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Huffington Post
02 05 2014

Che la Val di Susa sia una terra magica è cosa risaputa, soprattutto tra gli amanti dell'esoterismo e dei misteri. Qui sorge il monte Musinè, secondo alcuni una sorta di base degli Ufo, per altri luogo dove le energie magiche si raccolgono.

Ma questo pezzo di Piemonte è anche custode di altri segreti. Qui, infatti, in alcune grotte erano nascoste le armi di Gladio, organizzazione Stay Behind, che aveva il compito, durante la Guerra Fredda, di evitare in qualsiasi modo che i comunisti prendessero il potere. Inoltre sempre in questo corridoio per la Francia è stato appurato che la 'ndrangheta è di casa.
La mafia calabrese ha forti interessi dai tempi antecedenti le Olimpiadi invernali di Torino del 2006, piatto molto ghiotto per tanti.

Oggi tutti conoscono questa valle per la protesta contro il treno ad Alta Velocità Torino-Lione, iniziata più di vent'anni fa. Una "guerra" che per fortuna non ha fatto vittime, nonostante ci siano stati duri scontri tra le forze dell'ordine e i No Tav, svariate volte.

Però lunghissima è la lista degli indagati per vicende legate alla lotta contro il Tav. Tra i reati anche quello di terrorismo: addirittura quattro giovani sono dallo scorso dicembre in carcere con quest'accusa. Pesantissima. Come è duro il regime di carcere a cui sono sottoposti visto l'imputazione. Tanto che molti intellettuali, ad esempio lo scrittore Erri De Luca (anche lui indagato), hanno deciso di solidarizzare con i quattro, annunciando la loro partecipazione alla manifestazione nazionale che si terrà a Torino il 10 maggio.

Ma, sempre sul fronte Tav, in queste ore è accaduto qualcosa di importante che ha a che fare con l'informazione.

Infatti una contro-inchiesta del movimento contro l'Alta Velocità svelerebbe dei retroscena sul pubblico ministero Antonio Rinaudo, titolare dei fascicoli aperti contro gli attivisti della Valsusa e tra i principali accusatori dei presunti terroristi. Questo lavoro certosino d'inchiesta ripercorre gli ultimi dieci anni della carriera del magistrato, raccoglie anche testi di intercettazioni e parla di presunti collegamenti tra Rinaudo e esponenti della malavita organizzata calabrese. Spunta anche il nome di Luciano Moggi, l'ex dirigente della Juventus coinvolto in Calciopoli.

Una contro-inchiesta ben fatta, che nulla ha che invidiare con altre inchieste. Eppure magicamente questo "lavorone", il cui compito è quello di far sorgere alcuni dubbi sull'operato dei magistrati della Procura torinese, non viene ripresa da nessun quotidiano nazionale. Come se non esistesse. Ci sono passaggi che dovrebbero essere approfonditi, come la presunta amicizia tra Rinaudo e tale Antonio Esposito, emissario, secondo gli inquirenti, di Rocco Lo Presti, boss della 'ndrangheta, che operava a Bardonecchia, comune che nel 1995 verrà commissionata per infiltrazioni mafiosi. Primo caso nel Nord Italia. Basti pensare che le intercettazioni tra il pm e il boss risalgono già al 2003, quando arrivano sul tavolo di un collega di Rinaudo, Antonio Malagnino.

Eppure, le presunte conoscenze malavitose che queste telefonate proverebbero, non compromettono la carriera del magistrato che anzi, sempre nel 2003, diventa titolare di un'inchiesta per reati legati alla 'ndrangheta. Il risultato? Rinaudo chiuderà il fascicolo solo dieci anni dopo, nel 2013, chiedendo un rinvio a giudizio che non potrà mai avvenire visto che per tutti gli imputati sono stati raggiunti i tempi della prescrizione. Ironia della sorte, dieci giorni dopo firmerà la domanda di arresto per i quattro No Tav accusati di terrorismo: in quel caso i fatti però risalgono solo alla primavera dello stesso anno.

