Stretta omofoba in Nigeria (Rita Plantera, Il Manifesto)

  • Mercoledì, 15 Gennaio 2014 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
La legge prevede pene detentive fino a 14 anni di prigione per chi celebra un'unione omosessuale e fino a 10 per chiunque si iscrive, partecipa, organizza o gestisce spettacoli e organizzazioni gay o esterna pubblicamente la propria relazione con un partner dello stesso sesso. ...

La Repubblica
14 01 2014

Mentre si attende la decisione del presidente ugandese Yoweri Museveni sulla legge che fa dell'omosessualità un reato da ergastolo, l'omologo nigeriano Goodluck Jonathan firma il testo che punisce matrimoni e unioni civili con 14 anni di carcere, 10 per chi rende pubblica la sua relazione. Principale produttore africano di petrolio, la Nigeria ha assecondato le proprie tradizioni senza cedere alle pressioni economiche occidentali

ABUJA - In attesa delle decisioni del presidente ugandese Yoweri Museveni su firmare o meno la legge approvata in Parlamento che punisce l'omosessualità con pene fino all'ergastolo, in Nigeria Goodluck Jonathan ha promulgato la legge che vieta i matrimoni tra persone dello stesso sesso e restringe considerevolmente i diritti degli omosessuali. "Posso confermare che il presidente ha firmato", ha dichiarato il portavoce Reuben Abati all'Afp.

A nulla è servito il monito del premier inglese David Cameron sulla riduzione degli aiuti che la Gran Bretagna destinerebbe ai Paesi che non riconoscono i diritti degli omosessuali, in riferimento anche alla legge ugandese, duramente condannata anche dagli Usa. Ma, a differenza dell'Uganda, la Nigeria, primo produttore di petrolio africano, si è dimostrata meno incline a cedere alle pressioni occidentali perché meno dipendente dai loro aiuti.

La legge è passata col voto unanime dei parlamentari nigeriani nel maggio scorso. Il testo prevede fino a 14 anni di carcere per chi contrae matrimonio o unione civile gay e 10 anni per chi rende pubblica la propria relazione omosessuale. Il presidente Jonathan ha ritenuto giusto promulgarlo perché "corrispondente alle convinzioni culturali e religiose" dei nigeriani, che per "oltre il 90% sono contrari al matrimonio tra persone dello stesso sesso", ha spiegato ancora Abati.

Contro la promulgazione, Amnesty International si era appellata lo scorso dicembre al presidente Jonathan, perché quella legge è "discriminatoria", con conseguenze "catastrofiche" per la comunità omosessuale. Ricordando che non solo il rendere pubblica una relazione, ma anche "chi fa funzionare o frequenta club gay, società o organizzazioni per omosessuali commette un crimine punito con 10 anni di reclusione".

Le relazioni omosessuali erano già severamente contrastate in Nigeria prima della nuova legge, avendo ereditato dai colonizzatori britannici una disposizione che rendeva illegale il sesso omosessuale. Il paese più popoloso d'Africa e con una società particolarmente sensibile alla religione, vede i suoi circa 170 milioni di abitanti dividersi tra cristiani e musulmani, con una importante porzione della popolazione seguire ancora i culti tradizionali.

A pagare le conseguenze della nuova legge saranno soprattutto i membri poveri della comunità gay. "Quelli ricchi hanno già abbandonato il Paese, o si recheranno all'estero per fare sesso" aveva spiegato all'Ap Olumide Makanjuola, direttore esecutivo della Initiative For Equality in Nigeria in una recente intervista.

Informarexresistere
04 12 2013

Una vasta marea nera è apparsa sul fiume e sul mare vicino ad un impianto gestito dall’Italiana Eni nel delta del Niger, un’area martirizzata dall’estrazione di idrocarburi ad opera dei colossi petroliferi mondiali. Ignote le cause, ignota l’entità dello sversamento: le comunità locali riferiscono di averlo notato già il 20 novembre e di averne seriamente risentito.

La principale fonte relativa a questa vicenda è un articolo di Reuters. Dice che la vasta marea nera si è manifestata vicino all’impianto nell’area di Brass gestito da Eni, all’interno del delta del Niger: si è spinta nel fiume, nelle paludi e poi nell’oceano Atlantico.

A quanto riporta Reuters, la versione di Eni è che una fuoriuscita di petrolio in mare è stata notatail 27 novembre, durante il caricamento di una nave cisterna. Le operazioni sono state interrotte finchè non si è appurato che la nave non era danneggiata e non perdeva. Il portavoce dellacomunità di pescatori di Bayelsa (lo Stato della Nigera di cui Brass fa parte), scrive ancora Reuters, riferisce invece di aver notato uno spesso velo di petrolio già il 20 novembre sul fiume Niger, e che il fiume stesso è pieno di petrolio.

