.

L’attenzione all’immigrazione non è una novità per questo gruppo, che partendo dal piacere di coniugare generi musicali diversi ha raccontato in tanti anni numerose storie, a volte riuscita a volte fronte di sconfitta. Ne parliamo diffusamente in questa intervista a Franco D’Aniello, fra i fondatori della band emiliana.

Il tema immigrazione, seppur da prospettive diverse, è comunque presente da tempo nella canzone italiana, cominciando con la Ballata di Attilio di Franco Trincale, e con Lu trenu de lu soli di Ninì Salomone, cantata anche dal poeta Ignazio Buttitta, dedicate entrambe alla strage in miniera di Marcinelle, e senza dimenticare Ciao amore ciao di Luigi Tenco, ultima canzone cantata prima del suicidio nel gennaio 1967. Di italiani in fuga verso la Svizzera cantava nel 1973 Giovanna Marini ne Gli Stagionali, mentre nel 1987, ad aprire uno squarcio sul mondo delle nuove immigrazioni, troviamo Nero di Francesco De Gregori, sulla vita dei venditori ambulanti. Nel frattempo Eugenio Bennato aveva sviluppato un proprio percorso che in numerose canzoni ha legato la marginalizzazione e la potenza delle capacità di resistere di chi emigra, del Meridione ieri, del mondo intero oggi. Epicentro della sua musica è il Mediterraneo, come luogo di contaminazione inevitabile. Cambiando spesso formazione, soprattutto nei vocalists, Bennato ha coinvolto nei propri gruppi musicisti provenienti da numerosi paesi e l’influenza si avverte in gran parte dei brani. Difficile citarli tutti, ma non si può non considerare : Taranta Power, Grande Sud, Ritmo di Contrabbando, Balla la Nuova Italia, Sponda Sud, Canzone per Beirut, Donna Eleonora Ninna Nanna 2002 Dialetti e lingua italiana si mescolano a strofe cantate in arabo o wolof, aumentandone la carica di energia. Anche Teresa De Sio, è stata interprete appassionata di questi temi a cui ha dedicato, anche da autrice il cd Mappe del nuovo Mondo.

Gianmaria Testa, cuneese, un tempo ferroviere, oramai acclamato grande esponente della nuova canzone d’autore, già nel 2006 se ne uscì con il cd Da questa parte del mare, che prende spunto da un naufragio avvenuto nei pressi del Gargano, nel 1991, quando si giungeva dall’Albania e si cominciava già ad utilizzare la parola “invasione”. Nel 2010 Testa ha forse scritto la sua canzone più intensa sul tema, Ritals con richiami allo scrittore Jean Claude Izzo e il continuo refrain “Eppure lo sapevamo anche di noi”. Da Cuneo alla Genova di Ivano Fossati. Dipende certamente dal vivere nelle città di mare, inevitabilmente esposte all’incontro, ma forse solo da qui potevano essere pensate canzoni come Mio fratello che guardi il mondo, Pane e coraggio. Del resto le canzoni di Fossati, spesso portate al successo da altre interpreti, hanno in gran parte come elemento di sottofondo l’elemento del viaggio e dell’incontro fra culture. Di un autore comasco apprezzato soprattutto al Nord, Davide Van De Sfroos, è da non perdere Rosa Nera in cui a viaggiare è metaforicamente una chitarra, in realtà chi la suona e chi la ascolta. In questa play list tematica, non posono mancare, poi Non è un film (Fiorella Mannoia & Frankie Hi Energi ) e il brano divenuto emblema del mondo rom, lo splendido Khorakhanè di Fabrizio De Andrè. Fra i gruppi che hanno fatto poi della mixitè il loro emblema musicale brillano i napoletani Almamegretta, una per tutte la loro ormai storica Figli di Annibale con cui raccontano una contaminazione che affonda le radici nella storia più antica.

Uno spazio in più meritano poi le band meticce o di chi si è costruito un proprio ambito artistico in Italia. Dalla ormai celebre Orchestra di Piazza Vittorio agli Agricantus, che uniscono Sicilia, Mediterraneo e Svizzera fino al rapper palermitano /capoverdiano Johnny Marsiglia, alla scrittrice e cantante, anche nostra collaboratrice, Gabriella Ghermandi, alla ormai notissima Saba Anglana, solo per citare alcuni esempi estremamente interessanti di contaminazione di genere, nei testi come nelle musiche. E di Saba Englana ci pare giusto ricordare la durissima Crowded desert, tratta dal Cd, dal titolo diretto, A sud di nessun nord.

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