Questo è solo uno dei tanti esempi contenuti nel dossier che uno dopo l'altro tira fuori i nomi della malavita da sempre intrecciata alla realizzazione delle opere in Valsusa. Fino ad arrivare all'ex dirigente juventino Luciano Moggi, condannato per lo scandalo di "Calciopoli" e comune amico di Rinaudo e Esposito, con i quali si intratteneva in costose cene in alberghi di lusso. Insomma una sorta di libro bianco che però rischia di girare solo tra gli ambienti No Tav, mentre invece meriterebbe ben altra sorte.

Ma come dicevo la Val di Susa è magica: qui le cose normali appaiono complicate e quelle inutili diventano utili. Probabilmente quando un giorno finalmente qualcuno capirà che il Tav non si farà perché non ci sono i soldi, quando si capirà che spesso in questi anni si è giocato sulla pelle di tanti, magicamente quest'inchiesta tornerà a galla (forse!) e il lavoro del pm Rinaudo verrà visto sotto una luce diversa. E saranno in molti a salire sul carro dei vincitori, anche quelli che hanno preferito non informare pur avendo il dovere di farlo, dimenticando quest'inchiesta dentro un cassetto.

Maurizio Lupi risponde alla domanda sulla contro-inchiesta: "I No Tav pensino a non minacciare".

Andrea Doi



"Il mio papà uccise mamma ma non lo odio"

  • Venerdì, 21 Marzo 2014 10:05 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
21 03 2014

Ha cambiato nome e cognome e a tutte le persone che incontra deve inventarsi un passato.

Ma sa sorridere, anche ridere.

Denise Cosco è la figlia di Lea Garofalo, un'eroina della lotta alla 'ndrangheta. Si somigliano, madre e figlia? Sì, si somigliano: "Anche mamma rideva spesso, anzi direi che era una comica", dice Denise.

E pure Denise, come sua mamma, ha avuto la forza di ribellarsi: oggi anche grazie alla sua denuncia suo padre Carlo Cosco è in carcere, condannato all'ergastolo con tre complici. ...

L'hanno prima costretta a ritrattare, poi uccisa facendole ingerire acido muriatico. L'assassinio di Maria Concetta Cacciola non è ancora provato, ma l'ipotesi è ormai da alcuni mesi sul tavolo della Dda di Reggio Calabria che avrebbe già iscritto alcuni indagati. ...


La mafia non uccide mai bambini, la mafia i bambini li rispetta. Questa è la favola che tramandano i boss, generazione dopo generazione. La mafia in realtà ha sempre ucciso i bambini, quando è "necessario" l'omicidio non ha età. "Liberati del canuzzu", liberati del cagnolino dice Giovanni Brusca a uno dei suoi, indicando una larva, un corpicino che non pesa neanche 30 chili. ...
La donna aspetta dopo otto anni che si trovi un colpevole per la morte del suo compagno

CANOLO (Reggio Calabria) - Un trattore è parcheggiato nel cortile della casa ormai troppo grande: via subito al Nord i due figli, allontanati dopo la morte del marito, ucciso a fucilate l’otto settembre del 2005; e anche la vedova, Viviana Balletta, 68 anni, l’unica che rimane della famiglia, sta quasi sempre lontana ché il mattino guida la jeep, risale per mezz’ora i tornanti compreso quello dell’agguato (asfalto, curva a sinistra, non un fiore a memoria, non una scritta sulla massicciata), e arriva agli olivi, agli orti, ai meli, ai castagni, e parcheggia, infila gli stivali, sradica erbacce, accarezza cortecce, dà ordini ai contadini, si lascia riscaldare da questo sole d’inverno che le dona un leggero, istantaneo sorriso.