La popolazione del delta del Niger vive di pesca e dipende dal fiume. L’area, se non fosse per il petrolio, sarebbe una sorta di enorme Venezia dove foreste e tesori naturali prendono il posto delle bellezze architettoniche edificate dall’uomo. In realtà il delta del Niger e la sua gente sonoavvelenati da ricorrenti perdite di petrolio – se ne contano centinaia ogni anno – dovute a sabotaggi per rubare il petrolio dagli oleodotti (la gente è poverissima) e alle cattive condizioni di manutenzione degli oleodotti stessi.

Foto

Post scriptum. Io (a differenza di altri) non mi arrabbio se qualcuno scrive sugli argomenti di cui ho già trattato e-o attinge informazioni da questo blog. In questi casi il bon ton del web suggerisce di mettere un link al mio post: ma si tratta di buona educazione e ho constatato quanto essa sia sconosciuta.

Mi scoccia però quando si pubblicano post retrodatati per farli sembrare precedenti al mio e poi si va a dire in giro che ho copiato. Se capita di nuovo non mi limito a scocciarmi. Chi ha orecchie per intendere, anche stavolta intenda e magari se le sturi anche

http://blogeko.iljournal.it/vasta-marea-nera-sul-delta-del-niger-vicino-ad-un-impianto-gestito-dalleni/78678

Amnesty international
31 01 2013

La sentenza emessa il 30 gennaio da un tribunale distrettuale olandese dell'Aia relativa alla responsabilità della Shell per l'inquinamento del delta del fiume Niger, in Nigeria, dimostra che la giustizia è possibile ma che è estremamente difficile raggiungerla quando si ha a che fare con una grande multinazionale.

"È chiaramente positivo che uno dei ricorrenti sia riuscito ad aggirare tutti gli ostacoli per avvicinarsi a qualcosa che somiglia alla giustizia. Il tribunale ha stabilito che la Shell aveva l'obbligo di diligenza nel prevenire le manomissioni dei suoi oleodotti" - ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del Programma Africa di Amnesty International.

"Tuttavia - ha aggiunto Gaughran - il fatto che il tribunale abbia respinto gli altri ricorsi
evidenzia gli enormi ostacoli che la popolazione del delta del Niger incontra nell'accesso alla giustizia quando le loro vite sono state distrutte dall'inquinamento".

"Considerate complessivamente le grandi difficoltà nell'arrivare al processo, il significato della sentenza di oggi è che un ricorrente ha vinto e otterrà il pagamento dei danni. È comunque evidente che i governi devono rendersi conto di quanto siano elevati gli ostacoli che si frappongono a chi cerca di portare in giudizio le grandi multinazionali" - ha concluso Gaughran.

Amnesty International documenta da anni il massiccio inquinamento da petrolio nel delta del fiume Niger e le sue gravi conseguenze sui diritti umani delle popolazioni locali.

Ulteriori informazioni

L'11 ottobre 2012, un tribunale dell'Aia ha accolto la causa contro la Shell intentata da quattro contadini nigeriani originari dell'Ogoniland, supportati dall'associazione ambientalista Friends of the Hearth International.

La Shell è stata accusata di aver inquinato campi coltivati e corsi d'acqua dei villaggi di Goi, Oruma e Ikot Ada Udo a causa di una serie di fuoriuscite avvenute fra il 2004 e il 2007.

A consentire l'avvio del processo è stata una decisione della magistratura olandese, che nel 2008 si era dichiarata competente sul caso nonostante la Royal Dutch Shell sostenesse che le responsabilità ricadessero unicamente sulla sua sussidiaria locale, la Shell Petroleum Development Company Of Nigeria.

Le richieste dei contadini all'azienda sono di bonificare le zone inquinate da idrocarburi nelle loro comunità, risarcire le persone colpite e prevenire il verificarsi di ulteriori perdite di petrolio dalle infrastrutture della compagnia.

Le comunità che vivono sul delta del fiume Niger dipendono per il loro sostentamento in primo luogo dall'ambiente, ivi compresa l'agricoltura e la pesca. Decenni di attività dell'industria petrolifera nel delta del Niger hanno danneggiato o distrutto importanti fonti di sostentamento tra cui l'agricoltura, la pesca e i corsi d'acqua.

Qualche volta giustizia è fatta!

di BeFree, cooperativa sociale contro tratta, violenze e discriminazioni
1 giugno 2012

Sentenza esemplare alla Corte d’assise d’appello de L’Aquila a favore di diciassette donne nigeriane costrette a prostituirsi sulla Bonifica del Tronto in condizioni di grave sfruttamento: 50.000 euro di provvisionale immediata per ogni ragazza, la revoca della confisca dei beni sequestrati agli imputati in favore dello stato e il sequestro conservativo in favore delle vittime.

facebook