Fortunato La Rosa fu ammazzato perché, forse, probabilmente - l’inchiesta non ha un colpevole e rischia l’archiviazione - si oppose alla primitiva logica delle «vacche sacre». Ovvero le mucche dei clan che secondo le malate convinzioni della ‘ndrangheta debbono avere libero accesso lungo i paesini e attraverso le montagne. La proprietà privata non è contemplata. E invece il dottor La Rosa, primario di Oculistica all’ospedale di Locri, sulle distese di ettari ereditate dal papà e riscoperte una volta in pensione, aveva idee diverse. E chiarissime.

Se gli abbattevano una recinzione, ne metteva un’altra; se distruggevano un cancello, lo sostituiva; se trovava una bestia, la accompagnava fuori, ed erano, beninteso, agguati da parte di ignoti. La vedova, nello stesso ospedale ugualmente ex primaria, ma di Ortopedia («L’unico reparto che tollerava una donna»), da otto anni fa esattamente le stesse cose. E aspetta giustizia. Senza clamore. Senza urlare. Senza cercare protezioni politiche e mediatiche che le diano ascolto e voce. Fatica, resiste. E non vorrebbe dire che in questo Paese «bisogna essere raccomandati anche per morire». Non vorrebbe ricordare che allora, nel settembre 2005, a lavorare sulla costa jonica della provincia di Reggio Calabria, la costa delle origini criminali, la costa dei sequestri, c’erano solo due magistrati, per tacer di carabinieri e polizia. La Calabria ancora non era una priorità. C’erano dunque forze investigative esigue che peraltro, un mese più tardi, vennero dirottate, con Roma a ordinare immediati risultati, su un altro assassinato: il vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno.

Fortunato e Viviana si incontrarono all’università. «L’inizio fu una litigata». Inevitabile, nacque l’amore. «Si discuteva di segreto professionale. Io categorica, mio marito più orientato a esaminare caso e caso. Fu una gara a chi urlava di più». Lo evoca spesso, lo chiama proprio così: «Mio marito». Racconta storie semplici, Viviana, una gita insieme per i funghi e le musiche dal pianoforte in salotto, il figlio maggiore che le ha dato un nipotino e la figlia che rimanda la ricerca d’un bimbo; le si domanda del futuro, dove si vede, cosa pensa, ha forza, vero, però il tempo trascorre e nulla cambia. Risponde: «Lavorando in Ortopedia, avevo a che fare con gli infortuni e le assicurazioni. C’era chi cercava di truffare e voleva coperture. Su di me si era sparsa la voce, sicché se cominciavano il turno e quelli erano in attesa, rinunciavano alla visita, per tornare sperando in un dottore corrotto».

Territorio di Canolo, sopra Locri e Siderno, comunità di 800 abitanti eppure infestata dalla cosche: il clan D’Agostino, il clan Raso. Eccoci alle terre. Di nuovo recinzioni tagliate. Di nuovo vacche che sostano. Di nuovo la dottoressa che si fa vedere. Consapevole di dar fastidio. Quanto dà fastidio. Passa un tizio, accosta, scende perfino dalla macchina, si lancia in saluti, in omaggi, in complimenti e Viviana nemmeno lo guarda, soffia un «salve» che lascia l’altro immobile. Ci sono stati degli studenti, calabresi e siciliani, che per primi hanno raccontato la vita e la morte di Fortunato La Rosa, in un libro curato dall’Osservatorio sulla ‘ndrangheta. Era il 2009. Ai ragazzi, sedicenni, la dottoressa aveva confidato il timore che l’omicidio di un «cittadino perbene ma anonimo» potesse venir dimenticato. Sa, Viviana, per aver chiesto udienza a pm e comandanti e commissari, per aver studiato le carte delle indagini, che le dinamiche del contrasto alla ‘ndrangheta, specie in Calabria, sono vaste e infide. Come finirà mai? La dottoressa allontana le mani dal corpo magro, le alza, le fa girare - sono mani affaticate, robuste - e dice: «A Canolo non esiste donna che abbia mani più contadine delle mie».

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